Cosa si deve inventare per poter riderci sopra
per continuare a sperare
Lucio Dalla
LUGLIO
L’acqua straordinaria di Kaylee McKeown e il ritorno dell’Italia alla normalità
Vediamo se si può dire così. La Cina ha fatto suonare il suo inno più di tutti a Fukuoka [20 volte] soprattutto grazie alle 12 medaglie d’oro su 13 prese nei tuffi. Solo Lian Junjie ha perso dalla piattaforma contro Cassiel Rousseau.
L’Australia è stata seconda in assoluto perché ha dominato con il nuoto in vasca, 13 medaglie d’oro, 7 d’argento e 5 di bronzo per un totale di 25. È la seconda volta dai Giochi del 56 che si lascia gli Stati Uniti alle spalle. Era successo sempre a Fukuoka, nell’edizione del 2001.
Con gli ultimi due titoli nelle staffette miste, gli Stati Uniti possono invece dirsi d’aver raddrizzato la situazione scavalcando la Cina, anche se solo in vasca, chiudendo con 38 podi [44 totali con le altre discipline], eppure appena 7 d’oro, con 20 argenti e 11 bronzi.
più storica di tutte fra le storiche è stata Kaylee McKeown, 22 anni, australiana, oro nei 50, nei 100 e nei 200 dorso, con un primato oceanico nello sprint. Non c’era mai stata una donna così in un grande evento. Se non fosse stata squalificata nei 200 misti, avrebbe aggiunto altro metallo in valigia. Kaylee è la ragazza che porta sul piede un tatuaggio in memoria di suo padre. Nell’agosto 2020, Sholto McKeown morì dopo due anni di cure contro il cancro al cervello. Desiderava vedere sua figlia alle Olimpiadi. Non c’è riuscito. Sul piede di Kaylee c’è scritto: sarò sempre con te [tutto qui]
mappe Che cosa ci fa il Tour de France in cima a un vulcano
C’è questo posto dove il Tour de France non passava da trentacinque anni, si chiama Puy de Dôme, e stiamo tutti aspettando che quassù sia messo in piedi un nuovo episodio della saga Pogacar-Vingegaard, all’indomani della vittoria in volata di Mads Pedersen a Limoges. Ci si arrampica in cima a questo vulcano spento in ricordo di un antico duello tra Jacques Anquetil e Raymond Poulidor nel 1964. Quei geni francesi de L’Équipe hanno costruito così la prima pagina di oggi, sovrapponendo uno strato all’altro, quello che in fondo succede quando parliamo di sport e diamo sempre sempre sempre una carezza a chi c’era prima di noi. [continua qui]
discussioni La guerra sulla pedana della scherma ai Mondiali
All’inizio non avrebbe dovuto gareggiare. Solo nel tennis le ucraine stanno dividendo regolarmente un campo con le ragazze russe. I tornei sono sotto l’organizzazione del sindacato giocatrici. In nessun altro sport era previsto, almeno fino a mercoledì sera, quando un decreto del ministero dello sport ucraino è stato emendato per consentire il confronto con i nemici in guerra, con le cittadine e i cittadini dei paesi invasori. Un provvedimento accolto con sollievo anche dal Cio, un gesto forte, un’apertura in prospettiva, a un anno dai Giochi di Parigi, per i quali Russia e Bielorussia non hanno ancora l’invito. Olga Kharlan ha accettato allora di incrociare la lama con Anna Smirnova, contrariamente a compagne e compagni di squadra, nei giorni scorsi si erano ritirati. Dentro di sé conosceva il motivo. Non aspettava solo l’assalto e la gara, aspettava anche la fine, aspettava il momento in cui avrebbe negato il saluto finale [qui]
[S] altri titoli del mese | I tuffi della Rai fuori dal mondo e l’argento di Paltrinieri nella 5 km [qui] – Ai Mondiali di calcio è vietata la haka [qui] – Come lavora chi copre i campi a Wimbledon [qui]
il più letto del mese | Le partite di tennis non sono mai state così lunghe
Era una percezione, avevamo qualche esempio, adesso abbiamo pure i numeri. Le partite di tennis si allungano. Anzi. Non sono mai state tanto lunghe quanto ora. Il lavoro sporco di cercare i dati l’ha fatto il magazine The Athletic, che finalmente s’è arreso e ha aperto una sezione dedicata al tennis. Le statistiche fornite dalla Atp mostrano allora che la durata media di una partita del Grande Slam maschile è salita dalle 2 ore e 21 del 1999 alle 2 ore e 54 di quest’anno. Un aumento medio di oltre mezz’ora per partita, siamo nell’ordine del 23,4%. Scrive The Athletic che “se le partite di calcio fossero aumentate in lunghezza della stessa percentuale, oggi durerebbero 111 minuti” e avremmo una schiera di opinionisti – questo lo aggiunge Slalom – col dito alzato e la penna fuori dal fodero. Al Roland-Garros hanno sforato perfino rispetto allo sforamento medio, sono saliti al 24,8% rispetto al 1999, con una durata media di 2 ore e 56 minuti. [qui]
addii | Vincenzo D’Amico – Luis Suarez
AGOSTO
La mappa dell’atletica leggera uscita dai Mondiali. I paesi emergenti, la crisi della Germania, la luce dell’Italia
Aprite i confini, abbattete i muri e prendete i pennarelli. C’è da riscrivere tutta la mappa dell’atletica leggera. I Mondiali di Budapest si sono presi il compito definitivo di scolpire una verità che galleggiava nell’aria da qualche anno. Le gerarchie sono mobili, le certezze sono fluide, ogni corsa è illuminata. Sono tornati a casa con una medaglia 46 paesi, uno in più che a Eugene, due in più rispetto a Doha 2019. In ventitré hanno preso almeno un oro, erano stati ventinove a Eugene ma venti a Doha. Aspettavamo il sorpasso storico dell’Africa all’Europa. Era stato sventato all’ultima gara dell’ultimo giorno nelle ultime due edizioni, tutt’e due le volte da Malaika Mihambo nel salto in lungo, proprio lei, tedesca con radici familiari a Zanzibar. Il sorpasso invece non è mai stato un’ipotesi [16-9 alla fine], nonostante la regressione di alcune potenze tradizionali. [continua qui]
mappe Marijuana e banane fritte, i freni dei treni e il rombo degli aerei. Gli odori e i rumori di Flushing Meadows
Quando lo Us Open se ne andò dal West Side Club di Forest Hills a Flushing Meadows, il tennis era da dieci anni come lo conosciamo. I professionisti erano rientrati nel circuito, la tv stava rendendo popolare questo gioco aristocratico, cadevano uno alla volta certi antichi steccati fra la tradizione e la modernità. Il torneo di New York s’accorse di aver bisogno di una nuova casa. Quella in cui si era trattenuto dal 1924 non bastava più. Gli spogliatoi erano diventati troppo stretti, il pubblico si lamentava dei parcheggi, alla federazione americana stavano arrivando candidature improbabili per subentrare, una da Charlotte, una dalla Carolina del Nord, una da Louisville. I campi al Queens salvarono la città, lo Slam si spostò di qualche chilometro più a nord. Il presidente della federazione era William Hester, un ex giocatore del Mississippi diventato petroliere. Aveva notato uno stadio in disuso dentro il Flushing Meadows Park, il luogo che aveva ospitato le Expò del 1939 e del 1964. Il futuro veniva dal passato. [qui]
il più letto del mese | C’è qualcuno che ha capito perché sta in panchina Paola Egonu?
[S] altri titoli del mese | Gli Europei delle sorelle Bošković divise dalla guerra [qui] – Storia di Aitana Bonmatí che ha imparato da suo padre a ribellarsi, fino a vincere i Mondiali [qui] – La differenza tra Ekaterina Antropova e Paolo Banchero. Storia di due mamme che volevano la stessa cosa [qui] – Che cosa [non] sappiamo delle dimissioni di Mancini [qui] – L’arte un po’ italiana di passarsi un testimone [qui] – Sta cominciando il dopo Rapinoe [qui] – Thirlla in palleggio. I Mondiali di basket nel palazzo di Ali-Frazier [qui]
addii | Tonino Zorzi [qui] – È stato Bahamontes [qui] –
SETTEMBRE
L’eccezione dei canestri nello sport tedesco in crisi
Che peccato. La tavola era pronta, apparecchiata, con le candele accese e il suono dei violini in lontananza. Era così rassicurante potersi dire la nazionale che ha battuto la Serbia campione, diamine, era così consolatorio autocelebrarsi e continuare a narrare l’ottavo posto dell’Italia come un’impresa, un cammino che nessuno s’aspettava. Un gran Mondiale, «ora saranno costretti ad accorgersi dell’Italia» si era lanciato avanti il presidente Gianni Petrucci, mentre l’auditel continua a dare però la pallacanestro dietro la pallavolo, assai dietro.
La tavola era pronta. E invece. Il mondo si è messo di traverso. Gli USA hanno perso tre partite delle ultime quattro giocate nelle Filippine, tutte tranne una. Quella là. Contro Pozzecco. Hanno concesso dai 110 punti in su a tre avversarie su quattro [la Lituania, la Germania, il Canada] e soltanto 63 alla quarta [l’Italia]. Pure la Serbia – maledizione – pure la Serbia che in finale s’è fatta battere. Dalla Germania, e su. Così stamattina, anziché celebrare l’Italia campione del mondo di riflesso, tocca capire perché la Germania sì perché lo è davvero, in un mondo dello sport che cambia ogni giorno sotto i nostri occhi, premiando chi si mette a studiare, chi si aggiorna, chi entra nei salotti e ribalta le gerarchie. Non è necessario essere la squadra più forte del mondo per diventare campioni del mondo. [continua qui]
mappe La ribellione in una schiacciata. Le conseguenze dell’Europeo di pallavolo per le donne turche
Quando Melissa Vargas detta la Comandante ha schiacciato a terra il suo quarantunesimo punto con l’ultimo pallone di una finale durata cinque set, nel palazzo di Bruxelles hanno sventolato le bandiere con la mezza luna e cent’anni di lotte delle donne di Turchia. Le chiamano The Sultans of the Net, le sultane della rete, le sultane dei campi di pallavolo, dove si può esercitare la propria autorità sovrana anche senza essere una moglie di, una figlia di, com’era in uso nell’impero ottomano.
Non c’era mai stata una nazionale femminile turca campione di qualcosa. Quella di basket aveva vinto un argento e un bronzo europeo fra 2011 e 2013, quinta e sesta alle Olimpiadi nel 2012 e nel 2016. Stop. L’oro della pallavolo viene raccontato allora dal New York Times in un reportage da Istanbul come “la conquista della squadra sportiva di maggior successo del paese, una rara fonte di orgoglio nazionale” che supera i divari sociali presenti nel Paese. Il Ct italiano Daniele Santarelli aveva fatto vincere un anno fa il Mondiale alla Serbia. Adesso ha aggiunto i colpi della naturalizzata cubana Vargas a quelli di Ebrar Karakurt, 23 anni, una ragazza che viene da Balıkesir, terra di fagioli e meloni, olive e formaggi, una regione sulla costa che alimenta il turismo interno. Due anni fa Ebrar postò sui social una foto in cui stava con la sua ragazza. Si prese le critiche dei conservatori guidati dal giornale Yeni Akit e dall’imam Ahmet Mahmut Ünlü. Il predicatore Ihsan Senocak su Twitter le ricordò che doveva farsi simbolo della virtù, della castità e della decenza. [qui]
[S] altri titoli del mese | La penna quattro colori di Rudi Garcia [qui] – Le racchette venute dall’Est [qui] – Quanto pesa in certi posti portare uno scudetto sul cuore [qui] – Cittì Mazzanti ferito nell’onore [qui] – Dentro la macchina Cori Gauff. Pensieri e parole di un’erede controvoglia [qui] – Il Mondo non si è fermato mai un momento. L’ascesa infinita di Duplantis [qui] – La scomunica definitiva per la difesa a tre. Arriva dai videogame [qui] –
addii | Alberto Ginulfi – Giovanni Lodetti – Luca Giustolisi
il più letto del mese | Il caso Egonu-Antropova e il racconto embedded della pallavolo [ma non solo]
OTTOBRE
I due record mondiali della maratona
Il record di Kelvin Kiptum. O di Nike?
All’inizio a Chicago si guardava la strada, piatta e larga, la fettuccia di partenza al Grant Park, tra Columbus Drive e Monroe Street, la sfilata tra la Old Town, Little Italy, China Town, il quartiere greco, quello spagnolo, The Gap e alla fine la chiusura, l’arrivo sulle sponde del lago Michigan. Era per questa sua superficie liscia e scorrevole che l’atletica veniva qui per veder battuto il record mondiale della maratona. Il primo fu Stefe Jones nel 1984. Insoddisfatto di lavorare in una fabbrica di macchine da cucire, si era arruolato. Era diventato tecnico aeronautico per la Royal Air Force e si era unito alla squadra podistica della RAF. Quel giorno a Chicago Jones era alla sua seconda maratona e non era a conoscenza del fatto che stesse battendo il primato mondiale fino a due miglia dal traguardo, erano altri tempi e per giunta non portava mai l’orologio. Due ore 8 minuti e 5 secondi, ma quasi tre di meno ne impiegò quindici anni più tardi sulle stesse strade Khalid Khannouchi, marocchino, ma in lite con la sua federazione per le spese di allenamento. Una lite così furiosa che se ne andò a Brooklyn e si fece americano. Sotto quella bandiera sarebbe diventato uno dei cinque atleti di sempre a battere il primato più di una volta. [continua qui]
Il record dei record fatto da Assefa. O da Adidas?
A un certo punto Liam Adams, australiano, si è voltato. La musica dagli altoparlanti lungo il percorso si era fermata e quasi all’altezza della Porta di Brandeburgo lo speaker aveva annunciato l’approssimarsi al traguardo della prima donna. Adams ha guardato oltre la sua spalla sinistra e l’ha vista. Davvero. Stava arrivando. Con questo tempo? Tigist Assefa lo ha passato e ha tirato dritto verso il nastro che le era stato teso, era concentrata, “come se il viso fosse cesellato” nella descrizione di Tammo Blomberg per Die Zeit dalla Germania. Non sembrava esausta, anzi. Negli ultimi metri Assefa aveva abbandonato il passo della maratona e si era sintonizzata sul ritmo di uno di quegli 800 metri che un tempo correva in pista. Due ore, 11 minuti e 53 secondi. Record del mondo. [qui]
[S] altri titoli del mese | Com’erano belli i giovani quando giovani eravamo noi. C’è cascato anche Del Piero [qui] – Che cosa gira intorno alla candidatura dell’India per le Olimpiadi [qui] – La differenza che passa tra il baseball e il cricket alle Olimpiadi [qui] – L’arte del pit stop. I òiccoli gesti che lo rendono perfetto [qui] – Non c’è nessuno nel calcio che poss afare la lezione a Fagioli, Tonali e Zaniolo [qui] – L’inno che nel rugby unisce le due Irlande [qui] – Storia di Siya Kolisi. Il miracolo del ragazzo che dormiva fra i topi [qui] – La Coppa del mondo di sci in tempi di climate change [qui] – Sono sessant’anni che Gassman prende pugni nei Mostri [qui]
letture La lezione della medaglia d’argento degli All-Blacks
di aligi pontani
Per anni in Italia c’è stato un modello retorico legato al racconto del rugby, dopo i decenni in cui era stato sport di estrema nicchia nel Paese: gli appassionati, pochi, erano quasi tutti praticanti o ex praticanti, gli altri ne capivano poco o nulla, al massimo guardavano le mirabolanti partite del Cinque Nazioni soprattutto per godere delle telecronache di Paolo Rosi (“tambureggiante”, “a percussione”, “terza e quarta fase”) e dello spettacolo di stadi dai nomi mitologici. La domenica sera del rugby si potevano ascoltare in tv i risultati della serie A, pieni di squadre venete e con altrettanto mitologiche squadre come l’Amatori Catania o l’Aquila. Poi l’Italia fu invitata al Cinque Nazioni che così diventò Sei, e tutto cambiò: arrivò il grande pubblico, e con esso la narrazione retorica di cui si diceva all’inizio. Resistendo tutto sommato una certa ignoranza delle masse – e forse anche di giornalisti catapultati a raccontare uno sport di cui sapevano poco – ci si concentrava sugli aspetti non tecnici del gioco, che è un gioco difficile da capire per chi non lo conosce. E allora era forse più semplice parlare dei suoi valori, enfatizzati spesso in alternativa a quelli del calcio, sport invece in cui chiunque guarda si sente competente e dunque autorizzato a dire la sua su ciò che succede in campo. Nel rugby invece si raccontava quello che succedeva anche fuori, il paradisiaco terzo tempo, dove le botte e i lividi rimediati in partita si diluiscono in solenni bevute comuni, dove pinte, rutti e pacche delle spalle sublimano la virilità senza sconti ostentata in mischie e placcaggi, dove il principio della lealtà dello scontro passa dalla teoria alla pratica. [qui]
il più letto del mese | C’è un bel Giro d’Italia. Ma chi viene? [qui]
addii | Staino [qui] – Ettore Mo [qui] – Bobby Charlton [qui]
NOVEMBRE
La Coppa Davis venuta da lontano
Adesso pare che sia successo tutto così in fretta, adesso pare che tutta l’attesa durata mezzo secolo sia stata mangiata da un’ascesa misteriosa, come misteriosi sono in fondo i contrappassi. Stamattina è netta la sensazione che non dovranno passare gli stessi quarantasette anni per rivincere una Coppa Davis. Il motivo abita negli occhi di questo ex ragazzino diventato un uomo, ancora stortignaccolo in campo come quando apparve, con le stesse gambe sottili e lunghe strappate allo sci che gli piaceva da bambino, con qualche muscolo in più nelle braccia e nel busto, ma soprattutto con uno sguardo adulto. Succede nei ventenni, succede all’improvviso. Un giorno li osservi e sono grandi. Hanno attraversato una linea, un limite. Jannik Sinner con le linee ci lavora. Con le linee e con i limiti. [continua qui]
finzioni
Lettera di Gianni Clerici a Sinner per la Coppa Davis
Se si usasse ancora, vorrei scrivere una letterina a Jannik Sinner per dargli con modestia un consiglio, ammesso che un uomo di 22 anni freddo come gli inverni di casa ne abbia bisogno e voglia dar retta a un vecchietto che potrebbe essere il bisnonno. La ex Coppa Davis si può vincere. Dico ex nel senso di finta. Ho sentito più di un rumore, nel cimitero vicino a Longwood Tennis and Cricket Club di Chestnut Hill, a Boston. Erano il Dottor James Dwight e Dwight Davis che si rotolavano nelle loro tombe, per quanto sta accadendo alla loro creatura, la Coppa che porta il nome del secondo. Ricordo che la Coppa, prodotta dagli orafi della Shrimp Crump e Low, venne dapprima messa in palio per avvicinare le due aree degli Usa, Pacifico e Atlantico, allora troppo lontane per un interscambio di tennisti, e si chiamò International Lawn Tennis Championship, prima di prendere il nome di Davis, che divenne anche, guarda caso, sottosegretario americano alla Guerra. [qui]
[S] altri titoli del mese | Il peso che Ullrich si è tolto dalle spalle [qui] – Che ci fa la Groenlandia ai Mondiali di pallamano [qui] – Cosa volete che sia una palla break quando hai dormito in carcere: la ripartenza di Becker [qui] – Il sogno nel cuore del Girona [qui] – Le squadre di calcio senza più una casa [qui] – Il primo titolo di baseball per i Rangers di Arlington, Texas [qui]
il più letto del mese | La stanza degli scacchi dove non entrano le guerre
[qui]
addii | Bobby Knight [qui] –
DICEMBRE
I 700 milioni di Shōhei Ohtani. Lo sport e il valore degli ibridi
Il record di Jon Rahm è durato lo spazio di pochi giorni. Si era appena fatto mettere per iscritto da qualche parte una promessa da mezzo miliardo di dollari per giocare a golf nel circuito saudita, il contratto più ricco nello sport contemporaneo. Poi è arrivato Shōhei Ohtani a esagerare e ha preso 700 milioni per spostarsi dai Los Angeles Angels ai Los Angeles Dodgers. Non deve nemmeno spendere per la ditta del trasloco.
Che fosse il numero uno al mondo era chiaro da tempo. Che fosse nel posto sbagliato per vincere qualcosa pure. Il nome degli Angels non appare nell’albo d’oro delle World Series dal 2002. Anche la qualificazione ai play-off è parsa per loro un traguardo enorme. La Major League di baseball è quel posto che un anno fa celebrava il nuovo record di fuoricampo stabilito da Aaron Judge. A noi che siamo abituati a contare i gol, a noi che al massimo sappiamo guardare qualche canestro, viene da domandarci come mai questo circo finanziario e mediatico appartenga allora non a lui, ma a un altro giocatore. [qui]
il più letto del mese | Il talento secondo Abdul-Jabbar
Luciano Spalletti l’ha detto qualche sera fa alla maniera di Sergio Leone-Clint Eastwood a un convegno del quotidiano Domani: «Quando il talento incontra la forza, vince la forza». È che dentro la parola talento – per tradizione, per svogliatezza – abbiamo sempre infilato l’idea della delicatezza e del tocco, il gesto, l’estetica, la bellezza. Essere deliziosi. Il talento ha sempre avuto un buon ufficio stampa. Talento invece vuol dire propensione. È il cosa, non il come. Finché talento continuerà a essere sinonimo di tecnica pura, in futuro andrà incontro a scuorno e scenufregio. Il vento è cambiato, bellino, e tu non puoi farci niente.
L’ultima pala di terra l’ha scavata e gettata Kareem Abdul-Jabbar attraverso la sua newsletter distribuita via Substack, ormai sempre più simile a un giornale fatto tutto da solo. Scrive di politica, recensisce libri e film, apre discussioni sullo sport. Tipo questa. [qui]
[S] altri titoli del mese | La partita per la sicurezza intorno alle Olimpiadi di Parigi [qui] – A cosa è servita la Coppa NBA [qui] – nati senza poliuretano. Gli Europei di nuoto della Generazione 2009 [qui] – L’ultima partita di Christine Sinclair [qui] – Il capitolo finale del Manchester City. Un altro titolo mondiale per Guardiola [qui] – Il piano-B alla cerimonia olimpica sulla Senna esiste [qui] – Le sei medaglie d’oro italiane in un giorno solo agli Europei [qui] – Il campione di freccette che (forse) crede a Babbo Natale [qui]
addii | Antonio Juliano [qui]
personaggio dell’anno 2023
Jennifer Hermoso e il patriarcato mandato in frantumi nel calcio
Si è salvato, ma non si salverà. Luis Rubiales è ancora presidente della federcalcio spagnolo alla fine della giornata in cui si sarebbe dovuto dimettere, ma il governo lo sospenderà la prossima settimana, dopo aver sentito la sua definizione di omicidio sociale per la tempesta scatenata dal suo bacio sulle labbra di Jenni Hermoso, nel pieno della festa per il titolo mondiale di domenica scorsa. Un bacio consensuale, dice lui. Un’aggressione, dice lei. Le campionesse del mondo annunciano che non torneranno in Nazionale con questa dirigenza, pure dal fronte maschile dice lo stesso Borja Iglesias. È il Me Too del calcio spagnolo, stanno dicendo nel paese, mentre Marca in prima pagina parla di bochorno mundial, un imbarazzo mondiale, e all’interno di assemblea della vergogna. [qui]
albo d’oro | 2020 Marcus Rashford | 2021 Simone Biles | 2022 Lia Thomas | 2023 Jennifer Hermoso
atleta d’Italia del 2023
Lasciatemi saltare. Gimbo Tamberi, un italiano semi-vero
Questa gioia di Gianmarco Tamberi è solo sua. Stavolta non ci sono stati 12 minuti a separarlo e unirlo da Marcell, ma due giorni, due sere, una domenica di bafagna con i piedi per terra e un martedì di aria pura e mossa, con la schiena a 2 metri e 36 d’altezza. Il destino comune stava perseguitando Gimbo pure in Ungheria. Ha provato a risucchiarlo nel gorgo-Jacobs, era quasi fuori dalla finale pure lui, l’ha afferrata all’ultimo salto, come il fiocco che ti dà un giro di giostra in più sulla testa del drago. È una gioia solo sua perché pure Barshim resta sullo sfondo, tre centimetri più giù stavolta, la differenza che passa tra poter fare un tuffo seminudo nell’acqua della riviera delle siepi e restare vestiti, canottiera, berretto, salire in tribuna dal gemello italiano, dirgli bravo, fare una foto insieme, battergli le mani, mescolare la bandiera ai figli, ai cori: lo sport insomma, che ci fa piangere e abbracciarci ancora. [qui]
albo d’oro | 2020 Dorothea Wierer | 2021 Filippo Ganna | 2022 Gregorio Paltrinieri | 2023 Gianmarco Tamberi
La sorpresa del 2023
Il Sud Sudan ai Mondiali di basket e qualificato ai Giochi
Kuany Ngor Kuany dice che la chiave è stata la fiducia in sé stessi. Sarebbe facile. La chiave è che devi saper mettere una palla dentro un canestro, anche se a casa c’è la guerra, e tu hai cercato un pezzo di mondo dove metterti al riparo, dove chiudere gli occhi, non per evitare di guardare, ma per fare un sogno. Questo alla fine ha fatto il capitano Kuany con i suoi compagni, un pugno di ragazzi altissimi e residenti all’estero.
Diciotto mesi fa, la Nazionale di pallacanestro del Sud Sudan perdeva contro il Senegal la partita con il maggior scarto della sua giovane storia, 104-75 a Kigali, Rwanda. Un anno e mezzo dopo, a soli 12 di distanza dall’indipendenza e dall’ingresso del paese nelle Nazioni Unite, proprio contro il Senegal è arrivata la vittoria per la qualificazione ai Mondiali [83-75], dopo aver battuto due volte i campioni d’Africa della Tunisia. È la più grande impresa di pallacanestro del decennio. [qui]
albo d’oro | 2021: Anna Kliesenhofer | 2022 Maria Sole Ferrieri Caputi |
il più letto del 2023
Il caso Egonu-Antropova e il racconto embedded della pallavolo [ma non solo]
Ieri sera l’Italia aveva appena perso la prima partita vera giocata agli Europei, a casa volevamo capire perché, dopo sette test d’avvicinamento alla semifinale assai morbidi e senza insidie. Aveva perso una partita figlia di una confusione venuta da lontano. Per 7 partite facili, il Ct Mazzanti ha scelto Ekaterina Antropova come titolare, lasicando Paola Egonu in panchina, dicendola una scelta, ma tacendo molto, molto altro, lui e la federazione, sullo stato dei rapporti con la fuoriclasse della pallavolo mondiale, un’italiana, un bacio del cielo.
Più che una scelta tecnica, Paola Egonu in panchina è parso un castigo, più o meno raccontato sotto traccia così, più o meno accettato da tutti come tale. Solo che sul 14-16 nel primo set, Mazzanti s’è spaventato e Paola Egonu in campo ce l’ha mandata, non insieme a Kate Antropova, come molti si auguravano e si augurano ancora che accada. L’ha mandata in campo al suo posto, per rimontare e ribaltare il primo set. E allora: come la mettiamo? [qui]
albo d’oro | 2019 Le pagine più belle sulla boxe [qui] | 2020 Al Pacino e il mito del discorso nello spogliatoio [qui] | 2021 Chi sono i ragazzi di Castel Volturno a cui la federazione impedisce di giocare [qui] | 2022 Il primo Slam con i coach che parlano dalle tribune [qui] | 2023 Il caso Egonu-Antropova e il racconto embedded della pallavolo [ma non solo] |
oggetto del 2023
Addio gonnellino, il corpo è mio
Gli Australian Open stanno confermando la tendenza vista all’ultimo Slam del 2022, sui campi di Flushing Meadows. Dove una buona percentuale di atlete preferì indossare il pantaloncino al posto del gonnellino – Il precedente di Tatiana Golovin, la scelta di Asia Muhammad, il parere della sociologa Barbusse – Il dibattito dell’ultimo anno nella beach pallamano, nel beach volley e nella ginnastica artistica. Dimenticate i pizzi di Lea Pericoli. Dimenticate le perline di Serena. Il 17 percento delle giocatrici andate in campo agli US Open portavano un pantaloncino, non il gonnellino. Come in allenamento. Ventidue su 128, e tra loro Emma Raducanu, Ons Jabeur, Victoria Azarenka, Diane Parry, Madison Keys, Bianca Andreescu. A Melbourne sta andando allo stesso modo. La soluzione a metà strada è una specie di volant davanti, indossato come un mini grembiule. [qui]
albo d’oro | 2020: il tasto giallo del telecomando Sky [con il sottofondo da stadio per le partite a porte chiuse] | 2021 Il gesso di Tamberi | 2022 I cerotti sulle dita dei pallavolisti d’oro |
clic del 2023
Il selfie di Infantino sulla bara di Pelé
DI MARCO CIRIELLO
Riverito e onorato con ritegno, Gianni Infantino, sente comunque la sua estraneità alla vera popolarità e lavora, lavora incessantemente per raggiungerla. Lo abbiamo visto assistere ad ogni partita del mondiale, in un inseguimento fantozziano di un primato contro sé stesso, e prima in una improbabile immedesimazione – durata meno d’un orgasmo – in minoranze e categorie vessate nel Qatar dei sogni pallonari ma non della libertà né della democrazia.
L’uomo evoca, solo per il bulbo debole, Yul Brynner dai lineamenti più grossolani, e il tenente Theo Kojak, sempre al ribasso, agli americani e per noi italiani appare come un Montalbano meno tozzo, insomma a un party passerebbe inosservato, se non per le battute sull’esser sosia. Lo sa, e ci soffre. Nonostante sia il papa della religione con più fedeli al mondo: la FIFA. Appare, riappare, ma non sfonda. Anche perché più che portatore di carattere è un portatore di interessi e affari, e non è riuscito – e probabilmente mai ci riuscirà – a smarcarsi dal blatterismo (serie di azioni fatte in nome del sociale che partono dall’Africa arrivano ai Caraibi e finiscono in un caveau di una banca svizzera, come racconta la serie FIFA Uncovered – Netflix –: una storia di famiglia che commuove quanto Il padrino) che ha investito la sua Chiesa. [qui]
albo d’oro | 2020 Le altre scarpe di Kipchoge, seduto in pandemia | 2021 Gli Australian Closed: Il ritorno all’infanzia in isolamento | 2022 Il bimbo che porge l’altro pugno
atleta mondiale 2023 e gesto del 2023
Ecco Biles II. Come un sequel, una regina, una papessa
L’ha fatto. L’ha fatto davvero. Ha corso una dozzina di passi stretti stretti, famelici, rapidi, e al tredicesimo ha posato le mani a terra per iniziare una ruota, una mezza ruota, così da dare le spalle alla scena che aveva davanti a sé un attimo prima. Ha messo le punte dei due piedi su una pedana elastica e come se potesse guardare con la nuca, ha posato le mani aperte su una tavola dalla forma di una lingua piegata verso il basso. Flick, flack, volo, le dita attaccate alle cosce, un carpio, un doppio carpio, un doppio carpio e mezzo. È come un tuffo, ma senza l’acqua della piscina, un tuffo nell’aria, ma poi bisogna atterrare, atterrare su un materassino e rimanere in piedi. Non è la cosa più difficile. Cosa volete che sia rimanere ancora in piedi, a questo punto della vita di Simone Biles. La cosa più difficile è allargare le braccia e sorridere, come dice Francesca Milano. [qui]
albo d’oro gesto | 2020 Il cartello mostrato da Caputo: restate a casa | 2021 L’abbraccio tra Mancini e Vialli a Wembley | 2022 Il salvataggio di Anita Alvarez | 2023 Il Biles II
albo d’oro atleta dell’anno | 2020 LeBron James | 2021 Elaine Thompson | 2022 Leo Messi | 2023 Simone Biles
Una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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