
Il record di Jon Rahm è durato lo spazio di pochi giorni. Si era appena fatto mettere per iscritto da qualche parte una promessa da mezzo miliardo di dollari per giocare a golf nel circuito saudita, il contratto più ricco nello sport contemporaneo. Poi è arrivato Shōhei Ohtani a esagerare e ha preso 700 milioni per spostarsi dai Los Angeles Angels ai Los Angeles Dodgers. Non deve nemmeno spendere per la ditta del trasloco.
Che fosse il numero uno al mondo era chiaro da tempo. Che fosse nel posto sbagliato per vincere qualcosa pure. Il nome degli Angels non appare nell’albo d’oro delle World Series dal 2002. Anche la qualificazione ai play-off è parsa per loro un traguardo enorme. La Major League di baseball è quel posto che un anno fa celebrava il nuovo record di fuoricampo stabilito da Aaron Judge. A noi che siamo abituati a contare i gol, a noi che al massimo sappiamo guardare qualche canestro, viene da domandarci come mai questo circo finanziario e mediatico appartenga allora non a lui, ma a un altro giocatore.
Ohtani è uno scrigno che custodisce il bene più prezioso nello sport contemporaneo. Fa tutto. La faccenda è ancora più memorabile in uno sport come il baseball, dove la consuetudine è fatta di carriere separate. C’è chi batte e c’è chi lancia. Ohtani invece è un lanciatore, un battitore designato e un esterno. È stato il primo nella storia a essere convocato per l’All-Star Game nei due ruoli. Il solo nome del passato a cui viene da accostarlo è quello leggendario di Babe Ruth.
Queste figure così rare si chiamano nel baseball two-way player.
In principio Ohtani è stato una macchia di folklore. L’America lo attese come il giocatore che aveva bucato il tetto del Tokyo Dome con un fuoricampo. Il New York Times col tempo si è accorto che “Shohei Ohtani è la stella di cui il principale passatempo americano aveva bisogno”. Daniel Riley su GQ una volta ha scritto che “Ohtani è uno dei pochi temi su cui in America tutti sembrano essere d’accordo. Il suo avvento è il segno più sicuro del fatto che il baseball può contare su un giocatore che potrebbe salvare questo sport dal baratro”. GQ lo ha definito “un atleta capace di creare qualcosa che nessuno ha mai visto a ogni roteare della mazza o a ogni splitter (lancio con medio e indice divaricati e brusco effetto discendente al termine della traiettoria). Shohei è come LeBron che porta palla, tira da tre, schiaccia in testa ai difensori avversari e stoppa i sottomano contro il tabellone dall’altra parte del campo”.
Ecco. Questo è il punto. Il two-way player è quello che altrove stiamo chiamando tuttocampista oppure unicorno. “Ohtani sfida i limiti prescritti – rispetto a ruoli convenzionali, distanze e capacità – in una maniera così sconvolgente da indurci a sospettare che le idee prevalenti in questo sport su chi debba giocare dove e in quale ruolo siano sbagliate… e che lo siano sempre state”.
Viviamo il tempo degli ibridi, la fine delle specializzazioni, l’ascesa dei trans-campisti. Il rischio è sembrare ovunque fuori ruolo, il vantaggio è non esserlo mai. La pallanuoto ha vissuto qualche anno fa l’anomalia di Michäel Bodegas, campione del mondo con l’Italia, capace di giocare da centroboa e da marcatore non nella stessa partita, ma nella stessa azione. Come se nel calcio un centravanti facesse lo stopper quando il possesso palla è scivolato dall’altra parte. La pallanuoto è uno sport di situazioni che si ripropongono. Chi può sparigliare con una eccezionalità, riduce allora l’altrui capacità di controllo. Per un po’ nell’acqua hanno cominciato a fare a meno degli attaccanti mancini, in sostanza un giocatore che in attacco si piazza all’estrema destra in modo da accentrarsi con la mano migliore per andare al tiro in porta. Chi è rimasto uno specialista di quel gesto, ha perso fascino. L’Italia andò ai Mondiali del 2017 senza portarne uno. Grecia e Montenegro ne hanno fatto spesso a meno. In uno sport dove il tempo del possesso palla è contingentato, dove esiste la certezza che a un determinato numero di attacchi corrisponde un numero analogo di azioni difensive, l’universalità è diventata un’esigenza. Meglio avere chi costruisce, tira e sa giocare ai due metri.
È quel che fa il basket da tempo, cercando giocatori che sappiano stare dentro e fuori l’area. Il tesoro è fatto di lunghi che sanno stare sul perimetro, di uomini potenti bravi in regia. Un lungo sul perimetro vede meglio la linea del passaggi. Magic Johnson è stato il prototipo, LeBron James la sua evoluzione, la riscrittura dei canoni ci ha portato a Giannis Antetokounmpo, a Ben Simmons, a Nikola Jokic, a Victor Wembanyama.
L’ultimo sport che difende per regolamento una specializzazione è la pallavolo, paradossalmente lo sport che un tempo aveva un ruolo chiamato universale [per esempio Andrea Giani]. È cambiato tutto con l’introduzione del libero nel 1997, un giocatore che non può attaccare né murare. Uno specialista della ricezione. La federazione internazionale era convinta che in questo modo laplatea del reclutamento si sarebbe ampliata a ragazze e ragazzi più bassi. La specializzazione del libero ha portato alla specializzazione dei centrali, che ora non ricevono più. Quando finiscono in seconda linea, vengono sostituiti.
La sanità si regge sulle specializzazioni. Il mondo delle imprese e degli investimenti sta a metà del guado tra specializzazione e diversificazione. Nel libro L’età del paradosso Paolo Iacci sostiene che occorre passare da una cultura dell’aut-aut a una cultura che preveda l’et-et. È quello che sta accadendo nello sport. Così 700 milioni in 10 anni vengono offerti agli Ohtani e nel calcio arrivano i Bellingham.
Ha un senso?
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Nella sezione economica del New York Times Ken Belson si domanda se questo contratto così ricco abbia un senso. “I Dodgers pagano a Ohtani l’equivalente del PIL di una piccola nazione del Pacifico e si vedranno restituire solo una frazione di quanto spendono. È la franchigia che ha guidato la classifica del maggior numero di spettatori in 10 delle ultime 11 stagioni. I biglietti in più che potranno vendere sono limitati. Anche aumentare il prezzo è complicato perché potrebbe allontanare il tifoso medio. Le aziende giapponesi, consapevoli che le partite di Ohtani saranno trasmesse in diretta in Giappone, si precipiteranno ad acquistare pubblicità al Dodger Stadium, ma non è chiaro quanto di più potrebbero essere disposte a pagare rispetto a un’azienda americana. I Dodgers trattengono per sé i ricavi dalle vendita di maglie, cappellini e merchandising sul mercato interno, ma le vendite all’estero vanno divise fra tutte le 30 squadre della Major League. Lo stesso principio governa i diritti tv internazionali. Inoltre c’è la questione del budget e del tetto salariale.
Jerry Brewer sul Washington Post ha spiegato come i Dodgers sono riusciti a restare dentro i regolamenti aggirandoli. Ohtani ha accettato di posticipare il pagamento del 97% del suo contratto da record. Si pagare solo 2 milioni. Così lascia alla squadra la libertà di ingaggiare altre stelle. “Ohtani – scrive il Washington Post – non vuole solo vincere con i Dodgers. Ha deciso di dotarli della flessibilità necessaria per dominare”. Brewer dice che esiste una certa ingenuità nell’attribuire tutto ciò al fatto che Ohtani è giapponese, che lo faccia perché “sarebbe la cosa più onorevole, una convinzione che deve essere stata concepita da un fanatico di Karate Kid Parte II. Ohtani ha ottenuto il suo, e lo ha fatto a modo suo. Presumo che non sarà più permesso che accada ancora. Ohtani e i Dodgers hanno inventato un’evasione fiscale di alto livello. Ohtani è troppo umile e simpatico per essere un cattivo, a meno che voi non siate tra quei pazzi che agli Angels stanno bruciando la sua maglia con il numero 17. Ma l’odio – o l’invidia – nei confronti dei Dodgers è salito a un livello assurdo”.
La sua gestione
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Ma i Dodgers sono pronti per Shohei Ohtani? È la domanda che si è posto Dylan Hernández sul Los Angeles Times nel vedere 300 giornalisti accalcati al Dodger Stadium per la prima conferenza stampa del campione giapponese. “Ci sono eventi che trasformano radicalmente una franchigia. La prima uscita di Ohtani è fra questi. La fila per l’ingresso allo stadio si estendeva per quasi 100 metri. La conferenza stampa è iniziata alle 15, cioè alle 8 del mattino successivo in Giappone. Non è una coincidenza, l’evento è stato trasmesso in diretta da cinque canali. E allora: i Dodgers sono pronti? Ohtani farà crescere il loro marchio, ma influenzerà anche le esperienze quotidiane dei compagni di squadra. I Dodgers farebbero bene a essere consapevoli di questa svolta. Anziché avere una manciata di giornalisti al seguito della loro partita infrasettimanale a Pittsburgh, ne scoprirano 30, 40, forse 50, la maggior parte dei quali provenienti dal Giappone. In sostanza, ciascuna delle 162 partite della stagione regolare sarà coperta come se fosse una gara dei play-off. Ad alcuni giocatori non dispiacerà il cambiamento, le personalità più vivaci della squadra potrebbero addirittura giovarsene. Tuttavia, un lieve fastidio potrebbe diventare un grosso problema se qualche giocatore non riuscisse ad assumersi la propria parte di questo peso, giorno dopo giorno, giorno dopo giorno”.
Il prossimo
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Nel frattempo ne sta arrivando un altro. Si chiama Yoshinobu Yamamoto. Deve ancora effettuare un lancio nella Major League ma è già sicuro che diventerà presto uno più pagati di sempre. Lo ha detto Fox e dovreste crederci. I Dodgers vorrebbero prendere anche lui dagli Orix Buffaloes di Osaka. È il free agent più ricercato. Secondo il suo agente Joel Wolfe sono arrivate offerte da 13 squadre diverse. Cosa rende Yamamoto così desiderato? I suoi 25 anni, la sua provienenza dal Giappone come Ohtani [domina il campionato da quando ha 20 anni] e lancia la palla in un modo unico. È spiegato qui in maniera assai nerd.