Il caso Schwazer, la morte dell’evidenza

Queste righe sarebbero dovute uscire ieri mattina e mi scuso per la loro irragionevole assenza. Arrivano con ventiquattr’ore di ritardo per certificare comunque, come avrebbero fatto ieri mattina, la morte dei fatti e dell’evidenza. Poche vicende come le positività di Alex Schwazer hanno avuto una simile nebbia attorno. È un caso che ha prodotto due verità, entrambe ufficiali, e incompatibili già prima di questa terza procedura. Da una parte la giustizia sportiva internazionale che confermò la positività e la squalifica di otto anni. Dall’altra un giudice di Bolzano che archiviò il procedimento penale, sostenendo che Schwazer non avesse commesso il fatto e che il campione fosse stato manipolato. La WADA ha respinto quella conclusione e commissionato altri studi, secondo i quali l’ipotesi delle provette truccate era scientificamente implausibile. La sanzione sportiva è rimasta valida [qui il Post riassume la storia dall’inizio].

Da allora ognuno ha avuto il proprio tribunale, i propri scienziati e la propria cronologia. Chi crede a Schwazer, vede un atleta assolto dalla giustizia ordinaria contro organismi internazionali che difendono sé stessi. Chi pensa sia colpevole, vede un giudice italiano che si è spinto molto oltre quel che le anomalie consentivano di concludere e un sistema antidoping che ha poi risposto con nuove verifiche. La sostanza intollerabile è che anche gli esperti si sono divisi tra “i nostri” e “i loro”.

Le anomalie del 2016 non erano inventate. Il campione del primo gennaio risultò inizialmente negativo alle analisi ordinarie, fu riesaminato mesi dopo perché il passaporto steroideo aveva segnalato un dato anomalo e risultò compatibile con testosterone esterno. Ci furono ritardi e problemi nella catena di custodia, l’indicazione di Racines rendeva l’atleta riconoscibile e concentrazioni di DNA alimentarono il sospetto. Ma un’anomalia dimostra solo che qualcosa richiede una spiegazione; non automaticamente chi abbia fatto cosa e perché. Nel racconto pubblico questo passaggio è invece saltato. Dalle irregolarità pasticcione si è passati alla tesi del complotto, oppure dalla positività si è passati alla certezza morale assoluta.

La presenza di Sandro Donati ha reso tutto più difficile. È forse il solo motivo per cui resta ancora in piedi questa storia, con l’ipotesi della innocenza. Chi crede a Schwazer, in realtà crede a Donati. È lui la garanzia, con la sua rete di relazioni e di credibilità. È l’uomo che aveva denunciato il doping italiano, che aveva segnalato lo stesso Schwazer nel 2012 e che poi ne aveva seguito il ritorno. Ma per chi diffida, la presenza di Donati può diventare un inconsapevole e involontario scudo, il paravento ideale dietro il quale si può nascondere una seconda frode: chi sospetterebbe dell’atleta allenato da lui? Ma nessuna delle due letture è una prova. Donati è solo un moltiplicatore, sia della credibilità sia del sospetto, a seconda del punto da cui lo guardi.

Il precedente del 2012 pesa enormemente. Schwazer allora confessò l’EPO, ammise l’acquisto di testosterone e cercò di evitare un controllo. Non è strano tenerne conto. Quando una persona ha già mentito su quella materia, la fiducia successiva diminuisce. Sarebbe però scorretto trasformare il precedente nella prova di ogni accusa futura. Il nuovo caso è quasi costruito per far ripartire questo stesso meccanismo. Una parte si chiede perché mai qualcuno dovrebbe costruire una persecuzione internazionale, la più grande nella storia dello sport, contro un quarantunenne che ormai fa l’amatore. È una domanda solida. Un complotto richiederebbe di estendere il sospetto a un’altra agenzia, un altro Paese, altri laboratori, senza un vantaggio comprensibile. L’altra parte risponde perché mai Schwazer che ormai fa l’amatore dovrebbe prendere l’EPO, sapendo che sarebbe stato controllato.

Il problema, di nuovo, è che entrambe sono domande sulla razionalità, non sono prove. Le persone fanno cose autolesionistiche, ripetono comportamenti già costati carissimi, non ragionano sempre secondo vantaggi e rischi. E anche le istituzioni possono agire male senza che esista un grande piano. La frase “non avrebbe senso” non assolve né condanna. Anzi, le due domande finiscono per neutralizzarsi. La modestia della posta in gioco rende meno credibile la persecuzione, la stessa modestia rende meno comprensibile il doping. Però ci si può dopare anche per motivi che non hanno un grande valore. Per incapacità di accettare il declino, per il bisogno di dimostrare qualcosa, per un rapporto malato con il proprio corpo e con i risultati. È un’ipotesi psicologica, non è detto che sia accaduto a Schwazer. Allo stesso modo è possibile che un uomo già colpevole sia diventato il bersaglio perfetto di errori e abusi, proprio perché nessuno gli avrebbe più creduto.

La parte più impressionante di questa storia è che qualunque comportamento di Schwazer conferma entrambe le tesi. Se combatte, per alcuni sta difendendo la propria innocenza e per altri alimenta la messinscena. Se non combatte, per alcuni è stremato e per altri sa di essere colpevole. Se viene controllato di continuo, è la necessaria vigilanza su un recidivo oppure l’accanimento contro un uomo segnato. Se risulta positivo è la prova della sua colpa oppure il nuovo capitolo della persecuzione. Qui pensiamo da tempo, unendo molti puntini, scientifici e non, che non esista un complotto internazionale contro Schwazer. Il caso nuovo, se i risultati saranno confermati con tutte le garanzie, rende quella tesi ancora più difficile da sostenere. Ma il nuovo procedimento non cancella le stranezze del 2016 perché in questa storia possono essere vere insieme più cose. La più vera di tutte è che l’evidenza è morta. Che cosa dovrebbe accadere perché ciascuna delle due parti cambiasse idea? Se la risposta è nulla, non siamo più davanti a due interpretazioni dei fatti. Siamo davanti a una fedeltà.

 

CONTINUA A LEGGERLO NELLA VERSIONE COMPLETA SU SUBSTACK

 

 


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER


scopri la newsletter di oggi

Una statua per Ronaldo di Lo Slalom

Dove si legge del nuovo record di Cristiano in risposta a Messi, Mbappé e Haaland. Un Mondiale bellissimo. E stanotte c’è Neymar

Leggi su Substack


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.