Il peso che Ullrich si è tolto dalle spalle

E adesso che si fa? Ventisei anni dopo la sua vittoria al Tour de France, ci sarebbero le condizioni per tirare una riga sul nome di Jan Ullrich scritto nell’albo d’oro. Per lo stesso motivo che ha spinto l’Unione ciclistica internazionale a regolarsi così con Lance Armstrong: doping. Lance andò a confessare tutto in tv da Oprah Winfrey dieci anni fa, ormai lo avevano smascherato con la forza delle testimonianze dei suoi compagni di squadra. Smentire e negare non serviva più. Diventò l’Imbroglione, sette volte maglia gialla a Parigi, sette volte cancellato. Jan Ullrich si è invece liberato di un peso in questi giorni dopo molti silenzi e molte omissioni. «Se avessi raccontato la mia storia, avrei avuto anni migliori. Ma non ho avuto il coraggio. Quasi tutti assumevano doping in quegli anni. Non ho preso nulla che gli altri non prendessero. Ero colpevole e ora mi sento colpevole. Non volevo ingannare nessuno. Era un periodo diverso all’epoca. Il ciclismo aveva un sistema e io mi sono adeguato».

Può averlo fatto per amore tardivo di trasparenza o per ragioni di marketing, in prossimità della trasmissione su Amazon Prime del suo documentario Der Gejagte, Il Ricercato. È un titolo fuorviante. Ullrich ricercato non lo è stato mai. Armstrong sì, venne punita la sua tracotanza. Si era fatto da parte dopo averci sedotto con la storia della guarigione dal tumore, ma quando decise di tornare per stupire di nuovo, il ciclismo stabilì che l’inganno non poteva ricominciare, era durato troppo. Ullrich ha vissuto invece i suoi trionfi in un cono d’ombra e di malinconia, più simile a Pantani che al cow-boy americano. Ha attraversato un periodo di depressione. Ha dovuto disintossicarsi dall’abuso di alcol e cocaina. Forse per questo nessuno è andato a cercare gole profonde o prove più lampanti, più rumorose, di quelle emerse con l’Operación Puerto in Spagna. Ullrich non aveva il ghigno di chi ci aveva preso in giro. Non andava scaraventato giù da un piedistallo. Andava aiutato a risollevarsi dalla polvere. Ma ora che ha scelto pure lui un palcoscenico dal quale confessare, il Tour de France che fa? 

[dalla newsletter Deutsche Vita di Domani a cura di Lisa Di Giuseppe – ci si iscrive qui]

 

Johannes Aumüller sulla Süddeutsche Zeitung l’ha chiamata “la fine di una bugia”, mentre più critici sono stati i belgi di La Dernière Heure/Les Sports parlando di “curioso concetto di pari opportunità” di Jan Ullrich. Sportschau in Germania lo ha definito “un eroe temporaneo”, il titolo di un documentario che a suo tempo avevano preparato e che stanno ritirando fuori dal magazzino. Il sito della radio pubblica tedesca ha sentito il parere di Hajo Seppelt, esperto di doping per ARD, autore dello scoop sulla Russia che ha portato al disvelamento delle coperture di Stato per l’assunzione di sostanze proibite. Seppelt dice: «Penso che il favore più grande lo abbia fatto a se stesso. Sarebbe stato bello se lo avesse fatto prima. Anche lui lo ammette. Sarebbe riuscito a tirarsi fuori prima da questo tour psicologico di sofferenza che ha sopportato negli anni con problemi di alcol e droga». Seppelt vede un vero rimorso in Ullrich. «Penso che fosse intrappolato dentro sé stesso. Naturalmente anche lui era complice delle circostanze. Circostanze legali, per esempio, preso dal timore che gli sponsor potessero chiedergli di pagare i danni. È stato prigioniero di una vita bugiarda, portata avanti per tanti anni». 

Il giornale spagnolo El Pais ha chiesto una riflessione a Fernando Aramburu, il romanziere basco autore di Patria. “Se fosse stata raccontata in un romanzo – ha scritto – la vita del ciclista tedesco rappresenterebbe una sfida alla credibilità. La sua confessione ci dice quanto sia pericoloso costruire progetti sull’assenza di verità. Puoi ingannare gli altri, mai te stesso. Non non importa quanto pedali, sarà molto difficile per te accettarti”.

 

 

È in libreria da qualche giorno Marco Pantani. Alto sui pedali. Una vita alla rovescia [Sperling & Kupfer], l’ultimo libro di Marco Ciriello, ogni tanto incursore amichevole su Slalom. Marco racconta una vita alla rovescia, in omaggio al Martin Amis de La freccia del tempo, va dalla fine al principio, così che all’ultima pagina il cuore di Pantani stia battendo ancora. La sua Romagna è descritta come un pezzo d’Asia nel cuore d’Italia, il suo corpo come uno degli altri tre che sono stati esposti senza vita e sono diventati simulacro di una nazione: Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini e Benito Mussolini. Nei capitoli tornano anche gli avversari di Pantani, uno di essi – molto bello – è dedicato proprio a Ullrich. 

 

  PAGINE 

“La prima cosa che insegna la bicicletta è come stare da soli. Ore e ore di pedalate, con la solitudine degli altri di fianco. Ma Jan Ullrich è il più solo di tutti, un ragazzino introverso e testardo, per questo non ha mai imparato a giocare a poker in gara. E non conoscendo il poker ha perso diverse volte. È di marmo anche se gracile. Un vero tedesco dell’Est. Cresciuto vegliando i Tour de France di nascosto, all’ombra dei silenzi, delle delazioni, perché il Tour è vietato come le Adidas, che comprerà solo pochi giorni dopo la caduta del Muro, quando oserà avventurarsi di là, scoprendo poi anche la sua prima Bianchi. In seguito avrà la Pinarello. 

… Il racconto dei suoi allenamenti fissando la carta da parati è un grande esempio di abnegazione, e nel suo caso doppio, perché per tutta la vita lotterà contro la fame, che lo porterà a ingrassare sempre in inverno e poi a dimagrire prima dei grandi Giri.

… Quella carta da parati fissata in un garage, poi in una cantina, infine in una casa ampia da ricco – luoghi che hanno in comune gli sforzi per smaltire  quello che non avrebbe dovuto mangiare, soprattutto dolci – è la prova che Ullrich è un bambino infinito.

… Ma in gara resta il disagio, come se non si fosse mai abituato al mondo oltre il Muro. Un disagio che diventa instabilità psicologica, debolezza rispetto alle pressioni: se non riesce a vincere si sente in colpa, e al masochismo del ciclismo si aggiunge il masochismo della colpa indotta. È puro, ma fragile. Uno straniero, anche nel suo sport. Mentre Armstrong regge il pronostico – anche se con l’aiuto del doping – perché supportato da un carattere da John Wayne, bullismo e recita, e ha un’ansia famelica, Ullrich no, è come fiaccato dai rimorsi, viene da un mondo cancellato, da un’educazione sportiva giudicata deleteria, e da una famiglia senza padre”. [per gentile concessione dell’autore]

 

Nei giorni scorsi Alessandra Giardini ha raccontato su Domani perché parliamo ancora di Pantani, cos’è che ci fa interessare a lui a quasi vent’anni dalla morte. 

Ciriello dice perché “noi col campione attendiamo anche lo stupore della vita, e la vita oggi sembra uguale a Instagram: non ne vuole sapere di sudare, sporcarsi, cadere. L’ultima carità di una pedalata differente, ecco cosa aspettiamo e non troviamo, e che Pantani ci ha dato fin da subito”. 

Giardini aggiunge che “Pantani è diventato parte del corredo di ogni salita. Vai a vedere un tappone, ti piazzi sul punto con la pendenza più dura e issi sul camper la bandiera col teschio del pirata. Vai a scalare un passo magari con la e-bike ma se hai la bandana in testa fai la tua figura lo stesso. C’è scritto Pantani Pantani Pantani nei punti più difficili di qualsiasi salita, e corridori che quando Marco è morto dovevano ancora nascere dopo il traguardo ammettono di avere pensato a lui. Sulla sua tomba, a Cesenatico, ci sono i disegni dei bambini, a cui la storia viene tramandata, e loro lo dipingono ancora a braccia alzate, e a bordo strada c’è sempre la neve”.

A Pantani invece, ricorda Alessandra Giardini, “che in greco vuol dire tutto, le storie le raccontava suo nonno Sotero, che in greco vuol dire Salvatore, e se Pantani ha mai avuto un mito quello era lui. Che lo portava a pescare sul molo e potevano stare un giorno intero senza dirsi una parola. Però la sera gli raccontava: anche il ciclismo, anche i campioni. Marco era già morto quando la Tonina trovò fra le sue cose un biglietto giallo con la calligrafia di bambino. «Spero un giorno di diventare un campione come Saronni». Quando ci mettiamo sul punto più duro della salita e immaginiamo ancora di vederlo sbucare dietro la curva, vogliamo soltanto ritrovare chi ci raccontava le favole quando eravamo piccoli, e tutto sembrava ancora possibile. Teschi, bandane, brutte statue di bronzo sulle salite, busti, stele, e quando lo evochiamo lui arriva,«come un popolo estinto di cui restano le rovine, la lingua, i gesti, le battaglie, l’arte, i manufatti e le tombe». Il più bello dei monumenti non è neanche in salita, l’hanno messo nel cortile della Mercatone Uno, è quello che si vede dalla A14, l’autostrada che porta al mare, all’uscita di Imola. Panta è dentro una gigantesca biglia, di quelle che avevamo da bambini per giocare sulla spiaggia. E lui è lì, eternamente in maglia rosa, in piedi sui pedali, le mani sul manubrio, a ricordarci quanto ci siamo divertiti”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.