Al Pacino e il mito del discorso nello spogliatoio

  Vent’anni fa – il 7 aprile del 2000 – usciva in Italia Ogni maledetta domenica, il film che ricordiamo soprattutto per il discorso di Al Pacino – il coach Tony D’Amato – alla sua squadra nello spogliatoio, a tre minuti dalla fine della partita che vale i playoff.
“Un discorso di quattro minuti – ha scritto Pier Bergonzi sabato su Sportweek – che è un capolavoro di recitazione e di tecnica di comunicazione. Tutti i tecnici del mondo lo hanno visto e rivisto. Il Cholo Simeone lo ha usato più volte per spronare le sue bande di guerrieri fin da quando allenava in Argentina e Pep Guardiola si è ispirato a Tony D’Amato per il discorso che trovate in All Or Nothing, bel docufilm sul Manchester City guidato dal genio catalano”.

 


 

 

Il discorso – Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.
Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi da anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.
Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.
In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.
E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.
Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

 

  La critica – Un grande e un po’ debordante film sullo sport, con i limiti dei film sportivi (il moralismo e il tecnicismo con relativo senso di estraneità del pubblico non specificamente interessato) portati agli eccessi e a dimensioni titaniche – ma pieno di meraviglie di regia e di personaggi ben disegnati  Irene Bignardi la Repubblica, 10 aprile 2000

 

Il mito del discorso nello spogliatoio

 

  L’allenatore che cambia la partita parlando alla squadra è una delle colonne della mitologia legata al calcio. Se uno ci pensa, bisogna essere davvero bravi per riuscirci. Professionisti della comunicazione. L’intervallo dura 15 minuti. Nei 15 minuti è compreso il tempo del rientro negli spogliatoi e il tragitto inverso del ritorno in campo. Se tutto va bene i minuti effettivi sono 10, forse 8. Lì dentro c’è gente arrabbiata perché le cose stanno andando male e a volte malissimo, oppure gente distratta, qualche insider è disposto a raccontare che ci sono calciatori che aprono la borsa e controllano i messaggi al cellulare. Soglia dell’attenzione: bassa. 
All’interno di questo contesto, sono narrati celebri discorsi che hanno cambiato faccia alle partite. Sono diventati cinema, grazie ad Al Pacino sono diventati genere. Il documentario En el corazon de la Duodecima ci ha portato nel cuore del discorso fatto da Zidane al Real Madrid nell’intervallo della finale di Coppa dei Campioni a Cardiff. 
«Solo due cose: è una finale, sappiamo che è una partita difficile, lo è anche per loro. La cosa più importante per noi: difensivamente dobbiamo essere più aggressivi, ma in senso positivo, non che escano cartellini. Per noi è importante arrivare in tempo, stare più vicini tutti e più aggressivi, quando non abbiamo la palla. Dobbiamo faticare, è una finale, però sempre pensando che il gol arriverà». I retroscena italiani raccontarono che nel frattempo dentro lo spogliatoio della Juventus Bonucci dava un buffetto a Dybala per l’ammonizione presa e Barzagli rimproverava Bonucci per una gamba messa male sul gol del Real. 
  Nel citato All Or Nothing visto su Amazon, Guardiola dice ai suoi del Manchester City: «Oggi non ho visto la voglia di vincere nei vostri occhi. Alcuni di voi giocano meglio quando sono arrabbiati con me: quindi se vi serve odiarmi, odiatemi. Odiatemi! Conosco le vostre qualità, so quanto talento avete. Ma per diventare la squadra più forte, dovete imparare a giocare a calcio con coraggio. In ogni singolo allenamento, in ogni singola partita, dovete essere pronti. In conferenza stampa vi difenderò fino alla fine dei vostri giorni e delle vostre vite, ma fuori vi dirò sempre la verità». C’è un docufilm della federazione portoghese in cui si vede Fonseca, ancora allo Shakhtar, dire ai suoi davanti a una lavagna: «Dov’è l’ambizione? L’ambizione deve essere costante in questa squadra, in ogni partita. Sta a voi, soprattutto, dirvi dentro di voi che volete vincere. Che volete arrivare alla fine del campionato ed essere primi. Buona partita, andiamo». 

 

  Il mito nel mito è la sfuriata. L’allenatore incazzato che scuote una squadra moscia e la trasforma, con il sarcasmo verso i suoi o con il turpiloquio. Il prototipo cinematografico in questo caso è il Molosso, l’allenatore creato da Paolo Sorrentino, nella scena che apre L’Uomo in più. Così spuntano il Conte decisivo nell’intervallo del derby (Quanti gol avete ancora intenzione di prendere?) oppure il Jesse Marsch del Salisburgo dopo il 45’ della partita di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. «Come prima cosa: quanti falli abbiamo commesso? Due, forse? Bisogna essere più spietati con Van Dijk! Non è un fottuto amico, è una partita di Champions League. Giochiamo con troppo rispetto. Troppo rispetto. Sono forti? Sì. Ma ciò non significa che dobbiamo essere gentili con loro e non affrontarli o combattere. Devono sentirci, ragazzi, devono sapere che siamo qui per combattere e non solo per provare a giocare come loro. Stiamo giocando una fottuta partita». 

 

  Prima che arrivasse Al Pacino come si faceva? Più candidamente c’erano i cartelli. I cartelli motivazionali. Li metteva Helenio Herrera dentro lo spogliatoio della Grande Inter. Tipo c’era scritto: “Chi non dà tutto non dà niente”, oppure “Difesa 30 gol, attacco 100 gol”, un altro era “Chi gioca per sé gioca per l’avversario” e infine “Classe + preparazione + intelligenza = scudetto”. Immaginate la carica. Con gli slogan ci ha provato anche Maradona da CT dell’Argentina al Mondiale sudafricano: “Sogna che puoi e potrai”. Ma i tedeschi evidentemente sognarono più forte. 
Ezio Azzollini per Quattrotretre ha ricostruito qualche mese fa la storia dei cartelli motivazionali. Fu più o meno quando ne spuntò uno dentro lo spogliatoio di Pioli al Milan: . “Champions: 15 partite, 13 vittorie, per noi nulla è impossibile”. Ranieri ne mise uno tra le pareti di quello della Roma nel 2010 con lo scudetto sfumato a poche giornate: “Senza rimpianti”. Mazzone mostrava ai suoi ritagli di giornali che contenevano critiche: “Ragazzi c’è un regalo per voi”. Sacchi lesse ai milanisti prima della finale di Coppa con la Steaua l’articolo con cui Brera lo consigliava di giocare all’italiana. Ha ragione lui o noi? Nel ritiro della Spagna a di Euro2012 comparvero scritte sui muri: “La storia non vince le partite, l’impegno sì”, oppure “La storia non segna i gol, il talento sì” e anche “La storia non ti rende campione, l’umiltà sì”. 
Una eccezione è scolpita nella storia della Lazio. Lungo il cammino verso lo scudetto del 74, con la squadra in svantaggio contro il Verona all’Olimpico, Maestrelli non parlò, non disse nulla, anzi cancellò l’intervallo. Si mise sulla soglia dello spogliatoio e rimandò la squadra in campo, a trascorrere quei 15 minuti lì, sul prato, sotto gli occhi della folla incredula che cominciò a cantare: 1-2 a 4-2. Scudetto. Il potere del silenzio. O forse erano solo più forti. 

 

  «I discorsi a fine primo tempo? Ci sono molti cliché. Dicono che si possono tenere discorsi tranquilli ma sono le sfuriate a lasciare il segno. È come a scuola. Di cosa ci si ricorda? Delle dieci volte in cui il professore ci ha detto bravo o di quella volta che è uscito fuori dai gangheri?». | Antonio Conte a L’Équipe Magazine, 23 novembre 2019

 

  «Di solito non ricordo cosa dico. Se i ragazzi non le riferissero dopo alla stampa, non saprei nemmeno di averle detto. Ricordo Origi dopo la partita con il Dortmund (nei quarti di finale di Europa League 2016, quando il Liverpool ha rimontato da 1-3 per vincere 4-3). Disse: “Il mister ci ha detto a metà partita che se fossimo riusciti a ribaltare il risultato, sarebbe stata una storia da raccontare ai nostri nipoti, e quindi valeva la pena provarci”. Ma se fosse così facile, direi loro cose del genere ogni volta. Vogliamo sempre storie da raccontare ai nipoti. In realtà quando iniziamo una riunione di squadra, l’unica cosa che so in anticipo è la prima frase». | Jürgen Klopp a James Pearce, the Athletic, 25 novembre 2019

 


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