Che cosa ci fa il Tour de France in cima a un vulcano

  C’è questo posto dove il Tour de France non passava da trentacinque anni, si chiama Puy de Dôme, e stiamo tutti aspettando che quassù sia messo in piedi un nuovo episodio della saga Pogacar-Vingegaard, all’indomani della vittoria in volata di Mads Pedersen a Limoges. Ci si arrampica in cima a questo vulcano spento in ricordo di un antico duello tra Jacques Anquetil e Raymond Poulidor nel 1964. Quei geni francesi de L’Équipe hanno costruito così la prima pagina di oggi, sovrapponendo uno strato all’altro, quello che in fondo succede quando parliamo di sport e diamo sempre sempre sempre una carezza a chi c’era prima di noi. 

 

 

Come dice Alexander Roos su L’Équipe a proposito del duello o delle due vittorie di Ocaña nel 71 e nel 73, si tratta di episodi che per molti di noi restano solo un foto o immagini sfocate. Il bello del Tour de France è visitare nel tempo gli stessi luoghi, come pellegrinaggi, per permettere la sovrapposizione di immagini e gesta, la trasmissione di storie. Se i nostri genitori ci hanno parlato di Fignon-LeMond o di Hinault-Fignon, i loro avevano raccontato della contrapposizione tra “Maître Jacques” e “Poupou”, e ancora prima di loro si parlava di Coppi e Bartali, in un domino generazionale che mantiene un filo invisibile attraverso i secoli, nella certezza che la mitologia del ciclismo non sarà mai cancellata, grazie a questo legame familiare e intimo, fondamenta di uno sport che oggi sarebbe meno bello, se non fosse stato così grande in passato

Roos allora dice che lo scontro tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard sarà il nostro pezzo di storia, quello che trasmetteremo a chi verrà, quando sarà scoccata l’ora della vecchiaia, quando ci toccherà essere il nonno intenerito che ogni domenica riavvolge i suoi racconti e calpesta nella nebbia dei suoi ricordi, o almeno speriamo, speriamo che la tappa non ci deluda mentre nell’attesa andiamo verso l’inaspettato, saltellando come bambini la mattina di Natale”

Il vulcano dell’Alvernia si sveglierà e con i suoi tremori rabbrividiremo tutti, dice ancora Roos, firma immaginifica de L’Équipe. È una salita di 13,3 km al 7,7%, compresi gli ultimi quattro a oltre l’11,5% di media. Il panorama emerge solo nell’ultimo tratto. Gli organizzatori hanno scelto di non mettere altre fatiche lungo il tragitto. Secondo Pierre Rolland, vincitore di due tappe al Tour in carriera, sarà una scalata esplosiva. I km più attesi sono gli ultimi 4,1, quelli che iniziano dalla barriera che di solito blocca l’accesso alla vetta, gli ultimi tre si srotolano lungo un luogo chiamato La Baraque. 

Nel suo servizio di analisi della strada, L’Équipe sottolinea la ristrettezza della strada e la mancanza di spazio. Non ci saranno macchine tra quella dell’organizzatore e quella che segue gli uomini di testa. Le squadre potranno posizionare persone del proprio staff a 2 km e 800 metri dalla vetta. In deroga alle norme dell’UCI, potranno avere anche biciclette di scorta.

 

 

 rewind LA STORIA DI QUESTA SALITA  La prima volta del Puy de Dôme al Tour de France è stata il 17 luglio del 1952. Fausto Coppi in maglia gialla vinse la sua quinta tappa e volò verso la vittoria finale. Sette anni più tardi, misero in piedi una cronometro, andata a Federico Bahamontes. Nella tappa leggendaria del 64, Jacques Anquetil e Raymond Poulidor salirono fianco a fianco, in certi tratti perfino spalla a spalla. Poulidor riuscì a staccare Jacques nel finale, ma senza rubargli la maglia, per 14 secondi. Dopo la doppietta di Ocana, nel 75 Eddy Merckx prese un pugno da uno spettatore lungo la salita, fu colpito al fegato, lascerà la vittoria finale a Bernard Thévenet. Nel 1983 Pascal Simon riuscì a difendere la maglia nonostante una spalla fratturata quattro giorni prima. Si sarebbe arreso dopo 48 ore. L’ultima volta ha invece vinto un danese come Vingegaard, si chiama Johnny Weltz, e da allora la salita è scomparsa, da quando la costruzione della ferrovia a cremagliera, ha ristretto la strada, spingendo a chiuderla al traffico e ai ciclisti.

|Gabriele Gianuzzi su Ultimo Uomo ha ricostruito come mai il Tour ha impiegato tutto questo tempo per tornare. Sintesi: È una questione puramente politica. La zona è stata prima inserita nella lista dei Grand Site de France e successivamente nei Patrimoni dell’Umanità UNESCO. Un lavoro enorme da parte dell’amministrazione dipartimentale, che curiosamente porta nel proprio nome quello del vulcano. Un lavoro che per anni ha avuto la priorità su tutto, perché considerato di importanza fondamentale per poter vendere l’immagine corretta del Puy de Dôme e attrarre il maggior numero possibile di turisti. Oggi il Puy de Dôme è uno dei siti naturali più visitati di Francia con oltre 550mila visitatori all’anno. Questo obiettivo sembrava non potersi conciliare con un arrivo del Tour de France, con tutto il suo “circo mediatico e logistico” collegato che forse avrebbe avuto un impatto non indifferente su un fragile ecosistema come quello del vulcano. Al link più su trovate tutte le sfumature della storia, compresi i timori di qualche incursione di protesta da parte di gruppi ambientalisti.

|Giovanni Battistuzzi, firma di ciclismo del Foglio, sullo spazio Giro di Ruota racconta che c’è nessuna montagna più simile al Tour de France del Puy de Dôme. Sono fatti per stare assieme, per andare a braccetto. Un grande ricciolo è il Tour, lo era in origine per percorso, lo è ancora per definizione: Grande Boucle. Un grande ricciolo è anche il Puy de Dôme, o quantomeno la strada che conduce in cima alla sommità, arrotolandosi sul cono del vulcano: un’unica lunghissima curva, un velodromo verticale. I grandi riccioli a volte prendono strade differenti, ma sono destinati a reincontrarsi. Fanno così i riccioli, tornano sempre indietro Il Puy de Dôme non ha due lati, non ne ha nessuno in realtà, è conico. Il Puy de Dôme non ha salita e discesa, ma solo salita o solo discesa, ma prima serve arrivare in cima. Il Puy de Dôme non era e non poteva essere una montagna da Tour de France. Lo diventò con il tempo, aspettando il momento giusto.

| Alexander Roos, ancora su L’Équipe, parla di fauci del Tour de France, mentre Marco Bonarrigo sul Corriere della sera sottolinea che si salirà nel silenzio. Ieri pomeriggio centinaia di uomini della Gendarmerie hanno perlustrato ogni anfratto della montagna per invitare i tifosi più sfegatati a scendere a valle: non c’è spazio dove accoglierli, la strada è larga tre metri, a sinistra e a destra si alternano la massicciata del trenino a cremagliera, le cui corse sono sospese, e uno strapiombo. È un Vesuvio ma risparmiato dagli abusi edilizi.

| Nella sua newsletter per Bidon Magazine Leonardo Piccione racconta come durante il suo Tour de France, anche Lawrence d’Arabia lo scalò. Era diventato un ottimo cicloturista, agile sui pedali e pratico con le riparazioni, tuttavia non seppe mai (morì nel 1935) che il vulcano sarebbe diventato un luogo mitico del ciclismo mondiale, né tanto meno che noi, alla vigilia del ritorno del Puy-de-Dome al Tour dopo 35 anni, avremmo usato una sua citazione per celebrare l’evento. In uno dei passaggi più celebri dei Sette pilastri della saggezza, l’epico diario delle sue avventure mediorientali, Lawrence spiega quale sia la differenza tra gli uomini che sognano di notte e quelli che – come i ciclisti che scalano le montagne, come noi li attendiamo – lo fanno in pieno giorno: «Quelli che di notte sognano nei polverosi angoli della propria mente scoprono, di giorno, che era solo vanità; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno a occhi aperti, per attuarlo».

Andiamo a vedere che cosa succede. 

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