Dentro la macchina Cori Gauff. Pensieri, colpi e anima di un’erede controvoglia


  «A volte, essendo una donna, una donna nera nel mondo, ti accontenti.

Sento che Serena mi ha insegnato a non farlo, guardandola.

Lei non si è mai accontentata di avere qualcosa di meno»

Cori Gauff

 

Il problema di riporre delle grandi aspettative in una diciannovenne è che lei rimane una diciannovenne. La più attesa fra le attese del tennis femminile è arrivata. Aspettiamo Cori Gauff da quella volta in cui si presentò a Wimbledon all’età di 15 anni e 122 giorni, partita dalle qualificazioni, per far fuori al primo turno Venus Williams e diventare la più giovane tennista a vincere un match in uno Slam dai tempi di Anna Kournikova. Ne aveva 14 quando vinse il Roland-Garros jr, uno di meno quando aveva perso la finale a New York, appena otto nel video che circola da ieri sera, lei bambina sulle tribune di Flushing Meadows, tra il pubblico con il papà, mentre balla e finge di fare una telefonata. Sul campo che porta il nome di Arthur-Ashe, era andata a vedere le sorelle Williams aprire la strada a una nuova generazione di giocatrici afro-americane racconta stamattina il New York Times, ora che è finita la prima edizione degli Us Open nel dopo-Serena. Tre anni fa, al terzo turno del torneo, erano rimaste in corsa undici ragazze americane in tabellone, il massimo dall’edizione del 1989 e il massimo in assoluto in uno Slam dal torneo di Wimbledon del 1994. Prima di cominciare erano 12 le afrodiscendenti insieme con Venus e Serena Williams, il motore di un cambiamento che ha portato Cori Gauff dov’è ora e che ci mette in attesa di Clervie Ngounoue, 17 anni, campionessa jr all’ultimo Wimbledon. 

 

Con Cori era da tempo una questione di quando, non di se

Nell’ottobre del 2019 Gaia Piccardi sul Corriere della sera scriveva: Il tennis femminile vanta una lunga serie di record di precocità (la più giovane di tutte, 42 anni dopo, resta la 14enne Tracy Austin con l’apparecchio per i denti a Portland ’77) ma l’impressione è che Coco Gauff sia sbocciata per restare

Joshua Robinson sul Wall Street Journal racconta che la sua ascesa aveva assunto una nuova urgenza dal settembre scorso, quando Serena ha detto basta. Era già da tempo una predatrice di primati nel campo della precocità. Le mancava ancora di mettere le mani su una coppa, come ha fatto ieri sera rimontando un set di svantaggio alla giocatrice che da domani sarà la numero 1 al mondo, Aryna Sabalenka, la bielorussia che va in campo senza bandiera e per questioni politiche è un bersaglio dei fischi in mezzo mondo, l’avversaria a cui le ucraine non stringono la mano. Dopo la sconfitta ieri sera era sull’orlo di un collasso psicologico, strozzava il riso e il pianto insieme per aver gettato via una partita che stava dominando. Il New York Times la definisce una sabotatrice di sé stessa, non sempre, ogni tanto, ieri sera sì.

Al suo meglio – scrive Christopher Clarey – Sabalenka è un esempio di power tennis, dritti violenti, un servizio devastante, una volontà di ferro. Eppure tutte queste qualità hanno la brutta tendenza ad abbandonarla nei momenti cruciali. Con la sua irregolarità e i suoi errori gratuiti di dritto da fondo campo ha riammesso Cori in partita. 

 

La testa

 

Per Cori detta Coco è stata a lungo una faccenda di fiducia in sé stessa. Ne ha parlato apertamente qualche mese fa, confessando di essere con tutt’e due i piedi dentro la sindrome dell’impostore. Significa che combatte uno stato d’ansia, pensieri che si affacciano e le suggeriscono di essere inadeguata, di trovarsi in un posto non adatto a lei. Ci sta lavorando. Gauff è cresciuta a Delray Beach, in Florida, figlia di un’insegnante e di un dirigente sanitario di medio livello che hanno trascorso gran parte degli ultimi quattro anni viaggiando per il mondo con lei. Il clic è scattato quando mamma e papà l’hanno affidata al nuovo allenatore Pere Riba e a mister Brad Gilbert, il coach che ha fatto uscire Andre Agassi da un guscio di disagio e l’ha trasformato in un vincitore seriale, lo stesso coach che era all’angolo di Andy Roddick, l’ultimo maschio USA vincitore di uno Slam.

Brad doveva solo smuovere qualcosa, sa come si fa, Gauff ha vinto il titolo a Washington, a Cincinnati, ha perso solo una partita sul cemento in tutta l’estate. Sulle vecchie t-shirt dove aveva fatto scrivere a suo tempo Call Me Coco, per non sentirsi dire ripetutamente la nuova Serena, ha cancellato Coco e ha aggiunto Champion. Sembra consapevolezza. 

 

Qualche giorno fa su Domani Giorgia Mecca spiegava che Coco non ha una vera conversazione con persone della sua età da anni, quando incontra una sua coetanea non sa mai come comportarsi, non sa cosa rispondere alle domande, ha sempre paura di dire la cosa sbagliata. A livello professionistico e non solo, il tennis ti induce a pensare che gli altri siano avversari da sconfiggere, è un pensiero adulto da cui è difficile liberarsi.  La bambina diventa L’Erede, lo testimoniano le treccine, gli abiti dai colori sgargianti, la sicurezza con cui scende in campo. Questo è ciò che vede il mondo. Dietro, come racconta a Noah Rubin di Behind the Racquet, c’è un termine che la spaventa: depressione. Chi le sta intorno le dice che è troppo giovane per essere depressa, «sei solo adolescente»; la verità è che fuori dal campo l’adolescente passa molto tempo rannicchiata in un angolo a piangere. Amici? Zero. Cosa significa arrivare lontano? Quando succederà? E soprattutto, una volta arrivata lontano, smetterò finalmente di essere così triste, di sentirmi così inadeguata, riuscirò a guardare negli occhi i miei coetanei non tennisti senza tremare? Ne vale la pena? Non tutti i giorni. Ogni tanto si sente esausta, le capita di spaccare le racchette in campo, un gesto per cui si merita di essere fischiata. Lo sta facendo di proposito, vuole far vedere a tutti come si sente, prigioniera del campo. Ormai però è impossibile tirarsi indietro, l’America fa affidamento su di lei, il tennis afroamericano anche, e poi famiglia, sponsor, copertine di giornali.

Sally Jenkins, editorialista del Washington Post  dice che ci è voluto tutto questo tempo per crescere – sebbene non sia poi così lungo, in realtà: è solo che il resto del mondo ha fretta e quattro anni sembrano 40 – c’è voluto tutto questo tempo perché Gauff ha trascinato le aspettative come un sacco di pietre per tutta la sua adolescenza e le mancava un fermo senso di autostima. Questa finale è stata un rito di passaggio. È stata la prima vittoria che ora renderà tutte le altre molto più facili. Le insicurezze sono state messe a tacere, sono state superate “prove e tribolazioni”, come ha detto lei, e davanti le appare un futuro limpido e pieno di opportunità

 

I colpi

 

Gerald Marzorati sul New Yorker, a suo tempo l’ha definita una sorta di sorella Williams 2.0. Suo padre, Corey, un tempo giocatore di basket alla Georgia Tech, ha attinto all’esempio di Richard Williams per sviluppare il talento tennistico della ragazza. Gauff, da parte sua, ha il corpo longilineo di Venus, lo stile di colpire e l’atteggiamento di Serena in campo. Ci sono state altre giovani donne nere americane che hanno preso in mano una racchetta – o le è stata messa in mano da papà ambiziosi – a causa delle sorelle Williams. Questo è uno dei modi in cui le Williams hanno cambiato il gioco. Ma nessuna di loro è stata così sotto osservazione e da così tanto tempo come Coco Gauff, con aspettative gigantesche da parte di allenatori, giornalisti, sponsor – l’intero mondo del tennis.

Matthew Futterman sul New York Tennis spiegava nella primavera di un anno fa che il gioco di Gauff, quando evita quelle sue brutte serie di doppi falli, è costruito attorno al suo potente servizio. È all’incirca della stessa altezza media delle altre migliori giocatrici, ma ha le gambe lunghe. Questo la aiuta a coprire molto più terreno con pochi rapidi passi, mentre invece le rende più difficile la vita su palle che rimangono basse, sull’erba e sul cemento. Se c’è stato un filo conduttore nelle prime tre partite di Gauff, è quanto sia stata ben posizionata così spesso. Può colpire la palla all’altezza della cintura, sfruttando la frazione di secondo in più che la terra concede, per mettere i piedi in posizione o per scivolare

Già da ragazzina riusciva a toccare la velocità di 190 km orari con la prima palla. Mark Kovacs, che ha lavorato con lei, ha spiegato alla stampa americana «Gauff inizia con una postura rilassata, allineata ed equilibrata, che le permette di immagazzinare e rilasciare energia. Tenere il braccio sinistro dritto le consente un lancio regolare della palla. Spinge forte nel terreno, usando i muscoli della gamba destra per raccogliere forza nella parte inferiore del corpo». Secondo Kovacs, durante questa fase di carico potrebbe ruotare di più i fianchi, di circa 15-20 gradi in senso orario. Un obiettivo da raggiungere per non caricare troppo sul busto e avere problemi alla spalla.

«Ha una grande rotazione esterna della spalla, punta petto e gomito verso il cielo e la racchetta dritta a terra. Ha una buona accelerazione della parte superiore del corpo. Quando il suo gomito si sta ancora alzando verso l’alto, la sua testa è sollevata e i suoi occhi sono sulla palla. Molti grandi battitori non sanno farlo. Al contatto della racchetta con la palla, il suo corpo si muove in avanti, con le spalle perpendicolari alla rete. Ruota la spalla destra verso l’interno e spinge con l’avambraccio. Il braccio è dritto, con la punta della racchetta rivolta verso il basso. Dopo l’atterraggio, la gamba destra riprende l’equilibrio in modo da poter rapidamente recuperare la posizione per il colpo successivo».

Gerald Marzorati scrive sul New Yorker che nel tennis “la difesa è forse l’aspetto meno discusso. Non è quantificabile, come il numero di ace. Non viene facilmente catturata negli highlights sui social media. In un’era in cui il gioco è sempre più atletico e i tiri d’attacco partono da ogni zona del campo, può essere difficile dire esattamente quando una giocatrice si sta davvero difendendo. Ecco cosa ha fruttato a Coco Gauff il titolo degli US Open sabato, più di ogni altra cosa. Fin dai primi istanti della finale di sabato, era chiaro che l’attacco non sarebbe stato un’opzione per Gauff. La potenza di Sabalenka era troppo per lei. Una grande difesa richiede velocità, e forse non c’è nessuno più veloce di Gauff nel tennis femminile. La difesa richiede una lotta instancabile, e Gauff ha anche questo. Le gambe, la sua grinta e l’incoraggiamento assordante piovuto sull’Arthur-Ashe – hanno spezzato il gioco di Sabalenka e la sua volontà. È una storia che probabilmente si ripeterà”.

 

 

L’era di Naomi Osaka

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L’anima

 

La Florida ha giocato un suo ruolo. Il New Yorker la definisce il luogo della factory del tennis americano. Tempo fa, il tennis femminile stava entrando nell’era di Naomi Osaka. La sua battaglia personale ora dimostra quanto sia stata straordinaria la parabola ventennale delle sorelle Williams. Se Gauff continua a crescere come dovrebbe, se rimane lontana dagli infortuni, è probabile che lei stessa diventi un promemoria vivente di quanto siano state grandi Venus e Serena

I Gauff consideravano la Florida – a lungo l’avamposto per il tennis d’élite – come il luogo in cui il potenziale iniziale di Coco poteva essere meglio coltivato. Oltre al tennis offriva legami familiari. La nonna materna, Yvonne Odom, aveva definito il suo processo di integrazione in una scuola superiore locale nel 1961. Un decennio dopo, il nonno Eddie Odom ha fondato là una Little League aperta ai bambini neri, un campo da baseball a Pompey Park prende il nome da lui). Cori non è stata ferma mai un momento. È andata a completare la sua formazione all’Accademia di Patrick Mouratoglou in Francia, uno dei coach di Serena, quando era ancora assai piccina. New Balance, Head e Barilla le hanno fatto guadagnare il primo milione di dollari in sponsortizzazioni, raccontava Jasmine Aguilera su Time. Scelse di affidare la sua immagine teen a Team8, la stessa agenzia di Federer. La famiglia è rimasta il suo punto fermo. Quando ieri ha vinto, si è chinata in ginocchio sul campo per pregare e da perfetta diciannovenne un attimo dopo aveva il telefono in mano, per provare a parlare con suo fratello su FaceTime, mentre aspettava la cerimonia. Non ha risposto. Si sono sentiti un attimo al telefono, più tardi.

Man mano che Gauff scalava l’élite del tennis, è diventata sempre più esplicita la traccia di nonna Yvonne dentro di lei. Aveva sedici anni, Cori, quando prese il microfono durante una manifestazione di protesta di Black Lives Matter nella sua città natale, in seguito all’omicidio di George Floyd. Disse che avrebbe lottato per il futuro dei suoi fratelli, dei suoi figli, dei suoi nipoti. Lo disse e lo stava già facendo. Quando le chiedono delle sue battaglie personali contro le voci che sente dentro, Gauff risponde che non bisogna mai dimenticare che la vita include «tipi diversi di pressione e che ci sono persone, altre persone, che lottano per dar da mangiare alle proprie famiglie, persone che non sanno da dove arriverà il loro prossimo pasto, persone che devono pagare le bollette. Questa è la vera pressione, la vera difficoltà, questa è la vita reale. Io vengo pagata per fare ciò che amo»  Sono parole sue. 

Venerdì sera, la sua semifinale contro Karolina Muchova è stata spezzata dalla protesta di un gruppo di ambientalisti. Gauff non si è lamentata. Ha parlato della sua convinzione per la stessa causa e del diritto delle persone di tutto il mondo a protestare pacificamente per qualunque cambiamento in cui esse credono, mentre si smuovono per lei, per andare a vederla e farne una nuova regina, stelle del calibro di Kevin Durant, Nicole Kidman e Charlize Theron. 

 

Le prospettive

 

Il tennis è pieno di comete trasformate in stelle cadenti, adolescenti bruciati nell’attesa del successo, o un attimo dopo. Ragazze e ragazzi – dice David Waldstein sul New York Times – travolti da fama e denaro. Perdono la concentrazione, festeggiano troppo, sfruttano la popolarità che viene dal primo titolo e diventano testardi. Nei prossimi giorni il programma di Gauff potrebbe essere parecchio impegnativo. Le verrà chiesto di apparire in programmi televisivi nazionali e di posare per servizi fotografici. Sarà invitata alle feste. Le celebrità si metteranno in contatto con lei, alcune come Barack Obama lo hanno igà fatto. A una giocatrice come Emma Radacanu, che ha vinto il suo primo US Open a 18 anni nel 2021, la conquista di un trofeo così importante in tenera età ha portato ricchezza e fama ma non ancora costanza. Da allora, Radacanu è uscita prima del terzo turno nei cinque tornei del Grande Slam a cui ha partecipato. Ma Gauff, i cui guadagni in carriera prima di sabato avevano già superato gli 8 milioni di dollari, è indicata da anni come la prossimo grande campionessa americana. Il successo non è arrivato in un istante. La popolarità non sembra essere un problema per Gauff. Dopo aver accettato l’assegno da 3 milioni di dollari, Gauff ha ringraziato Billie Jean King, anche lei sulla scena, per essersi battuta per la parità di retribuzione per le donne, un gesto – dice il New York Times – che mostra tutt’insieme maturità, umorismo e fascino

Prima della finale, non voleva pensare a come sarebbe andata a finire, vinco, perdo, chi lo so. Non voleva rischiare di restare appiccicata a quell’idea come un insetto a una carta moschicida. Ha rifatto una cosa da diciannovenne. Ha preso il telefono all’una di notte e ha chiamato il suo ragazzo. Si sono detti altro.

Fai buon viaggio, Coco. Hai tutto il tempo. Non aver paura di fermarti, se lo vuoi.

 

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