Chi disse dieci, chi disse venti, nel tempo trovammo una sintesi a dodici. I minuti che a Tokyo trascorsero tra l’oro di Gianmarco Tamberi e quello di Marcell Jacobs diedero vita alla più grande giornata nella storia dello sport italiano, quella volta che il primo disse all’altro «ma che cazzo abbiamo fatto», oppure “il giorno in cui hai visto l’impossibile, resterà come la leggenda di un momento lontano” [Vittorio Macioce, il Giornale].
Più o meno dicemmo che due destini si erano fusi per sempre, per un po’ è stato vero, finanche con i loro matrimoni hanno giocato a rincorrersi e acchiapparsi. Dicemmo che il tenero Gimbo sarebbe stato unito nei secoli dei secoli pure a Mutaz Barshim, il rivale, l’avversario, il tipo che dopo sette salti e sette misure senza errori fra 2,19 e 2,37, dopo tre errori a 2,39, quando erano pari in tutto, aveva ascoltato un uomo con un cartellina in mano, pareva Mike Bongiorno, il giudice di gara che domandava se volevano la busta numero uno, la due o la tre. Quello spiegava il regolamento, Barshim lo interruppe: «Si possono avere due ori?». Non era una mezza porzione, era una gioia raddoppiata.
Il giorno 2 dell’atletica d.C. comincia come il primo. Ha solo i colori rovesciati. Il titolo mondiale di Tamberi nel salto in alto riempie tutti gli scaffali di casa di questo ragazzo marchigiano e rende il bilancio del movimento a Budapest come il più glorioso degli ultimi vent’anni. Era da Parigi 2003, dieci edizioni fa, che non si arrivava dove siamo adesso. Ma questo sì che è uno scenario compatibile con l’ordinarietà dei cicli e dei successi di un paese come l’Italia, vanno, vengono, tornano, una nuova normalità cresciuta, non la straordinarietà d’un giorno, il bacio miracoloso dell’Olimpo.
Questa gioia di Gianmarco Tamberi è solo sua. Stavolta non ci sono stati 12 minuti a separarlo e unirlo da Marcell, ma due giorni, due sere, una domenica di bafagna con i piedi per terra e un martedì di aria pura e mossa, con la schiena a 2 metri e 36 d’altezza. Il destino comune stava perseguitando Gimbo pure in Ungheria. Ha provato a risucchiarlo nel gorgo-Jacobs, era quasi fuori dalla finale pure lui, l’ha afferrata all’ultimo salto, come il fiocco che ti dà un giro di giostra in più sulla testa del drago. È una gioia solo sua perché pure Barshim resta sullo sfondo, tre centimetri più giù stavolta, la differenza che passa tra poter fare un tuffo seminudo nell’acqua della riviera delle siepi e restare vestiti, canottiera, berretto, salire in tribuna dal gemello italiano, dirgli bravo, fare una foto insieme, battergli le mani, mescolare la bandiera ai figli, ai cori: lo sport insomma, che ci fa piangere e abbracciarci ancora.
È una gioia solo sua perché nemmeno papà Marco è in tribuna, papà che gli diceva come si fa, che glielo gridava e adesso non si parlano più da un po’, papà che finiva per scavare una buca, un vuoto, una distanza, tra le esigenze di Gianmarco e le soluzioni. Eccolo qua un agonista, un campione, un Peterpan di trent’anni che ancora si fa mezza barba sì e mezza no, uno che passa gli ultimi minuti prima della gara a suonare la batteria sulla pista. Un genuino che non si ferma. Uno sempre in viaggio, in cammino, alla ricerca di qualcosa, all’ascolto di sé.
Avremmo avuto per sempre Tokyo, Gimbo. Ma adesso abbiamo anche Budapest.

| Emanuela Audisio su Repubblica ha scritto: “Musica, maestro, che saliamo in quota. Mister Jump è lui. Il Bel Danubio blu va benissimo, ma ora è azzurro. Prende anche le bacchette. Ma siamo in una scena di Whiplash? Gimbo si riscalda: si mette a suonare la batteria lì in pedana, come fosse Ringo Starr. Un intrattenitore, ma anche un saltatore favoloso. Fa un po’ Wanda Osiris, ma quando serve lui c’è, ci puoi contare. E poi la batteria la suona per davvero anche nella vita. Il suo gruppo si chiamava The Dark Melody. Un anno fa Gimbo era venuto a Budapest per l’addio al celibato, prima di sposare Chiara, ora dà l’addio ai dubbi, ai dolori, alle incertezze. Ritrovare il passato si può, ma ritrovare sé stessi è più bello. «Fly or die» c’è scritto sulle sue scarpe di Tamberi. Vuoi mettere? Volare sul mondo è molto meglio”.
| Giulia Zonca per la Stampa lo vede “così solo in cima al mondo da sentirlo tutto suo dopo averci saltato sopra. Alla sua carriera «compromessa», come l’ha definita lui non manca più nulla. Occhi bassi, occhi sull’asticella, lo sguardo di Tamberi vaga per lo stadio e non inquadra mai abbastanza, cerca rumore, clamore, statura. Lui corre avanti e indietro, mostra i tiratissimi addominali a intermittenza, non vuole stare fermo perché ha pensato troppo prima, si è isolato abbastanza, si è preoccupato a sufficienza e adesso vuole sfogare energia e sacrifici”.
| Gaia Piccardi sul Corriere della sera considera che “così si salta solo in paradiso. O a Budapest. Di Gimbo Tamberi ne esiste uno solo, ed è nostro. Gimbo si nutre dell’entusiasmo del pubblico, aizza la folla, respira il tifo della curva, che nel frattempo si è riempita di atleti della compagnia dei celestini, come se fosse ossigeno indispensabile per volare più alto”.
| Marco Bonarrigo, ancora sul Corriere della sera, approfondisce le sue scelte coraggiose, “come quella di recidere il cordone ombelicale con papà Marco, l’uomo autorevole, autoritario e ingombrante che si è fatto odiare per averlo strappato ragazzino all’adorato basket e gli rinfacciava ogni bizzarria”. Bonarrigo ha fatto due conti e ha trovato che Gimbo sia giunto ieri alla gara 210 della carriera. “A contare i salti, riusciti o sbagliati, si arriva oltre quota 2.500 metri”.
| Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport mette in fila i suoi salti indimenticabili e ricorda: “E dire che la stagione di Gianmarco, con in marzo un sofferto cambio di guida tecnica dopo dodici anni – da papà Marco e Giulio Ciotti – era stata piuttosto tribolata. Nello staff, figure-chiave, anche il preparatore atletico Michele Polloni e il fisioterapista Andrea Battista. Niente indoor per recuperare al meglio una condizione fisica precaria e non più di due vere gare all’aperto. Persino la qualificazione di domenica è stata complicata. Il poliziotto marchigiano, a 2.25, s’è trovato con le spalle al muro, costretto a un terzo tentativo da “dentro o fuori”. Dentro, naturalmente”.
| Paolo Marabini, ancora sulla Gazzetta dello sport, azzarda: “Tamberi come Nole Djokovic, verrebbe da dire, cioè un fuoriclasse che non puoi mai dare per vinto sino all’ultimo respiro. Nemmeno se nel salto precedente ti ha dato l’impressione di essere sulle ginocchia, di non averne più. E al Djoker del tennis assomiglia anche negli atteggiamenti sul campo di gara. Gimbo è il guascone delle pedane”. Poco dopo fioriscono altri due paragoni, con Alberto Tomba e Valentino Rossi, per le vittorie e per “un atteggiamento scanzonato. La forza di Gimbo sta in quello che gli ha donato madre natura, sta negli allenamenti, ma sta pure nella leggerezza.Manfrine che a qualcuno possono non piacere, ma che per lui sono linfa vitale per andare oltre i limiti”.
| Franco Fava sul Corriere dello Sport-Stadio dice che “con Gimbo l’Italia fa 13, tanti gli ori iridati conquistati dal 1983. Solo Alberto Cova, rivelatosi proprio 40 anni all’edizione inaugurale dei Mondiale a Helsinki sui 10.000, era stato capace di mettere in fila tutti i trofei più prestigiosi. Ma quella di Gimbo è tutt’altra storia. Fatta di passione, dedizione e tanto coraggio Una carriera in cui è caduto più volte e altrettante ha saputo rialzarsi. Sempre più forte di prima. Una carriera che non è finita nella magica notte di Budapest, e che continuerà a far sognare almeno fino a Parigi 2024”.
| Walter Brambilla su Tuttosport attacca così: “Il fenomeno dell’atletica azzurra, non ce ne voglia Marcell Jacobs, è Gimbo Tamberi”.
Non ci sono più gemelli, nella città dove dovettero diventar grandi i ragazzi della via Paal.
pareri Javier Sotomayor
“Lui è sempre stato un ottimo saltatore, eravamo seduti vicini io e lui nella gara olimpica ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 quando era infortunato. L’ho visto soffrire ma da ex atleta so che quando hai l’anima del campione, poi esce fuori. Sentivo cioè che si sarebbe rialzato e infatti lo ha dimostrato a Tokyo. L’oro olimpico non lo ha poi appagato, ha saputo ripartire anche con vari cambi tecnici. Ma se hai la testa del campione, sai come tornare al top. E questa occasione di Budapest, dopo la mancata medaglia ai Mondiali di un anno fa a Eugene, l’ha sfruttata proprio al meglio” – di javier sotomayor, la Gazzetta dello sport.
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
Gianmarco Tamberi nell’archivio di Slalom
2 agosto 2021
L’oro olimpico
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Gianmarco Tamberi è una gallina che ha covato il suo uovo per cinque. Servono una lucidità e una capatosta fuori dal comune per conservare un gambale di gesso usato tra le lacrime nel 2016, metterlo in valigia, ricordare di portarselo dietro e avere la certezza di poterlo hollywoodianamente sdraiare sulla pista, a bordo pedana, per l’ultimo salto. Se non avete pianto davanti a quel gesso apparso a tradimento, non lo voglio nemmeno sapere.
Bisogna avere fede nel fatto che ci sarà una finale e che ci sarà un ultimo salto, una sconsiderata sicurezza che poteva passare per la testa solo a un ragazzo scapestrato, uno che le sicurezze spesso se l’è sbriciolate da solo, l’ultima volta era solo tre settimane fa. Quando pochi giorni dopo un 2,33 saltato a Firenze, si infilava dentro nuovi tunnel e si infliggeva nuovi tormenti per una gara andata male a Montecarlo. Sono le altalene di Tamberi dove può succedere di tutto, così le abbiamo chiamate più volte, e di nuovo ieri mattina, mentre avevamo occhi e batticuore per l’attesa di Jacobs. Adesso buttala via, Gianmarco, questa mezza barba. Non ci sono più lavori lasciati a metà.
Leonardo Coen sul Fatto quotidiano scrive: “Gimbo è funambolico. Mattacchione. Estroverso come un clown. Provocatorio. Ma anche personaggio tragico: la sua è una storia con una trama classica, dalle stelle alle stalle e poi la rivalsa, il lieto fine, ideale trama per gli sceneggiatori di Hollywood. Perché Gimbo è capace di tutto. Di grandi imprese. Come del contrario, poiché pretende sempre di più di quel che il corpo ogni tanto non riesce a concedergli. La mente vuole. E ce lo mostra. Anima pazza, in cui anarchia, sacrifici ed arte confluiscono nei gesti che preparano la rincorsa al salto in alto, specialità che libera per pochi istanti il corpo dalle catene della gravità. Se c’è una raffigurazione fisica dei limiti umani, il salto in alto lo rappresenta in modo perfetto. E filosofico. Il gesso, ingiallito dal tempo, si è trasformato in un amuleto. Gimbo, come un poeta, crede a certe liturgie della sorte. Ieri, all’ultimo tentativo, ha estratto dalla sacca quel gesso e l’ha deposto sulla pista che cingeva la pedana dei saltatori. Sulla vecchia scritta campeggiava la croce rossa che cancellava il 2020 sostituito dal 2021.
Sette salti, sette misure senza errori. Da 2,19 a 2,37. Tre errori a 2,39 come Barshim. Pari. L’uomo con un cartellina in mano sembra Mike Bongiorno. Domanda ai due se volevano la busta numero uno, la due o la trrrè.
Sta spiegando come funziona il regolamento con questa parità, quando Barshim – che deve sapere il fatto suo – lo interrompe: «Si possono avere due ori?». Non si stanno dividendo l’oro. Non sta chiedendo una mezza porzione. Lo stanno duplicando, Quello dice it’s possibile e mentre si sta lanciando in una spiegazione di qualcosa che non sapremo mai, viene travolto dal manifesto della gioia.
Paolo Brusorio su la Stampa dice: “Durante la gara Barshim applaudiva Tamberi che applaudiva Barshim: i saltatori sono gente strana. Fanno squadra tra loro, avversari sempre, nemici mai. Nel salto in alto come in quello con l’asta: deve essere volare che dà strane vibrazioni. Tamberi ha una storia di dolore che arriva da lontano, anche Barshim, talento puro e delicato come la seta, ha vissuto lo stesso calvario. Un ragazzo marchigiano e un altro di Doha si sono incontrati in volo e sono atterrati con una medaglia al collo. Identica. Quando l’amicizia vale oro”.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera spiega che la decisione “sfrutta l’ambiguità della Regola 181 di World Athletics che nei salti da un lato obbliga allo spareggio per l’oro, dall’altro permette alla giuria di accordare il pari merito. Che sarebbe stato concesso per accelerare i tempi: stavano per partire i 100 metri e le luci della pista andavano spente per la coreografia”.
Emanuela Audisio su Repubblica racconta: “Aveva fatto di tutto: pregare in ginocchio, agitare le gambe alla Josephine Baker, mimare un canestro, urlarsi con il padre. Gli amici condividono, non si sbranano dopo un viaggio al termine della notte, soprattutto se si sono lasciati biglietti sotto la porta nei momenti di maggiore sconforto. E a quel punto Tamberi sembrava preda di una pista mistica, piangeva, rideva, collassava, risuscitava, mostrava il gesso che per cinque anni aveva imprigionato il suo sogno oramai ossessione. E ripeteva: «Non ci posso credere»”.
Il nuovo mondo di Tamberi
Fabio Tonacci su Repubblica scrive che “la faccia di Gimbo piace. Che sia rasata a metà, o incorniciata da capelli bianchi alla Legolas del Signore degli Anelli, è fotogenica, buca lo schermo. Le televisioni lo cercano: il suo staff è stato contattato da un direttore di rete che gli ha proposto di partecipare a una trasmissione in cui racconterà tutto quello che gli è successo negli ultimi cinque anni. Netflix e Amazon sono interessati ad acquisire i diritti della sua storia, per farne una docufiction. Al momento nessuna offerta ufficiale, solo contatti verbali declinabili in un “quando avrà voglia di farlo, compriamo noi l’esclusiva”. Se cercate Gimbo, attualmente il domicilio è su una nuvola”.
Marco Imarisio sul Corriere della sera è tra chi stamattina ipotizza la fine della collaborazione tecnica con papà Marco. Scrive: “Gimbo parla del futuro, suo e della fidanzata Chiara, del prossimo matrimonio. Al gesso che lo ha imprigionato per oltre sei mesi, ci appenderà la medaglia d’oro. Marco dice invece quello che Gimbo forse non riesce ancora ad esprimere. «Non so cosa faremo, ma dobbiamo darci una tregua, l’uno dall’altro. Abbiamo passato insieme tanto tempo, forse troppo. Se continuare a lavorare insieme significa minare il mio rapporto con lui, non voglio farlo». Ieri, a tarda sera, li abbiamo visti seduti insieme a un tavolo del ristorante di Casa Italia. Stavano parlando. Marco teneva in mano un calice di vino. Gimbo sorrideva. Forse questa vittoria significa anche la fine di una ossessione reciproca. E l’inizio di una storia nuova e più semplice, tra un padre e un figlio”.
Tamberi ha parlato con Andrea Buongiovanni per la Gazzetta delle sue intenzioni e dei suoi programmi, a breve e a lunga scadenza. La stagione prosegue? Lui risponde: «Non lo so: il progetto iniziale era fare altre gare. Ora ci dovrò pensare. Sto bene, ma tutto era legato all’Olimpiade. Dipende se dopo aver vinto l’oro olimpico e cinque anni di rincorsa ne varrà la pena. Parigi non è lontana, solo tre anni. Di fatto è come se avessi appena cominciato a rifare l’atletica di alto livello e quindi non escludo che ci sarà. Poi in quello stesso anno ci saranno gli Europei di Roma e la prospettiva mi stimola molto. A questo punto ho vinto tutto tranne un Mondiale all’aperto e Eugene 2022 è dietro l’angolo».
voci L’amico Datome | Cosa le è venuto in mente quando si è abbracciato con Barshim decidendo di finirla lì senza spareggiare? «È stata una scena bellissima, tra l’altro loro sono amici perché anche il qatariota ha passato mesi difficili per l’infortunio. Ma c’è tanto di Gimbo anche in quel momento, lui dividerebbe tutto con tutti». – intervista di mario canfora, la Gazzetta dello sport, ieri
Una coppia per sempre unita da una domenica
Uniti per sempre Barshim e Tamberi dall’oro che hanno condiviso, non diviso. Lo scrive anche Marco Bucciantini su la Gazzetta dello sport. “La condivisione comincia dal dolore, dalla paura, dallo stallo, dal tempo fermo, ingessato e dunque la condizione avversa e contraria allo sportivo. La condivisione della sofferenza sottrae al male lo sprofondo della solitudine e fonda quel sentimento manifesto negli sguardi e negli abbracci di questo lembo di finale, ravvivato dalla possibilità che il giudice un po’ diceva e un po’ nascondeva. Non c’era più scampo per la guerra, non c’era più tempo per la gara ma solo per la condivisione della felicità che ne permette la sopravvivenza così come tramandarla ne assicura l’eternità. È stato un momento intenso, ha rovistato da qualche parte”.
21 marzo 2022
Il Mondiale indoor
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La lucida follia di Gianmarco Tamberi – come l’aveva definita il dt La Torre – ha portato una medaglia di bronzo, condivisa con il neozelandese Kerr alle spalle del coreano Woo (2,34) e dello svizzero Gasch.
Giulia Zonca per la Stampa elogia “la scelta di esserci, per osare. In questo imprevedibile inizio di stagione che lo ha visto pure protagonista dell’All Star Nba, non ha mai gareggiato e l’esordio è direttamente ai Mondiali indoor. Non è venuto a Belgrado in gita, il podio è il risultato minimo e i desideri volano alti”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “ha vinto la sua scommessa, quel folle di Gimbo: portarsi a casa una medaglia senza gare nelle gambe. La presenza last minute del campione olimpico ha motivato la concorrenza”.
Oscar Eleni sul Giornale scrive che “Tamberi ha saputo stregare le tribune della Stark arena. Saltando bene, pregando per la pace, mostrando sul braccio e sul volto i simboli dell’Ucraina, facendosi amare, abbracciando tutti”.
«Bondarenko l’ho sentito, è in salvo in Germania. Mio padre sta ospitando nelle Marche delle persone che ci ha mandato lui, io sto liberando ad Ancona una casa per accogliere altri ucraini. Dall’inizio della guerra gli abbiamo detto che può contare sul nostro sostegno economico. Di Protsenko invece non ho notizie: temo che sia dentro l’incubo delle bombe in Ucraina» | Gianmarco Tamberi in gara con la bandiera ucraina sulla spalla e con i nomi suoi due saltatori
19 agosto 2022
L’Europeo
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I JUMP, I jump – ripeteva ai giudici, ai fotografi, a tutti quelli che gli capitavano a tiro sulla pista, mentre l’altoparlante si sparava la voce di Gianna Nannini, Bello e Impossibile, l’omaggio con il cliché incorporato. Non riuscivano più a portarlo via di là, nemmeno dopo i 2 metri e 30 saltati al secondo tentativo, la misura che ha stroncato la resistenza dell’eroe di casa Tobias Potye e dello spilungone Andriy Protsenko, il tipo che lo aveva beffato ai Mondiali, un altro ucraino, come il Romanchuk che ha battuto l’amico Paltrinieri in vasca l’altra sera a Roma.
A ripercorrere a ritroso le sue 12 uscite stagionali, con tutto quello che gli è capitato nel 2022, pare quasi impossibile che un simile concentrato umano di difficoltà non sia mai stato lontano dalle gare per più di 20 giorni. È l’intervallo massimo trascorso tra la trasferta in America e il rientro a Székesfehérvár dopo il virus. Diciotto erano invece passati tra l’uscita a Rieti di fine giugno e la qualificazione in Oregon. Gianmarco Tamberi è il più bravo di tutti a inventarsi una gara da niente. Perde poche volte nel salto in alto, quasi mai nel salto delle difficoltà. È il più ispirato d’Italia pure a infilarsi negli imbuti di buio, a trovare un muro nei momenti di felicità. Conosce l’arte di infliggersi i tormenti da solo, ma col tempo ha pure imparato a mettere i dubbi tra parentesi. Così: [dubbi]. Come in fondo deve fare chi si è scelto per mestiere la ricerca della felicità di schiena, saltando a testa in giù, perché hai dato sempre tanto, e mai che ti venga in mente di non tenerne cchiù. Un anno e 20 giorni fa sembrava un incompiuto. Un anno e 20 giorni dopo è un campione epocale. Non per quanto ha vinto, andiamo, ma per il modo. È il come, oggi, il vero patrimonio di credibilità che uno sportivo può spendere sul mercato. Tamberi ha un’ìmmagine internazionale, e internazionali gli sponsor che gli sono girati attorno in questi anni, da Puma che lo scelse per il dopo Bolt, Bridgestone che lo ha voluto per una campagna verso Tokyo, la BMW che gli ha regalato uno dei suoi bolidi, la Red Bull che lo ha aggiunto al proprio team di testimonial. Lui che fa il battimani agli avversari, gli salta in groppa per esultare con loro, non conosce la grammatica dell’ostilità. Stasera dà l’addio al celibato, l’appuntamento che simbolicamente chiude la stagione dell’irresponsabilità. Se mai ce n’è stata una, per Tamberi.
bella questa – Le scarpe da salto in alto sono le uniche in atletica che hanno i chiodi anche sotto il tallone
puzzle Che cosa si dice in giro di lui
◇ Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport: “Che campione, che fenomeno. Cosa importa se il salto in alto maschile del Vecchio Continente, anche a causa dell’assenza di russi e bielorussi, Paesi trainanti nella specialità, sta attraversando un periodo di involuzione? Gimbo si prende la scena, showman come e più di sempre. Abbraccia gli avversari, parla con loro, destabilizzandoli psicologicamente. Finge di litigare coi giudici, fa le boccacce e tutti i gesti possibili. In più, prima di saltare, asciuga con uno straccio la pedana bagnata di pioggia sotto i ritti. Come fece il grande statunitense Dwight Stones nella finale dell’Olimpiade di Montreal 1976, spazzandola con una scopa in saggina”.
◇ Emanuela Audisio, Repubblica: “Jumping in the rain. Mostrando l’anulare su cui porterà la fede. Per dire: Chiara, questo salto da 2.30, questo oro che vado a conquistare è per te, è il mio regalo di nozze. Indica la mano destra, gli viene poi il dubbio che quella giusta sia l’altra, in effetti, ma che importa. Non è più half-shave, ha la barba rasata corta, il tricolore dipinto sul braccio sinistro, i capelli raccolti con un elastico, una coperta attorno alla vita, il Covid alle spalle e il matrimonio davanti (il primo settembre a Pesaro). Ma è lo stesso Gimbo di sempre. Tamberi come Jacobs: il campione olimpico si conferma. A entrambi manca solo il Mondiale outdoor, ci riproveranno a Budapest fra un anno: non più scapoli, allora, ma ammogliati”.
◇ Giulia Zonca, La Stampa: “La valigia del lungo viaggio che accompagna Tamberi dall’albergo alla pedana in ogni sua uscita stavolta è stata fondamentale. Stracci per pulire l’acqua a terra, coperta per avvolgersi tra un turno e l’altro e strati da mettere e togliere, scacciapensieri e maglie. La vita dentro e la famiglia davanti, quella di origine con il padre allenatore sempre a braccia conserte e con la faccia tirata e quella da mettere su con Chiara, la fidanzata di una vita, pronta a diventare moglie il primo settembre. La dedica del successo è evidente, bacio all’anulare, mano a indicare la donna della vita che sta in piedi in tribuna, solo che pure l’ombra sul titolo è altrettanto netta. Marco Tamberi, suo padre, non muove un muscolo, non batte un tempo, non si concede un singolo gesto di esultanza, nemmeno un’espressione di soddisfazione quando il podio si compone. L’allenatore partecipa con consigli e dritte, con il sostegno che serve fino a che ce ne è bisogno, poi per lunghi minuti si chiude, fino all’abbraccio breve ma sentito prima del giro di onore. Per ora il divorzio resta nell’aria, probabile, possibile, tutt’altro che scritto. A questo punto è un rapporto difficile da sciogliere, così come è complicatissimo da riaggiustare”.
◇ Gaia Piccardi, Corriere della sera: “Vendetta, tremenda vendetta. La medaglia di legno iridata un mese fa con le punture di spillo nella gamba di stacco, il Covid (sintomatico) al ritorno dall’Oregon, due gare esanimi prima di Monaco per riprendere confidenza con la pedana, poi l’oro Europeo. Inesauribile Gimbo, capace di mille resurrezioni. Piove, fa freddo, è serata da gulasch più che da corse, salti e lanci”.