L’inno che nel rugby unisce le due Irlande

  Iain aveva 13 anni nel giorno in cui l’IRA proclamò la fine della lotta armata e ne aveva 17 quando a Craigavon, la sua città, ammazzarono comunque l’ufficiale Stephen Carroll, la prima vittima della polizia nell’Irlanda del Nord dopo l’accordo del Venerdì Santo del 1998. Craigavon era stata toccata più volte dai Troubles.  L’11 novembre del 1982, tre membri dell’IRA erano stati uccisi da certi ufficiali sotto copertura della Royal Ulster Constabulary a un posto di blocco. Erano disarmati. Il 28 marzo 1991, nella tenuta di Drumbeg, un uomo aveva sparato a due ragazze adolescenti in un negozio di telefonia, costringendo un trentenne a sdraiarsi sul marciapiede e poi sparando pure a lui. A novembre, altre tre persone sarebbero state ammazzate su Carbet Road mentre tornavano a casa dal lavoro, facevano gli operai in una fabbrica di carrelli elevatori. Ancora tre mesi, febbraio, e sarebbe nato Iain.

 

Anche Stuart viene dal nord. È nato e cresciuto a Bangor, dove suo padre Wilson possedeva un’attività di landscaping business, in sostanza un servizio di falciatura di giardini che in qualche caso può diventare allestimento di aree selvatiche, perfino campi da golf. Bangor è quel posto dove una volta la polizia fece irruzione in 14 case, sospettando che fossero occupate da leader lealisti di Belfast. In un paio c’erano famiglie che si preparavano per andare a un funerale e gli fu vietato di uscire. Seguì una notte feroce di scontri, 200 persone coinvolte, Stuart aveva 15 anni. 

Stuart – cioè Stuart McCloskey – è uno dei centri dell’Irlanda. Iain – cioè Iain Henderson – è il capitano della nazionale dell’unico sport in cui in cui giocano insieme nordisti e sudisti, le due Irlande, cioè senza distinzioni unionisti, lealisti, protestanti, cattolici, nazionalisti, repubblicani, ogni scheggia di questa terra tormentata. Ireland’s Call è l’inno che certifica tutto questo, dice: Insieme a testa alta / Spalla a spalla / Risponderemo alla chiamata dell’Irlanda – menzionando le quattro orgogliose province, abbattendo simbolicamente il confine che le separa dal 1922. È un inno nato per superare il disagio evidente in campo e sugli spalti fino alla fine degli anni ’80. Quando si giocava Belfast, l’orchestra suonava God Save the Queen. A Dublino l’inno era l’Amhrán na bhFiann, il cui titolo inglese è A Soldier’s Song. Ma le immagini in tv durante il Cinque Nazioni mostravano quelli del Nord muti se cantava il Sud, e viceversa. 

Oggi Ireland’s Call tiene insieme Stuart e Iain con i Dubliners, quel Rónan Kelleher figlio del preside del St. Michael’s College e quel Caelan Doris laureato in psicologia alla University College; Tadhg Furlong, figlio di contadini nella contea di Wexford dove giocava a calcio gaelico, e Robbie Henshaw, che suona la fisarmonica, il violino, la chitarra, il pianoforte, tanto che nello spogliatoio lo chiamano One Man Band.  

 

È la squadra al numero #1 del ranking mondiale, ma non è mai andata oltre i quarti di finale a un Mondiale. Da un paio di stagioni gioca da favorita al titolo, eppure stasera per guadagnarsi la prima semifinale della sua storia deve battere gli All-Blacks

La Band dello One Mand Band ha molte facce differenti, quella di Dave Kilcoyne da Limerick e quella di Tadhg Beirne da Eadestown. C’è Tom O’Toole che ha vissuto nella contea di Meath fino all’età di sei anni prima di trasferirsi a Brisbane, in Australia, per degli impegni di lavoro di suo padre. C’è Josh Van der Flier che è di origine olandese per via dei nonni paterni, arrivati in Irlanda negli anni Cinquanta, per aprire una fabbrica di radiatori. C’è Rob Herring nato a Cape Town, ci sono Finlay Bealham e Mack Hansen che vengono da Canberra, c’è Jeremy Loughman nato a Reno, nel Nevada, e rimasto lì fino all’età di quattro anni, quando la sua famiglia si è spostata nel Kent, perché suo padre era nell’industria del petrolio e del gas. Joe McCarthy arriva da Manhattan, Bundee Aki è di origine samoana, ma è nato a Auckland, come James Lowe. 

 

È la nazionale che può far succedere qualcosa di storico e di politico nel rugby, ventotto anni dopo il Mondiale della nazione arcobaleno, il Sudafrica di Mandela. Charles Thiallier, giornalista de L’Équipe, è andato in Irlanda a vedere cosa succede tra i tifosi di rugby di questa squadra così speciale, unica. Ha trovato che dietro la facciata verde, il paese non è poi così del tutto unito. Irrompendo a migliaia nelle strade di Dublino, gli appassionati danno l’immagine di una nazione compatta ma alcune parti del paese fanno fatica a sostenere pienamente gli uomini di Andy Farrell.

Così racconta di quando sulla N53, la strada che collega Dublino a Belfast, lungo il percorso, i segnali stradali non indicano più la distanza in chilometri ma in miglia e i telefoni perdono il segnale per qualche secondo, il tempo per connettersi alla rete britannica e avvisare che la comunicazione comporterà costi aggiuntivi. Il confine tra le due Irlande è invisibile a occhio nudo, si coglie solo da questi piccoli indizi, fino a quando arrivano le prime Union Jack sulle facciate delle case dai mattoni arancioni, come per inviare un messaggio politico: parte del paese mantiene ancora fedeltà alla corona britannica.

 

Una squadra, due entità. A trenta minuti a nord di questo confine c’è Banbridge, una cittadina di 15.000 abitanti, nota per il suo attaccamento viscerale al Regno Unito. Durante l’ultimo censimento nel 2021, più del 50% della popolazione ha affermato di possedere passaporto britannico. Qui sono più rari gli appassionati alla nazionale in maglia verde. In un bar c’è un tipo, Steven, 41 anni, che con le sue parole chiarisce la complessità misteriosa di quella cosa che chiamiamo identità. «Sono irlandese, ho il passaporto britannico, lavoro a Belfast, parte della mia famiglia è a Londra. Mi trovo più spesso in queste due città che a Dublino. Non ho nulla in contrario ad avere una nazionale di rugby che unisca i nostri due Paesi, solo che trovo difficile identificarmi completamente con essa». 

Una complessità di sentimenti che si avverte ancora di più, qualche chilometro più a ovest, nella contea di Armagh, una delle aree repubblicane nel cuore dell’Irlanda del Nord.

In molti villaggi, i colori della Repubblica irlandese sostituiscono la Union Jack, i pub espongono altri colori, il logo del Celtic Glasgow, il club della comunità cattolica scozzese, e i campi da rugby stanno scomparendo a favore dei campi da calcio.

Seàn Moran, capo del dipartimento sportivo gaelico dell’Irish Times, dice che in una zona così lo sport definisce la propria identità. La pratica degli sport gaelici e il disinteresse per il rugby affermano una volontà politica, in questo villaggio cattolico e repubblicano, dove i bambini sono cresciuti considerando il rugby come lo sport dei colonizzatori. 

Un Mondiale vinto da questa Irlanda andrebbe allora nel senso opposto alla riflessione fatta nei giorni scorsi su Libération da Sylvain Venayre, storico, docente all’Università di Grenoble-Alpes. Sostiene che la politica e la storia non passano quasi mai dal rugby. Dice che non c’è confronto con il calcio, sostiene che Mandela e i Mondiali sudafricani sono stati un’eccezione. Se l’Irlanda dovesse vincere suonando Zombie negli stadi, allora bisognerà mettere un asterisco. 

  oggi ore 21 in tv su Rai Sport e Sky

 

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  FRANCIA-SUDAFRICA

La Francia invece freme per riabbracciare Antoine Dupont, fuori per quasi tutta la prima fase con una frattura allo zigomo, arrivata a Marsiglia durante il 96-0 contro la Namibia. Dupont è annunciato in campo domani contro il Sudafrica, partitona, probabilmente con un caschetto protettivo. L’ha messo per la prima volta, al riparo da sguardi indiscreti, durante l’allenamento di martedì, quando i giornalisti hanno lasciato il Parc de Rueil-Malmaison, aperto solo nei primi 15 minuti. L’Équipe racconta che il caschetto è stato leggermente personalizzato con un pezzo di nastro marrone dall’effetto bellissimo, per nascondere il segno al centro della fronte

Dupont è stato operato il 22 settembre a Tolosa dal professor Frédéric Lauwers, dal quale ha avuto il via libera lunedì scorso. Dupont non muore proprio dalla voglia di tenersi il casco. Pensa che in fondo protegga il cuoio capelluto, la parte superiore del cranio, le orecchie, cosa c’entra lo zigomo fratturato? Secondo Jean-Baptiste Grisoli, ex medico della Francia, serve a identificarlo in velocità durante lallenamento, per ricordare ai compagni che – oh, fate attenzione. Quando è il caso, nel rugby viene adottata anche una pettorina di colore diverso per proteggere un convalescente, tenerlo fuori sai contrasti. Sarebbe stata più utile una mascherina, alla Osimhen, ma pare che nel rugby sia vietata. Se fa caldo, il casco è un problema. A Parigi nei giorni scorsi c’erano 25 gradi, domani sera farà più fresco a Saint-Denis.

  domani ore 21 in tv su Rai Sport e Sky

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