Quando lo Us Open se ne andò dal West Side Club di Forest Hills a Flushing Meadows, il tennis era da dieci anni come lo conosciamo. I professionisti erano rientrati nel circuito, la tv stava rendendo popolare questo gioco aristocratico, cadevano uno alla volta certi antichi steccati fra la tradizione e la modernità. Il torneo di New York s’accorse di aver bisogno di una nuova casa. Quella in cui si era trattenuto dal 1924 non bastava più. Gli spogliatoi erano diventati troppo stretti, il pubblico si lamentava dei parcheggi, alla federazione americana stavano arrivando candidature improbabili per subentrare, una da Charlotte, una dalla Carolina del Nord, una da Louisville. I campi al Queens salvarono la città, lo Slam si spostò di qualche chilometro più a nord. Il presidente della federazione era William Hester, un ex giocatore del Mississippi diventato petroliere. Aveva notato uno stadio in disuso dentro il Flushing Meadows Park, il luogo che aveva ospitato le Expò del 1939 e del 1964. Il futuro veniva dal passato.
New York aveva da poco soffiato a Newport il festival del jazz. Ecco a cosa serviva quell’arena prima del tennis. Le avevano dato allora il nome di Louis Armstrong, il trombettista appena morto dopo aver vissuto negli ultimi tempi proprio nel Queens. La federazione ebbe 18 mesi di tempo per preparare il primo US Open nel parco. Per fare prima, tagliarono in due l’impianto e la parte più grande conservò il nome di Satchmo. Fino al 1997 è stato il campo principale.
Flushing Meadows è oggi uno degli estremi del quadrilatero dei templi dello sport, uno dei vertici con lo Yankee Stadium lassù nel Bronx, il Madison Square Garden a Manhattan e il ponte di Verrazzano sospeso tra Brooklyn e Staten Island, dove a inizio novembre ci passano le decine di migliaia di piedi della maratona. Intorno alle quattro grandi chiese laiche di NY, batte il cuore dei playground, gli anelli di Rucker Park ad Harlem o di McCarren a Brooklyn, passando per Tompkins Square Park e St. James Park sempre nel Bronx.
Il secondo parco pubblico più grande della città è frequentato da 10 milioni di persone all’anno, nel cuore di strade e di sobborghi dove l’immigrazione è la regola. I cinesi vivono a Flushing, ecuadoriani e messicani a Corona, i colombiani a Jackson Heights. I dominicani giocano a softball sugli stessi prati dove nel fine settimana i sudamericani portano il pallone per il loro calcio. Gli asiatici del sud e gli indiani organizzano partite di cricket su entrambi i lati, qualcuno è riuscito a darsi al minigolf. I profumi tutt’attorno raccontano ancora meglio questa mescolanza, le banane fritte coperte di formaggio e i gamberi marinati al lime, l’arrosto di maiale con i fagioli. La tradizione vuole che le donne colombiane mettano una griglia a gas su un tavolo pieghevole vicino alle panchine, cuocendo empanadas e bistecche. C’è un punto lungo il tragitto verso lo stadio dove i tappi di bottiglia di birra sono incastonati nell’asfalto. Le bici a noleggio costano cinque dollari all’ora, al capannone Boathouse si possono prendere lezioni di vela, si può affittare una barca a remi o un pedalò. Il parco respira una cultura che è fatta di più culture. Secondo il New York Times la scena più tipica a cui può capitare di assistere a Flushing Meadows, seduti su una panchina, sovrappensiero dinanzi alla Unisfera che rappresenta in acciaio inox il pianeta Terra, è l’arrivo di una donna che spinge una carrozzina canticchiando. Sono le venditrici di mango a fette.
IL QUEEN’S
Eppure, dopo tutti questi anni, il quartiere si sente tagliato fuori dal business. Ne è solo sfiorato. Lo racconta in un bel reportage David Waldstein sul New York Times.
“Sulla 111esima strada e la Roosevelt Avenue, all’ombra dei binari sopraelevati del treno numero 7, migliaia di persone si dedicano ai propri affari senza avere praticamente alcuna interazione con uno degli eventi sportivi più popolari e redditizi del mondo”.
Kamal Alma e la sua famiglia per esempio sono proprietari da oltre quarant’anni del 111 Corona Discount & Candy Store, a meno di mezzo miglio dall’Arthur Ashe Stadium. Di tanto in tanto, dicono, alcuni dei lavoratori stagionali entrano nel loro negozio, il pubblico mai. Il 40 percento dei 7mila dipendenti con un contratto da tre settimane vive nel quartiere. Ai figli di Kamal il tennis piace, ma i biglietti costano troppo. Il New York Times dice che in fondo esiste una riproduzione della lotta di classe, intorno agli Us Open. I tifosi arrivano allo stadio dalle strade panoramiche e dalle autostrade lì vicino, alcuni fanno i pendolari con il treno da Manhattan, da Long Island, dal New Jersey, altri salgono sul treno numero 7 alla Grand Central Station. La maggior parte di loro se ne torna a casa senza aver messo piede in uno qualunque dei ristoranti nei paraggi, senza aver neanche passeggiato nel parco. Carlos Inga possiede lo stand gastronomico Super Star II a Corona Plaza, vive nel Queens da vent’anni ma non è mai stato al torneo, e neppure uno dei suoi amici.
LA PUZZA
Nell’aria non si sentono solo le banane fritte e i gamberi. “L’impressione è che non sia più un posto dove sfuggire all’odore non ufficiale della città”. L’odore della marijuana, diventato il più tipico degli US Open, secondo la Associated Press. Dal campo numero 17, Maria Sakkari se ne è lamentata dopo la sconfitta al primo turno. Non ti sbagli. È Snoop Dogg, ha detto pure Alexander Zverev dal campo 12, lui però ha vinto.
“Colpita dai resoconti di chi paragonava il torneo a un concerto di Phish” [Associated Press], la federazione ha condotto una sorta di indagine per arrivare alla fonte dell’odore. Hanno passato alla VAR – diciamo così – le immagini degli spalti. Dicono che nessuno stesse fumando. L’odore viene da fuori, dal parco, Maria Sakkari ha detto ai giornalisti che in campo certe volte si sente l’odore del cibo, altre volte delle sigarette, adesso anche l’odore dell’erba. Il capo della sicurezza, Ricardo Rojas, ha spiegato che quanto avviene nel parco è fuori dalla sua giurisdizione. A New York la marijuana è legale, per uso personale, per gli adulti di età pari o superiore ai 21 anni, fino a tre once di cannabis e fino a 24 grammi di cannabis concentrata. Il campo 17 è un’arena da 2.500 posti, inaugurata nel 2011 all’estremo angolo sud-ovest del complesso, a pochissima distanza dal parco pubblico. Marketa Vondrousova, campionessa a Wimbledon, ha raccontato una storia simile, pure lei dal 17.
I CAMPI LATERALI
Agli US Open dirli laterali non è un abuso. Stanno davvero ai margini. Quelli per l’allenamento poi sono in realtà ben oltre il filo perimetrale dell’USTA Billie Jean King National Tennis Center, vicini a uno scalo ferroviario. Chiunque trascorra del tempo nel parco, può avvicinarsi e sbirciare. Gli organizzatori dicono che fa parte della tradizione degli US Open. I campi esterni sono così distanti dagli spogliatoi che il torneo fornisce un servizio navetta. I giocatori e le giocatrici si lamentano ogni tanto di essere stati esiliati nell’entroterra, “dove i loro vigorosi grugniti – racconta la rivista Tennis – sono talvolta accompagnati dal rombo degli aerei e dallo stridore dei freni dei treni”.
Sono campi portatori di storie e racconti, leggendarie vittorie, inattese sconfitte. Sono i campi migliori, ha detto Ons Jabeur parlandone a Wimbledon e ricordando i giorni in cui era una semi-sconosciuta, quando le toccavano in prevalenza quelli. A New York bisogna frugare tra gli alberi per trovarli. Hanno modeste gradinate in alluminio. I tifosi si mettono spesso lungo la rete di recinzione, “stringendola come prigionieri in un cortile”, a pochi passi da giocatori sudati.
Tutto molto coerente con lo Slam più rumoroso dell’anno, dove ci sono cellulari che squillano durante le partite, bambini che piangono, il sottile ronzio del sistema di ventilazione. Una volta Nick Kyrgios si lamenta delle sirene delle ambulanze, un’altra c’è Andy Murray che dice di sentire il rumore della pioggia sul tetto chiuso di Ashe. L’anno scorso Aryna Sabalenka si fermò durante uno scambio perché sentì gridare Out. Non era stato un giudice di linea. Era stato uno spettatore. Rennae Stubbs sulla Espn commentò: Benvenuta a New York.
ITALIANISMI
Gli esordi di Berrettini Musetti e Sinner
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Proprio da uno dei campi laterali, il numero 5, Daniele Azzolini su Tuttosport racconta la vittoria all’esordio di Matteo Berrettini e parla del suo effetto, “Effetto Berrettini. Un po’ come la Coca Cola. Quella degli anni Venti, che si celava dietro una formula segreta tra le curve sinuose di una bottiglietta ispirata a Mae West, attrice biondissima del cinema e regina di doppi sensi che scandalizzavano l’America”. Anche lui, dice Azzolini, possiede una ricetta misteriosa, “dato che non si sa mai a che punto sia, salvo immaginarlo in ambasce, tra infortuni canaglia e social farabutti, ma quando lo riscopri al suo meglio, tutti gli fanno festa. Come ieri, sul campo 5 di Flushing che un tempo ospitava i campi di allenamento, dove si giocava con i fazzoletti annodati intorno al volto per non respirare i miasmi dei ristoranti della Food Zone, e il più vicino era il terribile Mercado Mexicano con i suoi anelli di cipolla, gli Onion Rings. C’è un che di già visto in questa giornata che scaccia i fantasmi delle perfide esibizioni dell’altro ieri, e a Berrettini sta bene così. Forse perché tutti ripetono incessantemente di voler migliorare, e crescere, e sfidare il futuro, mentre lui sarebbe pronto perfino a procedere in retromarcia per ritrovare e riappropriarsi di quel Matteo che nel 2019 faceva sussultare avversari disabituati a fronteggiare servizi da 230 orari seguiti da drittoni pesanti come scaldabagni scagliati da un grattacielo”.
Stefano Semeraro su la Stampa parla di Lorenzo Musetti, “scontento delle sue divinità fino a sconfinare nel bestemmione”, per la rimonta subita dal qualificato francese Titouan Droguet, numero 171 al mondo. “Inerte al limite dell’autolesionismo al servizio (13 doppi falli), Il Muso sembrava comunque averla sfangata dopo aver vinto il secondo set 6-0, e il terzo al tie-break. Invece è bastata un po’ di sana tigna del Farmacista (droguet in francese) per farlo sbiellare mentalmente, come purtroppo gli capita ancora”.
Jannik Sinner ha aperto il suo torneo battendo il numero 54 del mondo, il tedesco Jannick Hanfmann, con il punteggio di 6-3 6-1 6-1 in 2 ore e 18 minuti. Segnala Matteo Zorzoli su Eurosport che si tratta della sua più netta vittoria a livello Slam in carriera.
Matteo Zamponi su Ubitennis: “Diversi i segnali incoraggianti da parte dell’azzurro, molto abile a gestire i “pressure points”, specialmente al servizio. Sinner ha mostrato un’ottima velocità nei colpi e ha confermato di avere una delle risposte migliori al mondo, esibendo anche una grande brillantezza fisica. L’unico aspetto su cui migliorare è la percentuale di prime in campo, arrivata solo al 55%”. Prossimo match: il derby con Lorenzo Sonego. Sinner non ha mai perso contro un avversario italiano in nove precedenti.
ZIBALD MEADOWS Che cosa si dice in giro
◇ Greet Minnen ha consegnato a Venus Williams la sconfitta più netta in 24 presenze agli US Open. La qualificata belga ha dominato la leggenda 43enne in 73 minuti [6-1 6-1]. “Il suo centesimo incontro in carriera nel Queens – scrive Tennis – si è concluso con la stessa rapidità con cui era iniziato”.
La belga ha attaccato la seconda di servizio di Venus, conquistando così 17 punti su 20, cancellando tutte e sei le palle break. È la prima vittoria rilevante della sua carriera. Venus non ha voluto parlare di futuro.
◇ Murray è sopravvissuto alla farsa della VAR, scrive il Telegraph. Con l’arbitro elettronico, gli inglesi non riescono a far pace. Il giornale dei conservatori britannici dice che Andy guida la pattuglia che ha ottenuto un risultato storico al primo turno degli US Open, avendo battuto Corentin Moutet “nonostante le solite buffonate del francese. La partita è stata caratterizzata dal nuovo sistema di revisione video, con risultati decisamente contrastanti”. Katie Boulter, Cameron Norrie, Jack Draper, Dan Evans, Jodie Burrage e Lily Miyazaki sono tutti al secondo turno. È la prima volta dal 1977 che così tante racchette britanniche vanno avanti a New York.
LE GUIDE INUTILI DI SLALOM | TRE PARTITE CHE GUARDIAMO OGGI
① Petra Kvitova contro Caroline Wozniacki ➔ Sembra un ritorno al 2018, dice Tennis, l’anno in cui Kvitova ha battuto Wozniacki in quella che probabilmente è stata la loro partita migliore, 7-5 al terzo al torneo di Doha. Il loro primo confronto diretto risale addirittura a 14 anni fa, sulla terra di Bastad. Vincenzo Martucci su Supertennis dice che Iga Swiatek e Coco Gauff, fra le favorite al titolo agli Us Open 2023, erano bambine, quando Petra Kvitova e Caroline Wozniacki si sfidavano per il numero 1 del mondo a cavallo tra il 2011 e 2012. Chissà pure se sanno fino in fondo chi sono”.
Kvitova è oggi all’11esimo posto, 28 successi in 38 match dell’anno. Wozniacki sta tornando dopo tre anni fuori dal circuito e una doppia maternità. È classificata 623esima, 2 vinte e 2 perse quest’anno.
“Qualunque sia la sua forma in questo momento, ha una possibilità” dice Tennis della ex numero 1 al mondo. “Colpisce con molta più potenza e ha un servizio più efficace della Kvitova”
② Dominic Thiem contro Ben Shelton ➔ Shelton è sul tournda appena un anno e Thiem negli ultimi tempi si era eclissato. Eppure hanno fatto in tempo a incrociarsi una volta, sulla terra battuta di Estoril in aprile, dove l’austriaco ha dato 6-2 6-2 al ragazzino mai uscito dai confini americani prima del 2022.
“Entrambi vivono al limite dell’atletica, lanciandosi in ogni colpo che colpiscono con i loro corpi contorti in posizioni estreme. Dovrebbero offrire uno spettacolo di fisicità”, l’analisi di Tennis.
③ Coco Gauff contro Mirra Andreeva ➔ La 19enne americana e la 16enne russa hanno già giocato al terzo turno al Roland Garros. Andreeva è andata avanti nel primo set al tie-break, Gauff l’ha ripresa con i suoi tre anni d’esperienza in più con 6-1, 6-1. Tutt’e due si sono un po’ salvate al primo turno. “Hanno sfogato così tutto il loro nervosismo iniziale o lo sentiranno di nuovo? Saranno future rivali e campionesse del Grande Slam, un giorno. Il presente sembra un po’ più dalla parte di Gauff”.
in tv oggi ore 17 su Supertennis