Era una percezione, avevamo qualche esempio, adesso abbiamo pure i numeri. Le partite di tennis si allungano. Anzi. Non sono mai state tanto lunghe quanto ora. Il lavoro sporco di cercare i dati l’ha fatto il magazine The Athletic, che finalmente s’è arreso e ha aperto una sezione dedicata al tennis. Le statistiche fornite dalla Atp mostrano allora che la durata media di una partita del Grande Slam maschile è salita dalle 2 ore e 21 del 1999 alle 2 ore e 54 di quest’anno. Un aumento medio di oltre mezz’ora per partita, siamo nell’ordine del 23,4%. Scrive The Athletic che “se le partite di calcio fossero aumentate in lunghezza della stessa percentuale, oggi durerebbero 111 minuti” e avremmo una schiera di opinionisti – questo lo aggiunge Slalom – col dito alzato e la penna fuori dal fodero. Al Roland-Garros hanno sforato perfino rispetto allo sforamento medio, sono saliti al 24,8% rispetto al 1999, con una durata media di 2 ore e 56 minuti.
Wimbledon ha conosciuto tredici anni fa la partita dei primati, la vittoria di John Isner su Nicolas Mahut in 11 ore e 5 minuti, con il punteggio di 70-68 al quinto set. Quel lungo sperpetuo distribuito nell’arco di tre giorni ha prodotto una serie di conseguenze. La resa all’idea di introdurre il tie-break anche nel set finale, una delle massime resistenze a Londra: originariamente sul 12-12 e ora sul 6-6, come accade a tutti gli altri Major. Poi sono nati gli esperimenti dei set a quattro [alle finali NextGen] e poi s’è incendiato tutto il filone che qui chiamiamo di Sportify. Su quell’esperienza fuori scala, lo scrittore Sandro Veronesi ha prodotto un podcast.
Le partite intanto continuano ad allungarsi. Fa notare The Athletic che al tasso di crescita attuale, presto sfonderanno il muro delle tre ore. Vent’anni fa, tre ore di durata bastavano per assegnare l’etichetta di epica, come alla finale di Wimbledon 2001 tra Goran Ivanisevic e Pat Rafter, 3 ore e 2 minuti, con il 9-7 del quinto set, terminato di lunedì. A Parigi il mese scorso la vittoria di Novak Djokovic per 7-6, 7-6, 6-2 su Alejandro Davidovich Fokina è arrivata in 3 ore e 36 minuti, eppure si trattava solo di tre set ed è parsa routine. La vittoria di Andy Murray per 6-4, 7-5, 6-4 su Novak Djokovic nella finale di Wimbledon 2013 è stata di otto minuti più lunga di quella dei cinque set 2001. Quando Ivanisevic alzò la coppa, c’erano state solo 7 finali in 124 anni di storia di Wimbledon oltre la terza ora. Oltre la terza ora, invece, ci sono andate otto delle ultime 15 partite, comprese le tre più recenti.
Sul versante femminile, dice Charlie Eccleshare su the Athletic [il pezzo è per intero qui], c’è stato ugualmente un aumento della durata, ma meno pronunciato. Il formato a tre set offre meno spazio per allargarsi. I dati della Wta mostrano infatti che nel 2008 la durata media in uno Slam era di 1 ora e 35 minuti. Adesso siamo a 1 ora e 40 minuti, la crescita è rimasta contenuta nella misura del 5,3%. Quando Beatriz Haddad Maia ha vinto contro Sara Sorribes Tormo a Parigi qualche settimana fa, le 3 ore e 51 minuti di partita hanno fatto scalpore.
The Athletic parla di “uno sport trasformato“. A Wimbledon nel 2004, Roger Federer ha battuto Alejandro Falla in 54 minuti, più o meno quanti ne bastavano per vincere la finale del torneo nell’età dei pionieri. La partita per il titolo del 1881 durò 37 minuti. Perché siamo arrivati dove siamo? “C’è una soluzione? È un problema?“, si domanda allora la rivista americana. Ci siamo arrivati, per “una combinazione di fisico, condizioni e faffing“.
Cioè?
Venus Williams, 43 anni, ha detto a The Athletic dopo la sua vittoria in 3 ore e 16 minuti su Camila Giorgi, che tutte le giocatrici sono ben allenate, la quantità di tempo che trascorrono ogni giorno in campo e in palestra è superiore alle tre ore impiegate nella più lunga delle partite. Sono dunque preparate a tutto. Così gli uomini. Andy Murray sostiene che certi fattori esterni hanno giocato un ruolo importante, come la metamorfosi dei campi, le superfici così omogenee ovunque, la terra più rapida a Parigi, ma l’erba più lenta a Londra, fino alle palle più pesanti per neutralizzare lo strapotere di quelli che negli anni 90 venivano chiamati bombardieri, i produttori di ace. Nella finale di Wimbledon del 1994 tra Pete Sampras e Ivanisevic, lo scambio più lungo non superò i sei tiri. “Samprazzz” titolò il Sun. Erano i tempi in cui non andavano bene le partite troppo brevi. Chi pagava il biglietto, se ne lamentava. Un ritocco dietro l’altro, e siamo arrivati al punto opposto. I giocatori si lamentano della qualità delle palle usate, compreso Rafa Nadal, non proprio l’esempio di uno che cerca scuse. Uno scambio di 70 colpi tra Karen Khachanov e Jason Kubler è stato usato come dimostrazione della degenerazione dei tempi.
John McEnroe, il Monello del tennis, dice invece che ‘sti ragazzi si lamentano per tutto e che sono loro a perdere un sacco di tempo in campo. Proprio Nadal, per esempio, fa trascorrere così tanti secondi tra un punto e l’altro, da aver spinto la Atp a mettere in campo un cronometro, per far rispettare la regola dei 25 secondi di intervallo. Prima della stretta sulla regola che risale al 2018, secondo the Athletic nelle partite di Nadal si passava più tempo a vederlo mentre si tocca naso capelli e orecchie. E poi ci sono i timeout medici, altro campo di battaglia tra giocatori e arbitri. Nella sua autobiografia Championship Points, Andrew Jarrett ha scritto che li eliminerebbe del tutto.
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Charlie Eccleshare allora si domanda: “È un problema, tutto questo? È necessariamente una cosa negativa?“. La sua risposta: “Prima di tutto, scambi più lunghi e partite più lunghe hanno anche contribuito a offrirci un numero enorme di partite bellissime negli ultimi 15 anni. L’epica finale di Wimbledon del 2008 tra Federer e Nadal, la titanica finale degli Australian Open del 2012 tra Djokovic e Nadal, l’apparentemente infinita finale di Wimbledon del 2019 tra Djokovic e Federer. Il tennis avrebbe raggiunto la popolarità avuta nell’era dei Tre Grandi, senza queste e altre maratone? Partite più lunghe si teme possano scoraggiare il pubblico più giovane, ma una ricerca del 2017 ha mostrato che l’età media di uno spettatore di tennis è di 61 anni per le partite ATP e 55 per quelle WTA“.
Se riduciamo la durata delle partite, si domanda in sostanza The Athletic, per chi lo stiamo facendo? Per un vecchio pubblico a cui piacciono così, lunghe, o per un nuovo pubblico al quale forse non basterà accorciarle? Se avete una risposta, fatela girare. Interessa a un bel po’ di altri sport.