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# 3 giorni a Italia vs Norvegia
► JANNIK SINNER si è qualificato per le semifinali del Masters. Ha battuto Sascha Zverev in due set cancellando sette palle-break. Il successo di Félix Auger-Aliassime su Ben Shelton gli consentirà di affrontare venerdì l’americano senza pensieri di classifica. Stasera Lorenzo Musetti si gioca a sua volta la chance della semifinale con Carlos Alcaraz [le combinazioni].
◇ Un altro colpo di scena a Napoli. Alla putecarella dello sfogo-confronto-comunicato di fiducia è seguita l’assenza di Antonio Conte alla ripresa degli allenamenti. Torna lunedì. Il Napoli dice che era tutto concordato da tempo, ma non era stato comunicato. Monica Scozzafava sul Corriere della sera sottolinea che “c’è tutto un mondo di tristi pensieri dietro la scelta di non esserci. È una posizione, forte. Il colpo di scena è sicuramente sorprendente ma la pausa — riflessione o disintossicazione? — ha un suo senso logico nel contesto di liti, polemiche e veleni”.
◇ È morto Salvatore Garritano, la riserva dei gemelli del gol Pulici e Graziani nell’ultimo Torino da scudetto: nel prossimo mese di maggio saranno trascorsi cinquant’anni. Era malato di leucemia e aveva denunciato l’abuso di farmaci al suo tempo.
◇ Secondo il Financial Times, Toto Wolff sta per cedere un 5% delle sue quote in Mercedes a George Kurtz, co-fondatore e CEO della società di sicurezza informatica CrowdStrike.
◇ Stephen Curry ha segnato 46 punti e ha guidato i Golden State Warriors alla vittoria per 125-120 sui San Antonio Spurs, nonostante la tripla-doppia di Victor Wembanyama [31 punti, 15 rimbalzi, 10 assist]. Nikola Jokic ha offerto un’altra prestazione da virtuoso nella vittoria dei Denver Nuggets contro i Los Angeles Clippers. Il centro serbo ha totalizzato 55 punti, 12 rimbalzi e 6 assist.
Ma l’America è lontana, dall’altra parte della Luna
Lucio Dalla
L’Italia e lo stress per l’attesa delle partite che contano
La certezza è che comunque finisca con i morbidi moldavi e i tostissimi norvegesi, l’Italia di Rinus Gattuso ha un posto certo agli spareggi. Il punto è che gli spareggi sono diventati un trauma per averne persi due su due nelle ultime occasioni, e non c’è cosa peggiore che entrare nella casa dei fantasmi se dentro la casa dei fantasmi da piccolo è successo qualcosa. Non c’è molto tempo per andare a parlarne con qualche professionista dell’ascolto, bisogna accettare che sia così e trovare una via.
Le scarpe fluorescenti degli inglesi

Scusate, abbiate pazienza: insieme non potete giocare. Se fossero di fronte al giochino fatto al podcast di Alessandro Cattelan, Bobo Vieri e Francesco Totti direbbero che Bellingham: è forte. Foden è forte, Kane è fortissimo, eppure si scopre da Thomas Tuchel che la somma di loro tre fa una differenza, non LA differenza. È una sottrazione. Jason Burt sul Telegraph parla del c.t. come di un architetto che impone disciplina tattica e competizione, anche a costo di sacrificare le stelle più amate. Vuole una squadra con una struttura precisa: con un 6, un 8, un 9, un 10 e due ali – anche escludendo grandi nomi. Tuchel vuole creare una brotherhood, una fratellanza competitiva in cui i giocatori lottano per il posto senza sentirsi garantiti.
meduse
La rivincita del Manchester su Mary Earps
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Quando Mary Earps lasciò il Manchester United diciotto mesi fa, disse che lo faceva perché il club si trovava in una fase di transizione, e quella fase – onestamente – non era in linea con il momento in cui sentiva di trovarsi lei nella sua carriera. Il calcio si diverte a sfottere la mazzarella di san Giuseppe, così ieri è accaduto che Earps sia dovuta tornare a Old Trafford da avversaria, con la maglia del Paris Saint-Germain. Il PSG ne è uscito sgretolato.
La Francia in campo nel giorno del Bataclan

Non un Gran Premio, ma un premio sì. Il premio d’America, dice L’Equipe. Così dalla sua prima pagina di stamattina il giornale francese definisce la partita della nazionale con l’Ucraina. Vale la chiusura del cerchio e vale la qualificazione ai Mondiali, ma si gioca in una data che secondo Didier Deschamps sarebbe stato meglio non riempire di palloni che vanno e vengono, di cross e tiri in porta. Sono passati dieci anni dal Bataclan e per il calcio Bataclan significa la sorella di Griezmann coinvolta, significa l’attentato e le esplosioni nella stessa sera allo Stade de France durante l’amichevole con la Germania.
Vincent Duluc ha scritto su L’Équipe una riflessione sul dovere di vincere e di ricordare, mescolando la memoria collettiva con l’urgenza sportiva e la responsabilità simbolica dei Bleus di oggi. La prima firma di calcio del giornale racconta come “da dieci anni non esiste più un 13 novembre ordinario”, e che la partita non può essere un giorno qualsiasi: il ricordo dell’attacco al calcio e al Paese accompagna sempre, “con lo spavento, la stupefazione, il lutto, ma anche il calore nazionale dei giorni successivi”. Continuare a giocare, allora come oggi, è per lui un atto di resistenza: “continuare a giocare era stato un modo per difendersi”. Duluc lega questo dovere a una continuità storica, “i grandi momenti sono sempre appartenuti ai grandi giocatori”, e affida a Mbappé l’eredità di Platini e Zidane, “che portavano lo stesso numero 10 e la stessa luce. L’estate americana ha questo prezzo”.
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La Macchina del tempo
La notte allo Stade de France

Dieci anni fa, prima di colpire, i kamikaze si erano sistemati in una casa a Bobigny, in Seine-Saint-Denis, a meno di dieci chilometri dallo stadio. Trascorsero l’ultima notte accanto ai membri dei commando destinati ai caffè parigini. Erano in tre e sapevano che il giorno dopo sarebbero morti. Avevano cinture esplosive, erano stati incaricati di colpire dentro e attorno allo stadio, si fecero saltare alle 21:17 alla porta D, alle 21:20 alla porta H e alle 21:53 in rue de la Cokerie, a cento metri dallo stadio, dove due di loro, senza biglietto, non erano riusciti a entrare. Al di fuori dei soldati di Daesh, 132 persone persero la vita in quegli attacchi che colpirono Parigi e la sua periferia.
«Avremmo potuto vivere una tragedia ancora più mostruosa», raccontò François Hollande, presidente della Repubblica. L’esatto svolgersi dei fatti resta un mistero: i terroristi avrebbero potuto far esplodere la bomba all’ingresso del pubblico, ma non lo fecero. Una pista dell’inchiesta suggerì un errore di orario: forse confusero l’ora inglese con quella francese, arrivando in ritardo mentre il pubblico aveva già lasciato i tornelli. Due kamikaze tentarono comunque di entrare nello stadio, senza successo. «Se avessero aspettato la fine della partita, ci sarebbero state decine di morti. Ma probabilmente avevano l’ordine di scatenare l’attacco a Parigi a un’ora precisa. Hanno rispettato la consegna alla lettera» è stata la versione di Hollande.
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I temi del giorno
Come Djokovic è diventato persona non gradita in Serbia

Era un eroe, adesso è una persona non gradita. Quando alzava le tre dita in faccia alle folle ostili, Novak Djokovic era corpo, anima e rappresentanza della Serbia. Per lui il governo andò a uno scontro diplomatico con l’Australia [se ne parlava qui] e lui è stato a un certo punto una voce politica rilevante nella nuova crisi dei Balcani del dicembre 2021 [qui].
Jannik in semifinale

Intanto il Masters va avanti e al Corriere della sera per misteriosi motivi è molto piaciuto il fatto che Jannik Sinner sia andato in campo ieri con una maglia rossastra, una gradazione sofisticata che potrebbe dirsi amaranto, potrebbe dirsi vinaccia, potrebbe dirsi bordeaux, e che nel titolo è soprattutto granata. Sì, Jannik è una “belva granata” per aver “letteralmente impedito a Zverev di manovrare la palla quando l’ha messo in condizione di offendere. Come se l’unica salvezza davanti all’imperfezione momentanea fosse la perfezione del rimedio ad essa”.
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Le analisi
Il vuoto di vento della Ferrari
C’è una discreta turbolenza su Maranello, dove al posto della nuvola di Fantozzi sono perseguitati da un acquazzone. Carlo Vanzini su Sky Sport Insider racconta la crisi di risultati e di comunicazione, le tensioni interne, la replica di Elkann agli incubi di Hamilton, la controreplica di Hamilton ai rimbrotti di Elkann, insomma tutte le dichiarazioni esplosive di questi giorni e la necessità di ritrovare ordine, strategia e leadership. Vanzini suggerisce – come dire – un approccio più prudente e silenzioso: “Forse la soluzione è un bel silenzio stampa per riordinare le idee. Non far parlare nessuno fino all’inizio del mondiale 2026 e fare fatti”.
Anche Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera indaga dentro questa difficoltà nel bilanciare passioni, parole, effervescenze e responsabilità. Terruzzi sottolinea: “Vedere il presidente della Ferrari coinvolto dalle vicende delle Rosse da pista è un conforto per ogni appassionato”, e descrive l’interventismo di Elkann come il filo sottile che lega testa e cuore. Tuttavia, ecco, le dichiarazioni producono contraddizioni e rischiano di rompere l’equilibrio nello spogliatoio. “I piloti di F1 sono star internazionali. Uomini esposti. Al rischio, al giudizio. Sono chiamati a comunicare in continuazione. Fanno di tutto per non dire ciò che davvero provano lungo una stagione come questa, avara di gratificazioni … Vanno accolti, compresi come figli prediletti onde evitare fratture che rischiano di risultare irreparabili. Crediamo che John Elkann lo sappia bene. Sta al timone, per dovere professionale e per passione velica. Consapevole di quanto sia impossibile persino per Giovanni Soldini— un vecchio lupo di mare — far volare una barca quando finisce in un vuoto di vento”.
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Interpreti
Il match di Joshua con lo youtuber
Anthony Joshua ha vinto un oro olimpico nel 2012 battendo Roberto Cammarelle in finale e due volte è stato campione del mondo dei pesi massimi. Jake Paul invece è quello youtuber americano diventato famoso per l’applicazione Vine. Sette anni fa ha avviato una carriera di pugile e il mese prossimo farà a pugni con quel gran pezzo del campione. A Gareth A. Davies del Telegraph questa roba non piace. Lo definisce uno scenario che “sfida ogni logica”, una mossa che viola i codici morali e sportivi della boxe. Il Telegraph trova “incredibile che un peso massimo ancora tra i primi dieci al mondo possa infilarsi i guantoni contro un dilettante del ring” e accusa Joshua di trasformare la sua carriera in un’operazione commerciale, “un colpo da milioni di dollari”, più che un incontro vero.
Davies insiste sul fatto che questo match non solo distruggerebbe l’eredità sportiva di Joshua, ma metterebbe a rischio anche il sogno del pubblico britannico: il grande confronto con Tyson Fury previsto per l’estate successiva. Nel passaggio più netto, scrive che affrontare Paul “distrugge l’eredità di un peso massimo britannico che ha raggiunto così tanto nella boxe, pur avendola cominciata tardi nella vita”. Il tono è di indignazione e disillusione: Joshua-Paul non è una trovata di marketing, ma “una farsa che svilisce la boxe stessa”, un segno dei tempi – dice – in cui la popolarità online conta più del valore sportivo. Chiude con un’invocazione: “Preghiamo che non accada”.
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L’ultimo scroll
Brera su Pasolini
Pier Paolo Pasolini è morto da dieci giorni quando Gianni Brera decide di scriverne. Lo fa nella rubrica dell’Arciposta che tiene sul Guerin Sportivo in risposta a Manlio Galimi, giornalista reggino della Gazzetta del Sud che gli chiede “un epicedio degno della sua classe e della sua faccia tosta”. Il Guerino era andato in edicola la settimana precedente con una copertina dedicata al poeta: Pasolini aveva dato un’intervista pochi giorni prima di morire a Claudio Sabatini, il settimanale di Italo Cucci la pubblicò postuma.
Ancora una settimana, dunque, e arriva l’intervento di Brera. Che in vita aveva maltrattato Pasolini, come del resto Manzoni, Gadda, Eco. Sempre sul Guerino lo aveva definito una volta “un eccentrico e vanitoso damo delle Lettere. Fosse rimasto nel suo piccolo e pregevole oratorio avrebbe evitato di bestemmiare così risapute fregnacce”.
Sul numero 46 che esce il 12 novembre 1975 firma così un intervento crudo, duro, violento, quasi clinico, sospeso tra l’ammirazione intellettuale e il disprezzo moralista, spietato, rivelatore di una paura e un disagio che Brera provava di fronte a una libertà e una diversità che non riuscì a comprendere. Eccolo:
“Caro amico mio, la tua sensibilità non poteva suggerirti altro che questa provocazione a tempo debito. Ebbene, ti diro che la tragica morte di Pasolini era già configurata nella mia coscienza, per cui non mi ha colto nessun doloroso stupore. Sono solo egoisticamente addolorato per la dura perdita che abbiamo tutti sofferto come Nazione, sia pure malandata e messa come sappiamo. Però Pasolini era già morto alla mia anagrafe (ne abbiamo tutti una particolare). E ti dirò da quando: pochi mesi: dovrei controllate su qualche pubblicazione radio-TV il giorno in cai i miei consanguinei ticinesi hanno dedicato un’ora ad Alberto Moravia. Per circa un quarto d’ora, lo scrittore è stato a colloquio con Pasolini. Erano su una veranda che dominava la riva del Tevere, non so precisamente in quale punto. Quando l’operatoee dava in primo piano Pasolini, io vedevo nella sua faccia la tragica maschera degli invertiti strangolati accoltellati durante quei trattenimenti erotici che i cronisti di nera sogliono definire squallidi. Forse soltanto gli occhiali ne stornavano un tantino la faccia innaturale e direi, puerilmente perversa. Mi rimane tuttora nella memoria come una sorta di sgomento: gli occhietti vivi e pungenti, la fronte ampia, bozzuta e insieme degenerata per chissà quali sconquassi ereditari; gli zigomi alti e sporgenti, il nasetto breve, la bocca larga da femminota riuscita male, il mento peraltro ossato e quadrato, in imbarazzante contrasto con l’espressione, che era del satiro conscio di sé e della propria dannazione armonica.
“Incasellato nel mio archivio mnemonico, quel personaggio era già condannato al triste suo destino, ed a pensarci, ha ottenuto la fine che forse cercava, quasi irridendo allo scandalo cui lo costringeva la sua ambigua natura. Ad accopparlo in quel modo orrendo è stato un ragazzo di vita, il quale egli stesso aveva scoperto e reso popolare. Era la fine di un poeta maledetto ma con l’Alfa Romeo e il conto in banca.
“Fosse stato davvero povero, e cioè indenne dalla lebbra borghese, forse avrebbe anche bevuto, e la sua ribellione alla vita, dico a questa forma di vita italiota, avrebbe attinto alti valori poetici e umani. Purtroppo, il suo solo aspetto romantico era la damnazione omosessuale: ma usava rinfacciarla al mondo come una sfida perversa: e aggiungeva poi tragici berci per dire: voi non siete certo migliori: vi conosco: sono stato espresso anch’io dal vosrro stesso mondo merdoso e corrotto.
“Da ultimo aveva pure intuito che gli stessi poveri andavano degenerando: prima ne aveva esaltata la incolpevole ferocia da fame; in certo modo, aveva l’aria di rimpiangere una innocenza che i poveri non avevano più: erano stati integrati nella campagna di origine: portati a Roma, si sono malamente guastati. Poco poco, mi ricordava i borghesi dell’ottocento che si lagnavano del troppo cresciuto prezzo delle mignotte ormai da tempo inurbate e quindi scaltrite. Pasolini incolpava il consumismo: era una comoda variazione del tema.
“Qui, parlando di poveri, mi viene in mente mio padre e mi pento di aver definito come mio padre gli sciagurati marchettari e ladri delle borgate romane. A dir vero, quelli sono miserabili, i poveri sono forse la parte migliore del paese: parlo di quelli che non vendono le figlie per non perdere uno status economico che non hanno mai avuto e quindi non possono perdere; parlo di quelli che lavorano bestemmiando però anche con l’orgoglio di far bene; gli operai normali, gli artigiani «quasi artisti» nelle propensioni, però solleciti nel pagare i conti del portinaio e del droghiere: insomma, i giusti.
“Pasolini-omosessuale è scomparso alla fine di uma vita tristissima. Pasolini scrittore, poeta, cineasta, rimane come persona intelligente e molto vicina al genio. Peccato fosse così inguaribilmente borghese nell’anima: fosse stato davvero un poeta maledetto, oggi celebreremmo in lui il nostro Baudelaire, un degno Caravaggio della poesia moderna. Ciao, Manlio, a presto”.
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L’omicidio del poeta che correva dietro a un pallone
Poche settimane prima di morire, Pier Paolo Pasolini scrive a Gian Carlo Ferretti. Annuncia di aver quasi finito Salò, di voler iniziare Porno-Teo-Kolossal, e di preparare una nuova rubrica per il Corriere della Sera. L’avrebbe chiamata «Che dire». È un titolo che oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, suona come una domanda rimasta a galleggiare nell’aria.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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