L’omicidio del poeta che correva dietro a un pallone

Poche settimane prima di morire, Pier Paolo Pasolini scrive a Gian Carlo Ferretti. Annuncia di aver quasi finito Salò, di voler iniziare Porno-Teo-Kolossal, e di preparare una nuova rubrica per il Corriere della Sera. L’avrebbe chiamata «Che dire». È un titolo che oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, suona come una domanda rimasta a galleggiare nell’aria.
Proprio sul Corriere della sera ne ha scritto Walter Veltroni, ricordando come la Cassazione abbia stabilito che Pino Pelosi agì da solo. Ma, scrive, “il giudice del tribunale minorile, Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo, nella prima sentenza disse che dagli atti emergeva in modo imponente la prova che Pelosi non era solo”.
“Modo imponente”, una formula di due parole che contiene un abisso. Pasolini venne trasformato in un colpevole della propria morte. “Si voleva utilizzare il suo assassinio per giustiziare le sue idee”, scrive Veltroni. Era più semplice ridurlo a una cronaca sordida, anziché misurarsi con la potenza delle sue visioni. Nel 2011, racconta Veltroni, Pelosi gli disse: «Siamo andati all’Idroscalo e abbiamo avuto un rapporto sessuale. Dopo qualche secondo ho visto arrivare una moto e un’auto. Hanno tirato Pier Paolo fuori e hanno cominciato a picchiarlo». Disse anche che gli assassini erano vivi, e che ancora li temeva.
Veltroni ricorda il poeta che aveva conosciuto pochi mesi prima dell’assassinio, a un comizio contro la dittatura franchista. “Un cervello gigantesco immerso in una grande solitudine”, scrive, “una libertà intellettuale senza pari, coniugata a una insaziabile fame di vita”. Era stato perseguitato, espulso dal Pci, censurato dall’Italia più bigotta. Irregolare, contraddittorio, laico nel dubbio e feroce nell’onestà. Disse “Io so” contro lo Stato e nel frattempo si opponeva all’aborto in nome di una “ecologia della vita”. Viveva nel conflitto perché era lì che cercava la verità. «Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine», scriverà. Una solitudine che non era rifugio ma condanna, garanzia di libertà e di dolore insieme.
Temeva l’omologazione che cancellava le differenze e vide arrivare – scrive Veltroni – “l’uomo amorale che la televisione e il consumismo stavano forgiando”. Non amava il Sessantotto, e rimpiangeva la luce delle lucciole perdute dall’inquinamento. Era libero, irregolare, eremita. Quelli che lo hanno ucciso – conclude Veltroni – hanno impedito di sapere come sarebbe stata la sua nuova rubrica. “Perché di quel modo di pensare e di parlare, di quel pensiero e di quella libertà, si sente oggi, senza vergognarsene, grande nostalgia”.
Marco Damilano su Domani ha parlato dei due corpi insepolti della Repubblica, il parricidio di Pasolini e quello di Moro, le spoglie pestate e ridotte in poltiglia del poeta a Ostia, quelle del presidente Dc nella stiva della Renault 4. Damilano comincia la sua ricostruzione da una foto che li ritrae seduti uno accanto all’altro. Pier Paolo Pasolini in smoking, Aldo Moro in doppiopetto. Le mani giunte, l’aria fragile, l’inflessibilità di chi sa di essere fuori posto. È Venezia, 1964, Il Vangelo secondo Matteo è in concorso, il governo di centrosinistra vacilla sotto l’ombra di un golpe mai nato. Il colpo di Stato di cui Pasolini avrebbe scritto prima di morire, e di cui Moro avrebbe parlato nel suo memoriale da prigioniero: “un periodo estremamente agitato e pericoloso”b lo definisce Damilano.
Non potrebbero essere più lontani, e invece — scrive Marco Damilano su Domani — un destino li unisce. Due corpi seviziati e svenduti ai rotocalchi, due figure legate dalla stessa lettura del vuoto che avrebbe inghiottito la Repubblica. Pasolini, nel 1975, intuisce che quel vuoto non è assenza ma sostanza del potere. Un vuoto di potere in sé, scrive sul Corriere della Sera, quando tutti vedono l’avanzata del Pci come un trionfo. L’Italia cattolica, dice, è sparita come le lucciole. Restano “maschere funebri” al governo e un partito comunista ormai al servizio del nuovo potere. Su L’Espresso lo accusano di essere arcaico, e solo Leonardo Sciascia lo difende perché “la mia paura più profonda è tanto vicina alla sua”. Dall’altra parte, Moro avverte lo stesso pericolo. Nel 1975, al Consiglio nazionale della Dc, appare a Giampaolo Pansa “diritto, sicuro, energico”, e avverte i suoi: “L’avvenire non è più nelle nostre mani”. L’onda del cambiamento, dice, travolgerà tutti.
“Io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri”, dice Pasolini il pomeriggio prima di morire. Tre anni dopo, scriverà Sciascia, Moro continuerà ad aggirarsi “in quelle stanze vuote, in ritardo e solo”. Il processo metaforico che Pasolini voleva per i democristiani si compie davvero: Moro paga per tutti, lui che è “il meno implicato di tutti” dice Damilano. Due corpi insepolti che continuano a parlare al nostro vuoto quotidiano, come “un gatto che non crepa”, “un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”.
Gli interventi di PPP sul calcio e la sua ultima intervista al Guerino
Numero 11: Pier Paolo Pasolini
Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco.
Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il “gioco“: sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale
| testimoni L’ultima intervista sul calcio
“Domenica, 2 novembre 1975. Arrivai al Guerino in pena. Avevo sentito la notizia: «È morto Pasolini!». Un po’ alla volta il dramma diventò tragedia. Poi sempre peggio. Le descrizioni della morte. Orrore. Arrivarono i ragazzi, che fare? Dissi la mia: «Dobbiamo ricordarlo, a parte il fatto ch’era tifoso del Bologna, amava il Guerino fin dai tempi del Conte Rognoni, ci ha dato un’intervista pochi mesi fa … ». E nella nostra piccola famiglia scoppiò un dibattito. Claudio Sabattini – che da anni non c’è più – mi disse «faccio un salto a casa» e dopo mezz’ora tornò con una busta gialla, di quelle da ufficio statale, riciclata, e me la consegnò: «E arrivata venerdì».
Dentro c’erano, vergati a mano, quattro fogli di notes con le risposte alle domande che Claudio aveva consegnato al Poeta, incontrandolo poco tempo prima all’Alma Mater. L’ultima intervista prima di essere ucciso, una sorta di testamento per i giovani, con la leggerezza del calcio innanzitutto. Eravamo tutti compresi di quel dono, in redazione. Cominciai a frugare nel mio album di diapositive “speciali” ce l’ho ancora – finché non venne fuori quella foto di Pier Paolo in maglia rossoblù e una bella faccia. Serena. Compiaciuta. Nonostante passando le ore la domenica fosse diventata il Savoldi Day – gran gol col Napoli a Verona – e meritasse la copertina io l’assegnai a Pasolini, con qualche discordanza, mettendo a rischio – disse uno – la vita di un settimanale storico che stava faticosamente uscendo dalla crisi e sopportava solo facce da calcio. Quella volta vendemmo più di centomila copie, un botto, e allora capii che avevo in mano un giornale straordinario degno di una gioventù che l’avrebbe scelto compagno di lettura, di penna e di pensiero per vent’anni. Era destino che nella mia prima vita di nomade curioso entrasse un personaggio che di vite ne aveva già vissute più d’una” – di italo cucci, Corriere dello sport-stadio

| parole Dacia Maraini
➣ Le capita ancora di sognarlo?
Certo. Soprattutto ho nelle orecchie la sua voce. La voce, sa, è ciò che rimane più impresso di una persona a cui si è voluto bene e che non c’è più. Sento ancora la sua voce, con quell’accento friulano. È come se mi parlasse ancora.
➣ Cosa le direbbe in questo momento?
Non credo che sarebbe contento. Tira un’aria brutta, un’aria di guerra. Anche il linguaggio ora in voga è deteriore e violento, basato sulla denigrazione dell’altro. Credo che lui vivrebbe soprattutto questo come qualcosa di doloroso.
➣ Lei era una delle sue più care amiche. Lo riconosce nel modo in cui viene ricordato in Italia?
Una parte del paese lo ricorda nel modo giusto: come una voce autentica che ha gridato, ha messo in allerta contro certi pericoli ed è stato profetico rispetto ad alcuni fenomeni, come nella sua critica alla società del consumo. D’altra parte, però, vedo anche persone che lo hanno attaccato quando era in vita e che ora lo esaltano e lo strumentalizzano. Mi fa sorridere, perché c’è qualcosa che non torna. Ma in fondo è sempre meglio l’esaltazione che la denigrazione. È una figura che sembra non essere invecchiata: è molto amato anche dai giovani. Io credo che siano attratti da lui perché era una persona sincera. Piace ai giovani perché non apparteneva a nessuno: a nessun partito, a nessun gruppo. Era davvero un uomo che voleva considerarsi libero. – intervista di giulia merlo, Domani [per intero qui]