Non era facile unificare le etnie e modernizzare un Paese come la Jugoslavia
Dio voglia che i suoi successori si dimostrino altrettanto capaci
Mohammad Reza Pahlavi
▻ La sera che alla Beogradska Arena la Serbia vinse la prima Coppa Davis della sua storia, Novak Djokovic alzò verso il tetto del palazzo le tre dita che stanno per la croce dell’ortodossia. I miliziani le scolpivano per sempre sulle mani dei prigionieri di guerra o dei cadaveri, mozzando le falangi superflue. La Croazia aveva festeggiato la sua prima insalatiera cinque anni prima, ed era passato un decennio tondo dal giorno d’agosto in cui Vlade Divac e Drazen Petrovic avevano rotto la loro amicizia nata intorno ai canestri durante l’infanzia, per quella cosa che chiamiamo politica, o meglio ancora identità. Uno era nato a Prijepolje, l’attuale Serbia. L’altro a Sebenico, oggi in Croazia. La Jugoslavia era diventata campione del mondo in Argentina con una squadra di geniale purezza che prima non aveva avuto mai. I Balcani stavano andando fuori controllo. Qualcuno portò sul podio una bandiera del Paese ma con lo scudo a scacchi bianchi e rossi. Divac se ne era accorto subito ed era corso a strappare quel simbolo che trovava provocatorio, in ogni caso fuori contesto. Petrovic avrebbe visto tutto alla televisione il giorno dopo e si fece gelido, disse che Vlade non era più un amico, non era più un avversario in NBA, d’ora in avanti sarebbe stato solo un nemico. Perché chi era nemico della Croazia che inseguiva l’indipendenza, era pure nemico suo. L’incidente mortale del 7 giugno 1993 rese impossibile qualsiasi riappacificazione. Quando la guerra fìnì, molti anni dopo, Divac attraversò il nuovo confine e dalla madre del suo vecchio amico si fece accompagnare sulla tomba.
Ogni Serbia-Croazia nello sport rimette in circuito il ricordo di quel giorno e la rissa allo stadio Maksimir di Zagabria del maggio precedente, la sera in cui Boban diventa un eroe nazionalista quando tira una ginocchiata a un poliziotto a margine degli scontri fra ultras della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa, l’introduzione alla guerra civile. Ogni Serbia-Croazia nello sport invita a credere di essersi lasciati alle spalle tutto questo, e così fa pure la semifinale di Coppa Davis di oggi, cascata all’incrocio tra le righe di questa nuova aria di crisi nei Balcani.
I leader della metà serba della Bosnia minacciano di formare un proprio esercito e di puntare a una secessione per unirsi a Belgrado. L’uomo che sta giocando questa pericolosa partita nel nome della Republika Srpska si chiama Milorad Dodik, ex presidente del paese, sostenuto dietro le quinte dalla Russia di Putin e in modo neppure troppo subliminale dal leader del partito conservatore croato Hdz, Dragan Čović. Perché se nasce una grande Serbia, allora i nazionalisti sentiranno di avere mani libere per una grande Croazia. Le conseguenze non sono senza traumi e annunciano la fine dell’idea di una convivenza tra anime diverse sotto uno stesso cielo.
Dunja Mijatović, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha scritto nei giorni scorsi una lettera aperta ai 27 Paesi della UE su Avvenire, chiedendo di mettere subito fine a questo principio di disgregazione.
“Per chi ha vissuto le atrocità delle guerre jugoslave negli anni 90 del Novecento, il quadro è chiaro e fin troppo familiare. Io sono una di loro. Nata a Sarajevo, sono stata testimone dei modi subdoli dell‘indottrinamento nazionalista. Le guerre degli anni 90 sono state una diretta conseguenza di quel discorso pubblico, che ha introdotto una narrativa del ‘noi contro loro‘, e ha portato alla disumanizzazione dell’altro e alla marginalizzazione delle voci contrarie alla guerra. Sembra che non abbiamo imparato dal passato. La retorica irresponsabile dei politici di oggi torna a mescolare in modo esplosivo insulti, riferimenti etnici e sentimenti religiosi. La gente di Bosnia ed Erzegovina vive ancora una volta nella paura del conflitto. E gli Stati membri del Consiglio d’Europa non dovrebbero sottovalutare il pericolo. Le tensioni in aumento in Bosnia ed Erzegovina sono una minaccia reale per il Paese, per la regione e per la stabilità del continente. Disinnescarle e garantire la protezione dei diritti umani deve diventare una priorità assoluta”.
A undici anni da quella prima Coppa Davis vinta in finale sulla Francia, la Serbia punta alla seconda con un Djokovic nel frattempo meno solido e più gassoso. Un paio di mesi fa è stato fotografato a tavola con Milan Jolovic, negli anni della guerra jugoslava comandante dell’unità militare chiamata Lupi della Drina, in azione durante il massacro di Srebrenica, ottomila bosniaci musulmani massacrati. Jolovic salvò la vita a Ratko Mladic, condannato per crimini di guerra al tribunale dell’Aia nel 2017. Con la camicia sbottonata e le tazzine del caffè sul tavolo, la fotografia insieme a Djokovic ha fatto il giro della rete aggiungendo altra inquietudine intorno all’immagine del tennista più forte del mondo. Con Al Jazeera, lui non ha voluto commentare. Emanuele Atturo su la Ragione ha ricordato che “non è la prima volta che il tennista mostra una vicinanza ambigua al passato militare più oscuro della sua terra. Gli è capitato, per esempio, di sponsorizzare un liquore che portava il nome di Draza Mihajlovic, generale serbo, leader dei cetnici, collaborazionista dell’esercito nazi-fascista durante la Seconda guerra mondiale. Nel 2020, dopo la vittoria della Atp Cup, era circolato un video di Djokovic che cantava, insieme ai compagni di squadra serbi, una marcia militare nazionalista. L’ambasciatore kosovaro in Bulgaria, Edor Cana, aveva commentato l’episodio con durezza, definendo la squadra serba primitiva e sciovinista”.
Nel luglio dell’anno scorso, andò in Bosnia a ritirare un premio proprio da Milorad Dodik. La replica insomma del Djokovic che Francesco Marinelli su Rivista Studio descriveva otto anni fa come “una vera e propria autorità, un personaggio venerato non solo per meriti sportivi, un eroe nazionale in un paese bisognoso di miti. Djokovic rappresenta il simbolo della rinascita di un paese. Spesso, girando per Belgrado, si vedono poster con la sua faccia appesi lungo le strade. Il suo nome è sugli accendini, sui sacchetti delle caramelle, sui portachiavi. Sono stati stampati francobolli in suo onore”.
Dopo aver vinto per la prima volta gli Australian Open di Melbourne (2008), registrò un video trasmesso nelle piazze di Belgrado, durante le manifestazioni contro l’indipendenza del Kosovo. Disse: «Siamo pronti a difendere ciò che è giustamente nostro, il Kosovo è serbo».
Eppure, in tutti questi anni, da allora a oggi, Djokovic è stato allo stesso tempo una figura dai risvolti panslavi. Alle sue cattive amicizie ha affiancato un giorno Goran Ivanisevic come nuovo coach, dunque un eroe dello sport croato, sfidando le reazioni dei nazionalisti su entrambe le sponde. Il tabloid nazionalista Informer parlò di tradimento e definì scandalosa la coppia. L’ex cestista Darko Milicic lo accusò di mostrare «esplosioni d’amore verso i croati, senza pensare alle offese, alle perdite che hanno subito i cari dei suoi tifosi durante la guerra».
Dall’altra parte si rinfacciava a Ivanisevic di aver detto una volta al New York Times di allenarsi in guerra sparando servizi a 200 km orari, immaginando che dall’altra parte della rete ci fosse qualche serbo da colpire. Dall’altra parte della rete oggi a Madrid c’è invece Marin Cilic, bosniaco nato a Međugorje, di passaporto croato. Sempre più spesso Djokovic ricorda le origini croate della madre, quelle kosovare di suo padre. Una volta ha detto: «Goran viene dalla Croazia, io dalla Serbia, entrambi da un paese che si chiamava Jugoslavia. Quando ero piccolo e ho cominciato a seguire il tennis in tv, mi sono appassionato a una sua partita contro Sampras e mi ricordo che tutti nella mia regione tifavano per lui».
Sette anni fa fece donazioni in favore di Croazia e Bosnia colpite da alluvioni. Disse: «Lunga vita a tutto il popolo dell’ex Jugoslavia. Che Dio sia con voi». Ha aiutato gli ospedali serbi in pandemia, ma ha pure donato ventilatori al Montenegro. Di questa nuova immagine inafferrabile e ambivalente s’è occupata tempo fa la France Press. «Ci rappresenta tutti, noi serbi, ma anche i nostri vicini croati, musulmani, tutti», diceva l’impiegata di banca Kristina Popovic. «Ha ottenuto più lui nella comunicazione e nella comprensione tra le persone nell’ex Jugoslavia che alcuni politici, intenti a dividere», sono state le parole di Semir Osmanagic, fondatore del Pyramid Park in Bosnia, visitato da Djokovic tre volte dalla metà del 2020 in avanti. In coerenza con il suo lato new age, Novak lo considera «un paradiso in terra» e come un gran numero di persone crede che abbia poteri curativi. Dopo essere stato là un paio di volte, suo padre Srdjan ha detto che suo figlio considera tutti i paesi emersi dopo la disgregazione della Jugoslavia come suoi.
L’ex presidente della Croazia, Kolinda Grabar-Kitarovic, su Facebook lo ha descritto come «un grande uomo e atleta», lui nel frattempo aveva tifato per la Nazionale di calcio di Zagabria ai Mondiali in Russia. In un’intervista alla Cbs, l’ex presidente filosofo Boris Tadic, i cui nonni furono ammazzati durante la seconda guerra mondiale dagli Ustascia filofascisti, ha detto che Djokovic ha migliorato l’immagine della Serbia nel mondo e che un giorno, popolare com’è, potrebbe vincere le elezioni e diventare presidente. Il punto adesso è capire presidente di che cosa.