Lo scontro diplomatico Australia-Serbia per Djokovic – Sospeso il decreto di espulsione fino a lunedì

  ▻  La furia di Melbourne si è manifestata molto prima che arrivasse la serata d’apertura del torneo, molto prima che Novak Djokovic mettesse piede alla Rod Laver Arena. Come l’altra notte aveva minacciato di fare, il governo federale australiano è andato allo scontro istituzionale con l’amministrazione dello stato di Victoria, spezzando la catena di eventi che aveva portato il numero 1 del tennis mondiale nel paese, anche senza essere vaccinato, con una misteriosa esenzione medica. Karen Andrews, il ministro federale degli affari interni, aveva annunciato la tempesta – la revoca dell’esenzione a Djokovic in mancanza di prove accettabili – e la tempesta è arrivata. «Qualsiasi individuo che cerca di entrare in Australia deve rispettare i nostri severi requisiti alla frontiera. Il governo dello stato di Victoria e Tennis Australia possono consentire a un giocatore non vaccinato di competere negli Australian Open, ma è il governo del Commonwealth che fa rispettare i requisiti al confine». 

 

Il Sydney Morning Herald spiega che il governo di Scott Morrison è sotto attacco nel Paese per la sua gestione del covid e per il rifiuto di rendere gratuiti o più economici alcuni prodotti di base. I test sono largamente esauriti nei supermercati e nelle farmacie di tutta la città, i pochi pezzi disponibili vengono venduti per circa 30 dollari australiani (19 euro). Così, nel giorno di 34mila nuovi casi di covid con 6 morti, il numero 1 del tennis è finito nei meme che lo trasformavano nel Tom Hanks di The Terminal. Bloccato all’aeroporto Tullamarine, interrogato per otto ore, respinto. Dovrà lasciare il Paese senza difendere il titolo, senza la chance di aggiungere un 21esimo Slam alla sua corona. 

L’Australian Border Force ha confermato “che il signor Djokovic non ha fornito prove adeguate che soddisfino i requisiti di ingresso in Australia, il suo visto è stato annullato. I non cittadini privi di un visto valido sono allontanati dall’Australia. L’ABF conferma che il signor Djokovic ha avuto accesso al suo telefono”. Ma gli avvocati hanno impugnato la decisione. Il quotidiano di Melbourne, The Age, riferisce di “un’ultima disperata richiesta al tribunale per evitare di essere espulso”. La rete pubblica Abc parla di grandi manovre presso la Corte federale. Alle 6 e 26 di stamattina Djokovic è stato trasferito al Park Hotel, la struttura che ospita anche un gruppo di richiedenti asilo, trattenuti dalle autorità per l’immigrazione. Lo scorso ottobre si è verificata nelle sue stanze un’epidemia di covid con 22 dei 46 rifugiati positivi. Secondo un rapporto di Channel 7news, il 90% dei casi di coronavirus segnalati a Victoria nella seconda ondata si è concentrato in questo hotel, definito infame. È stato usato come centro per la quarantena nella primavera del 2020 e da più di un anno ospita anche i detenuti trasferiti in Australia dall’isola di Manus e Naur. Sono trentadue in tutto.

 

 

MAPPE Lo scontro con la Serbia | Djokovic è arrivato in taxi e qui ha atteso la decisione dei giudici, arrivata poco fa. Il decreto di espulsione dal Paese è stato sospeso: il serbo resta in Australia fino a lunedì. Il Guardian sostiene che facesse affidamento sul suo precedente contagio da covid per chiedere l’esenzione, ma il governo australiano non lo ha ritenuto un motivo valido. Il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ha protestato formalmente tutta la notte con l’Australia: «Le nostre autorità stanno facendo di tutto per far sì che le molestie nei confronti del miglior tennista del mondo cessino immediatamente». Morrison ha replicato di comprendere la posizione del governo serbo, ma ha ribadito che le regole «si applicano a tutti coloro che entrano. Sono a conoscenza delle dichiarazioni fatte dall’ambasciata qui a Canberra, le capisco, il mio punto di vista è che tutti i paesi hanno le loro regole di confine. La Serbia è una buona amica dell’Australia e ha fornito un sostegno molto forte, in particolare sulle questioni di sicurezza a livello globale, lo apprezziamo molto. Questo è un caso molto specifico che riguarda un individuo, le leggi sui confini sovrani dell’Australia e la loro giusta applicazione».  

Intorno alle sette del mattino ora italiana, il giornalista della Abc Andrew Greene ha detto che altri due tennisti interessati dalle esenzioni di Tennis Australia, non avrebbero i requisiti per entrare nel Paese. Le autorità di frontiera stanno indagando.

 

Srdjan Djokovic è furibondo. Ha riferito che suo figlio è stato rinchiuso in una stanza dov’è rimasto da solo, separato dal team. Poi nelle dichiarazioni alla stampa serba si è fatto prendere la mano. 

 

    Mio figlio è prigioniero in Australia. Da questo momento, Novak è il simbolo e il leader del mondo libero, il mondo delle nazioni e dei popoli poveri e svantaggiati. Mio figlio ha dimostrato che un Paese piccolo ma eroico come la Serbia può avere il miglior tennista e il miglior sportivo di tutti i tempi, e che la verità non può più essere nascosta. Stanotte possono imprigionarlo, domani possono incatenarlo, ma la verità è come l’acqua, troverà sempre la sua strada. Novak è lo Spartaco di un nuovo mondo che non tollera l’ingiustizia, il colonialismo e l’ipocrisia, ma lotta per l’uguaglianza di tutte le persone del pianeta, indipendentemente dal colore della loro pelle, indipendentemente da quale Dio adorano e da quanti soldi hanno. Novak ha dimostrato che qualsiasi obiettivo può essere raggiunto se credi nei tuoi sogni, e il suo sogno è condiviso da miliardi di persone e bambini che lo ammirano. Forse il mondo ricco non permetterà più a Nole di giocare a tennis, ma così facendo avrà svelato il suo vero volto, e avrà così inizio un gioco molto più serio. Da una parte ci saranno i membri avidi e arroganti dell’oligarchia mondiale, dall’altra l’intero mondo amante della libertà, che crede ancora nella giustizia, nella verità, nel fair play e nei sogni dei propri figli | Srdjan Djokovic al quotidiano serbo Telegraf

 

PANORAMI La scena politica australiana | Più di cinque ore dopo il loro arrivo a Melbourne, Goran Ivanisevic, il suo coach, ha postato un selfie su Instagram con la didascalia: “Non è proprio il viaggio più tipico a Down Under”. 

Nel frattempo, con una una intervista all’Herald Sun, Rod Laver stava dicendo che toccava a Djokovic rivelare il motivo per cui gli era stata concessa l’esenzione medica. «Se ha un motivo valido, dovremmo saperlo. Sei un grande giocatore e hai vinto tanti tornei, non può essere un problema fisico. Quindi qual’è il problema?».  

Lo scontro tra il governo federale e lo stato di Victoria si è consumato quando il governo federale gli ha chiesto di venire allo scoperto e sostenere formalmente la domanda di visto di Djokovic. A quel punto l’amministrazione locale ha fatto un passo indietro. Jaala Pulford, ministro dello sport ad interim dello stato, lo ha annunciato su Twitter, sostenendo che «siamo sempre stati chiari su due punti: l’approvazione dei visti è di competenza del governo federale e le esenzioni mediche sono di competenza dei medici». Una via di fuga perfetta. 

Matthew Wrigley, avvocato specializzato in istituzioni australiane, ha spiegato stamattina a l’Equipe che «ormai è diventato un affare politico. Da un lato c’è l’ala sinistra, con il governo vittoriano che concede l’esenzione a Djokovic per partecipare al torneo. Ma dopo la protesta pubblica che ha provocato, l’ala destra ha reagito: fuori questione, non possiamo permetterlo. Morrison è un politico intelligente, fortemente influenzato dall’opinione pubblica. È molto insolito per un primo ministro intervenire in questo genere di argomenti. Il fatto che abbia detto che se i documenti di Djokovic non fossero stati in ordine, lo avrebbe rimesso sul primo aereo, è estremamente raro».  

 

pareri | «Non è finita qui. Djokovic, oppure gli Australian Open, o ancora il primo ministro, o infine il medico responsabile, dovranno dire la verità all’opinione pubblica. Perché era stata concessa l’esenzione? A questo punto non possono più tenere le cose chiuse nelle loro stanze burocratiche. Per rispetto della gente normale, e degli appassionati di tennis. E anche degli altri giocatori. La privacy va a farsi benedire di fronte al casino mondiale che hanno messo in piedi. Ci sarebbero parole consone per definire questo teatrino, ma potrebbero suonare volgari. Ah, vorrei porre io una ultima domanda. Se questo è quello che accade al primo torneo dell’anno, cosa ci riserva il prossimo futuro?». | Adriano Panatta intervistato da Paolo Rossi, Repubblica

 

“In poco più di 24 ore – scrive il New York Times con  Matthew Futterman, Andrew Das e Isabella Kwai – Novak Djokovic è passato dal ricevere un permesso speciale dell’ultimo minuto per entrare in Australia, a sentirsi sostanzialmente dire dal primo ministro australiano che non era il benvenuto nel Paese. La decisione promette di diventare un altro punto focale nel dibattito sui vaccini e su come gestire la pandemia, soprattutto in Australia, dove l’egualitarismo è considerato un principio sacro – e dove il tennis, come viene chiamato l’Open, è amato da un’intera nazione di fanatici dello sport”.

Il New York Times definisce la storia come “la controversia più straziante tra le molte in carriera, quasi tutte causate dal comportamento di un campione che sa essere ostinato e inflessibile in campo e fuori”.

 

Come già ieri, la voce di Oliver Brown sul Telegraph è in dissonanza. 

“In mezzo all’avvincente romanzo di spionaggio della detenzione di Novak Djokovic all’aeroporto Tullamarine di Melbourne – scrive – era difficile sfuggire alla sensazione che la stragrande maggioranza degli australiani stesse assaporando ogni momento della sua pubblica umiliazione.  Poco dopo la cancellazione del suo visto, Greg Hunt, ministro della salute del paese, era in televisione a confermare che il numero uno del mondo sarebbe stato sul primo volo di ritorno. Quasi contemporaneamente, il primo ministro Scott Morrison è intervenuto con un messaggio trionfalista. Come hanno dimostrato gli ultimi due anni, l’Australia non ama altro che il suo confine. Durante tutta la pandemia, le frontiere statali sono state saldate così strettamente che la psiche nazionale, un tempo orgogliosamente rivolta all’esterno, è regredita in un isolazionismo appagato. Durante le news a colazione, gli anchormen si sono uniti intorno alle parole ‘il nostro paese, le nostre regole’, discutendo seriamente del rischio che il serbo avrebbe potuto rappresentare per i raccattapalle degli Australian Open. Djokovic ha pagato più la rabbia pubblica scatenata dal suo annuncio che da un problema tecnico nelle sue scartoffie. Per gli abitanti di Melbourne, si è rivelato un affronto sprezzante al loro sacrificio condiviso. Il post su Instagram di Djokovic, la foto con le sue borse già pronte, ha fatto infuriare quelli che hanno sopportato sei lockdown, quelli che hanno affrontato multe salate se avessero osato anche solo passare più di un’ora fuori dalle loro case, gente che in molti casi ha dovuto vaccinarsi obbligatoriamente per avere ancora un lavoro. Da questo punto di vista, l’estensione del trattamento preferenziale al più importante scettico sui vaccini dello sport sembrava, per dirla educatamente, un affronto. O, per dirla con le parole di uno dei suoi ex avversari, Sam Groth del New South Wales, uno sputo in faccia a ogni australiano”. 

Il Telegraph racconta che nella sala degli arrivi internazionali si era diffusa la voce che Djokovic fosse tenuto sotto guardia armata. “Il filmato del veicolo della polizia che intercettava il suo aereo Emirates è stato riprodotto in continuazione. Dalla Serbia è filtrata la voce che suo padre chiedesse l’insurrezione per le strade. Per tutto il tempo, un’auto di cortesia dell’Australian Open ha aspettato fuori dall’aeroporto per un trasferimento che non c’è mai stato. Non è difficile – scrive l’editorialista del quotidiano inglese – vedere come il governo Morrison si sarebbe affrettato a staccare un dividendo politico da tali scene, vantandosi del fatto che anche il miglior tennista del mondo era tenuto agli stessi standard degli altri. Il signor Morrison, dopo tutto, è in preda a una crisi. Dall’essere una terra dimenticata dalla pandemia, l’Australia è ora Covid-central.  Mentre la variante omicron imperversa nella popolazione, il primo ministro deve affrontare un’elezione federale tra quattro mesi, e potrebbe benissimo perderla. In questo contesto, il destino di Djokovic – che in apparenza dimostra l’equità delle leggi australiane sui vaccini – può essere usato come un’arma a suo vantaggio. È sorprendente che a questa saga sia stato permesso di raggiungere un livello di farsa così alto. I funzionari australiani dell’immigrazione avevano approvato il visto nel momento in cui era iniziato il viaggio a Dubai. Perché gli è stato consentito di arrivare fino agli ultimi controlli all’aeroporto di Melbourne, coinvolgendo il governo e il presidente della Serbia, per far precipitare tutto in un tumulto diplomatico durato l’intera notte? Pochissimi nel tennis e fuori dal tennis sono inclini a vedere Djokovic come una vittima. L’opinione prevalente è che debba incolpare solo sé stesso e che avrebbe potuto risparmiarsi il disturbo facendosi vaccinare, come la maggior parte dei suoi coetanei.  È ancora possibile, tuttavia, sentirsi a disagio per come un nove volte campione dell’Australian Open, una figura che nel 2020 ha donato denaro per aiutare i soccorsi ai devastanti incendi boschivi del paese, sia stato sottoposto a un senso del ridicolo così spietato. Questo disagio è amplificato dall’atteggiamento di Morrison e dei suoi ministri, il che suggerisce che Djokovic non è tanto l’artefice della sua rovina, quanto una pedina in un cinico gioco politico”.

 

In Italia, Paolo Rossi su Repubblica dice che Djokovic è stato “trattato come un delinquente qualsiasi. Tutti i tennisti – spiega poi – sono sottoposti a un regime duro: non devono restare in quarantena (come nel 2021), ma sottoporsi a test antigenici ogni giorno e a tre Pcr nella prima settimana di permanenza. Alex Hawke, il ministro dell’Immigrazione, avrebbe potuto ammettere Djokovic. Ma la notte gli ha portato un consiglio diverso. Resta una gestione disastrosa”.

Nel suo più puro stile, Giuliano Ferrara scrive sul Foglio che a Djokovic tutto va concesso. Perché? Facile. Perché è Djokovic. Parla di rigoristi pallosi e di moralismo. 

“Il tennis è di per sé uno sport distanziato, con qualche accorgimento negli spogliatoi e nella bolla asettica di Melbourne, ora che i giocatori devono prendersi da soli l’asciugamano per tergersi il sudore, non ci sono pericoli eventuali di infettare alcuno. Che la legge sia eguale per tutti è il massimo teorico della giustizia, sebbene da Rabelais in poi, e anche prima, siano stati non pochi a celebrare l’impossibilità di una vera giustizia, ché non aver riguardo per nessuno è un po’ come essere ciechi, ma per i relativisti, cioè per tutti i rigoristi moderni che fanno la lagna su Nole e per Eco, un quantum di ingiustizia minore può compensare, come dicevamo, come diceva il maestro, il rischio di un’ingiustizia maggiore. Ci rendiamo conto del danno ingiusto che si commetterebbe, non tanto e solo verso il numero uno del tennis mondiale, ma verso chiunque voglia, e sono parecchi, siamo un mare, godersi un torneo dei primi quattro al mondo che non sia mutilato del suo eccelso campione? Si può certo non prediligere Novak Djokovic. Fa il compagnone con i serbi della fazione violenta e spergiura che non ci piace punto. Certo non è un esempio civico. Difficile, sebbene non impossibile, spiegare a scuola o in un ospedale affollato di covidati tanta liberalità. Tuttavia ogni regola ha la sua eccezione, un talento eccezionale val bene una messa in calzoncini e scarpette che celebra palline e racchette. Autorità, piagnoni di mestiere, invidiosi di riporto, moralini che non hanno letto nemmeno Eco, per non dire Kant, e tutti coloro che non capiscono la gioia incommensurabile per il numero uno e per chi lo vuol battere di una lunga e dura e leale partita di tennis, volete darvi una calmata e riconoscere, con il marchese della commedia all’italiana, che lui è lui e voi non siete un cazzo?”

 

Massimo Gramellini sul Corriere della sera polemizza con l’intervento di Giuliano Ferrara e scrive: “Col consueto piacere intellettuale che lo porta a sostenere l’insostenibile pur di fare stecca sul luogo comune, Giuliano Ferrara ha difeso il privilegio del Grande Esentato perché «sa giocare a tennis». Un classico esempio di realismo marxista, per cui nella Storia l’unica cosa che conta sono i rapporti di forza, il resto è piagnisteo da vittime. Secondo tale visione del mondo, la vita è sempre com’è e mai come dovrebbe essere: i ricchi, i potenti, gli spregiudicati e i più dotati possono infischiarsene delle regole che ingabbiano gli invidiosi e i mediocri. Sia reso grazie all’oscuro burocrate australiano che, fermando Djokovic sulla porta di casa, ci ha ricordato che i vincenti non devono vincere sempre”.

 

  Il mondo ha sofferto abbastanza. Devi vaccinarti. Se Djokovic avesse voluto, avrebbe potuto giocare qui senza alcun problema. Ognuno è libero di prendere le proprie decisioni, ma poi devi accettare le conseguenze | Rafa Nadal

 

| pareri Massimiliano Rosolino, australiano per metà

  ➣  Massimiliano Rosolino, lei è per metà australiano ed è stato un fuoriclasse del nuoto, come giudica il caso Djokovic? «Per me se le circostanze sono le stesse, la regola deve valere per tutti. Sicuramente Djokovic ha sfruttato gli spazi che c’erano nel regolamento, a suo modo è stato “smart”. Non ha falsificato il green pass: ha trovato un cavillo. Non è un caso facile da giudicare, ma sarebbe stato meglio se se ne fosse stato a casa, per la sicurezza sua e degli altri».

  ➣  L’Australia gli ha prima negato, poi concesso l’esenzione per partecipare agli Australian Open, ieri però lo ha bloccato in aeroporto e poi, pare, respinto. Un pasticcio? «Io ho il doppio passaporto, conosco gli australiani e so che sono molto rigidi, fin troppo a volte. Non è però che Djokovic può arrivare in Australia e rimanere fermo al gate, anche le autorità locali avrebbero dovuto mettersi d’accordo fra di loro»  – intervista di stefano semeraro, la Stampa

 

La ATP Cup

 

      Era stata la finale un anno fa, valeva stavolta la qualificazione al turno successivo. L’esito è stato uguale. L’Italia ha perso contro la Russia per 2-1. Jannik Sinner ha vinto il primo singolare contro Safiullin per 7-6 6-3, Matteo Berrettini ha perso il secondo contro il numero 2 del mondo Daniil Medvedev in due ore e 37 minuti di partita, “con picchi di grande qualità” secondo Vanni Gibertini per Ubitennis.

“È stata soprattutto la dipendenza dalla prima di servizio – dice – e l’incapacità di convertire in maniera accettabile la seconda che ha condannato Berrettini ad essere sempre all’inseguimento dell’avversario, capace di mettere sin da subito la partita sul piano da lui preferito scambi da fondocampo, riuscendo spesso e volentieri a impedire a Matteo di crearsi lo spazio sul diritto sulla sinistra del campo per giocare le sue accelerazioni. Berrettini peraltro ha giocato una ottima partita di rovescio, tenendo la diagonale di palleggio con buona regolarità e soprattutto adoperando splendidamente il suo rovescio tagliato, che gli ha spesso permesso di rimanere nello scambio senza fare eccessiva fatica”. Alla fine 6-2 6-7 6-4 per il russo. 

Il doppio decisivo è stato vinto da Medvedev e Safiullin al super tie-break del terzo set (10-5) in rimonta contro Berrettini e Sinner, andati avanti nel primo set (7-5). 

 

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