domenica 29 dicembre 2024
#3 giorni al Duemila25
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QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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EUROGOL Uscite dai vostri schemi ideologici, il calcio è cambiato I fatti sono diventati un intralcio, a chi importano più. Pure nel calcio. Siamo diventati tutti tifosi delle nostre opinioni, così scolpite dentro la testa da indurre a cercare conferme dovunque, perfino nelle smentite. In campo succedono cose che è preferibile non guardare, non notare, al limite meglio fraintenderle. Il caso più clamoroso dentro il perimetro del calcio italiano è stato la vittoria della Nazionale di Spalletti al Parco dei Principi, narrata con poche eccezioni [Paolo Condò su Repubblica, Fabio Licari sulla Gazzetta] come la vittoria del vecchio calcio all’italiana, difesa e contropiede. Era la sola via d’uscita per celebrarla, dopo aver ripetuto per mesi che il cittì era uno sbandato, un audace, in integralista, un sovversivo, un mezzo criminal. I fatti rischiano di mettere in discussione le nostre certezze di perfetti partigiani della mezza porzione. Così c’è in giro chi è ancora convinto che il calcio vada letto come contrapposizione fra quei due termini odiosi che sono Risultatismo e Giochismo, il partito dei Difensivisti e l’altro dell’Utopia, mentre nel calcio d’élite da tempo nessuno è più rimasto fedele a sé stesso. È un principio che qui ci sta a cuore da un pezzo, perciò fanno sorridere certe putecarelle napoletane fra loyalisti di una sponda o l’altra, tirando Conte per la giacchetta di qua o di là. Lo dice sul Guardian con più chiarezza e più autorevolezza Jonathan Wilson, lo storico del calcio dichiarando chiusa “l’era degli ideologi tattici” proprio mentre la Spagna si mette alla guida di una nuova età della sintesi fra idee che un tempo parevano inconciliabili. “Allenatori come Arteta, Iraola ed Emery giocano varianti del modello Guardiola: flessibilità e adattabilità sono di moda”. Non è la sconfitta del tiki taka – come avranno voglia di leggere gli ideologi anti. È la sua naturale e obbligatoria evoluzione.
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Perché intorno al Manchester United si parla di retrocessione
Addirittura. In Inghilterra c’è chi accosta la parola retrocessione al Manchester United, in realtà 14esimo con 8 punti di vantaggio sulla terzultima. Non è tanto il pericolo in sé che ci interessa, quanto il clima che circonda la squadra. Sam Wallace del Telegraph ha dedicato un pezzo alle analogie con la stagione 1973-74, quella della caduta in B, dicendo che certi naufragi erano possibili in un’altra epoca del calcio inglese, “quando i club più grandi non erano immuni da un simile fallimento nonostante un grande vantaggio economico”. Ruben Amorim ha lasciato intendere di non dare nulla per scontato, ha parlato di sopravvivenza come obiettivo, restando vago, senza chiarire di cosa stesse parlando, se della salvezza o se del calo di condizione della squadra.
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Cosa ci fa il Chelsea senza sponsor sulla maglia
C’è una squadra in Premier League senza sponsor sulla maglia, e quella squadra è una delle più sorprendenti della stagione, il Chelsea di Enzo Maresca. Ci sono due modi di vederla, ragiona The Athletic. “Si potrebbe considerare un fallimento, con le aziende che non vogliono sborsare più di 45 milioni di sterline per essere in una posizione privilegiata su quelle divise dopo la deludente stagione 2023-24, incoraggiate dalla narrazione secondo cui i proprietari Clearlake Capital e Todd Boehly non sanno cosa stanno facendo. Ma un’altra opinione, condivisa a Stamford Bridge, è che il Chelsea abbia rischiato e scommesso sul miglioramento delle proprie prestazioni sportive, rendendo quindi sconsiderato stipulare un accordo a lungo termine con un potenziale partner in estate, quando il pezzo della parte anteriore della maglia potrebbe essere venduto a una cifra molto più alta fra qualche mese”.
Secondo le fonti citate dal magazine americano, uno sponsor arriverà prima che finisca questa stagione. Il Chelsea punta a incassare 60 milioni di sterline all’anno, una cifra che ritiene sia quella di mercato per i club d’élite della Premier League.
Germania
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Fra tre giorni Klopp torna al lavoro
Scusate, ma avete notizie di Klopp? Da quando ha lasciato il Liverpool a maggio, ha fatto diversi passi di lato, le sue presenze pubbliche sono rare, fa strano dopo più di un ventennio in prima fila, con la faccia rossa e i denti di fuori lungo la linea laterale. È del tutto comprensibile, secondo Hans-Joachim Watzke, direttore generale del Borussia Dortmund, una delle persone che lo conosce meglio. Ha dato così tanto in un periodo di tempo così lungo che a un certo punto puff, la batteria si è prosciugata.
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Francia
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La ricostruzione del Rennes
L’Équipe dedica la copertina e l’apertura del giornale al mercato del Rennes, una scelta poco abituale per i francesi. Si parla di rivoluzione per il club bretone di proprietà di François Pinault, miliardario ringalluzzito dalla sfida che sente gli è stata lanciata dall’ingresso sulla scena della famiglia Arnault tramite il Paris FC di Seconda divisione. “Non è un uomo che subisce” dice L’Équipe.
Così, ancor prima dell’apertura del mercato del 1° gennaio, lo Stade Rennais [12esimo, 17 punti], gravato dal mercato fallimentare dell’estate scorsa, ha intrapreso una revisione piuttosto considerevole del suo organico, tentando di prendere Brice Samba e Seko Fofana, due artefici del Lens 2022-2023. Arnaud Pouille, che è proprio l’ex direttore generale del Lens, cerca giocatori in grado di portare qualcosa subito, compatibili con il nuovo allenatore Jorge Sampaoli. “Abbastanza per cambiare la stagione del Rennes?” – si domanda L’Équipe. E noi che ne possiamo sapere.
ADDII
Anche otto righe vanno bene
Se i giornalisti sono uomini e donne che devono conservare un po’ di sana meraviglia verso la vita [Paolo Rumiz], se il giornalista sente l’odore delle cose [Ettore Mo], se un giornalista spiega benissimo quello che non sa [Leo Longanesi], allora cos’è che ti spinge a non pubblicare, a non scrivere, una notizia che conosci? Gian Paolo Ormezzano detto Gpo rispose: «Un po’ di educazione cattolica, un po’ di educazione al liceo Cavour, un po’ di educazione. La paura di fare del male agli onesti e del bene ai gaglioffi».
Lo disse in una intervista a Elisa Chiari, compagna di lavoro a Famiglia Cristiana. Chiari ricorda che “scriveva velocissimo in un flusso continuo, volgendo lo sguardo a chi entrava senza interrompere il calpestio delle dita sulla tastiera. Aveva cultura vera non solo sportiva che disseminava senza parere nei suoi pezzi impossibili da tagliare, perché privi di parole superflue e comunque tutte collegate in un decorso fluviale eppure controllato, mai fuori dagli argini: tagliarlo del resto non serviva. Rispettosissimo delle consegne, mandava sempre 50 battute in meno perché la firma Gian Paolo (rigorosamente staccato) Ormezzano era lunga. Sempre così: che fossero 800 righe, 80, o 8. Sic! Un lunedì mattina in chiusura di tanti anni fa chiamò come faceva sempre, collaborando per decenni con Famiglia Cristiana e con il Giornalino: «Ciao, buon mattino. Hai uno spazietto per me?». «Le rubriche sono piene. Salvo una breve da otto righe». «Me le dai?». «Scherzi?». «No». Ebbe le otto righe che aveva chiesto, che per chiunque del suo calibro sarebbero state lesa maestà, riuscì a citarvi anche un poeta (senza dirlo: chi sapeva avrebbe colto, chi non sapeva avrebbe letto una buona notizia sportiva, senza complessi di inferiorità) e c’era il posto per la firma”.
Su Tuttosport, giornale che diresse da pirata, mettendo in pagina cose che non sarebbero mai uscite altrove se non là, stamattina c’è il ricordo di Marco Bernardini, altro compagno di viaggio. Bernardini racconta di come Ormezzano esondasse dal letto del fiume sportivo e di come i colleghi attorno “sostenevano che fosse pazzo. Sicché lo osservavano con il malcelato sospetto e con il compassionevole distacco riservato ai fuori di testa. Per i maîtres à penser devoti all’arte dello sport come ad una sorta di religione laica, quel giovane che si faceva chiamare “Gipiò” – non tanto per vezzo quanto piuttosto per desiderio di sintesi, rispetto ad un doppio nome battesimale e un cognome assai lunghi – rappresentava uno strano animale in quello zoo di vetro che era il giornalismo del pallone e dei suoi fratelli. Una strana forma di apartheid professionale separava i giornalisti generalisti da quelli sportivi e ciascuna invasione di campo, pure se accidentale, era ritenuta un oltraggio se non addirittura una profanazione. Ebbene quel ragazzo tanto bislacco quanto colto, evidentemente era piovuto su questo mondo per sparigliare quel gioco assai muffito, sconfiggere l’inossidabile teorema, abbattere quel muro anacronistico tanti anni prima di quello a Berlino. Fu così che ci incontrammo, neppure tanto per fatal combinazione. II 1975 fu un anno sul serio molto speciale. Almeno, per me. Il tempo di scrivere un commento entusiasta sulla caduta di Saigon e sulla fuga ingloriosa degli americani dal Vietnam che, il giomo successivo, mi trovo seduto su di un divanetto nella sala ospiti di Tuttosport in attesa di essere ricevuto”.
La voce di Gpo
pareri Gian Paolo Ormezzano su Gianni Minà
«Gianni era tutto, il più bravo, il più onesto, il più pulito. Non so nemmeno dire che cosa provo ora e cosa è più importante che io dica di questo uomo meraviglioso».
➣ Che cosa vi divideva?
«Mennea. Lui era pazzo di Pietro Mennea, io di Livio Berruti. E all’inizio della sua carriera Mennea era visto come l’antagonista di Berruti. Due passioni inconciliabili».
➣ Il mito di Minà che conosce tutti i più famosi e passa il tempo con loro. Era davvero così?
«Certo che era così. Una sera mi chiama e mi dice: senti, vieni a Roma che domani sera siamo a cena con Cassius Clay, Robert De Niro e Sergio Leone. E gli rispondo: eh certo, e io invece sono a cena con il Papa. Diavolo, era tutto vero».
➣ Chi era il suo preferito tra tutti i nomi dello spettacolo che aveva intorno?
«Senza dubbio Massimo Troisi. Per lui aveva un amore particolare. Poi era molto divertito quando Fabio Fazio lo imitava, si divertiva davvero molto».
➣ Aveva un rapporto stretto con i figli del Che.
«Sì, tanto che rischiarono di fargli guadagnare qualche soldo quando gli cedettero i diritti sui racconti del padre. Ma non so se Gianni sia riuscito a fare soldi nemmeno con quelli. Gianni era troppo pulito, non pensava al denaro, non ha mai voluto rincorrere i soldi. Ha avuto un milione di occasioni di farne di facili, con i suoi racconti, magari scrivendo qualche canzonetta per raccattare qualche diritto. Ma non era fatto così, andava dritto per la sua strada e la sua strada non prevedeva i soldi. Credo sia morto povero».
… «Il Toro era l’unica cosa che gli facesse perdere la testa e l’imparzialità nello sport. Per il Toro sbiellava proprio. Qualche anno fa venne a Torino con le sue bambine per fare una specie di tour della memoria nei posti in cui era cresciuto, anche a scuola, al Sociale. Portò le figlie a vedere il Toro e vincemmo su un rigore inesistente: noi ridevamo molto, le bimbe erano delusissime». – intervista di alberto infelise, La Stampa
Un rito trasformato in ignominia
“In una dichiarazione congiunta Brundage e Willy Daune decidevano di far sospendere le gare ma non i Giochi, sicché faceva un certo effetto vedere sui teleschermi (oggi, capiteci, non siamo andati in nessun posto di competizione) canoisti che pagaiavano, pugili che si picchiavano, e poi voltarci e dietro la grande vetrata della sala-stampa vedere, più vicino di ogni altro giorno, il Villaggio olimpico, l’autoblindo che arrivava, l’altro che partiva. E la gente sulle collinette, il pic-nic di quei mostri che sono subito gli uomini quando diventano curiosi, i bambini portati a vedere gli uomini armati che circondavano una villetta piena di altri uomini armati, e subito i venditori di giornali, di birra, di salsicciotti, di gelati, tutto il rito esatto, il rito che sino a ieri era piacevole, accettabilissimo, e che oggi sembra una ignominia.
Ma noi dello sport eravamo riusciti a fare le cose bene, e tutto stava al posto giusto. Così bene che ci siamo illusi di non doverci difendere. Invece c’era chi aspettava la nostra illusione, per colpirla. Accade sempre così, però l’illusione non muore mai, è immortale perché è un modo diverso di esistere. Cosi, adesso, ci illudiamo che qualcosa, dallo scempio criminale, possa ancora essere salvato, e preghiamo Dio, un Dio che non sta né con Israele né con la Palestina, perchè sta con tutti – che sia così” [Tuttosport, settembre ‘72]
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RUOTE
La tattica di Van der Poel
La tattica a questo punto sembra chiara. Pronti, partenza, via, e van der Poel scappa. La trama di oggi a Besançon si annuncia uguale. L’olandese fa la sua prima e unica uscita nel ciclocross in Francia con la stessa strategia adottata nelle altre quattro corse in Belgio, far fuori tutti dall’inizio. Quattro corse, quattro vittorie. Già nella prima a Zonhoven il 22 dicembre, van der Poel è partito senza risparmiarsi per risalire le file e non restare impantanato dietro i corridori piazzati meglio di lui nella classifica generale. Le prime otto corsie sono larghe 75 centimetri. L’Équipe scrive che l’olandese si mette in modalità Ciao piccoli e supera tutti appena c’è spazio, “sa come passare”. Del resto su strada è uno che lancia le volate ai suoi compagni, si mette in testa al treno e tira, cono sce l’arte di infilarsi nei buchi che si aprono. A Zonhoven partiva dalla terza fila e in poco pià di un minuto s’è mangiato 16 corridori, fin dalla prima discesa. A Mol ha aspettato 22 minuti per spianare il gruppo. A Gavère è partito al secondo giro: cinque minuti. A Besançon non si vede chi possa batterlo. Sono attese 10.000 persone, all’incirca 5.000 più del solito. «Il pubblico – dicono gli organizzatori – sa che è più forte di tutti, imbattibile. Ma se fa spettacolo con la maglia di campione del mondo addosso, non dà fastidio a nessuno. La gente viene a vedere Van der Poel, non un duello».
Bicisport scrive che dopo essersi presentato alle ultime due gare di cross alla guida di una Lamborghini arancione da 511mila euro, van der Poel arriverà a Besançon con un jet privato. Da Anversa sarebbero state sei ore di macchina. L’ingaggio del campione del mondo sarebbe salito a 50mila euro a gara. In campo femminile c’è Marianne Vos: non si vedeva nel ciclocross da Benidorm, gennaio ‘23.
Il futuro di Ayuso sotto Pogacar
Juan Ayuso ha un’idea ed è disposto a morire per essa. Vuole essere il miglior ciclista del mondo, sogna di esserlo, ma è all’altezza dell’idea? Se lo domanda Carlos Arribas su El Pais, a cavallo tra bilancio del 2024 e analisi delle prospettive per la prossima stagione. Nel 2022 da diciannovenne Ayuso salì sul podio del suo primo grande giro, la Vuelta. Ha iniziato il 2024 vincendo il Giro dei Paesi Baschi dopo gli incidenti a Vingegaard, Evenepoel e Roglic. Ha dominato il Giro di Romandia fino al penultimo giorno, quando è caduto nella tappa di montagna. È caduto pure al Delfinato e il suo Tour è durato 10 giorni per il covid. Poi è sparito.
Quando parla della sua vita sportiva, l’Ayuso oggi 22enne ricorre allo ying e allo yang, le forze complementari e opposte che secondo la filosofia cinese costituiscono un sistema dinamico, e forse la vita. Dice Arribas allora che il desiderio di Ayuso è bianco e la realtà è nera, perché il miglior ciclista del mondo si chiama Tadej Pogacar, ha solo quattro anni in più e corre nella sua stessa squadra.
“La vita di Ayuso sembra ruotare attorno a Pogacar, che gli fa dare il meglio del suo enorme talento, ma lo spinge pure a calcoli sbagliati e a fare cazzate grossolane, come sul Galibier al Tour de France”, dove ha lasciato Almeida a tirare e lui si è messo perfino a ruota di Tadej in certi tratti.
“Pogacar – dice Arribas – è un dittatore vecchio stile – non gli serve una goccia di sudore per trionfare. Non si è nemmeno dispiaciuto che Ayuso si sia ammalato e si sia ritirato dal Tour. Ayuso aveva anche pensato di rompere il contratto con la UAE e accettare un’offerta della Movistar, ma ha preferito rinunciare e chiedere scusa allo sloveno. Ayuso adesso ha scelto di farsi seguire da Íñigo San Millán, il primo allenatore di Pogacar. Per ora, dicono ad Arribas le voci del gruppo, Ayuso si è guadagnato l’eterna diffidenza di Tadej Pogacar. Insieme non correranno più. Per questo potremmo vedere lo spagnoletto al Giro e non al Tour.
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AMERICHE
Lo strano esonero di Mike Brown a Sacramento
Gli ultimi giorni di Mike Brown sulla panchina dei Sacramento Kings sono stati segnati da gioco disastroso, tensione con una stella e un licenziamento imbarazzante. Così The Athletic ricostruisce la svolta in casa dei californiani, dove venerdì pomeriggio, poco dopo l’allenamento e una conferenza stampa di 18 minuti, il direttore generale Monte McNair ha chiamato Brown per dirgli che era finita. Il vide direttore generale Wes Wilcox stava terminando un’altra telefonata separata e si è unito alla conversazione in vivavoce. Brown aveva un contratto di due stagioni e mezza, è stato licenziato in viaggio, mentre si preparava a partire per la trasferta di Los Angeles contro i Lakers. La squadra ha saputo in aereo, pochi minuti prima che la notizia diventasse di dominio pubblico, senza conoscere il nome di chi sarebbe andato in panchina.
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Wembanyama al parco per giocare a scacchi
L’unico posto dove una stella NBA alta 2 e 13 non può schiacciare è su una scacchiera al Washington Square Park di New York City. Victor Wembanyama si è presentato a sorpresa per giocare “un diverso tipo di 1 contro 1” racconta il Wall Street Journal. La ricostruzione della giornata lascia sbigottito chi è abituato al divismo dei calciatori. Il signor Max Haskell stava facendo la spesa nell’East Village di New York quando ha tirato fuori il telefono e ha visto un tweet che lo ha fatto sobbalzare. La superstar della NBA aveva appena scritto di trovarsi a pochi isolati di distanza. Cercava avversari. Si stava offrendo di affrontare i nuovi arrivati a scacchi, uno contro uno: “Chi vuole incontrarmi all’angolo sud-ovest di Washington Square Park per giocare?” ha scritto Wembanyama intorno alle 9.30 di New York.
Haskell è un venticinquenne del posto che ha vissuto in Russia e nel Regno Unito. Ha abbandonato il cestino della spesa, è salito su bicicletta e ha attraversato a tutta velocità il Village sotto la pioggia per giocare la partita a scacchi più inaspettata della sua vita. Wembanyama non era difficile da individuare: era quel tipo dalla statura extraterrestre, indossava una felpa con cappuccio grigia, scarpe da ginnastica numero 20,5 misura americana. Haskell si è ritrovato così seduto su una panchina umida e in procinto di dare scacco matto “a questo francese senza cervello” scrive il Wall Street Journal. “Le scacchiere di Washington Square Park, a quanto pare, sono l’unico posto al mondo in cui un normale Joe alto 1,95 può schiacciare su Victor Wembanyama”.
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NEVI
Sarrazin sta meglio, ma Bormio resta sotto accusa
L’intervento è andato bene. Cyprien Sarrazin è stato operato per drenare l’ematoma intracranico causato dalla caduta di venerdì a Bormio, durante la seconda prova cronometrata della libera di Coppa del mondo. Ieri era sveglio e cosciente, secondo il bollettino del medico della Nazionale francese, impegnato nel frattempo pure con la caduta di Clara Direz nel gigante di Semmering. È stata scaraventata nei teloni di sicurezza dopo aver tagliato il traguardo della seconda manche: in ospedale le hanno diagnostico un trauma cranico, le valutazioni sono state rassicuranti, è stata dimessa in serata e ha raggiunto la compagnia in hotel.
Il clima a Bormio era pesante. Così riferisce L’Équipe ricordando che Blaise Giezendanner al traguardo ha tracciato un cuore con la racchetta all’arrivo sulla pista Stelvio, in omaggio a Sarrazin. “Nonostante continuasse a splendere il sole, ieri l’atmosfera era cupa”. La federazione internazionale ha dovuto difendersi dalle critiche della stampa francese sulla scarsa sicurezza della pista che fra poco più di un anno ospiterà le Olimpiadi di Milano-Cortina.
Markus Waldner, patron del circuito maschile, ha difeso il lavoro degli organizzatori e ha sottolineato la responsabilità delle attrezzature nella violenza delle cadute. Nello stesso punto di Cyprien Sarrazin, ieri Lars Roesti ha perso aderenza su un dosso poco prima dell’imbocco della Konta, l’ultimo tratto del percorso di Bormio. È rimbalzato più volte sulla neve nonostante l’airbag fosse aperto. Non ha perso conoscenza e ha raggiunto la zona del traguardo sulle sue gambe. Durante l’allenamento, Kyle Negomir e Josua Mettler sono caduti dopo lo stesso movimento al suolo. Le critiche allo stato della pista italiana sono state espresse da molti atleti già pochi minuti dopo la caduta di Sarrazin. In particolare sono state sottolineate le piccole onde che fanno vibrare gli sci e la differenza di neve tra la parte superiore e quella inferiore della pista.
Markus Waldner ha detto che gli organizzatori stanno facendo del loro meglio per preparare le piste nel miglior modo possibile. Quella di Bormio era uguale agli altri anni, nella sua versione. Waldner si è regalato una quota di vittimismo, dice che «ci sono critiche ogni settimana, a Gurgl la pista era troppo dura, a Levi la pista era troppo liscia. Siamo uno sport che si pratica all’aperto», perbacco, «il problema è che il giorno di Natale c’è stato molto vento che ha asciugato la neve dal basso verso l’alto. Ecco perché non era uniforme lungo i tre chilometri». Secondo Waldner il vero problema è che l’attrezzatura ha raggiunto i limiti, non c’è più margine e si scia in modo aggressivo.
La polemica è arrivata anche sulla stampa inglese, di solito poco incline a seguire lo sci alpino. Ne ha scritto il Telegraph rilanciando le accuse sulla pericolosità del tracciato e la sua inadeguatezza a un evento come le Olimpiadi
VITE OLIMPICHE
Littler ha eliminato un avversario che una volta aveva battuto suo nonno
Due partite, due vittorie apparentemente comode e la crescita nel rendimento quando contava di più. Ma ai Mondiali di freccette Luke Littler sta affrontando quella che il Telegraph giudica una cruda verità: sarà necessario un miglioramento significativo per eguagliare la corsa dell’anno scorso verso la finale.
Littler ha conquistato un posto negli ottavi di finale battendo “un avversario abbastanza vecchio da aver sconfitto suo nonno Phil nei campionati locali a Runcorn”. Ecco perché il Times titola e parla di vendetta. Littler è sembrato inizialmente nervoso al suo ritorno sul palco dell’Alexandra Palace prima di battere Ian White, il 54enne numero 57 del mondo, per quattro set a uno.
La media finale di Littler di 97,84 è la prima volta in 15 partite sotto i 100 nel tour PDC. Una statistica che mette in evidenza gli straordinari standard che segue da un po’: ci sono state solo cinque medie superiori a 100 finora nell’intero Mondiale di quest’anno. Allo stesso tempo sottolinea pure come Littler sembri decisamente meno a suo agio rispetto all’anno scorso. “Ciò non sorprende – scrive Jeremy Wilson sul Telegraph – dato l’abisso che esiste tra il modo in cui Littler è arrivato l’anno scorso sul palcoscenico più importante delle freccette, all’età di 16 anni, e lo status attuale di vincitore di 10 tornei senior. Ora è giustamente considerato il favorito per diventare il più giovane campione del mondo nella storia del suo sport”.
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