Lasciarsi un giorno a Liverpool – Klopp will never walk alone

    Al Liverpool sapevano tutto da novembre, dalla mattina in cui Jurgen Klopp fece una telefonata direttamente a Mike Gordon, presidente del Fenway Sports Group, per dirgli che non era più convinto, pensava di non essere più la migliore versione di sé stesso. Gordon se l’aspettava. Temeva che da un momento all’altro sarebbe arrivata quella chiamata. Non ribatté molte cose. Il disagio con cui Klopp parlava, gli fece capire che non c’era margine per convincerlo a ripensarci. È la ricostruzione che il Times offre per la separazione annunciata con un video dall’account ufficiale del club, nel pieno della stagione, con la squadra ancora in corsa per tutti gli obiettivi. Forse è stato il Liverpool quinto e fuori dalla Champions a innescare certi pensieri dentro l’allenatore che ha riportato il titolo dentro Anfield dopo un trentennio. Di certo è stato questo Liverpool primo in classifica a dare la spinta finale a Klopp. Venerdì scorso, scherzando con i suoi ragazzi in campo, si è divertito a dirgli che è tutta colpa loro perché sono diventati di nuovo bravi così in fretta. È un Klopp rinvigorito rispetto a un anno fa, eppure – dice il Times – con il senno di poi si può immaginare che questo risveglio dei sensi si debba al fatto che finalmente intravede lo striscione del traguardo, si sta buttando su tutto, sta osando nelle sostituzioni, consapevole di aver rimesso la squadra sui binari giusti. Si è convinto allora che questo fosse il momento migliore per partire. 

Se ne è andato alla sua maniera rock, anzi heavy metal, con quel senso del teatro che non lo ha mai abbandonato. Così pare a Jonathan Liew sul Guardian, nel riguardare la piccola pausa fatta all’inizio del video in cui annuncia la sua partenza, quando tutti sanno cosa sta per succedere ma vogliono sentirlo dire dalla sua stessa bocca. Il modo in cui la sua voce si incrina e si spezza. Il modo in cui fissa l’obiettivo, in maniera da non farti non distogliere lo sguardo

 

  La sua personalità

 

Klopp non è mai stato un socialista alla Shankly come amano dire i suoi tifosi. È il parere di Liew sul Guardian e lo sostiene mostrando la vasta gamma di sponsorizzazioni commerciali, il suo disinteresse nel posizionarsi come un faro di virtù, alcuni momenti brutti di autocommiserazione, quando si è scagliato in modo acceso contro offese reali o immaginarie, quando si è lamentato delle partite alle 12.30 in un mondo nel quale le persone fanno fatica a tenere acceso il riscaldamento nelle case

Eppure, riconosce Liew, Klopp è arrivato a rappresentare una sorta di resistenza dell’uomo contro la macchina, l’idea che una ricchezza superiore e il potere autocratico potessero essere battuti con l’ingegno dello spirito collettivo. Come accaduto con Arsène Wenger prima di lui, era spesso difficile analizzare la sua opposizione agli investimenti statali. Ma la maggior parte delle volte ha combattuto le battaglie giuste. Erano battaglie giuste, continua il Guardian, perché nella sua forma migliore il calcio non è un esercizio puramente intellettuale e non è un’attività puramente economica, nella sua forma migliore è la musica di sottofondo alla nostra vita, lo sfondo per le nostre serate. Non tutti nel mondo del calcio lo capiscono davvero. In qualche modo, Klopp ci ha sempre fatto pensare di saperlo. Non faccio il tifo per il Liverpool e Klopp non è mai stato il mio allenatore, ma forse il più grande tributo possibile è fargli sapere che a volte avrei desiderato che lo fosse.

Paul McInnes spiega sempre sul Guardian che Klopp potrà anche essere irascibile, ossessivo e incline al lamento verso gli arbitri, sotto questo punto di vista non è molto diverso da altri allenatori, è in linea con il gioco moderno – ma il candore, l’energia e la volontà di presentarsi prima di tutto come un essere umano e poi come un allenatore d’élite hanno colpito molte persone. Colmare il vuoto lasciato dalla sua partenza è qualcosa che deve preoccupare non solo il Liverpool

C’è un passaggio felice con cui Liew spiega chi è Klopp – non solo per il Liverpool. Scrive allora che per Klopp l’utile e il piacere del calcio sono sempre stati legati, l’uno al servizio dell’altro Questo è il suo talento, questa sua convinzione che gli consente di tenere in pugno uno spogliatoio, un auditorium, uno stadio. Per giunta in un paese straniero e nella sua seconda lingua. Ha cambiato il modo in cui la gente pensava a una delle città più diffamate d’Inghilterra. È stato l’allenatore che ha portato il suo inimitabile marchio di calcio controcorrente dal Borussia Dortmund alla Premier League, modellandolo in un gioco moderno, in rapida evoluzione. Le squadre di Klopp sono invecchiate e maturate come lui. Nel corso del tempo sono diventati più controllate, più legate al possesso palla, meno caotiche, meno dipendenti dal contropiede, meno dipendenti dalle grandi fiammate di emozioni. Lui ha preso in prestito un po’ da Pep Guardiola, Guardiola ha preso in prestito un po’ da lui. Il loro dualismo durato otto anni ha dato vita ad alcune tra le partite di calcio più belle viste sui campi inglesi

Su questa rivalità si sofferma pure Sam Wallace del Telegraph. Dice che quella tra Guardiola-Klopp non è stata elettrica quanto tra Alex Ferguson e Arsene Wenger. Guardiola-Klopp non è stata incentrata sullo scontro tra personalità – nonostante siano entrambe forti – quanto più sulla ricerca della perfezione. Una rivalità non ancora finita. Le accuse pendenti della Premier League contro il Manchester City per violazione delle regole finanziarie rischiano di riscrivere ciò che pensiamo degli ultimi 16 anni di calcio inglese. Ci sono poche possibilità che un verdetto di colpevolezza attribuisca uno qualsiasi dei sette titoli di Premier League agli avversari. Tuttavia, l’eredità di Klopp dovrebbe essere rivalutata nel caso in cui si scoprisse che i suoi rivali hanno infranto le regole

 

L’ombra di Shankly

 

Solo l’annuncio della partenza di Bill Shankly nel 1974 ha scosso il Merseyside a questo stesso modo. Quando se ne andò Kenny Dalglish [22 febbraio 1991] la gente era scossa lo stesso, ma vedere il campione con la testa chinata e le guance scavate per le conseguenze del disastro di Hillsborough diede a tutti un motivo. Così scrive Paul Joyce sul Times per raccontare di una comunità sbigottita. 

Alcuni pensarono che Shankly fosse malato. Non lo era. E nemmeno Klopp. Non ancora comunque. Ha scelto di mettere se stesso al primo posto – scrive il Times – e nessuno può biasimarlo per questo. Insieme a quelle sensazioni che vengono descritte come shock, tristezza, crepacuore, si fa strada secondo il Times  la preoccupazione assoluta per come il Liverpool se la caverà in sua assenza e soprattutto per come se la caverà il calcio inglese. 

Se la gente adesso è stufa del dominio del City, allora l’uscita di scena dell’unico allenatore che è stato in grado di fermare il colosso di Pep Guardiola probabilmente non aiuterà a cambiare il panorama

Andy Hunter sul Guardian trova che ci siano molti parallelismi tra la decisione di Klopp e quella presa da Shankly cinquant’anni fa. Ce ne sono di superficiali [era venerdì anche allora] e ce ne sono di più profondi. Tutt’e due hanno citato la stanchezza e l’intensità del lavoro come ragioni per allontanarsi da un club e da una città che amavano: lo scozzese dopo quindici anni trascorsi a trasformare il Liverpool da una squadra di serie B nella forza che conosciamo oggi, il tedesco dopo nove anni. C’è però una differenza fondamentale tra i due stravolgimenti, una differenza che rende legittime le preoccupazioni dei tifosi per quello che verrà dopo. Il Liverpool del 1974 ha avuto un successore naturale in Bob Paisley. Era riluttante a subentrare ma ha reso dolce la transizione, senza soluzione di continuità e ha portato il club a livelli ancora più alti. Una tabula rasa attende invece il Liverpool in estate – se ne va anche tutto lo staff di Klopp al completto – e  come Manchester United e Arsenal hanno scoperto a loro spese, un allenatore leggendario – continua il Guardian – lascia un vuoto considerevole indipendentemente dai giocatori che lascia a disposizione del successore

 

  PAGINE  Il romanzo su Shankly

In inverno, di mattina. I giocatori del Liverpool Football Club erano stipati nel vecchio padiglione di legno nel campo da allenamento di Melwood, West Derby. Tutti e quaranta. Erano là per conoscere il loro nuovo allenatore. Ed erano nervosi. Erano preoccupati. Tutti e quaranta. Tutti avevano sentito parlare di Bill Shankly. Uno di loro sussurrò, Quell’uomo è un fanatico. Un fottuto pazzoide. Arriverà qui come un cazzo di uragano. Ci cacceranno tutti, ragazzi, ve lo dico io. Alcuni annuirono. E un altro disse, Già. Ho sentito una storia su di lui quand’era al Carlisle, quando allenava lì. Stavano sotto due a zero alla fine del primo tempo. Rientrano nello spogliatoio. E la prima cosa che fa Shankly è afferrare il capitano. Lo prende per la gola e gli dice, Perché sei stato tu a battere il calcio d’inizio? E il capitano dice, Perché ho perso il lancio della monetina, Boss. E allora Shankly dice, Be’, che cosa hai scelto? E il capitano dice, Croce. Allora Shankly gliene dice di tutti colori. Lo copre di insulti. Di fronte a tutto il cazzo di spogliatoio. E allora Shankly dice, Mai scegliere croce. Lo sanno tutti. Mai scegliere croce”. | David Peace. Red or Dead (Il Saggiatore)

 

Klopp potrebbe chiudere la sua storia con il Liverpool vincendo la Premier in casa il 19 maggio contro i Wolves oppure con l’Europa League a Dublino tre giorni dopo. Hunter la butta lì: Un successo potrebbe riaccendere l’energia che sostiene di aver perso e provocare un cambiamento di idee? Non lo escluderei. Dica una parola, Ulla. Dove Ulla sta per Ulla Sandrock, la sua seconda moglie, considerata decisiva in tutte le decisioni prese da Klopp, compresa questa. Si sono conosciuti vent’anni fa, quando lei lavorava come cameriera all’Oktoberfest. È scrittrice di libri per l’infanzia. Nel 2008 ha pubblicato Tom and the Magic Football, secondo Klopp una specie di Harry Potter del calcio. La signora Ulla è amatissima dai tifosi. Nell’aprile del 2020, in piena pandemia, andò a distribuire buoni pasto ai dipendenti di una catena di supermercati per ringraziarli del loro lavoro durante l’emergenza. Ha lavorato per tre anni come insegnante e come operatrice sanitaria in Kenya. 

 

     PAROLE  Shankly secondo Shankly

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono molto deluso da questo atteggiamento. Vi posso assicurare che è molto, molto più importante.

Brian Clough è peggio della pioggia a Manchester. Almeno il Padreterno ogni tanto fa smettere di piovere perfino a Manchester.

Ci sono solo due squadre di calcio nel Merseyside: il Liverpool e le riserve del Liverpool.

Il socialismo in cui credo è quello in cui ciascuno lavora per ottenere lo stesso obbiettivo e condivide il successo. È così che vedo il calcio. È così che vedo la vita.

In una squadra di calcio c’è una Santa Trinità: i giocatori, il tecnico e i tifosi.

Non è vero che ho portato mia moglie a vedere il Rochdale come regalo d’anniversario: credete che mi sarei sposato durante il campionato? E poi giocava la squadra riserve.

In una squadra di calcio c’è una Santa Trinità: i giocatori, l’allenatore e i tifosi. I dirigenti non c’entrano niente. Loro firmano solo gli assegni.

Quando non ho niente di meglio da fare, do un’occhiata alla parte bassa della classifica per vedere come se la sta cavando l’Everton.

Sono stato il miglior allenatore e avrei dovuto vincere di più. Ma soprattutto non ho mai preso nessuno in giro. Combatto contro tutti, spaccherei una gamba a mia moglie se giocassi contro di lei, ma non la tradirei mai.

 

L’eredità di Klopp

 

È cominciata la sarabanda del dopo. Ballano i nomi di De Zerbi [Brighton], Postecoglu [Tottenham], Xabi Alonso [Bayer Leverkusen]. Quest’ultimo ha il vantaggio di essere stato un Red e secondo Henry Winter sul Times merita una chance. Scrive che Klopp è così amato perché ha saputo entrare in sintonia con un club, una comunità e una città uniche, dove al centro di un rapporto viene messa la passione per il gioco. Raccogliere la sua eredità significa andare oltre i risultati, lo stile, la maniera di stare in campo, l’innovazione tattica, l’impegno sui giovani e i terzini che fanno i mediani. Raccogliere la sua eredità significa capire cos’è Anfield, cos’è la Kop, cos’è Liverpool, cos’è un pallone dentro questa storia fatta anche di passaggi tragici. Xabi Alonso, tutto questo, lo sa meglio di chiunque altro. 

Arriva dal Telegraph anche il sostegno di Jamie Carragher, oltre 500 partite con la maglia del Liverpool, oggi uno degli opinionisti principali in Inghilterra, sia in tv sia sul quotidiano conservatore. Klopp – scrive Carragher – non ha mai dovuto imparare a connettersi con la curva. Era come se fosse nato per essere l’allenatore del Liverpool. Questo è uno dei motivi per cui Xabi Alonso è l’erede naturale. Perché fin dal primo giorno lui sembrava nato per essere un giocatore del Liverpool. È stato un mio compagno di squadra, non mi sorprende che tanti chiedano a gran voce il suo arrivo. Mi piacerebbe che ne avesse la possibilità. La sua esperienza sotto la guida dei più grandi allenatori della sua generazione – Rafa Benitez, Jose Mourinho, Carlo Ancelotti, Pep Guardiola – significa che è solo questione di tempo prima che uno dei club d’élite gli dia una chance. Non si sceglie mai il momento giusto per un’opportunità del genere. Potrebbe essere adesso

Anche Carragher è in ansia per il vuoto che si sta aprendo a Anfield. Ci piace pensare a questi manager leggendari – dice Carragher – come a persone sovrumane. Non lo sono. Klopp si sente così prosciugato da avvertire il serbatoio vuoto. Klopp è il Liverpool. Nessuno nel mondo del calcio pensa all’uno senza l’altro. Se ne andrà anche il direttore sportivo tedesco Jorg Schmadtke. Si tratta di una rivoluzione troppo radicale in un breve periodo. Nella maggior parte dei club gli allenatori sono di passaggio. Se chiedete ai tifosi chi preferiscono tra il loro allenatore o il loro miglior giocatore, è probabile che scelgano il secondo. Chiedete ai tifosi del Liverpool se preferirebbero che restasse Klopp o Mohamed Salah

 

     PAROLE  Klopp secondo Klopp

 ➣  Rafa Benitez ha detto che il calcio è bugia. Per lei cos’è?

«Energia. Sono felice quando le statistiche a fine partita dicono che abbiamo corso 10 km più degli avversari. C’è chi obietta: si deve correre nella direzionegiusta. Okay, nella direzione giusta, ma meglio 10 km più degli altri. È la prima regola che ti danno da bambino: corri» 

 ➣  Il suo è un calcio primitivo?

«Vai, dai tutto. Se non si dà tutto, non mi diverto. Mi annoia vincere in un altro modo. Quando non corriamo più degli altri, io sbadiglio. Diventa come il tennis». 

 ➣  Non le piace il tennis?

«Non è questo. La differenza sifa con il lavoro fisico, non con le idee tattiche. Non mi sento uno che schiocca le dita e oplà, il genio ha deciso la partita. Meglio correre. Così una squadra ha il rispetto della gente”.  Non lavoro per guidare la squadra migliore al mondo, lavoro per poterla battere». 

 ➣  Che effetto le fa rivedersi quando si agita?

«In certi momenti da qualche parte si schiaccia un bottone dentro di me ed esce quella faccia. Altri allenatori sono dei baronetti, portano la giacca, fanno l’inchino. Io metto la tuta e schiaccio il cinque. Loro fanno suonare i violini, il mio calcio è heavy metal». 

 ➣  Heavy metal?

«C’è chi dirige la squadra come un’orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte. Devo farmi sentire dai miei, voglio una squadra che faccia “bang”. Se da bambino avessi visto giocare il Barcellona degli ultimi 4 anni, con la sua serenità, le sue vittorie per 5-0, per 6-0, credo che avrei giocato a tennis».

 ➣  Non le piace il calcio di Guardiola?

«È perfetto. Ma non è il mio sport, non è la mia filosofia. Non mi piace il calcio della serenità, mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango, mi piace uscire dal campo con la faccia sporca, con le gambe così pesanti da credere che non riuscirai a giocare per settimane. Io esulto anche per una palla recuperata».

intervista a Repubblica, 25 novembre 2013

 

 

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