ADDII
Gian Paolo Ormezzano negli archivi
Se i giornalisti sono uomini e donne che devono conservare un po’ di sana meraviglia verso la vita [Paolo Rumiz], se il giornalista sente l’odore delle cose [Ettore Mo], se un giornalista spiega benissimo quello che non sa [Leo Longanesi], allora cos’è che ti spinge a non pubblicare, a non scrivere, una notizia che conosci? Gian Paolo Ormezzano detto Gpo rispose: «Un po’ di educazione cattolica, un po’ di educazione al liceo Cavour, un po’ di educazione. La paura di fare del male agli onesti e del bene ai gaglioffi».
Lo disse in una intervista a Elisa Chiari, compagna di lavoro a Famiglia Cristiana. Chiari ricorda che “scriveva velocissimo in un flusso continuo, volgendo lo sguardo a chi entrava senza interrompere il calpestio delle dita sulla tastiera. Aveva cultura vera non solo sportiva che disseminava senza parere nei suoi pezzi impossibili da tagliare, perché privi di parole superflue e comunque tutte collegate in un decorso fluviale eppure controllato, mai fuori dagli argini: tagliarlo del resto non serviva. Rispettosissimo delle consegne, mandava sempre 50 battute in meno perché la firma Gian Paolo (rigorosamente staccato) Ormezzano era lunga. Sempre così: che fossero 800 righe, 80, o 8. Sic! Un lunedì mattina in chiusura di tanti anni fa chiamò come faceva sempre, collaborando per decenni con Famiglia Cristiana e con il Giornalino: «Ciao, buon mattino. Hai uno spazietto per me?». «Le rubriche sono piene. Salvo una breve da otto righe». «Me le dai?». «Scherzi?». «No». Ebbe le otto righe che aveva chiesto, che per chiunque del suo calibro sarebbero state lesa maestà, riuscì a citarvi anche un poeta (senza dirlo: chi sapeva avrebbe colto, chi non sapeva avrebbe letto una buona notizia sportiva, senza complessi di inferiorità) e c’era il posto per la firma”.
Su Tuttosport, giornale che diresse da pirata, mettendo in pagina cose che non sarebbero mai uscite altrove se non là, stamattina c’è il ricordo di Marco Bernardini, altro compagno di viaggio. Bernardini racconta di come Ormezzano esondasse dal letto del fiume sportivo e di come i colleghi attorno “sostenevano che fosse pazzo. Sicché lo osservavano con il malcelato sospetto e con il compassionevole distacco riservato ai fuori di testa. Per i maîtres à penser devoti all’arte dello sport come ad una sorta di religione laica, quel giovane che si faceva chiamare “Gipiò” – non tanto per vezzo quanto piuttosto per desiderio di sintesi, rispetto ad un doppio nome battesimale e un cognome assai lunghi – rappresentava uno strano animale in quello zoo di vetro che era il giornalismo del pallone e dei suoi fratelli. Una strana forma di apartheid professionale separava i giornalisti generalisti da quelli sportivi e ciascuna invasione di campo, pure se accidentale, era ritenuta un oltraggio se non addirittura una profanazione. Ebbene quel ragazzo tanto bislacco quanto colto, evidentemente era piovuto su questo mondo per sparigliare quel gioco assai muffito, sconfiggere l’inossidabile teorema, abbattere quel muro anacronistico tanti anni prima di quello a Berlino. Fu così che ci incontrammo, neppure tanto per fatal combinazione. II 1975 fu un anno sul serio molto speciale. Almeno, per me. Il tempo di scrivere un commento entusiasta sulla caduta di Saigon e sulla fuga ingloriosa degli americani dal Vietnam che, il giomo successivo, mi trovo seduto su di un divanetto nella sala ospiti di Tuttosport in attesa di essere ricevuto”.
La voce di Gpo
pareri Gian Paolo Ormezzano su Gianni Minà
«Gianni era tutto, il più bravo, il più onesto, il più pulito. Non so nemmeno dire che cosa provo ora e cosa è più importante che io dica di questo uomo meraviglioso».
➣ Che cosa vi divideva?
«Mennea. Lui era pazzo di Pietro Mennea, io di Livio Berruti. E all’inizio della sua carriera Mennea era visto come l’antagonista di Berruti. Due passioni inconciliabili».
➣ Il mito di Minà che conosce tutti i più famosi e passa il tempo con loro. Era davvero così?
«Certo che era così. Una sera mi chiama e mi dice: senti, vieni a Roma che domani sera siamo a cena con Cassius Clay, Robert De Niro e Sergio Leone. E gli rispondo: eh certo, e io invece sono a cena con il Papa. Diavolo, era tutto vero».
➣ Chi era il suo preferito tra tutti i nomi dello spettacolo che aveva intorno?
«Senza dubbio Massimo Troisi. Per lui aveva un amore particolare. Poi era molto divertito quando Fabio Fazio lo imitava, si divertiva davvero molto».
➣ Aveva un rapporto stretto con i figli del Che.
«Sì, tanto che rischiarono di fargli guadagnare qualche soldo quando gli cedettero i diritti sui racconti del padre. Ma non so se Gianni sia riuscito a fare soldi nemmeno con quelli. Gianni era troppo pulito, non pensava al denaro, non ha mai voluto rincorrere i soldi. Ha avuto un milione di occasioni di farne di facili, con i suoi racconti, magari scrivendo qualche canzonetta per raccattare qualche diritto. Ma non era fatto così, andava dritto per la sua strada e la sua strada non prevedeva i soldi. Credo sia morto povero».
… «Il Toro era l’unica cosa che gli facesse perdere la testa e l’imparzialità nello sport. Per il Toro sbiellava proprio. Qualche anno fa venne a Torino con le sue bambine per fare una specie di tour della memoria nei posti in cui era cresciuto, anche a scuola, al Sociale. Portò le figlie a vedere il Toro e vincemmo su un rigore inesistente: noi ridevamo molto, le bimbe erano delusissime». – intervista di alberto infelise, La Stampa
Un rito trasformato in ignominia
“In una dichiarazione congiunta Brundage e Willy Daune decidevano di far sospendere le gare ma non i Giochi, sicché faceva un certo effetto vedere sui teleschermi (oggi, capiteci, non siamo andati in nessun posto di competizione) canoisti che pagaiavano, pugili che si picchiavano, e poi voltarci e dietro la grande vetrata della sala-stampa vedere, più vicino di ogni altro giorno, il Villaggio olimpico, l’autoblindo che arrivava, l’altro che partiva. E la gente sulle collinette, il pic-nic di quei mostri che sono subito gli uomini quando diventano curiosi, i bambini portati a vedere gli uomini armati che circondavano una villetta piena di altri uomini armati, e subito i venditori di giornali, di birra, di salsicciotti, di gelati, tutto il rito esatto, il rito che sino a ieri era piacevole, accettabilissimo, e che oggi sembra una ignominia.
Ma noi dello sport eravamo riusciti a fare le cose bene, e tutto stava al posto giusto. Così bene che ci siamo illusi di non doverci difendere. Invece c’era chi aspettava la nostra illusione, per colpirla. Accade sempre così, però l’illusione non muore mai, è immortale perché è un modo diverso di esistere. Cosi, adesso, ci illudiamo che qualcosa, dallo scempio criminale, possa ancora essere salvato, e preghiamo Dio, un Dio che non sta né con Israele né con la Palestina, perchè sta con tutti – che sia così” [Tuttosport, settembre ‘72]
Difendere i Giochi per difendere noi stessi
“I Giochi continuano non come se nulla fosse accaduto, ma come se nulla di extra sportivo dovesse più accadere. Ci si è trovati oggi tutti allo stadio, il solito pubblico immenso ed esperto, e le gare. L’errore di chi ha pensato, anche per poco, che i Giochi dovessero venire interrotti, appare oggi clamoroso. Perché mai si sarebbe dovuto rinunciare a queste gare, alle alle altre che ci attendono? In nome di quale debolezza si sarebbe dovuta consegnare la Olimpiade a un gruppo di criminali? E non solo questa Olimpiade, ma tutte quelle a venire? Il lutto, si dice. Ma il lutto c’è, sta nei cuori, e se non sta nei cuori è inutile, ridicolo pretendere di inventarlo sprangando porte e finestre e andando via. Il dolore, si dice. Ma il dolore c’è, e chi lo sente troppo grande, troppo dilaniante, lascia le gare e Monaco: come hanno fatto alcuni atleti ebrei di alcune nazioni. Atleti i quali sono d’accordo sul fatto che i Giochi devono continuare, non sul fatto che essi devono continuare i Giochi.
… Eppure anche in Italia c’era chi nella finzione massima di dolore, come quelli che per andare al funerale si fanno fare il bel vestito nero, voleva chiudere i Giochi dopo la sparatoria all’aeroporto. Così davvero lo sport si sarebbe consegnato non solo alla politica, che è immanente, ma alla bassa politica del terrore, o a quella, troppo alta e troppo crudele, delle grandi manovre diplomatiche (perché è ormai chiaro che ad una soluzione comunque cruenta dell’«affare», Israele, che considera i suoi cittadini soldati in guerra, non deve essersi opposto: così che adesso ferve il gioco delle ipotesi su cosa ciò involgerà, su cosa accadrà, su quali spostamenti produrrà in Medio Oriente e altrove la tragedia, il massacro).
E poi chiudendo i Giochi avremmo ricordato quei morti, i due della palazzina, gli altri dentro o intorno all’elicottero in fiamme, come li ricordiamo adesso, non più piangendo, no, ma con lucida memoria, e pronti, se occorre, a essere nel futuro cattivi, in nome loro? Per difendere lo sport, che poi è un modo di difendere noi stessi”. [Tuttosport, settembre ‘72]
L’odio-amore con Novella Calligaris
“Si offende l’oro di Scalzone se si scrive che l’argento della Calligaris è infinitamente più importante? Novella Calligaris è per noi il ponte sopra Scilla e Cariddi. Da un’isola di paure, di miseria natatoria e quindi anche sportiva approdiamo noi pure al continente dei miracoli, che poi non sono miracoli, sono la norma per chi ha buona salute e voglia di gettarsi in acqua. Fra Novella e Shane Gould ci sono dieci centimetri di statura, migliaia di chilometri che sono anche spazi immani di pensiero, di mentalità. Ci sono pure grosse differenze di umanità: la Gould è cucciolona, Novella è gatta feroce, ma questo oggi non conta. Oggi conta che l’Italia ha imparato a nuotare, o almeno ha imparato che deve, che può imparare a nuotare. Ha imparato che andare avanti nell’acqua delle piscine e non solo galleggiare d’estate negli stagni di vacanza liguri o tirrenici o adriatici, è possibile purché lo si voglia e ci si decida a mulinare le braccia, a battere neppure troppo – la Gould insegna – le gambe, insomma decisione di voler essere nuotatori, visto che essere nuotatori significa essere sportivi, ed essere sportivi significa fare un buon affare anche nella vita. Oggi muoiono le ultime (o penultime? Le ultime esistono sempre) stupidaggini sulla nostra razza inadatta allo sport e specialmente a certi sport”. [Tuttosport, settembre 1972]
Vanchissachì a Sanremo
“Eravamo lì, in situazione assai anfibia, sul traguardo di Sanremo. Aspettando la volatona che se vinta da Basso salvava la patria, se vinta da Van Linden o Vanchisacchì era la sciagura nazionale. A questo ci si riduce, bisogna ammetterlo. Aspettavamo di sapere se, questione di centimetri, la giornata era gaudiosa oppure triste. … De Vlaeminck è il più forte corridore del mondo, per gare in linea, dopo Merckx. Non è un Vanchisacchì. La patria non è salva, però non c’è beffa, non c’è l’insulto di un nessuno primo sul traguardo di Sanremo” [Tuttosport, marzo 1973]
Berlino al tempo dei Mondiali di calcio 74
“Il 17 giugno 1953 ci fu una sollevazione, una specie di marcia verso l’Ovest, per cercarvi l’oro, degli operai di Berlino Est. Tutto fini nel sangue. La Germania Ovest celebra la data, tutto chiuso, non ci sono manco i giornali: Berlino Ovest compresa, ovviamente. La Germania Est la ignora, questo è un normalissimo lunedì lavorativo. Oggi, 17 giugno 1974, è giorno di vigilia dell’incontro di calcio Germania Est- Cile, che si giocherà domani, ore 19,30 locali, nello stadio Olimpico di Berlino Ovest, a 4 chilometri dal muro eretto dal governo di Pankow (orientale) il 13 giugno 1961. Soltanto 3.020 tifosi della Germania Est arriveranno, da Berlino Est e da Lipsia, in treni speciali, in autobus speciali, allo stadio di Berlino Ovest, dove saranno accolti da poliziotti in uniforme (1000 in tutto) e in civile (1400), ovviamente non Iì soltanto per loro, sistemati in vari settori vigilati dello stadio, lontani comunque dai settori dove andranno i giovani di sinistra di Berlino Ovest. Dicono a Berlino Ovest: all’Est hanno chiesto soltanto 10.000 biglietti per tre partite. Dicono a Berlino Est: ci hanno dato soltanto 10.000 biglietti per tre partite. I giornali di Berlino Ovest offrono biglietti gratis (27.000 ancora Invenduti, su 87.574) a chi dall’Est verrà a chiederli, anche mezz’ora prima dell’incontro; e accusano l’Est di avere detto, ai suoi cittadini che chiedevano biglietti, di un tutto esaurito”. [Tuttosport, giugno ‘74]
Il derby delle Germanie
“Forse mai partita di calcio racchiuse tante significazioni sportive, tante dolenzie. Per esplorarle meglio, oggi siamo andati a Berlino Est. Si va e si torna in fretta, se non si è tedeschi. Dal centro stampa, sono quattro fermate di ferrovia sopraelevata. Le operazioni di passaggio, di solito brevi, oggi sono però state lunghette. Centinaia di tedeschi occidentali, in giorno di vacanza, e centinaia di operai turchi e jugoslavi e arabi della stessa Berlino Occidentale, passavano dall’altra parte. A. trovare i, parenti, i tedeschi, gli altri a spendere 10 marchi (cambio alla pari, ma chi cambia già all’Ovest riceve 4 marchi orientali per uno occidentale, e non ci sono controlli di dogana, perquisizioni) per un pasto abbondante che dall’altra parte costa 30 marchi, a comprare a un quarto di prezzo, anche meno, sigari cubani e wodka russa, a far benzina, perfino ad acquistare carne.
A Berlino Est, siamo andati da amici, a chiedere quale sentimento c’e, in questa vigilia. E ci hanno detto: « Per noi Berlino Ovest è ormai città molto straniera, lontanissima, dunque non importa che si giochi a 4 chilometri dal confine, si gioca in un posto remoto. Guarderemo l’incontro alla televisione, come se fosse giocato a Rio de Janeiro».
Escluso che all’ultimo il governo orientale apra le porte, o una porticina. Che insomma ci sia un flusso grande di tifosi dall’Est all’Ovest. I 3.020 (altrettanti, pressapoco, arrivarono ad Amburgo per Germania Est-Australia, altrettanti vi arriveranno il 22 per Germania Ovest-Germania Est) sono tipi di assoluta fiducia. Non dovrebbero esserci complicazioni, non sembrano esserci preoccupazioni per il loro comportamento. E neppure per le reazioni dei tedeschi occidentali: già si è sperimentato ai Giochi Olimpici l’insorgere rapido di una simpatia, di un’amicizia, tra gente che parla la stessa lingua e si sente un solo popolo”.
“E poiché siamo qui ad Amburgo per Germania Ovest-Germania Est, ci viene facile e giusta (speriamo) in mente una faccenda di Ovest e di Est, anzi di est e di ovest, che riguarda l’Italia. Sì, perché oggi è vigilia storica per l’Italia, oltre che giornata storica per la Germania, pardon, per le Germanie. Nel senso che, mentre la Germania ammette, anche nel calcio, di essere divisa fra est e ovest, noi stiamo per scoprire un’Italia est ed un’Italia ovest che si possono sovrapporre, per qualche giorno almeno, all’Italia nord e all’Italia sud. Infatti pensiamo che il calcio ci proponga domani una nuova dicotomia italiana, al di là di quella tradizionale. L’Italia est è quella in cui domani può sorgere il sole, l’Italia ovest quella in cui domani il sole può tramontare. Nascita e morte del sole hanno, nel calcio, tempi lunghi. L’ultimo nostro grande sole è sorto quattro anni fa, e qualcuno pensa che non sia tramontato neppure mercoledì scorso, dopo Italia-Argentina, ma che possa tramontare domani. Quanto al sole che domani potrebbe sorgere, c’è chi dice che, se sorge, è per stare nel cielo a lungo, e scaldarci per un bel po’. C’è chi dice che tramonterà al primo incontro di semifinale. L’Italia non è mai stata veramente unita, fra nord e sud. Invece l’Italia est, o l’Italia ovest, quella insomma che nasce domani, sarà sicuramente unita. Nel rinascere di una speranza, o nel suo morire, saremo tutti insieme. È splendido, commovente pensare che una nazione possa, sia pure soltanto in determinate circostanze storiche, pensare tutta allo stesso modo. Eppure così sta per accadere. Domani fratelli, domani. Oggi no, oggi la pensiamo ancora in molti modi diversi, persino su un bipede a nome Rivera o Riva la pensiamo in molti modi diversi. Domani è molto probabile che si raggiunga una unità di pensiero. Chiaro che rinunceremo all’est, oppure che rinunceremo all’ovest, ma insomma per un poco vivremo tutti intellettualmente nella stessa maniera. Ciò è molto bello. O no? Ovviamente si è per l’Italia Est. Si aspetta il sorgere del sole con la stessa fede con la quale i vichinghi aspettavano, trascorsa la notte della paura, nel tremore, che riapparisse Odino, il dio della luce e della vita”. [Tuttosport, giugno ‘74]
Le interviste spiegate alle figlie
“Carissime Olivia e Maria, l’intervista nel giornalismo, è come una interrogazione a scuola. Solo che, se l’interrogato risponde bene, ci fa una bella figura non lui, ma chi lo ha interrogato, cioè il giornalista, il quale può scrivere un bell’articolo. Sarebbe come se a scuola vi chiamassero alla cattedra, vi facessero un sacco di domande, sempre con vostre perfette risposte, e poi vi dicessero: molto bene, sei stata proprio brava a rispondere, mi do dieci. L’intervista è la chiave di volta del giornalismo. Qui l’intervista è praticamente impossibile per via delle segregazioni di vario tipo, e mai si è usato tanto lievito per trasformare le frasi rapidissime di un giocatore in articoli lunghi così, con tanti ma, tante virgolette a dire del discorso diretto, in questo senso mi sembra davvero giusto che il bel voto sia dato non ha chi ha risposto, ma a chi ha interpretato i monosillabi e li ha fatti lievitare. Ci sono però i casi in cui non ci sono neanche i monosillabi e allora soccorre tutto l’archivio, tutta la memoria. Ho sorpreso un collega mentre scriveva l’intervista a Cruyff, giocatore che lui non ha mai visto, ed era un’intervista perfetta, un collage di interviste rilasciate da Cruyff nel passato. Gli diceva persino, l’olandese, quante sigarette fuma ogni giorno, e quante dovrebbe fumarne, e quante vorrebbe fumarne. L’unico problema è sapere se anche i pezzi del collage sono autentici, o se non sono frutto di precedenti lievitazioni. Perché ogni tanto ho il sospetto che i giocatori siano tutti muti, e le lunghe interviste attuali non siano che elaborazioni di un grugnito, o di un vagito emesso dai tipi quando sono nati. Io non so che voto posso avere di intervista. L’altro giorno il console italiano a Stoccarda mi ha ringraziato, abbastanza pubblicamente, perché nel riportare una intervista con lui ero stato molto preciso, un mese e mezzo fa lui credeva di farmi un complimento, invece il complimento era per lui, non sapevo come dirgli che mi stava facendo fare una orribile figura, nel proclamare davanti a tutti che non ero inventore. Poiché non sono santo, o navigatore, o poeta, e poiché sono italiano, è chiaro che non essendo neppure inventore sono nessuno. E voi, poveracce voi, siete figlie di nessuno”. [Tuttosport, giugno 1974]
Il jet-lag e la nostalgia di casa
“Carissime Olivia, Maria, ho il jet-lag. I sintomi sono purtroppo esatti: sonnolenza, bruciori di stomaco, inimicizie verso il mondo, e tanta voglia di tornare a casa. Il jet-lag è una malattia da aereo, scientificamente catalogata. Si riferisce a voli brevi, di un’ora o poco più. L’organismo (che sarei poi io) non fa in tempo ad assumere certe situazioni di volo, sia pure nella cabina pressurizzata (non importa che non sappiate cosa vuol dire pressurizzata, il novecentonovantanove per mille degli umani non lo sa, e tira avanti lo stesso), che subito deve tornare a condizioni diciamo così normali. E cioè sarebbe meglio stare due, tre ore in aereo, così ci si abitua all’altitudine, e poi scendere fa persino del bene, invece, senza l’abitudine, ci si sconquassa tutti, in un’ora l’organismo (che sarei sempre io) fa come un gran viaggio, però non ha il tempo di fermarsi dove è arrivato che subito deve tornare indietro, e così dimentica qualcosa: come si dimenticano le cose nelle stanze di albergo, dove si sosta troppo poco. Io dimentico la salute. Ho il jet-lag perche sono gia al quarto volo di un’ora e basta, e questo in sei giorni, roba da hostess. In preda al jet-lag, le cose di casa vengono rivalutate come l’oro, e anche più, come il marco rispetto alla lira. In preda al jet-lag, le cose estranee sono istrici, tizzoni. E anche la macchina da scrivere deve avere il jet-lag. Va malissimo, prima sembrava frivola, ora e scientificamente contro di me, me ne fa di tutti i colori, anzi di tutti i neri, perchè è sempre il nastro nero che la vince, mi avvolge, è un pitone maledetto, esce dalle sedi naturali, sporca anche le idee candide che attendono di essere messe sulla carta. Sogno il momento in cui mi acqueterò presso un gruppo di partite in posti raggiungibili in fretta col treno o con l’auto, e potrò andare da un posto all’altro senza far del male non dico all’organismo, ma alla macchina da scrivere, che è molto più importante di me, e che forse, viaggiandomi accanto in sedili non di aereo, tornerà ad essere una compagna, con nastri da fanciulla e non da megera”. [Tuttosport, giugno 1974]
Saronni a Sanremo
“Fino alle ore 16,27 minuti e 59 secondi di ieri pomeriggio, soltanto Binda, Merckx e Gimondi erano riusciti a vincere la Milano-Sanremo portando la maglia di campione del mondo, una maglia che zavorra, una lana che irrita (gli avversari). Da ieri, esattamente a quell’ora, quel minuto e quel secondo, ai tre si è aggiunto Giuseppe Saronni. Il corridore italiano s’è presentato solo a via Roma, e non ha assolutamente potuto esimersi dalla felicità, lui che di ogni vittoria era abituato a fare un’arma polemica, una rivincita, mal che andasse contro se stesso, una piattaforma dalla quale comiziare contro il mondo. Questo suo abbandonarsi ad una felicità finalmente assoluta, fanciullesca, paradossalmente appare come una maturità del campione. Da ieri questo corridore, che la gente ancora non sua sta cercando di capire e di amare (intanto che lui sta cercando di offrirsi in pieno a tutta la gente), ha una pelle nuova, e senza avere avuto bisogno di squamare tutta la precedente: è ancora temibilissimo in volata, insomma, ma sa vincere in solitudine. Esiste persino l’ipotesi, sussurrata da Eddy Merckx, che dentro Saronni stia nascendo un fuoriclasse: il quale fuoriclasse, ovviamente, esisteva già come materie prime, ma attendeva la «creazione». In fondo Saronni nacque al ciclismo come ragazzo prodigio, poi divenne in fretta un corridore «vecchio». E psicologicamente appariva un cavaliere dimezzato, irrealizzato”. [La Stampa, marzo 1983]
Il dente nero di Borg
“Borg è sposato con una tennista romena. Non ha figli, vive tra Long Island, presso New York, e Montecarlo. L’ultima grande immagine smistata in tutto il mondo dai teleschermi è quella di lui in ginocchio sull’erbetta di Wimbledon, a ringraziare un qualche suo dio per la vittoria. Borg non è il primo dei campioni a lasciare ancora in età giovane. Insieme per logorio psichico e per aver già guadagnato abbastanza. Lo sport di oggi, sponsorizzato e visto da tutti in tv, fa i campioni troppo ricchi, e ricchi troppo in fretta. Pochi anni di F.1 bastano a Hunt, Lauda, Scheckter, Jones per lasciare. Tre anni di vero professionismo convincono il pugile Leonard, 30 miliardi nell’ultimo anno, a non rischiare più. Quando staccheranno Lendl e McEnroe? Forse da ieri invidiano Borg che ha scoperto o riscoperto la vita Ci sono ancora, sui muri delle nostre città, i poster giganti in cui lui reclamizza sorridendo una gomma da masticare: quasi sempre qualche ragazzaccio gli ha dipinto in nero un dente”. [La Stampa, 1983]
Il record dell’ora di Moser
Scrisse che accanto “agli aspetti poetici, sentimentali, umani vistosissimi”, andava sistemata [“e presto”] “la tematica del ciclismo nuovo, anzi ormai del ciclismo postmoderno, se oltre all’uomo si considera anche la macchina, che davvero è una scultura del Duemila: la bicicletta cioè con le ruote lenticolari, con il telaio arcuato e proiettato in basso, con la ruota anteriore più piccola, con il manubrio a corna di vacca, più o meno cioè la bicicletta del Messico che Moser ieri ha messo su strada, dopo aver depistato un po’ tutti, anche i suoi parenti stretti, i fratelli Aldo ed Enzo, parlando di telaio normale, di paura a usare, nel sempre possibile vento, le ruote piene con «effetto vela», di timore a impugnare, nel percorso a molte curve, il manubrio a corna di vacca. Moser invece ha usato quasi tutto del Messico, soprattutto se stesso, bisogna dire. Perché se Fignon e tutti gli altri hanno fatto a Moser i complimenti, questo significa che tutti sono certi di una cosa: nessuno, se non Moser, poteva ricavare quei vantaggi dalla bicicletta speciale, poteva estrarre cosi tanto dal nuovo strumento. SI ripete lo stupore del Messico, ma anche la logica del Messico, quando gli scienziati dicevano di Moser: ci siamo limitati a mettere a punto, a ritoccare uno splendido motore di Formula 1, incarnato poi in un personaggio straordinario per intelligenza, umiltà, volontà”.
Ormezzano era stato all’opposizione lungo l’arco delle tre settimane, abbastanza critico verso quella spinta generale e generosa alle spalle del Francesco-nazionale. “Avevamo avanzato riserve – scrisse alla fine – non su Moser, ma sul contorno al suo personaggio. Tifosi troppo caldi, cioè, e non sempre profondamente sportivi (si ricordi Visentini; e anche ieri ci sono stati brutti fischi per Fignon, Giro d’Italia disegnato facile per lui e fatto facilissimo, almeno quanto a salite, da decisioni non sempre chiare, come ad esempio la ridicola tappa di riserva al posto dello Stelvio, la cui impraticabilità era nota da tempo. E giuria tollerante con lui, dura con Fignon. E Visentini lapidato, Visentini colpevole ma criminalizzato, sino a che, i nervi a pezzi, ha dovuto scendere di bici. Soltanto un enorme Moser poteva essere superiore a certe piccolezze; e cosi è stato”. [La Stampa, gennaio 1984]
Maradona al Napoli
“Fare del moralismo? Maradona, dicono a Napoli, costa come due Briaschi e mezzo. Tiene ventiquattro anni scarsi e costa come un Rummenigge e mezzo, cinque anni più vecchio 11 tedesco. Porterà grosso movimento di denaro. Il Napoli ha il primato degli spettatori, nell’ultimo campionato, ma sta all’ottavo posto come Incassi: verranno ritoccati i prezzi, Ferlaino il presidente gode sin d’ora della massima comprensione. Sponsorizzazioni assortite forniranno oro ulteriore al giocatore (oltre 3 miliardi fra percentuale sul trasferimento e ingaggio del primo anno) ma anche al Napoli. Maradona e tutti gli altri stranieri acquistati In questi mesi dal nostro calcio fanno 45 miliardi, come — dicono a Napoli — quindici giorni d’importazione di carne da fettine. Napoli non accetta lezioni e neppure patisce o frequenta demagogie spicciole. Inutile sparpagliare male i miliardi, comprare cinque giocatori da tre miliardi l’uno, prendersi cinque bidoni, sul mercato matto italiano, senza smuovere un baffo al tifosi, senza incrementare abbonamenti e incassi, senza rilanciare, e subito, Il Napoli. Poi c’è, ovvio, tutta l’oleografia, la ridda degli slogan pittati, compreso quello storicamente blasfemo che vuole le quattro giornate di Napoli sostituite delle quaranta nottate di passioni del Napoli. E c’è la voglia di pazziare di nuovo” [La Stampa, luglio 1984]
Un Mundial che non aiuta i poveri
“Questo Paese sta ulteriormente verificando, attraverso il Mundial, la propria tristezza. Un operaio messicano guadagna 230 mila lire al mese, se è uno di quelli fortunati, con lavoro fisso: la tortilla di pane costa 100 lire al chilo, ma altri prezzi di prodotti vitali sono quasi come i nostri. E l’inflazione, la crisi da petrolio mal gestito o rubato, ha colpito soprattutto la classe media, quella che doveva riempire gli stadi: il povero cioè resta povero, lo era già in assoluto prima del terribile 1982 dell’inizio della crisi, il borghese diventa povero e non ha scorza, non ha callosità per non patire il malessere. Cosa può dire il Mundial all’indigeno povero, cioè alla enorme maggioranza dei messicani, tutti da amare, da capire, visto che aiutarli pare impossibile? Poco, anche se la nazionale vincesse: l’apatia, la stanchezza, il torpore stanno sempre più possedendo la popolazione. Dicono che il Presidente della Repubblica è freddino con la manifestazione. Il povero, ormai in precoma, non lo sente, il borghese, in premiseria, non la ama, il ricco la sfrutta. Tutto è pazzesco, assurdo, sconvolgente, regolare, messicano” [La Stampa, 30 maggio 1986]
La vera storia del San Paolo e Maradona
“Bisognerebbe usare certe parolacce per dire efficacemente cosa hanno fatto gli argentini ieri sera a Napoli nella semifinale mondiale. Chiaro che siamo stati più che battuti: uccellati, a parlar fiorito. Ci hanno portato via tutto senza rubare niente, ecco la realtà. Che è anche una lezione: alla vigilia si discuteva l’entità del punteggio pro nobis, invece si è perso, e segnando per primi, e giocando quasi 20′ contro una squadra in dieci, sia pure per giusta espulsione, e godendo dell’apporto di una folla che alla fine, vedendo l’Italia in difficoltà, cercava di smontare a fischi anche il suo Maradona. La partita è stata bruttina per tutti i suoi 120 minuti. Si è andati ai rigori, due errori di Donadoni e Serena sono diventati decisivi anche grazie alla bravura di Goicoechea, il portiere argentino. Adesso fioriranno quelli che l’avevano detto, Schillaci nonostante il puntuale gol retrocederà a commovente artigiano, verrà discusso Giannini ma anche Baggio che l’ha sostituito, Vialli dovrà chiedere scusa di avere fallito la Grande Prova, Zenga sarà sezionato per il gol subito, l’unico su azione in tutto il torneo. Pochi avranno il coraggio di dire che il football è uno sport demenziale, dove una squadra di zingari fisicamente dimessi e (alcuni) dismessi, ispirati dal loro re Maradona, può di colpo crescere sino a vincere una partita, la prima del suo torneo mondiale senza aiuto da parte della fortuna.
A noi pare che non si sia sbagliato niente prima e che l’Italia di ieri sera sia stata la stessa che ha battuto di stretta misura Austria, Cecoslovacchia (annullato un loro gol valido), Uruguay e Eire, tutte squadre comunque inferiori all’Argentina, o meglio inferiori a dieci giocatori qualunque più Maradona. Dunque stiamo calmi, come calma era ieri sera la meravigliosa folla napoletana, chiamata a optare per l’Italia contro Maradona”. [La Stampa, 4 luglio 1990]
Ayrton Senna
“A lui non spiaceva che si parlasse molto del pilota Senna, forse gli sembrava che così venisse lasciato in pace l’uomo, intorno al quale lui voleva lavorare parecchio, con calma e attenzione, come su di un motore. Anche perché certe volte lui parlava di Dio e subito glielo mettevano a fianco come un compagno di rally (d’altronde lui aveva presentato il suo misticismo come una colata di divino arrivatagli splendidamente addosso, un giorno a Montecarlo). Diceva che il suo unico libro era la Bibbia e gli rinfacciavano, sotto sotto, di non avere letto niente d’altro. Educato, coraggiosissimo, sincero, timido. Aveva accusato nel 1989 – Balestre, francese presidente della federazione internazionale, di avere favorito Prost nelle decisioni disciplinari legate ad un Gran Premio in Giappone, lo avevano escluso dalle competizioni ’90, era riuscito, con una lettera sapiente, a farsi riammettere senza cedere un atomo in dignità e convinzioni. Era rigido, severo, preciso, pignolo, giapponese, cortese. Vestiva semplice ed elegante, non sbagliava il colore di un calzino come il tono di una risposta. Igienista mistico, il footing dei fachiri. Gran piallatore di episodi duri, scabrosi: le polemiche passavano attraverso di lui che le filtrava senza snaturarle, ma rendendole chiare. Non uno che non lo stimasse. Pochi che, conoscendolo, non lo ammirassero. Poche ore prima di morire aveva parlato con un giornalista spagnolo che ha un nome italiano, Corbetta, e si era messo d’accordo per visitare a Barcellona, nei giorni del Gran Premio, un ospedale di bambini malati di Aids terminale”
Il ciclocross dei Van
“Moltissimo bellissimo ciclocross, con grandi stradisti e stradiste di Belgio, Olanda e Inghilterra e con tanta gente ad applaudire, spesso sotto la pioggia o la neve. E poi le sagre della mountain bike. E insomma la sensazione che il ciclismo, o i tanti ciclismi che compongono questo sport, possa vivere bene di suo senza accorgimenti televisivi speciali, Lo sport tutto o quasi sta spostandosi davvero in un metaverso strafinto, il ciclismo può e deve ancorarsi alla poesia sua residua, che è molta, e trasferirla persino su sue nuove specializzazioni. Mica è poco, anzi è molto, e può diventare un tutto. Se i Giochi Olimpici stanno pensando di liberarsi del ciclismo su strada troppo impegnativo e gravoso ai fini delle riprese, o di farlo disputare su ridicoli circuitini comodi per l’installazione di poche telecamere fisse, il ciclismo deve trovare il coraggio di liberarsi dei Giochi olimpici troppo spettacolarizzati. Non si vive di solo show, anzi”. [Tuttobici, febbraio 2023]
L’ultima intervista
➣ Rimpianti?
«Ero il ghost writer di Enzo Ferrari, ma non si doveva sapere. Quando si spargeva la voce che era morto, toccava a me chiamarlo per chiedergli se era vero: “Cosa vuoi, vagabondo?” mi rispondeva».
➣ L’Avvocato la svegliava?
«Sì, ma la chiamata più strana non fu di mattina: mi convocò per chiedermi se non credevo che il granata Gabetto somigliasse molto a Padovano, l’attaccante della Juve…».
➣ Con Alì come andò?
«Nel 1974 a Kinshasa gli feci una lunga intervista durante il massaggio, un grande colpo grazie al mio amico Gianni Minà. Alì sosteneva che uno dei sette re di Roma fosse nero e continuava a dire “Asdrubal”. Lo corressi con “Annibal”, ma quando gli spiegai che era un condottiero cartaginese, peggiorai l’equivoco».
➣ Minà la invitò alla mitica cena con Alì, Sergio Leone, De Niro e Garcia Marquez. Perché non ci andò?
«Perché pensavo che mi pigliasse per il sedere! Gli risposi che io cenavo col Papa». – intervista di paolo tomaselli. Corriere della sera, ottobre 2024