Ci vuole molto tempo per diventare giovani
Pablo Picasso
▻ Adesso in Spagna hanno insieme il nuovo Nadal e il nuovo Iniesta. Coltivano il nuovo Indurain, aspettano il nuovo Márquez. Carlos Alcaraz ha 18 anni, l’età in cui Pablo Picasso organizzò la prima personale con dei disegni. Pedri ne ha uno in più, 19, come Salvador Dalì quando realizzò le prime illustrazioni per un libro. Il ciclista Juan Ayuso ne compie 20 in settembre, l’età nella quale Javier Bardem girava il suo primo film, Le età di Lulù, per Bigas Luna. Mentre Pedro Acosta e Fermin Aldeguer, i piloti che stupiscono nelle categorie inferiori alla MotoGP, sono adolescenti come il Federico García Lorca delle Impresiones y paisajes a Granada. Lo sport di Spagna ha trovato i suoi nuovi geni.
La chiamano, in Spagna, Generazione Coliving. Sono i ragazzi che nel 75% dei casi non può permettersi di affittare una casa in proprio, per mancanza di stabilità o per insufficienza di reddito. “Una generazione che non riesce a emanciparsi” nella sintesi di Onda Cero. Prendono una stanza. Condividono l’appartamento. Condannati a un eterno Erasmus. La Spagna è il secondo Paese dell’Unione Europea con meno giovani, un totale di 10 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni. Poco più della metà di quelli che lavorano (52%), ha un contratto a tempo determinato. Sono venti punti di percentuale in più rispetto alla media della Comunità europea.
L’osservatorio del Centro Reina Sofía per l’adolescenza e la gioventù ha raccolto una serie di dati che il Paese ha accolto con pessimismo. Il Comparative Youth Development Index non ha aggiunto esiti molto incoraggianti. Tutti i Paesi sono regrediti in pandemia rispetto ai risultati del 2020, la Spagna più della media. I parametri nei quali il Paese rimane più avanti rispetto ai 27 della UE è quello relativo alla salute e all’uso del digitale (comunicazione, informazione, risoluzione dei problemi, gestione dei software). L’indice di sviluppo è invece di 5.012 su una scala 0-10, si tratta della posizione numero 35 in classifica su un totale di 45 territori analizzati. Alle spalle della rimpicciolitissima Spagna – tenetevi – c’è anche l’Italia. La disoccupazione giovanile nella fascia 15-29 anni tocca il 29.20% in Spagna rispetto al 13.30% della UE.
Solo 6 giovani su 100 vanno via di casa entro i 24 anni, poco più di un terzo tra i 25 e i 29 anni. Anche in questo caso il gap è di circa 19 punti percentuali con la media europea e il fenomeno riguarda più gli uomini che le donne.
Secondo l’analisi del Centro Reina Sofia ha un peso il fatto che “il blocco mediterraneo – Spagna, Italia, Grecia e Portogallo – presenta un modello storico e culturale chiaramente orientato verso la famiglia, un modello che si basa sulla convinzione che essa abbia il compito di sostenere i giovani fino a quando non possono intraprendere il loro progetto di vita. La scarsità di politiche pubbliche per l’alloggio o per l’inserimento lavorativo porta i giovani a rimanere dipendenti dalle loro famiglie fino a tarda età. Questo spiega lo straordinario ritardo nell’età dell’emancipazione o il basso tasso di fertilità e di matrimonio. Tuttavia, proprio a causa dell’elevata disoccupazione e della precarietà del lavoro, i giovani mediterranei scelgono di prolungare gli studi, raggiungendo livelli di sovraqualificazione nell’istruzione superiore e posizioni molto buone in quasi tutti gli indicatori educativi”.
Il tasso di abbandono scolastico è diminuito in Spagna di quasi 15 punti rispetto agli anni recenti, ma resta il peggiore in Europa dopo la sola Malta. È nero anche il parametro sull’apprendimento di almeno due lingue straniere. La Spagna si attesta al 26.9%, in Europa la percentuale si aggira intorno al 60%.
La Generazione Coliving è figlia di quella che negli Anni Novanta visse prima la crisi economica e poi il boom, il periodo confuso in cui – dice Icon – la realtà fece nascere in letteratura una serie di autori fortunati e di successo, proprio come negli anni Ottanta era capitato nella musica e al cinema. “Una serie di voci giovanili e disincantate, legate a migliaia di altri giovani che poterono con loro identificarsi”.
Sono i lettori di Le età di Lulù, di Almudena Grandes, il primo libro con il quale la gioventù spagnola aveva accesso a descrizioni estese di ogni tipo di fantasia sessuale, mentre Nessuna notizia di Gurb (Eduardo Mendoza) insegnava che tutto si poteva raccontare con umorismo e parodia, anche le situazioni più scioccanti. Ray Loriga con Lo peor de todos indicò a ogni adolescente chiuso nella sua camera che non era il solo a credere di essere il più incompreso al mondo. Tutti erano dentro la stessa dannata barca, e José Ángel Mañas con Historias del Kronen spiegava che le storie di autodistruzione, droga e nichilismo non appartenevano in esclusiva alla scena grunge di Seattle, ma si potevano trovare anche a Madrid.
Ecco perché ce la fece Elvira Lindo, ecco perché il suo Manolito Gafotas (1994) fu una sorta di Harry Potter domestico, prima che arrivasse il vero maghetto. “Nel momento in cui stai abbandonando l’infanzia e disprezzi tutto ciò che la riguarda – spiega Icon – quando vuoi fare solo cose da adulto, fumare, uscire, leggere opere che scandalizzerebbero i tuoi nonni, le avventure di Manolito furono l’incontro giusto con la magia della letteratura per l’infanzia nella sua migliore incarnazione, quella che è così buona da funzionare per tutte le età”.
Juan Manuel de Prada, con un libro di cui non scrivo il titolo per non finire nella vostra cartella Spam più del solito (su Google lo trovate, anno 1995) – mostrava come fosse poetico trattare argomenti seri parlando di genitali. Matando Dinosaurios Con Tirachinas (Uccidere i dinosauri con una fionda, 1996) di Pedro Maestre indicava come sono sempre attuali la nostalgia per l’infanzia e la sindrome di Peter Pan. Fu accolto come il nuovo Delibes e ne rimase schiacciato. Lucía Etxebarría fu profetica con Amore, Prozac e altro curiosità (1997), molto prima che nel dibattito pubblico arrivasse la certezza che gli abusi e le violenze contro le donne non provenivano sempre dalle mani di estranei incontrati su internet, ma più spesso da qualcuno che ti vive accanto.
Questo è il terreno sociale da cui sono fioriti i Benedetti di Spagna, i campioni che il Paese potrà godersi per i prossimi quindici anni.
Carlos Alcaraz
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Anche Felipe VI ha voluto congratularsi con lui attraverso i social, dopo la vittoria al torneo di Miami. “La tua passione sul campo alimenta il nostro entusiasmo per il futuro del tennis spagnolo”. Gli ha detto così. Di Alcaraz sapete ormai che è nato nel quartiere di El Palmar, che suo padre (pure lui Carlos), direttore della scuola di tennis Club de Campo, gli comprò la prima racchetta quando aveva tre anni. Anche i suoi due fratellini, Sergio e Jaime, contano di seguirlo nella scalata alla classifica.
Javier Martínez, su El Mundo, ha scritto che “Carlos Alcaraz è un eroe ma anche un giovane come tanti, che di solito si rifugia nella sua terra per staccare la spina e godersi un delizioso hamburger con gli amici, fare lunghe passeggiate in montagna, giocare a golf, andare a pescare o semplicemente sedersi sul divano a guardare la partita del Real Madrid. Ha dovuto lasciare la scuola all’età di 14 anni. Nonostante non possa studiare come qualsiasi altro ragazzo, cerca di farlo in videoconferenza con il suo tutor, in qualsiasi parte del mondo si trovi. Fa i compiti negli aeroporti, negli hotel, ovunque lo porti la sua carriera. Dorme in una camera spartana dell’Accademia Juan Carlos Ferrero Equelite di Villena (Alicante), si allena dalle cinque alle sei ore al giorno e un’équipe di fisioterapisti e dietologi lo segue con cura, ma senza coccolarlo”.
Suo nonno paterno è il suo tifoso numero uno. Ritaglia tutte le notizie di suo nipote che escono sui giornali. Quelle sul web non le può ritagliare. I guadagni sono gestiti dal padre. CArlitos ha guadagnato finora 1 milione e 100 mila euro. Nulla si sa di come li abbia spesi. La sola certezza è che si è limitato a dilapidare la cifra sufficiente a iscriversi alla scuola guida.
Nel 2022 ha perso solo due partite, da Berrettini a Melbourne e con Nadal. Questo ragazzo è un animale, ha detto Andy Roddick.
Secondo Joan Solsona di Marca “personifica la rivoluzione in atto nel tennis: gioco, gioventù, personalità, carisma. Alcaraz abbaglia. E lo fa in un momento di malgoverno nell’élite”.
Ancora su Marca, Miguel Quintana ha scritto che “quando si parla di Pedri o di Carlos Alcaraz è inevitabile parlare della loro età. Sono così giovani in modo offensivo, la loro età fa impallidire persino il loro stesso presente. Ogni azione, ogni giocata, ogni vittoria, sembra essere l’annuncio di un futuro ancora migliore. Sicuramente è così, ma l’importante è che ogni azione, ogni giocata e ogni vittoria abbiano già il loro significato nel presente. Non c’è bisogno di proiettare nulla nel futuro, non c’è bisogno di aspettare niente e nessuno, Pedri e Carlos Alcaraz sono già qui. L’unica cosa in cui si assomigliano è nella lettura delle situazioni. Prendono decisioni da professionisti con 300 partite alle spalle, come se avessero già vissuto tante sconfitte da cui imparare e tante vittorie da ricordare. A parte questo, non ci sono molte altre somiglianze. Carlos Alcaraz è aggressivo e determinato. Ha mille modi diversi per guadagnare un punto. E ha un carisma, un magnetismo, che costringe il pubblico a stare dalla sua parte. È molto a suo agio da fondo campo, ma ogni volta che può cerca la rete per chiudere il punto. Gioca con i suoi rivali, attirandoli in avanti con la smorzata e superandoli con il pallonetto, perché si diverte a far divertire le persone. Un’arma di distruzione di massa per il tennis dopo Djokovic, Federer e Nadal”.
Pedri
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Non ho il pregio di essere leader di niente. È successo tutto molto in fretta. Due anni giocavo a Las Palmas, ora per la Nazionale e il Barça. A volte torno a casa, mi guardo indietro, rifletto e mi dico che è davvero pazzesco | Pedri
E invece Pedri? Nel caso di Pedri, continua Quintana su Marca, “ci sono sempre meno cose da dire. Non perché le abbiamo dette tutte, ma perché le dice lui in campo. È il calciatore collettivo per eccellenza. La grande leva del cambiamento che Xavi ha utilizzato per imporre la sua idea e restituire alcuni fondamentali al Barcellona. Con Pedri tutto è chiaro e semplice, lo era anche per Ronald Koeman, anche se è stato dimenticato”
Con una terminologia da basket, Guille Uzquiano su El Mundo lo definisce il giocatore franchigia del fútbol español, mentre Eduardo Castelao sullo stesso quotidiano racconta di quando Luis Enrique lo vide giocare per la prima volta. No, non fu dal vivo. Lo vide sulla app utilizzata dagli allenatori d’élite, Mediacoach, una tecnologia sviluppata tra gli altri da Robert Moreno.
“A Luis Enrique – dice El Mundo – era stato raccontato dell’esistenza di un ragazzino che aveva una capacità anomala di giocare in spazi ristretti, con una straordinaria visione periferica, tecnicamente molto ben dotato. Era il 2018, molto prima del suo debutto in Serie B, avvenuto nell’agosto 2019 per mano di Pepe Mel. Pedri giocava ancora nelle giovanili di Las Palmas e aveva 16 anni”.
Ha vissuto già il suo periodo di ombre, quando le super fatiche della stagione scorsa lo hanno fatto rientrare stanco e spossato. Cinquanta due partite con il Barça, più altre dieci con la Nazionale spagnola, sei delle quali agli Europei, e altre sei con la squadra olimpica ai Giochi di Tokyo questa estate. A parte i supplementari.
Nella sua analisi nerd tra posizione in campo e caratteristiche tecnico-tattiche, Breaking The Lines scrive che “da David Silva a Juan Carlos Valeron, abbiamo visto emergere nel tempo dalle Isole Canarie molti giocatori che avevano capacità creative e la qualità per scegliere il passaggio giusto, insieme a un tocco magico della palla. Insieme a Yeremy Pino al Villarreal, Pedri è l’ultimo ad aver lasciato le Canarie per stupire ai massimi livelli del calcio europeo. Ha preso il testimone dei maghi spagnoli del passato come Cesc Fabregas, Santi Cazorla, David Silva e Andrés Iniesta”.
Sergio Cortina su As scrive stamattina una invettiva su tutte le novità più o meno recenti del pallone – si mostra un tipo abbastanza insofferente – tipo: le maglie fantasiose, il gol in trasferta – e poi alla fine conviene: “Pedri è l’esempio perfetto che l’unica cosa innegabile nel calcio rimarrà il talento. Il calcio cambia, è nella sua natura, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. In qualche modo, Don Fútbol trova sempre un modo per rimanere fedele all’essenza e premiare il bene”.
Oh, Sergiolì, sorridi. Non ti fare il sangue amaro.
Quelli sulle ruote
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Alejandro Valverde compirà 42 anni tra qualche giorno. Dopo di lui, Pello Bilbao, Mikel Landa, Ion Izagirre, Omar Fraile e Jesús Herrada sono quelli che in Spagna chiamano la Generazione Perduta. E adesso – e adesso c’è l’attesa per Juan Ayuso, 19 anni, catalano di Barcellona, cresciuto tra Atlanta e Jávea, ora residente in Andorra, compagno di squadra di Tadej Pogacar alla UAE. Si allenano insieme, come ha raccontato Carlos Arribas su El Pais e fanno registrare gli stessi dati in watt. Perciò, dice Arribas, il giorno in cui Pogacar salterà una corsa, toccherà a lui. Ad Ayuso piacciono il Romandia e il Delfinato, ma prima lo vedremo alla Amstel di domenica e alla Freccia Vallone. «La squadra mi chiede di vincere e io chiedo a me stesso di vincere». Allora tutto torna. “Ha 19 anni, ma sembra che non voglia averne 19” ha scritto Arribas. Sergi López-Egea, sul catalano Sport, ha scritto che in un ciclismo globalizzato, la cosa importante è poter contare su una buona squadra, con buone possibilità per il futuro, un calendario ambizioso e un’interessante prospettiva di lavoro. “Tutti aspetti che sembrano essere stati trovati da Ayuso e pure da Carlos Rodríguez nei team di Pogacar e Carapaz. Rodríguez potrà trovare spazio all’Ineos nelle tappe sulle Alpi e sui Pirenei, dove potrà andare più alla ricerca della fama. Ayuso anticipare il suo debutto in un Grande Giro alla Vuelta di quest’estate, alla stessa età che aveva Pogacar quando arrivò terzo. Il futuro c’è”.
Come nelle moto viene garantito da Pedro Acosta, campione del mondo all’esordio in Moto3 l’anno scorso e passato nel 2022 al livello superiore. Mentre si avviava verso il titolo, Marca ne sottolineava la guida “aggressiva e determinata, molto intelligente, con manovre da vero genio”, mentre per il quotidiano ABC “è nata una leggenda”. A El Mundo Acosta aveva raccontato che «il mio bisnonno era pescatore, mio nonno era pescatore, mio padre era pescatore e io stesso sono un pescatore. Nella mia famiglia ci siamo sempre dedicati al pesce azzurro, prima alle sardine e dopo alle acciughe. Ma la tradizione in famiglia scomparirà con me. Mio figlio, per fortuna, non lavorerà sul mare».
Mela Chércoles su Diario AS scrisse che “i predestinati sono fatti per rompere barriere, record e per marcare le epoche. L’unica cosa certa è che quel che dovrà accadere, accadrà”.
Dietro di lui già preme Fermin Aldeguer, pole position in Moto2 in Argentina nello scorso week-end a 16 anni 11 mesi e 28 giorni. Ha tolto il record a un tipo che si chiama Marc Marquez: a Silverstone nel 2011 aveva 18 anni 3 mesi e 26 giorni. Un anno abbondante in più. La prima pole di Jorge Lorenzo arrivò al Mugello nel 2005 nelle 250 cc: aveva 18 anni 1 mese e 1 giorno.