Il Washington Post sta chiudendo la sezione Sport

Dovremmo forse chiamarlo Sportgate. Le pagine da cui Candace Buckner ha spiegato meglio di chiunque cosa succedeva a Caitlin Clark e a Simone Biles; una delle rare redazioni che ha provato a spiegare con Sally Jenkins l’accanimento ideologico contro la partecipazione delle atlete transgender alle gare femminili; il giornale che con Barry Svrluga ci ha raccontato l’ascesa di Mikaela Shiffrin e ci ha spiegato la strana relazione tra la città della Casa Bianca e l’hockeysta putiniano Ovechkin – ecco, quelle pagine non esisteranno più.

Al Washington Post sta cedendo il pavimento sotto i piedi, e lo sport è stato uno dei primi pezzi a saltare. Chiude la redazione sportiva, o almeno chiude nella forma in cui l’abbiamo sempre conosciuta [è la versione ufficiale]

Non è una valutazione sul valore di quelle pagine — che continuavano a essere premiate e lette — ma una decisione di emergenza dentro una crisi più grande. Il Post da anni non riesce a trovare una strada sostenibile in un mercato dei media diventato feroce. Meno abbonamenti, più concorrenza e la pubblicità che non basta più. Sotto la guida del CEO Will Lewis, l’azienda ha accumulato ritardi, tentennamenti e scelte contraddittorie. I buy-out del 2025 hanno già svuotato la redazione di molto talento. Sally Jenkins per esempio se n’era andata a The Atlantic. Ora si è passati al taglio secco.

Lo sport per decenni era stato uno dei cuori identitari del Washington Post, una sezione che non serviva solo a raccontare le partite, ma a raccontare la città, i suoi riti, i suoi personaggi — in sostanza quello che fa una vera sezione sportiva in un grande quotidiano politico. È stato invece trattato come una voce sacrificabile. È stato considerato non essenziale alla sopravvivenza immediata del giornale.

Il modo in cui è avvenuto offende i protagonisti. I redattori sono stati tenuti a casa, la comunicazione è arrivata via Zoom e sono state inviate mail individuali per far sapere se si è fuori o se ci sarà una ricollocazione. La transizione non è stata morbida. Il Post aveva deciso di non inviare giornalisti alle Olimpiadi, quando la notizia è trapelata c’è stata una correzione di rotta. Gli inviati sono partiti accettando la prospettiva che si trattasse dell’ultima missione, l’ultimo servizio, e che al rientro a casa potessero essere senza lavoro, come ha confermato la stessa signora Sally Jenkins a una follower che le chiedeva ragguagli. In uno stato successivo, Jenkins ha scritto: “L’incredibile incompetenza e pusillanimità di William Lewis e Matt Murray è in bella mostra sul Washington Post di stamattina. È un caso isolato. Questo è il loro ultimo incarico. Altri lavoreranno di nuovo. Loro no.

Per Washington, per il giornalismo americano, per tutto il giornalismo sportivo mondiale è una perdita simbolica enorme. Quando scompare una sezione così, non se ne va solo un gruppo di giornalisti ma un modo di guardare il mondo con continuità, con una memoria e una voce riconoscibile. “Oggi è un giorno triste per il giornalismo” ha scritto USA Today.

Fa parte della bizzarria del mondo il fatto che uno dei pezzi più partecipi e solidali arrivi da The Athletic. Nel settembre del 2023 chiuse la redazione sportiva del New York Times, il gruppo di lavoro venne smantellato e destinato a nuovi incarichi. La sezione è stata affidata da allora a The Athletic, il web-magazine acquistato dal giornale all’inizio del 2022 per 550 milioni di dollari.

Ma è una stravaganza solo apparente. I due casi sono diversi. I problemi del Post sono in netto contrasto con quelli del suo concorrente di lunga data. Eppure sono arrivati alla medesima conclusione, il Post per una lungodegenza da crisi, il New York Times per un investimento riuscito. Il NY Times aveva raddoppiato il suo personale negli ultimi dieci anni grazie a iniziative come il sito dedicato ai giochi e le raccomandazioni sui prodotti Wirecutter. 

Nelle ultime settimane, molti membri dello staff del Post si sono rivolti direttamente al proprietario del giornale, il miliardario Jeff Bezos. Il giornale – dice oggi una nota della redazione – ha perso abbonati anche a causa delle decisioni da lui prese: ritirare l’appoggio alla candidata democratica alla presidenza Kamala Harris durante le elezioni del 2024 contro Donald Trump e indirizzare una svolta più conservatrice sulle pagine di opinione.

La Washington Post Guild, il sindacato dei dipendenti, aveva lanciato un appello al pubblico affinché mandasse un messaggio a Bezos: “Basta. Senza il personale del Washington Post, non esisterebbe il Washington Post”. Sulla rivista The Ringer, Bryan Curtis ha scritto: “Nel giorno in cui la sezione sportiva del Washington Post è morta – anzi, è stata uccisa – dovremmo resistere alla nostalgia per due motivi. In primo luogo, la nostalgia non contribuisce a migliorare i curriculum dei giornalisti sportivi del Post che hanno perso il lavoro. In secondo luogo, la nostalgia rischia di renderti malinconico. Quello che è successo oggi dovrebbe farci arrabbiare”

 


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