
| I russi amano filosofare. Anche a me piace farlo
Trasformano qualsiasi sciocchezza in una questione esistenziale
Aleksej Naval’nyj
prima di tutto
Che effetto fa parlare di nuovo di un russo
Sei giorni dopo la fine dei Giochi di Pechino, la Russia scatenò la sua tempesta sull’Ucraina, come sei giorni dopo la fine dell’Olimpiade di Sochi si era decisa a invadere la Crimea. Nel 2008 le manovre militari in Ossezia erano cadute a ridosso della cerimonia d’apertura, altro che favole sulla tregua di Olimpia. Nelle ore in cui il mondo discuteva su come mettere al bando Inna Deriglazova dal fioretto e Evgeny Rylov dal dorso, come escludere la CSKA dall’Eurolega di basket e la Dinamo Mosca da quella di pallavolo, un tennista russo coglieva il momento meno opportuno per diventare il numero uno del mondo.
Dopo un record di 361 settimane in testa alla classifica, sebbene non consecutive, Novak Djokovic lasciava il comando a Daniil Medvedev mentre la Russia usciva dal contesto del diritto internazionale e della comunità internazionale dello sport. Con il rumore del rollio dei carri armati in sottofondo, il tennis giocava uno scherzo alla Storia.
Tre anni dopo tutto è uguale e tutto è differente. La Russia nello sport è diventata un’assenza, un fantasma o un elefante nella stanza. Gareggia – quando gareggia – sotto drappi bianchi e senza il suo inno; oppure confida nella benevolenza politica di qualche paese disposto a trovare uno spiraglio fra i divieti negli sport di squadra. Tra sanzioni per il doping di Stato e messa al bando per l’invasione dell’Ucraina, è da Rio 2016 che le medaglie di Russia non vengono più conteggiate al nome Russia.
LETTURE
Così sembra fuori dal tempo che arrivi un nome russo stamattina a rioccupare la scena, o forse tra poco diremo che è stato l’annuncio di un tempo nuovo, un segno profetico. Lui è Alex Ovechkin e da ieri sera i media americani [ecco] lo celebrano. Ha raggiunto l’immortalità, dice Ava Wallace sul Washington Post segnando il suo gol numero 895 nella NHL e diventando il più grande marcatore della storia, un gol in più di Wayne Gretzky. Lo ha fatto indossando sempre la stessa maglia da quasi vent’anni. Cioè. Non sempre la stessa. Dopo ogni partita la lava, magari ne mette pure una fresca. Sempre la stessa nel senso che non ha mai lasciato i Capitals di Washington – ops – la città della Casa Bianca.
Lo storico gol è arrivato in superiorità numerica nel secondo tempo della partita contro i New York Islanders. Rispetto a Gretzky, fa notare il Washington Post, Ovechkin spicca per la longevità e la costanza del suo rendimento. Ha segnato 418 gol dopo aver compiuto trent’anni, più del doppio della produzione di Gretzky e 26 in più di Phil Esposito, il secondo più prolifico fra i trentenni [qui ci sono un po’ di tabelle molto nerd]. Ovechkin ha festeggiato gettandosi a pancia in giù sul ghiaccio e scivolando “in preda al delirio” ha scritto Barry Svrluga dal Wsshington Post. “Ha 39 anni, ma in quel momento – domenica pomeriggio – è tornato un bambino su uno stagno. Non aveva senso comportarsi come un adulto”.
“La sua personalità, la sua etica del lavoro, la sua stabilità, fanno parte della sua grandezza. Ha contribuito a definire ed elevare lo sport a D.C” dice Ava Wallace – che nella newsletter The Sports Moment fa pure dell’autofiction come ormai pare sia obbligatorio non solo nella narrativa ma pure nei giornali. Ovechkin si era fratturato il perone a novembre. È rientrato a fine dicembre e i Capitols hanno ripreso a stupire, la stagione regolare si chiude il 17 aprile.
Gretzky fece il suo record sommando i gol delle esperienze vissute in quattro squadre diverse, Washington si sta godendo il suo campione, la sua bandiera, con una copertura mediatica fuori scala e un instant book del Post. “Alex Ovechkin e Wayne Gretzky – si legge sul giornale americano – sono legati da qualcosa di più della semplice grandezza. Hanno entrambi una passione irrefrenabile per l’hockey, per i gol e l’uno per l’altro”.
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The Athletic ha sottolineato nei giorni scorsi quanto il record non fosse affatto scontato, proprio no. “Gioca meno che mai, meno di 18 minuti a notte, e non tira in porta come una volta, ma i dati di possesso palla e di conduzione del gioco dei Capitals con lui sul ghiaccio sembrano incredibilmente simili a quelli di otto o 12 anni fa. All’età di 39 anni, non ha fermato la curva dell’invecchiamento, ma l’ha rallentata ed è rimasto il cuore e l’anima di una squadra che potrebbe vincere la Stanley Cup a giugno. Se non sei un grande appassionato di hockey, sappi solo che battere il record di Gretzy era assurdo e improbabile fino a non molto tempo fa”.
Nel 2010, quando Ovechkin si era infilato da cinque anni in una serie caldissima di gol a ripetizione, John Buccigross scrisse un articolo su ESPN chiedendosi se fosse possibile arrivare un giorno a scavalcare Gretzky. Il massimo che poté dire fu che “non era inverosimile”, ma The Athletic suggerisce che “poche persone serie pensavano che fosse anche solo lontanamente probabile, e il grande ritmo di Ovechkin all’epoca non era una garanzia per l’aggancio a Gretzky. Fino ancora a 14 o 15 mesi fa, quando Ovechkin ha iniziato la scorsa stagione in calo, e le sue speranze sembravano essere svanite”.
I criticoni dicono che però Ovechkin ha segnato 65 gol a porta vuota, li ha segnati cioè in situazioni di disperazione, quando le squadre gettano in attacco pure i portieri per provare a pareggiare. Vabbè.
“A nessuno piace segnare a porta vuota – considera The Athletic – però vale”.
È il 7% del suo totale, ma dunque significa che almeno il 7% dei suoi gol totali sono stati decisivi per una vittoria. C’è peraltro una interessante analisi, sempre su The Athletic, a proposito dei gol a porta vuota e della psiche di un marcatore in quel momento. Frase chiave: “A volte è più facile tirare da lontano che pattinare sul ghiaccio e farlo da una ravvicinata. Perché il cervello si mette in mezzo”. Ma gli statistici fanno notare che lo stesso Gretzky è il secondo di sempre nelle statistiche dei gol a porta vuota con 56, “quindi potremo anche annotare che fra 10 gol avrà superato il Grande in tutto”.
Ovechkin politico
Resta quella faccenda. L’amicizia con Putin. Il sostegno a Putin. Un mese dopo l’invasione i media americani raccontavano dell’imbarazzante trasferta di Ovechkin con i Capitals a Edmonton, “nell’enclave ucraina del Canada” [The Athletic]. Il New York Times lo definiva “il figlio di Mosca che si guadagna da vivere a Washington, acclamato ogni sera da una folla che ha una scarsa stima del suo Paese. L’import russo più amato dall’America”, con il naso deviato dai colpi e un incisivo in meno per le botte date e prese sul ghiaccio. Ovechkin chiama Washington la mia seconda casa, ma è quando deve parlare della prima che nascono i problemi.
Sempre il New York Times lo ha definito il mistero di Washington, “l’eroe che maneggia un bastone da hockey restando una fonte consapevole di propaganda del Cremlino nella capitale degli Stati Uniti”. Putin ha una passione provata per l’hockey su ghiaccio, ampiamente nota, come ampiamente noto è il legame fra i due. “L’amicizia è rimasta incrollabile dopo che Putin ha invaso e annesso la Crimea nel 2014, con Ovechkin che ha avviato un movimento social online nel 2017 per sostenere Putin alle elezioni russe del 2018”.
Fischiato e contestato alle prime uscite nel febbraio del 2022, Ovechkin dovette tenere una conferenza stampa per prendere le distanze almeno dal sostegno all’invasione russa. «Non sono in politica – disse – sono un atleta. Per favore, basta con la guerra» aggiunse senza più menzionare Putin. “La più grande impresa di Ovechkin – dice The Athletic – è mescolare l’ordinario con lo straordinario”.
E del resto pure attorno a Wayne Gretzky la situazione si è fatta politicamente più complessa. Gretzky è il campione canadese che nel 2002 attaccò gli USA dopo le polemiche alle Olimpiadi di Salt Lake City, quando disse che i resoconti dei media su certi disordini nello spogliatoio della sua nazionale erano solo propaganda americana.
«Non credo che noi detestiamo il loro paese quanto loro detestano noi. Vogliono vederci fallire. Amano batterci. Dovremmo provare lo stesso sentimento nei loro confronti. Sono hot? Sì, sono hot. Perché sono stanco di vedere la gente criticare l’hockey canadese. Mi fa quasi venire la nausea accendere la TV perché sono un canadese orgoglioso e un fan del nostro gioco, molto orgoglioso di tutti i ragazzi nello spogliatoio, mi fa stare male sentire alcune delle cose che si dicono su di noi».
Non solo una stella in campo, insomma, ma il laider del Canada che vinceva la medaglia d’oro in terra americana anche fuori dal campo. I canadesi presero a considerarlo un simbolo dell’orgoglio nazionale.
Solo che. Ecco. Come dirlo.. “Ora, tutto l’orgoglio che i canadesi hanno provato per la più grande esportazione sportiva del paese viene messo in discussione”. Gretzky si è fatto trumpiano e “la sua fedeltà al presidente degli Stati Uniti – ha scritto il mese scorso The Athletic – il suo silenzio dopo le ripetute dichiarazioni di Trump sul Canada come 51esimo stato, il suo silenzio mentre l’amministrazione martella il vicino settentrionale con dazi paralizzanti, ha lasciato molti canadesi con la sensazione di essere stati profondamente traditi”.
È un mondo difficile, diceva il filosofo Tonino Carotone. Con i pattini ai piedi e con un bastone sul ghiaccio deve esserlo finanche di più.