L’ultima volta che qualcuno ci aveva detto di lei, era stato per il matrimonio di un’amica, Kayla, quando Simone Biles aveva messo un abito nero e un anello da 325mila dollari, fresca sposa a sua volta di Jonathan Owens, giocatore dei Green Bay Packers in NFL. Un frammento da tabloid, eppure ci stava raccontando che forse Simone aveva smesso di aver paura di apparire. Adesso togliamo il forse, adesso si è liberata anche della paura di andare in gara, dopo il crollo psicologico vissuto ai Giochi di Tokyo del 2021, uno dei più drammatici capitoli nell’intera storia delle Olimpiadi. È tra le iscritte alla US Classic del 5 agosto, nei paraggi di Chicago, una gara di preparazione per i campionati americani di ginnastica che si terranno dal 24 al 27 agosto a San Jose, in California. Jeré Longman sul New York Times scrive che non è chiaro se riuscirà a riconquistare la forma che le ha fatto vincere quattro medaglie d’oro olimpiche, sette complessive, incluso il titolo nel concorso generale a Rio de Janeiro nel 2016.
“Molti nello sport – scrive il New York Times – si sono chiesti se Biles si sarebbe ritirata dopo i Giochi di Tokyo 2021, quando rinunciò alla maggior parte degli eventi a causa di un blocco mentale. Dopo diversi anni passati a cercare di soddisfare le aspettative e accontentare il pubblico, non vedeva l’ora di iniziare un nuovo capitolo”.
In America gli osservatori si dividono tra chi ritiene che Biles possa provare a tornare a gareggiare nel volteggio, “che per certi versi richiede meno tempo di allenamento rispetto ad altri eventi” [New York Times] o che invece si accosti alla pedana ripartendo da trave e parallele asimmetriche. Tess de Meyer su The Athletic sostiene che “Biles può scegliere di concentrarsi su determinati eventi. Non è mai stata reticente riguardo alla sua antipatia per le parallele, ma molte ginnaste che tornano, spesso iniziano da lì. Gli eventi di gamba – volteggio e corpo libero – richiedono più tempo per recuperare la forza e la resistenza necessarie a eseguire in sicurezza passaggi di alto livello. Ma stiamo parlando di Biles, una campionessa che potrebbe tornare con quattro routine già piene di elementi difficili”.
Quel che non dice con certezza il suo ritorno è che voglia essere ai Giochi di Parigi, ma ce lo lascia intendere. I suoi allenatori – Laurent e Cecile Landi – sono francesi, e in passato Simone Biles ha avuto modo di dichiarare che per lei sarebbe un onore vincere una medaglia per loro, nel loro paese d’origine.
Un progetto rimasto trascurabile per molto tempo, da quando a Tokyo ha sofferto di twistie, uno smarrimento psicologico che fa perdere l’equilibrio e l’orientamento in aria, un fenomeno che viene descritto come una perdita di controllo e di consapevolezza del corpo, molto pericoloso, su cui in quell’estate si è ironizzato a sproposito. Simone ha avuto un’infanzia complessa come poche, adottatata dai nonni per la tossicodipendenza della madre. Ha taciuto per molti anni le molestie sessuali subite dal medico della federazione americana Nassar. Ha accusato i dirigenti di non essere stata protetta. Ha accusato le violenze sugli afro-americani che con l’omicidio di George Floyd nel maggio 2020 sono tornate un tema mediatico rilevante. Ha accennato a una depressione [«come se avessi l’intero mondo sulle spalle»] che le ha fatto prendere una pausa.
| Arianna Ravelli sul Corriere della sera stamattina scrive: “Poco importa che la Federazione si affretti a spargere prudenza: è comunque un passo a braccia aperte verso lo sport che l’ha vista regina, dopo che negli ultimi due anni, la vita (e i social) della ginnasta più forte di tutti i tempi si erano riempiti di tutt’altro: campagne di sensibilizzazione sui problemi mentali degli atleti, e l’amore per Jonathan Owens, l’uomo che Simone ha sposato la scorsa primavera. Segnali delle nuove priorità di Simone. Ginnastica, salti, polvere di magnesio, allenamenti: zero, neanche una traccia. … Di sicuro, adesso Simone è più forte: sa già cosa si prova a vincere tutto e anche a rinunciare a tutto, soprattutto ha riempito la sua vita di tanto altro. La condizione migliore perché, nella borsa, torni a trovare spazio anche la sua amata ginnastica”.
— LO SLALOM —
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
Simone Biles nell’archivio di Slalom
Il suo mondo
Slalom 23 maggio 2021
Il World Champions Center ha le dimensioni di un hangar per i Boeing 747. È arredato con materassini dai colori vivaci e accoglie un migliaio di ginnaste di ogni età. Alle pareti sono attaccati gli striscioni delle loro scuole. I genitori salgono al secondo piano e guardano da una vetrata, dall’alto. È qui che Simone è diventata la Biles. Nella palestra di famiglia, a Spring, una ventina di miglia fuori Houston, cinquantamila abitanti, una terra abitata in origine dai nativi americani Orcoquiza. Dopo la guerra civile sono arrivati dalla Louisiana e dalla Germania a coltivare canna da zucchero e cotone. Nel 1884 i residenti erano in tutto centocinquanta, in mezzo a tre chiese, le scuole, un paio di mulini a vento. Una quindicina d’anni dopo arrivò la ferrovia per collegare Spring a Fort Worth. La popolazione crebbe, venne aperta una banca e l’edificio porta ancora oggi i segni dei fori dei proiettili delle rapine Anni Trenta. Si racconta che una volta siano stati onorati pure da Bonnie e Clyde.
Gli ultimi emigrati a Spring per lavorare sono Cecile Canqueteau e Laurent Landi, francesi, moglie e marito, gli allenatori di Simone dall’ottobre del 2017. Sono stati messi sotto contratto dopo un processo di selezione nel quale è entrato pure mamma Nellie, che ha voluto intervistarli di persona quando ha saputo che avrebbero potuto lasciare la World Olympic Gymnastics Academy, una potenza a Dallas, co-fondata dall’ex campione sovietico Valeri Liukin.
Simone Biles voleva lavorare con qualcuno che imprimesse una svolta netta ai metodi rispetto a Martha Karolyi, per la quale il dissenso non esiste.
Mamma Nellie, per fare chiarezza è la nonna acquisita di Simone. Quando è nata, la sua madre biologica combatteva per uscire dalla droga. Il suo padre biologico, Kelvin Clemons, non c’è mai stato, anche lui alle prese con la tossicodipendenza. Biles aveva tre anni quando i servizi sociali affidarono lei e i suoi tre fratelli (Tevin, Ashley, Adria) alla signorina Doris e al signor Leo. Avevano un beagle di nome Teddy, un trampolino in giardino e un’altalena. Ma il trampolino le era vietato perché faceva il salto mortale all’indietro.
I quattro bambini andarono a stare alla fine con il loro nonno materno, Ron, un sergente in pensione dell’Air Force che lavorava come controllore del traffico aereo. Nellie, un’infermiera emigrata dal Belize, era la sua seconda moglie. Proprio Ron aveva suggerito il nome Simone alla nascita, come scrive lei stessa nel libro di memorie uscito nel 2016, Courage to Soar: “Gli piaceva il suono, sin da quando era adolescente e ascoltava i dischi di Nina Simone”.
Anche nel giardino dei nonni c’era il trampolino elastico, lo usavano Ron II e Adam, 16 e 14 anni, e stavolta a Simone nessuno lo vietò. Del suo primo giorno a Spring, Biles ricorda come Nellie la sistemò tra le ginocchia e le pettinò i capelli, facendole le trecce. «Amavo la sensazione delle mani di mia nonna tra i capelli, adoravo lo sguardo concentrato del suo viso». Dopo un tentativo di riunificazione fallito con la madre biologica e un altro periodo con la signorina Doris e il signor Leo, Simone e Adria sono stati ufficialmente adottati da Ron e Nellie nel 2003. Tevin e Ashley dalla sorella di Ron, zia Harriet, a Cleveland. Nonno e nonna sono diventati a tutti gli effetti mamma e papà.
Perciò fu mamma Nellie a scegliere i nuovi allenatori. “I Landi – ha scritto Liz Clarke sul Washington Post – considerano l’allenamento una relazione che non è costruita sul potere ma sulla comunicazione aperta con gli atleti, segnata dal dare e avere, dal compromesso. Il loro approccio riflette quattro decenni di esperienza: prima come ginnasti loro stessi, allenati in un’epoca in cui la durezza era la norma, poi come allenatori in altre importanti palestre americane”.
Erano arrivati negli USA nel 2000 e «abbiamo imparato a essere più aperti, più pazienti, ad ascoltare i nostri atleti». Secondo Laurent c’è del buono e del cattivo nei metodi dell’ex Unione Sovietica che hanno prodotto così tanti campioni e hanno modellato il programma importato dai rumeni Bela e Martha Karolyi negli Stati Uniti.
I Biles hanno scelto i Landi quando Aimee Boorman ha lasciato la palestra per accettare un lavoro in Florida dopo i Giochi di Rio. Aimee aveva allenato Simone dai 7 ai 19 anni, sentendosi chiamare «la mia seconda mamma». I Landi hanno presentato i loro progetti, i Biles hanno illustrato cosa cercavano. Ma solo dopo l’anno sabbatico che seguì i Giochi di Rio. I primi volevano sapere cosa spingesse Simone a proseguire, Simone voleva conoscere che cosa doveva aspettarsi. L’esperienza di Laurent alle parallele è stata tra le ragioni per cui Biles lo ha scelto. È sempre stato il suo esercizio più debole, uno dei motivi di frustrazione sin da bambina, quando si sentiva troppo bassa per farcela. Cecile ha portato la sua esperienza in termini di coreografia, equilibrio, compassione. «Loro non sono qui solo per la ginnastica, sono qui per il mio benessere personale. È una specie di squadra perfetta che abbiamo messo insieme per portare la mia ginnastica a nuovi livelli».
Ottava alle Olimpiadi di Atlanta con la Nazionale francese, Cecile ha conosciuto Laurent quando aveva iniziato come allenatrice a Marsiglia. Quando decisero di trasferirsi in America, ha usato i suoi contatti per trovare un lavoro nella palestra di Bart Conner. Hanno scambiato il loro piccolo appartamento nel sud della Francia con un americano dell’Oklahoma e senza conoscere una parola di inglese sono partiti, fiduciosi nelle loro capacità.
Avevano costruito un prezioso equilibrio, finché un giorno il mondo di Simone è andato in frantumi. Erano tornati i mostri. Una mattina, Cecile l’ha trovata negli spogliatoi, rannicchiata, piangeva. Cecile l’ha abbracciata e le ha chiesto come potesse aiutarla. «Ho bisogno di due minuti» ha detto risposto Biles. «Starò bene». Altre volte, ha ricostruito Liz Clarke sul Washington Post, i Landi hanno capito da soli ciò di cui Simone aveva bisogno, leggendoglielo nel viso e nel linguaggio del corpo. Quando succede, la rimandano a casa. «La ginnastica dovrebbe essere un rifugio sicuro, ma alcuni giorni per me non lo è stato. Loro l’hanno capito. Per tenermi al sicuro, dicevano semplicemente: Hai bisogno di staccare. Vai a casa e rilassati».
La storia di Larry Nassar era scoppiata tre settimane dopo la cerimonia di chiusura a Rio. Il primo articolo era stato pubblicato dall’Indianapolis Star: due ex ginnaste, tra cui una medaglia olimpica, lo accusavano di abusi sessuali. Nel corso dell’anno e mezzo successivo è venuta alla luce la portata completa dei suoi crimini. Il 18 gennaio del 2018 Simone Biles ha diffuso una dichiarazione su Twitter confermando che anche lei era stata tra le vittime dell’ex medico della Nazionale Larry Nassar, accusando la federazione di non aver fatto abbastanza per evitarlo, per avere anzi avuto un ruolo nel permetterlo e per averlo successivamente nascosto. La signora Nellie ricorda chiaramente il giorno in cui tutto è cambiato. Simone le telefonò mentre stava guidando. Voleva parlarle, disse, e iniziò a piangere. «Sapevo che sarebbe stata la conversazione che avremmo finalmente avuto. Lei è entrata, non ci siamo dette niente. C’eravamo solo lei che piangeva e io che piangevo». Pochi giorni dopo, Biles ne parlò ai Landi. «Faremo quello che preferisci. Se vuoi che andiamo a gridarlo al mondo, andremo. Se vuoi che restiamo sullo sfondo, resteremo là». L’FBI andò a interrogarla in palestra.
“Simone – ha scritto il Washington Post – aveva solo bisogno di sapere che i suoi allenatori erano lì, insieme ai suoi genitori, e che non la stavano giudicando”.
«Quando ha iniziato a parlarne, ha iniziato a guarire» ha detto Laurent.
Simone ha solo evitato di partecipare alle udienze tenutesi in tribunale dal 16 al 24 gennaio 2018, sostenendo di non sentirsi emotivamente pronta ad affrontare di nuovo Larry Nassar.
Ilaria Leccardi, autrice per Bradipolibri di titoli sulla ginnastica, tra cui la biografia di Igor Cassina, ha scritto sul Foglio (20 ottobre 2018) che con la sua denuncia ormai pubblica stava riscrivendo di nuovo la storia della ginnastica. “Proprio alle survivor, le superstiti di questa agghiacciante vicenda che ha travolto gli omertosi vertici del movimento ginnico americano, celato dietro al lustro delle continue vittorie internazionali, Simone ha voluto rendere omaggio ai Campionati nazionali che l’hanno vista trionfare ad agosto scorso, per la quinta volta in carriera. Era la sua seconda gara dopo i ventitré mesi di pausa seguiti ai trionfi di Rio. È scesa in pedana con un elegante body color verde acqua. Un vezzo secondo alcuni, un messaggio chiaro nella realtà, come lei stessa ha spiegato. Il verde acqua è il colore dei “nastrini della consapevolezza” contro gli abusi e le molestie sessuali. Simone è stata tra le oltre 260 donne, quasi tutte giovanissime, ad aver denunciato quanto subìto dall’ex medico Nassar. Trattamenti, lui li chiamava, convincendo subdolamente ragazzine inermi con il sogno delle Olimpiadi a restare vittime silenti di abusi ripetuti. C’è chi si è suicidata per il peso che si portava dentro. Le prime accuse arrivarono anni addietro, poi, una dopo l’altra, le ragazze sono riuscite a parlare. Nomi sconosciuti e nomi illustri. Tra loro le olimpioniche Aly Raisman, Jordyn Wieber e McKayla Maroney”. Ma è l’unica che ha denunciato dovendo continuare a gareggiare. Abby Aguirre su Vogue ha scritto che “la sua disponibilità a parlare dall’interno, l’ha resa un eroina ancora più grande e invita a confronti contro altre icone dai codici morali di ferro, come Muhammad Ali”.
I campionati della tutina verde erano quelli in cui debuttava come allieva dei Landi, con i quali ha messo a punto l’esercizio che adesso e per sempre porterà il suo nome. Un esercizio smontato e rimontato, inizialmente sottovalutato dai giudici nel punteggio, con la paradossale spiegazione che dovevano scoraggiare gli altri dal tentare di imitarlo: lo giudicavano troppo pericoloso. Una posizione che ha irritato sia i Landi sia Simone. Così dal Biles I è nato il Biles II, un doppio flip a tripla rotazione, un’elaborazione a cui nel mondo della ginnastica lavoravano da trent’anni senza arrivare a sciogliere il nodo. Ce l’ha fatta la ragazzina che in terza elementare chiamavano swoldier, una crasi tra gonfia e soldato, la ragazzina che ha detto di aver sofferto perché tutti «si concentravano sui miei capelli, su quanto fossero grandi le mie gambe, ma Dio mi ha creato in questo modo. Crescendo, non ho visto molte ginnaste nere. Ricordo Gabby Douglas alle Olimpiadi del 2012 e ho pensato: se lei può farcela, io posso farcela».
Françoise Inizan per l’Équipe Magazine andò proprio in quei giorni a Spring, “nella tana di Simone Biles” scrisse, per raccontare questa nuova realtà, nella quale si preparavano anche Karis German, Mina Margraf, le sorelle Riley e Payton Harris (14 e 16 anni), Ashton Locklear campionessa del mondo a squadre.
“Non tutti sono capaci di riuscire nelle figure più complesse come Biles. I suoi voli – scriveva – sembrano leggeri. È così che Simone Biles si sente libera, sollevata da ogni peso. Durante il suo anno sabbatico si è rigenerata aprendosi al mondo”.
«Volevo solo vivere il più normalmente possibile – diceva lei al magazine francese nel 2018 – con gli amici, con la famiglia. Niente più programmi per ogni giorno dell’anno». Aveva dedicato del tempo al suo ruolo di ambasciatrice per le famiglie adottive. Aveva preso con sé un piccolo bulldog. Si era fidanzata con Stacey Ervin, ex ginnasta, “un focoso personaggio trasformato in lottatore che si presenta su Instagram pieno di vita”.
«Ho dovuto lasciarla andare un po’» diceva mamma Nellie. Solo così era riuscita a recuperare la sua relazione d’amore con la ginnastica, riducendo a 30 ore settimanali gli allenamenti, andando a letto tutte le sere alle 22, senza mai una vacanza. “Una vita ascetica”, l’ha chiamata l’Équipe Magazine, “ma almeno Biles è tornata in palestra come una donna libera, adulta, consenziente”.
Una donna che si era data la scadenza di Tokyo per smettere, per uscire dalla federazione che continua a nausearla, una relazione che le fa dire: mia figlia non farà mai ginnastica. “Ma poi è successo qualcosa senza precedenti. Le Olimpiadi sono scomparse. Anni di piani preparati con cura gettati nel limbo”, racconta ancora Aguirre per Vogue. Il covid ha fermato di nuovo la sua rincorsa. “Nella sequenza temporale della carriera di una ginnasta d’élite, un anno di ritardo è un’eternità, specialmente per un’atleta che si sentiva a quattro mesi dal ritiro”.
I dubbi sono finiti a Indianapolis. Dove si è presentata con un esercizio che nessuna donna ha mai accennato, mostrato già nella prova podio l’altra notte. Un salto Yurchenko-doppio carpio al volteggio, perfettamente eseguito, per il quale non c’era fino a ieri nemmeno un codice di difficoltà nella tavola dei giudici. Un Biles II eseguito alla tavola.
dal quotidiano spagnolo AS
Lo hanno individuato in 6.6. Un codice fuori da ogni misura. Un esercizio che spazza via sia il Produnova sia il Biles I, entrambi valutati da 6.4. Tutta la stampa americana sta scrivendo che è entrata nella storia. Anzi: che è la numero 1 della storia.
Il punteggio ottenuto stanotte a Indianapolis da Biles è stato di 16.100, con un voto di 9.5 per la esecuzione. Nel concorso individuale ha concluso con 58.400, sotto la soglia di 60.000 per due cadute, la prima al corpo libero sull’ultima diagonale (nel doppio avvitamento-doppio raccolto), la seconda alle parallele asimmetriche (a metà esercizio, sulla combinazione Maloney-Tkatchev). Al corpo libero Simone Biles ha debuttato con la coreografia di Sasha Farber, sua ex partner durante la partecipazione a Dancing with the Stars. È andata a trovarla in aprile per aiutarla a ripulire l’esercizio, impostato su musica techno.
Stavolta il body di Simone era chiaro, con una testa di capra al centro, circondata dagli strass. È la seconda volta che lo mette dopo l’allenamento finale ai campionati nazionali 2019. Sports Illustrated spiega che ovviamente “la capra, GOAT, sta per Greatest of All Time e se un atleta si merita il titolo, è Biles”.
«Non è presunzione ma orgoglio», spiegò Simone già due anni fa. Non perde una gara individuale dal 2013. A Tokyo punta a cinque medaglie d’oro. “Con un’espressione di stoica certezza – ancora parole di Vogue – le palpebre a mezz’asta e la coda di cavallo che dondola, si lancia in una serie di rotazioni e un’esplosione in aria, come se una mano invisibile avesse premuto un pulsante. Biles sembra avere una relazione diversa con la gravità, sembra piegare sia lo spazio che il tempo”.
Come ha scritto Ilaria Leccardi, “ci fu un giorno nel 2013 in cui il mondo pensò che sulla Terra fosse scesa una extraterrestre”.
— LO SLALOM —
Cosa chiediamo a Simone Biles ai Giochi di Tokyo
Slalom 24 luglio 2021
Tutti aspettano lei, per veder riempito un vuoto, per sentire qualcosa in petto. Paradossale. Cinque anni fa era raccontata come la ginnasta-acrobata che non sapeva trasmettere emozioni. Ora è per Jesus Minguez, sullo spagnolo As, “un diamante, la donna che fa l’impossibile. Quando Simone Biles salta in pedana, la realtà fa a pezzi le parole”.
Domani Simone Biles entra in scena nelle qualificazioni, martedì c’è la finale a squadre per il terzo oro USA di fila, un’impresa che non si vede dai tempi dell’URSS (1952-1980). Giovedì sarà il giorno del concorso generale femminile. Le finali degli attrezzi iniziano il 1° agosto con il volteggio, dove dovremmo vedere il famoso esercizio del doppio carpio, lo Yurchenko. Sarà il giorno in cui Biles potrà appaiare Vitaly Scherbo. Lei ha finora 30 medaglie (25 mondiali e cinque olimpiche), lui ne ha vinte 33 in carriera. Il 2 agosto avremo il corpo libero, nel quale due elementi già portano il suo nome. Il 3 agosto la trave, dove a Rio prese solo il bronzo. È l’oro che desidera di più.
Per Arianna Ravelli sul Corriere della sera “la ginnasta Usa è la star planetaria. Lei lo sa da tempo, per la verità: sul body ha fatto cucire con degli strass d’argento la testa di una capra, a indicare l’acronimo «goat», greatest of all times. La più grande di tutte”.
Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport dice che “era una ragazza timida, cinque anni dopo è diventata una donna matura che non ha timori nell’esporsi pubblicamente anche sugli argomenti più delicati, gravi problemi della sua federazione e ingiustizie sociali in testa”.
Biles ha una rivale possibile in casa in Sunisa Lee, fenomenale alle parallele asimmetriche, dove esegue una delle routine più difficili e dove ha pochi eguali.
Eppure, dice Kurt Streeter sul New York Times, Naomi Osaka, Simone Biles – e lui aggiunge Gwen Berry – combattono ancora per essere rispettate. “La struttura che avvolge e organizza gli sport, in particolare il movimento olimpico, non riesce a sostenere le donne, in modo particolare le donne nere”. Le prove che porta a sostegno della sua tesi: il divieto di usare le cuffie Soul Cap, il caso di Sha’Carri Richardson con le “dure e inutili regole che proibiscono l’uso di marijuana e che sono imposte da una struttura di potere che include a malapena le voci nere”, l’esclusione di Caster Semenya per i suoi livelli di testosterone, mentre “nessuno ha cercato di fermare il nuotatore Michael Phelps per le sue iper articolazioni, estese il doppio di quelle naturali, per il busto e l’apertura alare più ampi della media o la potente capacità polmonare. Ma Phelps è bianco e americano”.
— LO SLALOM —
Il trauma olimpico
Juliet Macur, giornalista del New York Times, forse la bilesologa più autorevole al mondo, scrive che “sarebbe stato inimmaginabile solo pochi anni fa per un atleta olimpico ammettere i suoi dubbi durante i Giochi, tanto meno ritirarsi da un evento. Ma Biles, Osaka e altri nella loro generazione hanno fatto sentire la loro voce mettendo la salute mentale al primo posto e le aspettative degli altri, nella migliore delle ipotesi, al secondo. Anche l’americano Nyjah Huston, il più grande campione dello skateboard, era favorito per la medaglia d’oro. Ma è arrivato settimo scrivendo su Instagram che non aveva mai sentito così tanta pressione. Ha aggiunto: mi dispiace, so di aver decisamente deluso alcune persone. Non ho problemi ad ammetterlo, ma sono umano”.
Steven Ungerleider, psicologo dello sport americano, ricorda tutti gli stress che Biles ha dovuto sopportare: essere il volto dei Giochi per la NBC, parlare degli abusi subiti dall’ex medico della Nazionale Larry Nassar, gestire i suoi obblighi con gli sponsor. «Indossa un sacco di cappelli – ha detto – mentre la maggior parte degli atleti non va alle Olimpiadi facendo allo stesso tempo il diplomatico. Per qualsiasi persona sarebbe un fardello. Specialmente per una ventiquattrenne».
Mentre Macur trova significativo che due delle più grandi star dello sport del mondo, Biles e Osaka, abbiano vissuto lo stesso dramma nello stesso giorno sullo stesso palco olimpico, Alyssa Rosenberg sul Washington Post ha trovato un punto sul quale invita a riflettere chi guarda lo sport e chi lo racconta. “L’idea che le Olimpiadi mettano di fronte i migliori contro i migliori è sempre stata più un sogno che una realtà. Oltre alla sua eccellenza atletica, Biles ha aggiunto grossi pesi simbolici sul suo corpo da un metro e 46. Biles è stata un modello per le ragazze nere in uno sport prevalentemente bianco. La sua eccellenza è servita per muovere accuse alla ginnastica americana, che non è riuscita a proteggere lei e le sue compagne di squadra dagli abusi di Larry Nassar. L’esperienza di Osaka illustra perché la salute mentale potrebbe non adattarsi più alle nostre narrazioni convenzionali sugli ostacoli che gli atleti devono superare sulla via della grandezza. Incoraggiare gli atleti a trionfare sulle barriere mentali significa chiedere loro ancora più di quanto normalmente lo sport gli chiede: sfidare non solo la gravità, ma il peso della propria umanità. Queste richieste di trascendenza sono semplicemente troppo. In uno sport come la ginnastica in cui piccoli errori di valutazione possono provocare lesioni catastrofiche, è grottesco chiedere a un’atleta di mettere da parte la propria salute mentale per il gusto di una storia commovente e del racconto del superamento di ogni ostacolo”.
Candace Buckner ancora sul Washington Post ha scritto: “Ogni volta che Biles mette il body è come se si stesse stringendo un mantello intorno al collo. È l’eroina incaricata di salvare uno sport inquinato, incarnando una banale fiducia nel dominio americano, un genere e un’intera razza. È un mantello pesante e soffoca. Per le donne nere essere semplicemente grandi non basta. Devono sempre essere superlative, oltre pioniere. Devono essere avatar del progresso e del cambiamento, devono adempiere a una responsabilità sociale più profonda come modelli”.
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Slalom 24 luglio 2021

Jenee Desmond-Harris, editorialista della rivista Slate, ha detto: “Ammetto di aver pensato per un attimo che forse avrebbe potuto provarci, perché anche il suo giorno peggiore è un giorno buono. Poi mi sono ricordato che nella ginnastica se sbagli, puoi spezzarti il collo”.
Bill Plaschke sul Los Angeles Times riferisce del clima social fiorito intorno a Biles, accusata di essersi tirata indietro. Un po’ come accadde ai calciatori inglesi che non tirarono il rigore in finale contro l’Italia agli Europei.
“Tutte cose che portano questo sconcertato narratore a fare una semplice richiesta. Zitti tutti. Non si può paragonare Simone Biles a nessun atleta di nessuno sport di squadra. Non rappresenta una città, porta il peso di un intero Paese. Non ci sono compagni di squadra che possono salvarla, è da sola. Non gioca su un campo di 100 yarde, ma in equilibrio su una trave di quattro pollici. Non gioca una stagione di 162 partite, vince o perde in 90 secondi. Tom Brady o LeBron James non possono nemmeno immaginare la pressione provata da Biles, che all’età di 24 anni è stata incaricata di essere il volto americano in una bolla pandemica, con molti protocolli e nessun tifoso. I Clippers sono scoppiati nella bolla NBA del 2020 e Biles non può? Lei l’ha ammesso. E allora? Come Naomi Osaka. Attraverso la saggezza e la forza di queste giovani donne, gli appassionati di sport sono costretti ad accettare che le ferite possono anche non riguardare muscoli e ossa. Questa consapevolezza è una buona cosa. I problemi mentali sono problemi medici”.
Plaschke scrive che “se la testa di Biles non era lì, il suo corpo non sarebbe stato lì. Con il rischio di cadute. Avrebbe potuto farcela, ma si sarebbe messa in pericolo e probabilmente avrebbe fatto perdere alla sua squadra una medaglia. La cosa più facile sarebbe stata continuare a gareggiare. Ha preso la strada più dura e umiliante, sapeva di poterla pagare a caro prezzo. Biles non aveva bisogno di queste Olimpiadi, soprattutto dopo che erano state rinviate di un anno e dopo aver dovuto rivelare di essere tra le centinaia di donne abusate sessualmente dall’ex medico della nazionale Larry Nassar. È venuta a Tokyo per celebrare la resilienza e ispirare le sopravvissute. Portando un peso. Ma è anche per questo che nel venire a Tokyo, prima dei Giochi, a chi le chiedeva quale fosse il momento più felice della sua carriera, lei ha risposto: «Onestamente, il mio tempo libero»”.
Shannon Miller, la ginnasta statunitense più decorata nella storia delle Olimpiadi, ha detto alla NBC: «È meglio che Simone senta di avere lo spazio giusto tra i pensieri o succederanno cose davvero brutte».
La scrittrice Vanessa Dickerson per The Undefeated ricorda che di recente abbiamo avuto Jordan Chiles che ha parlato al New York Times dell’impatto negativo avuto dal proprio allenatore sulla sua fiducia e Sunisa Lee ha confessato le difficoltà provate nel prendersi cura di suo padre paralizzato e di cosa significhi essere la prima ginnasta americana Hmong della squadra. “A differenza che nel passato – dice – le ginnaste hanno più potere che mai. Sono in grado di alzarsi e chiedere di essere trattate con rispetto. Questo anno olimpico mi dà speranza per il futuro della ginnastica. Questo è il primo anno olimpico in cui si parla della vita reale che è dietro lo sport”.
Dovevano salvare i Giochi, e allora forse li hanno salvati lo stesso. In un altro modo. Dice ancora Alyssa Rosenberg sul Washington Post che “se qualcosa di buono può venire fuori dal ritiro di Biles e dall’eliminazione anticipata di Naomi Osaka dal torneo di tennis femminile, è che forse noi fan possiamo imparare ad apprezzare definizioni più estese dell’eccellenza e del coraggio”.
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Slalom 23 maggio 2021
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Slalom 21 febbraio 2021
| i commenti italiani
Mattia Feltri su la Stampa scrive che “la bellezza delle Olimpiadi sta nella crudeltà dell’eccezione”. Si tratta di un evento che è fatto di “due settimane intoccabili – dice – di discipline incomprensibili, di volti sconosciuti che animano un turbine di emozioni e commozioni, dell’euforia romantica di veder confuse in un abbraccio transcontinentale le lacrime del vincitore e le lacrime dello sconfitto. La grandezza di Simone Biles è di essere andata più in alto della crudeltà dell’eccezione”.
Oscar Eleni sul Giornale ricorda che “a Tokio abbiamo vissuto il tormento della nostra ranista bambina, la Pilato primatista del mondo, che ha fatto subito le valige. Altri hanno sbattuto contro questo muro creato artificiosamente da chi vorrebbe automi e non esseri umani nella tempesta agonistica. I grandi avvenimenti, le Olimpiadi, si mangiano spesso l’anima dei loro campioni. Dovremmo capire, invece di giudicare”.
Marco Evangelisti sul Corriere dello sport-stadio considera che “lo stress è uguale per tutti e per qualcuno è più uguale degli altri. Dove passa, taglia. Si può essere eroi soltanto per un giorno e noi pretendiamo che qualcuno riesca a esserlo per tutta la vita”.
Maurizio Crippa sul Foglio aggiunge che “non si è obbligate a farcela, anche se questo farà crollare qualche certezza troppo teorica in chi va in cerca di bandiere e non di persone, dando per scontato che il passo dalla pedana, dalla piscina, dalla pista a sfidare il mondo sia facile”.
Emanuela Audisio su Repubblica racconta su Biles che “il mondo l’aspettava, e lei se n’è andata, si è fatta sostituire. Come la Garbo ha detto basta. Si era capito che qui non era lei: troppe incertezze, punteggio basso, al volteggio nella prima rotazione, volto corrucciato. Simone non è mai ordinaria, da due giorni lo era: scrollava le spalle, arricciava il naso, faceva smorfie. E soprattutto mancava di precisione, non all’altezza del suo standard. La federazione americana di ginnastica faceva sapere di motivi fisici, poi mentali, infine medici. Una regina stanca di comandare. Come la tennista giapponese Naomi Osaka, ultima tedofora e grande favorita a Tokyo, uscita agli ottavi. In silenzio e in lacrime. Anche lei, regina depressa. Senza più fiamma”.
— LO SLALOM —
Simone nelle aule della politica, nello stesso giorno di Bebe Vio
Slalom 16 settembre 2021
Quando è nata Simone Biles, Bebe Vio aveva 10 giorni. Una è del 14 marzo come Albert Einstein, l’altra è del 4, venuta al mondo sotto il segno di Lucio Dalla. Sono due ragazzine di 24 anni attraversate già da troppa vita. Le cicatrici di Bebe sono impossibili da ignorare, le ferite di Simone a lungo sono state indicibili. Una ha vinto il dolore portando in giro sorrisi, l’altra lo sta combattendo mettendo in pubblico le lacrime. Tutt’e due non hanno avuto scelta. Bebe s’è appoggiata a una protesi, a una carrozzina e a una misteriosa energia per andare oltre quello che non ha. Simone sta combattendo per rimettersi in equilibrio dopo quello che le hanno tolto. Sono vite dove il limine tra la fragilità e il coraggio si confonde, come la risacca al mare, quando non è più onda, non è ancora sabbia, o forse è tutt’e due le cose assieme. Le vite di Bebe e di Simone sono finite così come le conosciamo più o meno contemporaneamente dentro le aule della politica, una al Parlamento europeo e l’altra al Senato americano, entrambe testimoni di qualcosa che troppe parole finirebbero per sciupare.
Caterina Soffici su la Stampa scrive stamattina che Bebe Vio “è riuscita a portare la vita anche nel tempio della burocrazia, dove le emozioni entrano di rado”. Ha spinto Ursula von der Leyen ha dire in italiano: «Allora si può fare».
“Ma le parole durano il tempo di un battito d’ali di farfalla. Come la bella fiaba di Bebe Vio che rischia di non servire a granché – scrive Soffici – se alle parole non seguono i fatti. E si potrebbe intanto iniziare a equiparare gli atleti paraolimpici agli altri, perché le parole non servono se i fatti dicono che vengono pagati la metà. Perché le parole sono importanti, ma i fatti ancora di più”. E i fatti spettano alla politica.
«Ursula, sei una grande, la prossima volta però facciamo da me e ci facciamo una carbonara tranquilli a Trastevere». | Bebe Vio
Elena Stancanelli su Repubblica dice che “Bebe Vio è una dea. Viene da un punto lontanissimo dello spazio e del tempo, viene dall’eternità, dal mito. Come Teti che cavalca le onde dell’oceano, Artemide con l’arco e le frecce, Persefone, Atena. Corpo di carne e acciaio, potenza e intelligenza, bellezza e muscoli guizzanti. È la dea dell’impossibile che diventa possibile e brandisce un fioretto. Basta guardarla per capire che non ha niente da spartire con questo nostro tempo lagnoso e suscettibile ed è del tutto immune dalla osannata estetica della fragilità. Non ci tiene a dividere con noi la delusione, la rabbia per l’innegabile accanimento del destino su di lei. Piuttosto Bebe Vio ci regala favolosità. È fatta di pura energia, ha i super poteri, quando parte infila in valigia braccia e gambe di scorta e lo racconta sui suoi social e lo fa sembrare buffo. Ma probabilmente quello che a noi sembra la sua danza allegra dei giorni, per lei è faticoso, doloroso. Bebe Vio è la forma del futuro. Non sarebbe sopravvissuta senza la scienza, non vincerebbe senza la tecnica”.
I fatti, nel caso di Simone, sono le scuse che il FBI ha rivolto a lei e a tutte le vittime degli abusi del dottor Nasser, il medico della Nazionale USA di ginnastica, mentre Biles ha ribadito il suo atto d’accusa a lui e a chi l’ha protetto. Juliet Macur sul New Times parla di “una svolta notevole, la prima volta che qualcuno dell’agenzia si sottopone a un interrogatorio pubblico sull’incapacità di indagare adeguatamente. Wray, che è diventato il direttore dell’FBI nel 2017, ha dichiarato di essersi sentito disperato e furioso quando ha saputo che l’FBI aveva commesso così tanti errori”. Eppure, racconta il giornale americano, perfino adesso, il Dipartimento di Giustizia non era presente all’udienza per affrontare la mancanza di procedimenti penali.
Michael Langeman, il primo agente assegnato al caso nella sede di Indianapolis, è stato licenziato. Jay Abbott, altro uomo dell’Fbi implicato, uno che mentre indagava chiedeva un lavoro al presidente della federginnastica, è andato in pensione nel 2018.
Incolpo Larry Nassar, e incolpo anche un intero sistema | Simone Biles
Devlin Barrett sul Washington Post definisce quelle di Simone Biles e McKayla Maroney “testimonianze strazianti. A volte, la voce di Biles tremava mentre collegava le sue difficoltà vissute alle Olimpiadi di Tokyo quest’estate al trauma per gli abusi di Nassar, detenuto in una prigione federale in Florida, dove sta scontando una pena di 60 anni per reati di pedopornografia. Il Washington Post ha scritto quest’estate che i funzionari del Bureau of Prisons hanno permesso a Nassar di spendere più di 10.000 mila dollari per questioni personali, pagando per ora solo 300 dollari delle decine di migliaia che deve alle vittime.