12 dicembre 2021
Il dibattito sui tempi di Lia Thomas dopo la sua transizione di genere
Il nuoto e alcuni media popolari statunitensi si stanno dividendo su Lia Thomas, nuotatrice transgender dell’Università di Pennsylvania. Ha gareggiato per tre anni nella squadra maschile e dopo la transizione di genere, in linea con le norme e con i livelli di testosterone, nelle gare femminili allo Zippy Invitational in Ohio. Ha battuto tre record della manifestazione e non glielo perdonano. L’inclusione è bella se è perdente. Si sono espressi con nettezza contro la sua partecipazione futura alle gare Swimming World Magazine e il New York Post, mentre Lia Thomas ha scelto di non intervenire. Ha solo definito giuste le nuove linee guida del Comitato olimpico internazionale, che ha invitato ogni singola federazione a legiferare nel proprio ambito.
In un’intervista al podcast di Swim Swam USA aveva raccontato tempo fa che in squadra le sono stati tutti vicini. Durante il processo di transizione aveva sospeso ogni attività sportiva: le regole della NCAA prevedevano che dovesse ancora gareggiare tra gli uomini e attendere un anno. Ne sono invece passati due, con il covid di mezzo. Ha perso peso e ha perso forza muscolare. Nuota molto più lentamente dei tempi realizzati fino a qualche tempo fa nelle gare maschili, ma ha attirato critiche quando i suoi crono sono diventati migliori nel circuito universitario. La sua migliore prestazione sui 200 stile libero è diventata la 17esima di tutti i tempi, adesso dista tre secondi dal record americano di Missy Franklin. Tre secondi non sono pochi, i suoi margini di miglioramento sono verosimilmente limitati, ma c’è chi si inquieta lo stesso.
Non è la prima nuotatrice a dichiararsi transgender sulla scena americana, ma su Schuyler Bailar e su Natalie Fahey nessuno ha avuto da ridire. Perdevano. Scrive Swim Swam che “molti credono che i trattamenti ormonali non neutralizzino i vantaggi naturali che derivano dalla nascita di sesso maschile. Molti organi di governo dello sport, tra cui USA Swimming, hanno lottato per determinare il modo migliore di consentire alle atlete transgender di competere. La partecipazione alle gare rimane una questione controversa con molte opinioni forti da entrambe le parti”. Ai tempi in cui competeva con la squadra maschile, Thomas era stata sei volte finalista ai Campionati della Ivy League.
9 marzo 2022
L’ossessione della destra americana per Lia Thomas
Anna verrà / E sarà un giorno pieno di sole
Noi che abbiamo un mondo da cambiare
Noi che guardiamo indietro cercando di non sbagliare
Pino Daniele
Tra una settimana Lia verrà, si tufferà, vincerà due titoli universitari USA e forse batterà i vecchi record che resistono da quando andavano al college due mostri come Katie Ledecky e Missy Franklin. Sarà la stella dei campionati NCAA e molti, quasi tutti, diranno che va cacciata. Che non deve più gareggiare con le donne. Succederà nella città del Center for Civil and Human Rights, la struttura nata su un terreno donato dalla Coca-Cola. Succederà nella terra che ha sempre fatto i conti con il segregazionismo, le lotte sociali e le proteste, Atlanta, la culla di Martin Luther King. Succederà nella città delle Olimpiadi 1996, dove Krisztina Egerszegi vinse i suoi ultimi ori in carriera.
Lia Thomas si sentirà dire – ancora, di nuovo – che non deve gareggiare tra le donne. Perché l’inclusione è buona e giusta a patto che resti marginale, decoubertiniana, che si accontenti di partecipare, che sia perdente. Che sia una concessione. Che sia carità. Quando è baciata pure dal successo e dalla gloria, diventa esuberante.
Lia Thomas è la nuotatrice trans che sta scoprendo la differenza tra essere accolta ed essere accettata. Le sue vittorie sono contestate da chi perde. Giudicano la transizione di genere un vantaggio. Impugnano, ricorrono, contrastano. Come se Lia avesse fatto il suo percorso allo scopo di battere qualche avversaria in piscina.
Per la prima volta Lia Thomas ha parlato di sé e di quanto sta vivendo con un giornale. Ha scelto Sports Illustrated, alla vigilia dei campionati NCAA del 16 marzo.
«Voglio solo mostrare ai bambini trans e agli atleti trans più giovani che non sono soli. Non devono scegliere tra chi sono e lo sport che amano. Non so esattamente come sarà il mio futuro nel nuoto dopo quest’anno, ma mi piacerebbe continuare a praticarlo. Voglio nuotare e competere per quello che sono». Ma un pezzo consistente del Paese la combatte. Sports Illustrated la chiama un’ossessione della destra americana.
“La redazione di Swimming World ha paragonato Thomas alle atlete dopate della Germania dell’Est. La sua storia è un argomento di discussione regolarmente trattato da Fox News. I siti di opinione conservatori adoperano di proposito come affronto il nome da uomo che usava prima della transizione. Le sue mosse sono state minuziosamente monitorate dal Daily Mail nel Regno Unito, inclusi alcuni dettagli crudeli sulle sue abitudini nello spogliatoio femminile, forniti da un compagno di squadra anonimo”.
In Italia Rivista Contrasti se ne è occupata chiamandola Will (hanno scritto: “a tutti gli effetti un uomo – ci siamo capiti”) e titolando: “Ti piace vincer* facile”. Con l’asterisco. Zarina, newsletter dedicata allo sport femminile, ha replicato: “Non ho mai letto un parere più semplicistico e ignorante su un argomento così delicato”.
Al partito di chi si oppone si è unito Michael Phelps, chiedendo che ci sia «un campo di gioco uniforme». La squadra di Thomas si è divisa. Mike Schnur, allenatore sia del team maschile sia del team femminile di Penn, ha ricevuto e-mail che Sports Illustrated definisce odiose. Durante un raduno per un allenamento in Florida, gli allenatori hanno chiesto ai nuotatori di non indossare l’abbigliamento scolastico, nel timore di diventare dei bersagli. I social media manager del college hanno disattivato i commenti su alcuni post che menzionano Lia. La federazione americana ha ricevuto telefonate da parte di giovani nuotatrici, “preoccupate che da qualche parte – scrive la rivista americana – ci sia uno stuolo di prossime Lia Thomas alle porte, pronte a prendere il controllo delle loro piscine”.
Nell’intervista lei dice: «Sono una donna, proprio come le altre in squadra. Mi sono sempre considerata solo a swimmer. È quello che ho fatto per così tanto tempo; è ciò che amo. Non penso alle vittorie o ai record. Entro in acqua ogni giorno e faccio del mio meglio».
Sports Illustrated ne ricostruisce la storia, che qui su Slalom avete già letto nelle settimane passate.
“Una parte di lei – leggiamo – voleva che le persone conoscessero il suo percorso fino a questo momento, che sapessero cosa si prova ad abitare in un corpo senza sentire di appartenergli. Voleva che le persone sapessero com’è finalmente una vita autentica, cosa significa per lei finire una gara, guardare un tabellone dei tempi e vedere scritto il nome Lia Thomas accanto ai nomi di altre donne. Cosa significava per lei salire su un podio con altre donne, essere considerata alla pari”.
Penn era l’unico college in cui voleva andare. Le piaceva Schnur, il suo allenatore di lunga data. Hanno costruito rapidamente un legame, quando Thomas è arrivata al campus alla fine dell’estate del 2017. Durante il suo primo anno nel team maschile, ha battuto diversi record personali. Nei suoi primi campionati della Ivy League, nel febbraio 2018, si è piazzata fra i primi otto nelle 500 yard stile libero, nei 1.000 yarde stile libero e nei 1.650 yarde stile libero. Thomas racconta che ha iniziato a mettere in discussione la sua identità verso la fine del suo periodo alla Westlake High School di Austin.
«Mi sentivo disconnessa con il mio corpo», spiega. Provava sensazioni a cui non sapeva dare una risposta, sempre più forti mentre gareggiava nella sua prima stagione universitaria.
“Ha cercato su Google – racconta Sports Illustrated – e ha letto storie personali di donne trans. Quando è stata affiancata da un tutor trans nel campus di Penn, per la prima volta ha potuto parlare con qualcuno che aveva sperimentato ciò che stava provando. Una rivelazione”.
Lia Thomas lo ha definito «uno specchio di ciò che provavo. Tutto ha iniziato ad avere più senso».
Sono intervenuti nuovi pensieri. Ha cominciato a chiedersi – spiega Sports Illustrated – come si sarebbero sentiti i suoi genitori e i suoi amici. Cosa avrebbero detto i suoi allenatori. Ha raccontato a suo fratello i dettagli dell’estate trascorsa tra la stagione da matricola e l’inizio del secondo anno. Lui ha capito. Hanno telefonato insieme ai suoi genitori, Bob e Carrie Thomas, che da lontano avevano percepito la sofferenza, che qualcosa stesse disturbando il loro ragazzo. Alla rivista americana, papà Bob riferisce che il contenuto di quella telefonata resta privato, ma che lui e Carrie hanno detto alla figlia quanto l’amavano e che la avrebbero sostenuta.
«Avremmo fatto di tutto perché Lia potesse appartenere ancora alla nostra famiglia. Non l’avremmo persa».
La disforia di genere è aumentata durante il secondo anno universitario, soprattutto durante la stagione del nuoto.
«Ero molto depressa – racconta Thomas – sono arrivata al punto in cui non potevo andare a scuola. Il mio ciclo del sonno era molto incasinato. Certi giorni non riuscivo ad alzarmi dal letto. Ho capito allora che dovevo fare qualcosa per risolvere il problema».
Thomas si svegliava pensando alle persone che avrebbero potuto rifiutarla. Durante un allenamento, ha avuto un attacco di panico. Temeva di doversi rivelare al suo allenatore. Ha iniziato la terapia ormonale sostitutiva nel maggio del 2019. Sapeva che avrebbe influenzato il suo corpo e le sue prestazioni, che avrebbe avuto bisogno di più tempo di recupero tra un allenamento e un altro, che avrebbe dovuto ridurre i carichi, che avrebbe perso massa muscolare, che i suoi tempi sarebbero diventati più lenti, che sarebbe diventato un nuotatore peggiore. Ha messo in crisi tutto il suo mondo. Questo è attraversare.
«Ho fatto la terapia ormonale sostitutiva sapendo e accettando che avrei potuto non nuotare mai più. Volevo vivere la mia vita. Quasi immediatamente, i sentimenti negativi si sono placati. Mi ha sorpreso. Mi sono sentita mentalmente molto meglio. Un grandissimo senso di sollievo».
Ha ripreso a nuotare. Stavolta nel team femminile. Come i suoi genitori in precedenza, lo staff tecnico della Penn le è stato di supporto.
Le regole NCAA consentono agli atleti di cambiare genere. Prima di competere è necessario un anno di terapia ormonale sostitutiva. Durante quell’arco di tempo, con Schnur al suo fianco, Thomas ha dovuto continuare a gareggiare tra gli uomini. Al primo meeting del 9 novembre 2019, Thomas mise un costume da donna e nuotò così le 1.000 yard stile libero contro gli uomini della Columbia. Ha partecipato alle gare sempre più sporadicamente, tirandosi indietro mentre si abituava al nuovo corpo e ai tempi più lenti. Nel frattempo Schnur spiegava alla squadra femminile che presto Thomas si sarebbe unita a loro. «Non potete sperare di avere una compagna migliore», fu il suo discorso.
Durante le telefonate con i suoi genitori, Thomas considerava quale nome scegliere. Fu mamma Carrie a trovare Lia, così Catherine divenne il secondo nome, il nome di battesimo completo di sua madre.
La vita ufficiale di Lia Catherine Thomas è cominciata a Capodanno 2020.
«Una sorta di rinascita – ha spiegato a Sports Illustrated – per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita completamente connessa al nome che porto, a chi sono, alla mia vita».
È arrivato il covid a spezzare la stagione universitaria 2020-21. Doveva essere l’anno da senior per Thomas. Quando sono ripresi gli allenamenti con Penn alla fine dell’estate del 2021, si sentiva fisicamente diversa in modo definitivo dalla persona che a suo tempo si avvicinava ai tempi di qualificazione per i campionati NCAA tra gli uomini. In quel momento, la terapia ormonale sostitutiva era iniziata da più di due anni. Ben oltre quanto richiesto del regolamento. Thomas racconta che la sua altezza si è ridotta di 2 centimetri e mezzo. La forza non era più la stessa, il grasso corporeo si era ridistribuito in modo differente. Tenere i vecchi ritmi di allenamento era impossibile.
“Capì che non poteva essere ossessionata da ciò che non riusciva a fare. Ma contro le altre donne era veloce”, racconta Sports Illustrated. È questo il punto di svolta. Quando inizia a battere le altre. Questo è il momento in cui comincia la parte più raccontata e esibita della storia: le proteste. La sofferenza non l’ha vista nessuno. I genitori di alcune atlete di Penn hanno inviato una lettera alla NCAA chiedendo che Thomas fosse dichiarata non idonea alle competizioni femminili.
“Gli argomenti – scrive Sports Illustrated – sarebbero presto diventati familiari a Thomas. Sostengono che la sua pubertà le ha dato un vantaggio rispetto alle avversarie. La scienza avrebbe mostrato che le donne trans hanno mani e piedi più grandi, cuori più grandi e una maggiore densità ossea e capacità polmonare. La lettera dei genitori della Penn sostiene che sia in gioco l’integrità dello sport femminile. Chiede che ci sia uno spazio protetto ed equo per competere, parla di una minaccia diretta per le atlete”.
La NCAA non ha risposto, il direttore atletico di Penn Alanna Shanahan ha inviato invece un’e-mail alla squadra. Sports Illustrated ha potuto leggerla. C’è scritto che il college “supporta pienamente tutti gli studenti-atleti e si impegna a essere un ambiente accogliente e inclusivo”. Nella lettera c’è scritto che se qualcuno fosse animato da un sentimento di ostilità o di rabbia, può utilizzare le solide risorse a disposizione, incluso il dipartimento di consulenza e servizi psicologici dell’università.
Sports Illustrated trova significativo che la lettera dei genitori sia stata spedita in forma anonima. Non ci sono le firme, nel timore di essere accusati di transfobia. La rivista ha parlato con alcuni di loro, a condizione che ne fosse protetto l’anonimato. «Sosteniamo Lia come donna trans e speriamo che conduca una vita felice e produttiva, perché è quello che si merita – ha detto uno di loro – ma quello che non possiamo fare è restare a guardare mentre riscrive i record e batte le donne biologiche. Se non parliamo qui, accadrà a un college dopo un altro. Lo sport femminile così come lo conosciamo, non esisterà più in questo Paese».
Thomas tende a minimizzare ogni contrasto, ma quando Sports Illustrated ha mandato in piscina il suo reporter Robert Sanchez – l’autore del servizio – ha colto per intero la freddezza prevalente intorno a lei. Viene accusata di scherzare sulla facilità con cui vince le gare, di aver nuotato volutamente in modo lento a un meeting di gennaio contro Iszac Henig, atleta trans della squadra femminile di Yale. Viene accusata di definirsi il Jackie Robinson degli sport trans. Thomas nega tutto. Nega e sostiene che non esistono supporti a metà.
«La risposta molto semplice è che non sono un uomo. Sono una donna, quindi appartengo alla squadra femminile. Le persone trans meritano lo stesso rispetto che riceve ogni altro atleta».
Dieci Stati USA impediscono attualmente agli atleti trans di prendere parte alle gare. Il 24 gennaio scorso è stato organizzato un incontro virtuale di 90 minuti per discutere dei rimedi legislativi nello sport universitario. Più di 250 persone hanno partecipato. È stato consentito anche a Robert Sanchez di Sports Illustrated di presenziare, a condizione che i partecipanti non fossero identificati e che le dichiarazioni non fossero attribuite a nessuno. Erano presenti ex campioni olimpici di nuoto, allenatori attuali o del passato dei college, una delegazione di genitori di Penn, dirigenti della federazione americana. Alcuni si sono chiesti se la Georgia, la sede dei campionati, non potesse approvare in tempo una legge per vietare a Lia Thomas di competere. Se non potesse diventare l’11esimo Stato che nega le gare agli atleti trans. È stata discussa l’idea di un boicottaggio, senza troppa presa. Otto giorni più tardi, la federazione nuoto ha aggiornato le linee guida, stabilendo una serie di nuovi requisiti e istituendo una commissione medica di tre persone, per determinare se le donne transgender hanno un vantaggio competitivo rispetto alle concorrenti cisgender. Le nuove linee guida fissano in cinque nanomoli per litro il livello massimo di testosterone, la metà della soglia rispetto alle precedenti regole olimpiche. Un livello che va tenuto per 36 mesi consecutivi prima di candidarsi a nuotare tra le donne. Trentasei mesi: non è un caso. Nel giorno dell’inizio dei campionati NCAA, Lia Thomas sarebbe stata in regime di terapia ormonale sostitutiva da 34. Due settimane dopo la decisione della federazione americana, la NCAA ha impugnato il regolamento, citando «impatti ingiusti e potenzialmente dannosi» per una modifica così tardiva. L’attuazione delle nuove linee guida è stata congelata. Lia Thomas è al momento dentro le regole per partecipare. Lei dice che sarà «un’esperienza straordinaria e bellissima. Prima di rivelarmi, non riuscivo a vedere un futuro». Ha lasciato il corso di economia e si è iscritta alla facoltà di giurisprudenza. Ha maturato l’intenzione di impegnarsi nelle battaglie sui diritti civili. È ancora presto per sapere se la ritroveremo ai Trials per la qualificazione a Parigi 2024. Sports Illustrated ha chiesto alla federazione USA come si regolerebbe in quel caso. La risposta è stata che non ci saranno problemi, se Thomas dovesse rappresentare gli USA alle Olimpiadi.
17 marzo 2022
I tempi di iscrizione di Lia Thomas ai campionati NCAA
I campionati universitari americani femminili di nuoto sono cominciati con le staffette dei 200 misti e degli 800 stile libero. Lia Thomas debutta oggi. La sua storia era su Slalom #890 del 9 marzo, ce ne siamo occupati anche su Slalom #848 del 26 gennaio 2022 e su Slalom #811 del 12 dicembre 2021.
C’è qualcosa che non torna. Con la pubblicazione dei tempi di accesso, appare un po’ più chiaro quanto sia stato ideologico il dibattito intorno a lei e alle sue prestazioni, presentate da chi vorrebbe impedirle di gareggiare tra le donne come una minaccia alla regolarità dello sport femminile.
Lia Thomas ha in programma oggi le 500 yard stile libero, domani le 200 yard stile, sabato le 100 yard. Ebbene, nelle 500 yard si presenta con il miglior tempo di 4’34″06, con un vantaggio spiccato di 81 centesimi su Emma Nordin, ma nulla che non si veda – per esempio – nei 400 stile libero tra Ariarne Titmus e la sua avversaria più vicina. È certamente il segno di una superiorità, non la prova che quella superiorità sia dovuta al suo percorso di transizione di genere. Un altro indizio: dal record NCAA di Katie Ledecky, stabilito nel 2017, Lia Thomas è lontana la bellezza di 10 secondi. Nella piscina dove sarà nuotata la gara, Atlanta, Georgia, il tempo più veloce è stato un 4’30” di Leah Smith realizzato sei anni fa. Quattro secondi in meno.
Ancora. Nelle 200 yard stile libero, il margine di vantaggio di Lia Thomas sulla seconda, Isabel Ivey, California, è perfino inferiore: 1’41″93 contro 1’42″29, 36 centesimi, un margine come tanti, assai comune. La sua distanza dal record NCAA di Missy Franklin, stabilito in 1’39″10 nel 2015, è di 2 secondi e 83 centesimi.
Un ultimo dato. Nelle 100 yarde Lia Thomas è tutt’altro che sensazionale. Si presenta al via con il decimo tempo fra le iscritte. Il decimo. Ha nuotato finora in 47″63, quasi un secondo dietro la migliore, Gretchen Walsh della Virginia.
L’estate scorsa Laurel Hubbard, sollevatrice di pesi neozelandese, anche lei transgender, si presentò in pedana ai Giochi di Tokyo accompagnata delle stesse obiezioni e la stessa fobia. Chiuse la gara senza completare nessuno dei suoi tre tentativi.
18 marzo 2022
Il primo titolo NCAA di Lia Thomas in mezzo alla contestazione
Lia Thomas ha vinto nella notte il titolo universitario nelle 500 yard stile libero, diventando la prima nuotatrice transgender a riuscirci, lei che è ormai “un simbolo del dibattito su sport e identità di genere”, scrive in queste ore Alan Blinder sul New York Times.
Ha vinto ad Atlanta, la città del Center for Civil and Human Rights, terra di lotte sociali e proteste contro il segregazionismo, il posto dov’è nato Martin Luther King. Il suo successo è arrivato tre anni dopo quello dell’ostacolista CeCe Telfer, prima persona transgender in assoluto campione NCAA, ed è arrivato – scrive il New York Times – “in mezzo a una tempesta molto più grande, in particolare nei media della destra, sulla partecipazione delle donne transgender alle gare femminili”.
Anche in piscina sono arrivati alcuni manifestanti, racconta il giornale americano. Durante la premiazione ci sono stati polemicamente più applausi per Emma Weyant, seconda, 20 anni, matricola della Virginia, già argento nei 400 metri misti ai Giochi di Tokyo.
Il vantaggio preso in partenza da Lia Thomas è stato inizialmente rimontato da Erica Sullivan, matricola dell’Università del Texas, rimasta a lungo in testa, “tanto da indurre gli osservatori a chiedersi se Thomas avrebbe vacillato”. Invece ha ripreso il controllo della gara e ha chiuso al primo posto, rifiutando poi di partecipare alla conferenza stampa che la NCAA pretende dai suoi campioni. L’associazione esaminerà l’episodio nelle prossime settimane.
Intorno a Lia Thomas continua la fabula dei “tempi che lasciano le avversarie molto indietro e mettono sotto pressione alcuni record collegiali” come scrive lo stesso New York Times.
Non è così. Lia Thomas ha vinto il suo titolo NCAA in 4’33”24, con 1 secondo e 75 centesimi di vantaggio sulla seconda. Erica Sullivan è arrivata terza in 4’35″92. Sono distacchi ordinari per una gara di mezzofondo, un margine del tutto comune tra una vincitrice e delle battute, non è il segno di una supremazia innaturale.
Il dato che smonta definitivamente la tesi di una Lia Thomas fuori scala è il confronto del suo tempo con il primato nazionale NCAA. Non solo non lo ha sbriciolato, come si diceva che sarebbe successo. Non solo non lo ha nemmeno battuto, non lo ha nemmeno avvicinato. Quel fenomeno di Katie Ledecky rimane il fenomeno che è, perfino con l’arrivo assai temuto di Lia Thomas. Il 4’24″06 del 2017 è inferiore al tempo della ragazza dell’università della Pennsylvania di quasi 10 secondi. Les Carpenter sul Washington Post lo ha giustamente definito “un tempo insignificante”.
Anche il Washington Post riferisce di una freddezza in vasca intorno a Thomas, “rimasta sola nella corsia 4 del McAuley Aquatic Center della Georgia Tech giovedì sera. Non c’era nessuno da abbracciare, nessun sorriso da mostrare. Le avversarie finite dietro di lei chiacchieravano galleggiando in acqua. Le tre alle sue spalle hanno posato per una foto di gruppo. Thomas è uscita silenziosamente dalla piscina”.
Un record americano l’ha nuotato invece due volte Kate Douglass, della Virginia, con 20″87 nelle 50 yard stile libero in batteria e con 20”84 in finale.
19 marzo 2022
Lia Thomas ha perso. Forse nessuno vorrà cacciarla più
Nella sua seconda gara ai campionati NCAA di nuoto, le 200 yard stile libero, Lia Thomas si è piazzata al quinto posto. Ha nuotato in 1’43″40, peggio di quanto avesse fatto al mattino in batteria (1’42″09), staccata di due secondi dalla vincitrice Taylor Ruck da Stanford, 1’41″12, primato personale. Il record americano è di Missy Franklin con 1’39″10. E’ un altro colpo pesante alla tesi del suo strapotere fuori scala dovuto alla transizione di genere e alla fobia per la sua partecipazione alle gare femminili. Una campagna sostenuta dai media vicini alla destra americana. Dopo la vittoria nelle 500 yard con “un tempo insignificante” (Washington Post), Lia Thomas è stata contestata da alcuni manifestanti e isolata sul bordo vasca durante la premiazione. Le tre avversarie giunte alle sue spalle hanno posato tra loro per una foto, lasciandola in disparte. Sarà in gara anche nelle 100 yard, dove si presenta con il decimo tempo di iscrizione.
23 marzo 2022
E dicci, dicci, com’è finita poi con Lia Thomas?
Non abbiamo più parlato della terza gara ai campionati NCAA di Lia Thomas, la nuotatrice iscritta alle gare femminili dopo il suo percorso di transizione di genere. Nell’esposizione della sua storia, alla vigilia dei campionati, veniva data come favorita per due titoli NCAA, con la possibilità che battesse i primati nazionali di Katie Ledecky e Missy Franklin. Due prospettive indicate come “la fine dello sport femminile” dagli opinionisti della destra americana, da due ex sportivi come Michael Phelps e Martina Navratilova, dai genitori delle sue avversarie in una lettera anonima spedita alle istituzioni del nuoto.
Lia Thomas ha vinto le 500 yard tra le polemiche, con un tempo che è stato definito dal Washington Post insignificante: di 10 secondi superiore al vecchio record di Ledecky del 2016. Nelle 200 yard si era piazzata quinta, nella terza finale della sua esperienza ai campionati NCAA è arrivata ultima, nelle 100 yard, ottava, con un tempo di 48”18 a 2”13 dalla vincitrice Gretchen Walsh.
A proposito delle rimostranze delle sue avversarie, lo scrittore americano T Cooper ha detto che nell’arena competitiva della vita, “tutti noi lottiamo per diventare qualcuno di profondamente diverso da ciò che eravamo. Ma tenere il punteggio è solo un modo per tracciare la parabola di una persona. Se si sottrae l’obiettivo del divenire, solo perché hai paura di una Lia Thomas, se ci si occupa della sola possibilità di vincere un premio, tanto vale andare in un luna park e sparare a una faccia da clown con una pistola a spruzzo, perché avrebbe più o meno lo stesso significato”.
Sally Jenkins sul Washington Post ha ribadito che la scienza non ha certezze su un eventuale vantaggio biologico di Lia Thomas. “Pertanto, escludere gli atleti trans dalle competizioni d’élite, a causa delle nostre paure e delle nostre incertezze, è sbagliato e dannoso”.
Vale la pena ricordare che Lia Thomas è dentro le regole attuali dello sport e non è facilmente sostenibile che abbia fatto il suo percorso personale per vincere qualche titolo nel nuoto. Si è sottoposta a trattamento ormonale. Ha perso peso, massa muscolare, centimetri d’altezza, capacità di resistenza. I suoi tempi sono notevolmente più lenti di quelli nuotati nelle competizioni maschili. Ha un livello di testosterone entro la norma (5 nanomoli per litro come richiesto) da 34 mesi, molti di più dei 12 richiesti. Se Lia Thomas viene autorizzata a competere, viene autorizzata anche a vincere. A meno di non volerla relegare nella nicchia della decorazione e della coreografia, nell’ipocrisia della bella storia da mostrare, nel perimetro di un’inclusione per cooptazione, con un limite, a tempo e spazio determinato.
“Qual è il vero scopo e il valore della competizione NCAA? Non è far crescere le persone? Non si tratta semplicemente di portare un piccolo sottoinsieme di giovani talenti su un podio, a immagine e somiglianza delle Olimpiadi. Dovrebbe essere diverso, esplorare chi sei, in piscina, sul blocco di partenza, su un campo di basket. Le persone transgender – ricorda Sally Jenkins – possono competere alle Olimpiadi dal 2004”.
LaGwyn Durden, direttore della medicina sportiva dell’organizzazione NCAA, ha affermato che la comunità scientifico-medica non ha ancora raggiunto un consenso sulla soglia del testosterone da fissare.
Il Telegraph riferisce che l’ex nuotatrice britannica Sharron Davies ha avviato una serie di azioni legali da parte di persone che si definiscono donne biologiche, affinché siano fermata Lia Thomas e le altre atlete transgender dal gareggiare nel nuoto femminile.
25 marzo 2022
Sebastian Coe dice che Lia Thomas è un rischio per lo sport | Eppure nuota 10 secondi più lenta dell’uomo più lento
È arrivata la voce di Sebastian Coe, capo della federazione internazionale di atletica e candidato numero uno al soglio di Papa dello sport, la presidenza del CIO, quando sarà scaduto il mandato di Thomas Bach. È la voce autorevole di un uomo potente, un ex campione olimpico. Secondo Coe gli atleti transgender rappresentano «un rischio per l’integrità dello sport femminile». Per questo motivo ha invitato il CIO a introdurre regolamenti che siano applicati a tutti gli sport, insistendo sul fatto che «il genere non può prevalere sulla biologia».
Se uno amasse le sintesi brutali, le direbbe parole di esclusione. Sono di qualche giorno fa, riportate dal Telegraph e dal Guardian, a proposito di Lia Thomas. Il CIO attuale è su una strada diversa, nel segno dell’integrazione. Ha lasciato alle singole federazioni di ogni sport la facoltà di darsi una norma sulla partecipazione transgender, in base alle specificità di ogni disciplina. È una linea prevalsa dopo la presenza ai Giochi di Pechino di Laurel Hubbard, neozelandese, temutissima sollevatrice di pesi. Anche lei era accusata di voler/poter approfittare di essere nata uomo. Era un’abusiva che con il suo corpo avrebbe stracciato la concorrenza e battuto ogni record. Al bilanciere da 120 chili fece tre nulli, salutò e disse: – Grazie so di avervi causato fastidio, per me è stato bello partecipare.
C’è un motivo per cui il CIO ha lasciato questo margine di autonomia: potrebbe essere necessario fissare una soglia di testosterone diversa tra una gara di sollevamento pesi e una di corsa. È la comunità medico-scientifica che sul punto deve esprimersi, non può farlo nessun altro tra noi. A noi non resta che leggere le regole, vederle rispettate, osservare i fatti, farci un’idea, esprimerla, meglio se in modo rispettoso verso chi è parte della storia, sapendo che si tratta di un’opinione, non di un giudizio, su faccende peraltro assai complesse.
Qui su Slalom stiamo seguendo una pista, l’idea che intorno a Lia Thomas ci siano molte parole in libertà, molte opinioni non documentate. È doloroso se circolano come chiacchiera e disinformazione, è grave se appaiono sulla stampa, è inaccettabile se sono pronunciate dalla classe dirigente.
Il Telegraph, che ogni settimana pubblica un bellissimo inserto sullo sport femminile, scrive che da quando Thomas nuota tra le donne, dopo la terapia ormonale iniziata nel 2019, “ha infranto i record femminili, suscitando proteste da parte della comunità di nuoto”. Sarebbe la prova definitiva – la pistola fumante – della sua presenza impropria. Un corpo irregolare che vizia i risultati, fino a calpestare il principio di equità.
È falso. Lia Thomas non ha infranto nessun record. Ha partecipato a tre gare di stile libero del campionato universitario americano. In una (100 yard) è arrivata ottava – ultimo posto della finale – in un’altra si è piazzata quinta (200 yard) e una l’ha vinta (500 yard). Chi parla di Lia Thomas per negarle il diritto di partecipare, cita solo quest’ultima. Non è tutto. Lia Thomas ha vinto con il tempo di 4’33”24, giustamente definito “insignificante” dal Washington Post. Il record universitario è di Katie Ledecky, più veloce di Lia di 10 secondi. Una enormità.
Lia Thomas non ha affatto tempi da uomo in una gara per donne. Se guardiamo i partecipanti maschili sulla stessa distanza, l’ultimo dei 54 iscritti si chiama Chris Nagy e viene dal Minnesota. È il più scarso di tutti. Ebbene, nuota le 500 yard in 4’23”17, 10 secondi più veloce di Lia Thomas. Questi sono i fatti. Il resto sono opinioni. O peggio: pregiudizi. Non è all’arrivo delle 500 yard che va guardata Lia Thomas, ma alla partenza. Per potersi presentare sui blocchi in una gara femminile ha dovuto rispettare alcune regole. Prevedono che un’atleta abbia iniziato il suo percorso di transizione di genere da almeno un anno e che il suo testosterone stia sotto la soglia di 5 nanomoli per litro. Lia Thomas ha cominciato nel 2019, ha perso peso, massa muscolare, due centimetri d’altezza, capacità di resistenza durante gli allenamenti e ha peggiorato i tempi personali rispetto a quando gareggiava tra gli uomini.
Il sito Swimming World che sta conducendo una campagna contro di lei, ha scritto che “attraverso l’inazione, la NCAA ha gestito i campionati come un circo”. La NCAA in realtà ha difeso il rispetto delle regole – quelle in vigore. Anche Stefano Arcobelli, sul suo blog Questione di stile per Gazzetta è giunto alla conclusione come Slalom che “se Lia Thomas viene autorizzata a competere, viene autorizzata a vincere”.
Le regole, come le leggi, possono cambiare dinanzi a esigenze mutate o fatti nuovi. Ma non cambiano dinanzi a un singolo caso, altrimenti sono persecutorie di una persona. Non possono soprattutto cambiare se i fatti vengono presentati in modo parziale. Cambiare le regole è quello che suggerisce Coe ed è quello che ha già fatto nell’atletica, quando ha abbassato la soglia del testosterone da 10 nanomoli al litro fino a 5 per le gare sulla distanza tra i 400 metri e il miglio, un provvedimento preso dinanzi ai risultati ottenuti da Caster Semenya e dalle altre atlete DSD (differences of sexual development). Le atlete DSD devono restare sotto il limite per almeno 12 mesi. Una misura che ha portato di fatto alla loro esclusione. Quando Coe chiede regole univoche, sottovaluta che se anche fossero quelle più severe che ha introdotto per Caster Semenya, Lia Thomas sarebbe dentro. Quando dice che «il genere non può prevalere sulla biologia», sorvola sul fatto per Caster Semenya di quello si parlava, di biologia, di iperandrogenismo per produzione naturale di testosterone. Al Telegraph ha detto: «Non c’è dubbio per me che il testosterone sia il fattore determinante chiave nelle prestazioni. Se guardiamo alla natura delle ragazze di 12 o 13 anni, ricordo che le mie figlie battevano regolarmente i maschi della loro classe, ma non appena la pubertà entra in gioco, quel divario si apre e rimane». Ma sull’ipotesi che il divario rimanga per sempre, anche dopo una cura ormonale di riduzione come quella di Lia Thomas, la scienza non ha certezze.
Sally Jenkins, editorialista del Washington Post, pensa per esempio che “il nuoto di Lia Thomas è sommerso dalle paure degli altri”.
Altre due cose e la faccio finita, ma mi riprometto per chi fosse interessato di creare su Slalom Parallelo una sezione dedicata all’argomento, con tutte le cose uscite sui media internazionali in questi due anni e mezzo (gulp, sono già due anni e mezzo).
Chi si oppone all’idea che Lia Thomas possa gareggiare tra le donne, usa le proteste delle sue avversarie e mostra la foto della premiazione ai campionati NCAA, quella in cui si vede lei in isolamento e le altre in disparte, la seconda la terza e la quarta riunite, Emma Weyant, Erica Sullivan e Brooke Forde vicine e sorridenti, come a riprodurre un podio alternativo.
Il sito Corsia 4 ha svelato un’altra porzione di verità. La foto è tagliata. “Nelle finali NCAA – leggiamo – si premia dalla prima all’ottava posizione, e gli atleti sono schierati tutti insieme in un podio unico che va dal primo posto (tutto a sinistra) all’ottavo (tutto a destra). È stata proprio Erica Sullivan a smentire sui social che la foto sia stata un segno di protesta, dicendo che si tratta di uno scatto che le tre ragazze hanno voluto fare perché sono molto amiche già dalle Olimpiadi, e l’immagine sarebbe stata utilizzata dai media fuori contesto. Sia Forde che Sullivan sono sostenitrici della causa di Thomas, e lo hanno più volte dichiarato anche in maniera ufficiale”.
Non solo non protestano, non tutte almeno, dice Corsia 4, ma due delle battute sostengono la causa della partecipazione di Lia Thomas alle gare. A cercare conferme, se ne trovano. Il blog di Arcobelli riporta una dichiarazione di Erica Sullivan rilasciata a Newsweek. La texana ritiene che lo sport femminile abbia altre questioni da affrontare. «Come donna di sport, posso dire che so quali sono le vere minacce per lo sport femminile: abusi e molestie sessuali, retribuzione e risorse ineguali e mancanza di donne nella leadership. Le ragazze e le donne transgender non sono da nessuna parte in questa lista».
Negli USA la vicenda di Lia Thomas è parte integrante di un dibattito politico, una campagna della destra conservatrice sui diritti transgender. Questione di stile ricorda che a “Iowa e South Dakota hanno una legislazione che vieta alle donne e alle ragazze transgender di partecipare a squadre sportive conformi con il loro genere in scuole e college accreditati. E l’anno scorso, Alabama, Arkansas, Florida, Mississippi, Montana, Tennessee, Texas e West Virginia hanno emanato divieti sportivi simili, facendo infuriare i sostenitori LGBTQ, convinti che i conservatori stiano creando un problema lì dove non ce n’è uno”.
Ross Tucker sul Telegraph ha scritto invece che “lo sport deve confrontarsi con la realtà: equità e inclusione non possono coesistere con la partecipazione trans, che ha conseguenze negative per le donne nello sport. Le differenze biologiche tra maschi e femmine persistono in gran parte, anche dopo un periodo di riduzione del testosterone. Una volta che il testosterone ha fatto effetto nel corpo, non può essere eliminato. Ridotto, certo. Rimosso, neanche per idea”.
Al partito degli oppositori si è iscritto in Italia Mario Giordano, un ex direttore di una testata nazionale come Tg4, editorialista di un periodico dalla grande storia come Panorama.
Ha scritto su La Verità: “Per nostra fortuna, Tamberi e Jacobs non hanno bisogno di passare alle gare femminili per vincere. Ci riescono benissimo rimanendo quello che sono, cioè uomini. L’indicazione è invece utile proprio per quelli come Will, che scoprendosi finalmente donne possono ottenere quei risultati che altrimenti non raggiungerebbero mai. Ma tant’è. Il problema sorgerà quando il medesimo trucchetto sarà esteso e applicato anche ad altre situazioni. Per esempio: se in palestra un molestatore si sente all’improvviso donna, non potrà che entrare negli spogliatoi femminili. E se in carcere uno stupratore si sente all’improvviso donna, non potrà che essere ammesso ai reparti femminili”.
Il livello del pensiero è questo.