Buona vita, Thibaut. La bellezza selvaggia delle sconfitte di Pinot

Il Lago di Como non è lontano ma non si vede. L’hotel lungo la strada non ha nulla dell’arredamento della dolce vita. Thibaut Pinot ha scelto il salottino di un ristorante per parlare un’ultima volta, il giorno prima della sua corsa preferita. Non è per staccar tutti che oggi farà il Ghisallo e la Crocetta, ma per mangiarsi le discese, sentire il vento in faccia e contare i km che mancano prima dell’ultimo, a Bergamo Alta, l’ultimo km della sua carriera. 

«Avrei preferito cavalcare l’onda del Tour e finire in bellezza, ma la caduta al Tour du Poitou-Charentes a fine agosto e i miei problemi intestinali al Giro del Lussemburgo hanno rimesso tutto in discussione. Due settimane fa, pensavo solo a come iniziare il Giro di Lombardia, senza essere certo di finirlo». Un perfetto stile Pinot. «Mi dicono tutti di godermi quest’ultima gara, di divertirmi, ma io non sono mai riuscito a farlo se non mi sento bene in bici. Non saprei rispondere su cosa mi aspetto. Lo saprò dopo i primi 200 metri di corsa». 

La Francia saluta uno dei suoi campioni più romantici, un ciclista che pareva fatto apposta per essere raccontato come la scheggia di resistenza di un altro tempo, un campione – scrive Philippe Le Gars su L’Équipe – che ha custodito il suo privato, i suoi misteri e i suoi segreti. Soprattutto ha saputo preservare la sua intimità da campione, con i suoi alti e bassi. Le sue gioie e i suoi dubbi. Dove si trova in giro uno sportivo che lascia e dice: «Mi piacerebbe che la gente conservasse il ricordo dei miei difetti»? Per forza che confessa di non sentire né tristezza né nostalgia. Il suo club di tifosi ha scelto il punto dove salutarlo, sull’ultimo strappo a pochi km dall’arrivo, per dargli il tempo di scendere, mettere il piede a terra e farsi abbracciare. Neppure in quell’istante, dice Pinot, si renderà conto che sarà tutto finito. «È a novembre che me ne accorgerò, quando fuori vedrò la nebbia e non avrò bisogno di coprirmi per andare in bici. Forse allora sarò stato già dimenticato, perché me ne resterò rinchiuso con i miei animali nella mia fattoria. Ho ricevuto un mucchio di messaggi. Voglio prendermi il tempo per rispondere a tutti in silenzio, una volta che tutto questo sarà finito. Lunedì sarò di nuovo tra i miei animali. Sono passati dieci giorni dall’ultima volta che li ho visti, ma mi sembra un mese».

 

Nella newsletter di Bidon Magazine diffusa durante il Tour, Leonardo Piccione aveva raccontato com’è fatta la casa a cui Pinot si dedicherà quando sarà sceso dalla bici.

Una fattoria in cima a un piccolo promontorio, costruita su di un appezzamento ereditato dai trisnonni paterni, ben esposto, circondato da pascoli e un pugno di piccoli stagni. Tutt’intorno, sparpagliati nel verde, una mezza dozzina di asini, sei grosse vosgienne maculate, una decina di pecore con la rispettiva coppia di agnelli nati in primavera, alcuni dei quali – a malincuore e non prima di essersi assicurato che non verranno trasformati in bistecche – di lì a breve sarà costretto a vendere. E poi un numero imprecisato di capre, i primi animali che ha posseduto e la cui psicologia considera per certi versi paragonabile alla sua: sono gracili, non amano la pioggia, a volte fanno cose stupide e sfuggono di continuo.

Poco lontano dalla fattoria, un frutteto. Peri, ciliegi, albicocchi, susini: ne ricava ottime confetture. Infine un orto. I clienti che avranno prenotato una visita didattica o una notte nel da poco inaugurato B&B quasi certamente lo troveranno là: a luglio maturano i pomodori. E allora lui si sfilerà momentaneamente i guanti da lavoro e mostrerà loro la camera numero tre. Su una parete laterale della sala comune, dove dalle 7:00 alle 9:30 del mattino successivo verrà servita la colazione, gli ospiti noteranno appesa una fotografia, non molto grande ma appariscente, centinaia di persone festanti a incitare un ciclista al massimo del suo sforzo, con la maglia semiaperta e i denti digrignati. Quando gli chiederanno lumi, per ignoranza o semplice curiosità, il padrone di casa racconterà di uno dei pomeriggi più incredibili della sua vita precedente, quando era il re di Francia e le folle si aprivano al suo passaggio. Il motivo principale che ci spinge ad attendere i ciclisti in strada è lo stesso che da millenni ci fa riunire intorno a un fuoco: le storie.

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L’ultima tappa di Pinot al Tour de France

23 luglio 2023

 

È stato a gennaio che Thibaut Pinot ci fece sapere del suo addio, basta, avrebbe lasciato. Lo fece in un memorabile incontro con Alexandre Roos, prima firma del ciclismo de L’Équipe, forse oggi il miglior raccontatore al mondo di questo sport. Quel pezzo ci portò nel cuore della Great Resignation legata allo sport – un termine inventato da Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas per dire dell’incontrollato numero di dimissioni presentate a partire dal marzo 2021 negli aziende USA, nella scia del covid. 

Venne fuori un’intervista bellissima, struggente, ma non importa che fosse struggente, era vera, era piena di vita.

«Il punto scatenante – disse Pinot – è stato il mio infortunio nel 2021. Lì ho capito che era difficile, che stavo invecchiando e più volte ho pensato di smettere. Ma se torno indietro, ho iniziato a pensarci anche durante il lockdown. Era la prima volta che mi sentivo me stesso. È stata una vacanza imposta, senza stress, senza pressioni. Da quel momento mi sono posto molte domande. Sul fatto che vivessi a 1.000 all’ora, che non mi stavo godendo i momenti. Quasi subito dopo, c’è stato il mio infortunio. È come se avessi avuto molte risposte alle domande che mi ero posto. Vincere un’altra tappa o un’altra gara non avrebbe cambiato nulla, né nella mia vita né nella mia carriera. Il lockdown mi ha confermato che la vita dopo il ciclismo mi avrebbe fatto piacere. Ho avuto un assaggio. non l’avevo mai sperimentata. La reclusione ha trasformato il cervello di molte persone, e anche il mio. Ho quasi 33 anni, ho altri progetti, altri sogni. Il ciclismo mi ha preso un terzo della mia vita e ora voglio dedicarmi alla mia seconda passione, la natura, il miele, coltivare i frutti, le verdure, vedere cosa possono dare gli animali. Attrezzare camere per gli ospiti. Mi prenderò del tempo per mettere tutto a posto. È stato il nonno a darmi un assaggio di tutto questo, quando ero piccolo. Ci penso da tantissimo tempo. 

«Se potrò fare la vita che sogno, è anche perché non ho vinto il Tour. La mia vita sarebbe cambiata troppo, per questo non me ne pento. Non ho mai voluto la vita del campione. Sarei diventato un personaggio pubblico. Volevo vincerlo, se non è successo per una caduta è un segno del destino. Non sono troppo religioso, ma credo nei segni della vita.

«Sono stato un ottimo corridore, non un campione. I campioni sono 4-5 per generazione e io non sono tra loro. È stato bello avere una carriera difficile, con alti e bassi, anziché una piatta, dove non succedeva niente, dove si vinceva e basta. Il ciclismo insegna il rigore, la sofferenza, andare oltre i propri limiti. Siamo completamente pazzi, è senza dubbio la prima condizione per essere un ciclista. Ogni volta che vincevo al Tour, non avevo fretta di tornare a casa perché sapevo che avrei avuto persone davanti al cancello, che mi avrebbero aspettato, e ne avevo paura. Non è mai stato facile per me, stare in coda, nel gruppetto al Tour. Mi nascondevo, non volevo che la gente mi riconoscesse. Mi vergognavo, ero il corridore più incoraggiato, ma non ero davanti. 

«Mi lascio questo mistero alle spalle. Il Tour che ho perso farà la mia storia, sarò ricordato per questo. Ma io lo vivo molto bene. Non ci penso mai, tranne quando me ne parlate. Mai mai mai. Forse non me ne rendo conto. Forse non voglio. Sono felice così. Tutta la mia carriera è incompleta, non solo il Tour del 2019. Se non mi fossi ammalato al Giro del 2017, forse lo avrei vinto. Questa cosa è passata inosservata, per me sono andato più vicino lì alla vittoria che al Tour 2019. È la mia fragilità, alla fine l’ho accettata. Se adesso mi prenderò una bronchite mentre poto i meli, andrà tutto bene lo stesso».  

 

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Di lui, il nostro vecchio amico Jacques Sedenteur scrisse da Loudenville: Il mio Pinot ha una faccia grigia come una nuvola cattiva. Si capisce dalle sue labbra secche che non arriverà in cima insieme agli altri. Sono le labbra dei ciclisti che bisogna guardare, non le gambe, il passo, l’andatura, il ritmo. I compagni lo sanno e gli stanno attorno, gli danno una pacca sulla spalla, lo aiutano a deporre armi e armature, in questo lungo andare per montagne che ha la bellezza selvaggia della sconfitta. Pinot si è contorto sulla bici sentendo di nuovo per intero il dolore della caduta di Nizza e della maledizione che al Tour si porta addosso. Quando Pinot fallisce, noi francesi ce ne addoloriamo. Perché sappiamo che per un altro anno ci toccherà intervistare Hinault. Forse lui non è fatto per il Tour, forse noi francesi non siamo più fatti per il Tour, né vedere Guillaume Martin e Bardet battagliare mi dà sollievo. Sono solo promesse di una futura delusione. Questo colare a picco di Pinot su queste stesse strade lo rende più vero, più umano, più vicino a noi. Qui nell’Haute-Garonne, dove figlio dell’amore nacque Gardel, il re del tango. Se il fuoco ce lo ha rapito, scrisse Osvaldo Soriano, noi abbiamo provveduto a renderlo immortale. Gardel abita in ogni sogno di grandezza, rimane presente in ogni stretta al cuore. Gardel è un fiume di canzoni che ci avvinghia come un cappio al cuore. Carlos è il nome maschile più diffuso nell’area del Rio de la Plata grazie a lui, l’eroe senza padre, l’emblema dell’introversione, del non detto, della malinconia di cose perse o lontane, delle sfumature dell’indecisione come una scelta. Se è in una perenne incertezza che si riflette il volto di un popolo, Pinot ci sta raccontando questa mia nuova Francia smarrita”

 

Alla fine di quel Tour, scoprimmo dalla sua autista Geraldine Keplero com’è che parlava Sedenteur [se volete scoprirlo lo trovate qui] e qui sono raccolte tutte le sue parole di quel primo Tour terribile, senza estate e senza albicocche. Ma nella mole di appunti la certezza è che Gianni Mura una volta scrisse da Parigi: Sui Campi Elisi Alaphilippe è il più applaudito, come sfilasse su un cavallo bianco. Thibaut Pinot non ha questo piacere. Ha raddrizzato il suo Tour, dopo la grave distrazione sui ventagli, verso Albi, con un’azione entusiasmante sul Tourmalet. Era pronto ad attaccare sulle Alpi, è uscito dalla porta di servizio, impotente. Era lui, Thibaut il Maledetto come lo chiamano i giornali per la jella, la speranza più fondata dei francesi. Ora è sommerso da una commossa ma anche gommosa ondata di compassione. Pinot è caduto nella disperazione per evitare una caduta sulla strada. Era sicuro di vincere, non è più sicuro di nulla. Sensibile com’è, il forzato ritiro di venerdì gli rimarrà a lungo come una lisca in gola”.

 

Pinot è stato l’eroe tragico del ciclismo, secondo gli spagnoli di Ciclismo Internacional. È stato un romantico che si è perso nel 21esimo secolo, secondo il direttore sportivo Marc Madiot. È stato un ciclista fuori dal suo tempo, e adesso da questo tempo si stacca e se ne va. Giovanni Battistuzzi, firma di ciclismo del Foglio, disse: “Non c’è ansia in Thibaut Pinot, non c’è paura del futuro o del cambiamento. E non c’è perché Thibaut Pinot è stato un corridore che non è mai stato un corridore. È stato un nostro specchio deformante, amplificava, mentre lo vedevamo correre, rincorrere, scattare e poi cadere, struggersi ritirarsi, tutte le nostre paure, le nostre ansie, le nostre idiosincrasie. Il Momento Pinot, l’imprevisto che arriva a guastare tutto, era ciò che temiamo nelle nostre vite, ciò che però ci tiene anche attivi, vivi, pronti a mettere in discussione tutto e ogni cosa, perché nulla può o dev’essere definitivo e per sempre, se non l’amore. Thibaut Pinot più che un atto di fede è stato un atto d’amore, un sentimento dolce, l’idea che a Calimero e Paperino potesse almeno un volta andare bene.

Bicisport con Marco D’Onorio disse che Pinot ci ricordava quanto la vita sia piena di nodi e non liscia e che senza quei nodi coglieremo meno il sapore di una grande soddisfazione

Dopo quel famoso incontro, Alexander Roos su L’Équipe lo chiamò scalatore dalla faccia di luna, un uomo che trasmette sempre l’idea di un’opera incompiuta. Pinot rimarrà un enigma e, tra le sue tante ambiguità, ricorderemo che l’orso di Mélisey, quello che voleva vivere da eremita, è riuscito a stabilire un dialogo intimo con ognuno di noi, solo quando ha eretto delle barriere con il mondo che lo circonda. Non ci parlava di watt, non del Tour de France, ma dei suoi laghetti, delle sue capre. È diventato l’alfiere di una certa idea della nostra vita. Non ti senti mai così vicino a un campione come quando rivela i suoi punti deboli. È stata una costante nella sua carriera. Pinot era un Sisifo che abbiamo visto per quattordici anni spingere la sua roccia in cima alla montagna, per vederla ruzzolare ogni volta che si avvicinava alla vetta, un po’ come tutti noi che muoviamo i piccoli sassolini del nostro quotidiano

 

Anche Thibaut Pinot lascia il ciclismo. “Sono pronto per la vita vera”. Ma noi?

Alessandra Giardini

 

La corsa

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Non sarà noioso tenere gli occhi pure sulla testa della corsa. Il triello di oggi mette sul poster le facce di Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Remco Evenepoel, 44 vittorie insieme quest’anno. Alexandre Roos ha scritto stamattina: È pazzesco come questo luogo e questo periodo dell’anno provochino in noi ogni volta la stessa sensazione, quella di andare incontro al crepuscolo, con un piede da qualche parte e la testa altrove, in lotta tra il desiderio di apprezzare l’ultimo momento della stagione e quello di soccombere al richiamo della fine, all’assalto della malinconia, un bozzolo segreto e confortevole.

Nel lessico familiare di chi ha studiato i Classici dei suiveur italiani, il Lombardia è la corsa delle foglie morte. Anche Roos la chiama piccola morte, anzi un eterno ricominciare e il fatto che gli organizzatori abbiano ancora una volta invertito la rotta non cambierà nulla. L’imbrunire rosicchierà le mura della città lombarda, dal basso, dal traguardo, ne vedremo i contorni fuligginosi e le luci che scintillano timide all’alba della sera. E come ogni volta ci prenderà al cuore”. 

L’ultima cosa è da segnalare è una foto scattata dagli inviati di Bicisport ai meccanici della Soudal-Quick Step, la squadra di Patrick Lefevere che nei giorni scorsi pareva sul punto di fondersi con la Jumbo-Visma. Un’ipotesi che oggi sembra tramontata, “eppure i dubbi e le perplessità – dice Bicisport – sul loro futuro restano. Che cosa succederà adesso? Il gruppo di Lefevere continuerà e tutto il personale sarà confermato nel rispetto dei contratti in essere, oppure si apriranno altri orizzonti? I dubbi restano, i timori aumentano, le perplessità si accavallano e si aggrovigliano in un giorno di vigilia di Lombardia che si consuma lentamente e che questa fotografia sintetizza in tutta la sua straordinaria semplicità”.

La foto si vede qui

 

in tv oggi ore 10.35 su Eurosport | 13 su Rai Sport | 14 su Rai 2 

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