L’ultimo km di Peter Sagan

 

Questa fotografia è una linea di confine. Questa fotografia divide in due la storia del ciclismo. Racconta cosa è diventato questo sport negli ultimi dieci anni, e per merito di chi. L’uomo che porta la maglia più bella che esista nello sport, la maglia bianca con l’arcobaleno sul petto di campione del mondo di ciclismo, se ne sta seduto sul dorso di un cammello, nel deserto, dopo una corsa ad Abu Dhabi. È uno scatto che racconta l’allargamento dei confini di una giostra che un tempo girava solo in Europa, in pochi posti. Mostra la demolizione degli steccati e il rivoluzionario che ha preso il centro della scena. Peter Sagan è stato come un divo del rock e uno youtuber in bicicletta. È venuto da un posto dove la bicicletta non significava nulla, Zilina, Slovacchia, una città con due centrali elettriche e tanto hockey su ghiaccio. È arrivato con i capelli lunghi, i tatuaggi e con la voglia di divertirsi. Poteva restare un eccentrico. È stato un innovatore. Il primo nella storia a vincere tre volte di fila il Mondiale, fra 2015 e 2017, imponendo uno stile di vita nuovo e una maniera differente di star dentro lo sport più tradizionale che ci sia.

È in una terra consegnata dalla Storia alla conservazione che oggi Sagan il rivoluzionario corre per l’ultima volta. Va al Giro della Vandea e dice addio. Porta per l’ultima volta in carriera le sue ruote sulle strade di un popolo che si legò alla nobiltà, alla monarchia, al clero, un posto di guerre di religione e tradizione, lui che è stato un’icona pop e ha ribaltato l’estetica del ciclismo, un pezzo della sua narrazione. Nel libro Generazione Peter Sagan, Giacomo Pellizzari lo ha descritto come un fenomeno paragonabile a un soffio di vento su un mucchio di polvere. Sagan è stato un golpe. Ha riscritto un canone. Ha preso il potere con l’irriverenza nello sport della fatica e del silenzio. Ha fatto le imitazioni di John Travolta su Youtube. Ha usato Facebook per annunciare la fine del suo matrimonio. Come un attore, come un influencer. Il ciclista dell’età classica poteva farsi accompagnare dalla Dama Bianca, ma parlarne in pubblico quando mai.

Il ciclismo era stato prima di Sagan il regno degli uomini resi grandi dal dolore. Un album di figurine leggendarie. Bottecchia che strappava con i denti la gomma dal cerchione a bordo strada durante il Tour del 1924. Marco Pantani che diceva di andare forte in salita per far durare di meno il dolore. Il ciclismo aveva la materia della sofferenza. Sagan ha sovvertito l’ordine del campione come creatura tragica, ferito a morte, inseguito dai demoni. È stato grande negli anni in cui il tennis trovava in Federer un campione che omaggiava la classicità citandola. Il ciclismo si è messo invece nelle sue mani, le mani di un dissacratore, un cow-boy che festeggiava le vittorie impennando con la bici sul traguardo, come alla Gand-Wevelgem del 2013 o sulla Planche des Belles Filles al Tour del 2014. In maglia verde, al terzo successo di tappa consecutivo, due anni prima aveva fatto il gesto di Hulk. Sulla bici, al massimo, si era visto qualcuno alzare le dita e indicare il cielo, la dedica silenziosa a un familiare o a un amico scomparso. Dopo Sagan, sono arrivati Cavendish che vince e fa il gesto della telefonata, Paolini che si tocca la testa e il cuore, Nibali che agita una mano sul capo come la pinna di uno squalo.

Sagan ha vinto facendo la dab dance. Ha portato il linguaggio dell’hip hop nello spazio di Coppi. Ha dovuto campare per molti anni in mezzo alle chiacchiere che oggi avvolgono van Aert, mmm, un piazzato, ma quel tempo gli è servito per costruirsi un popolo a cui parlare, un popolo che aspettava un simbolo al quale accodarsi per dire che andare in bici era diventato fichissimo, non solo faticoso. Quando è arrivato Sagan, i giornali inglesi hanno titolato: Bike is the new golf.  I signori dell’alta finanza si facevano i selfie con la bicicletta. Il ciclismo di Anna Maria Ortese era invece quello dei ragazzi neri, quasi tutti figli del popolo, usciti molto spesso da case povere e tristi, muti e seri come le generazioni che li avevano preceduti. Gianni Brera scriveva che nessuno al mondo, che non sia povero e matto, vuol più saperne di umiliare l’inguinaglia su una lista di cuoio vanamente ammorbidita con unguenti. In bicicletta vanno i preti più poveri, le maestrine delle scuole rurali, i pensionati con le coronarie in disordine, e i bambini.

Sagan ha cancellato tutto questo. I campioni di ciclismo si chiamavano Imerio, Italo, Gastone, Ercole, Arnaldo. In televisione erano ritratti come delle macchiette. Ugo Tognazzi in Un, due, tre era il corridore Gregorio Gregari rimasto sul Monte Bianco dopo una tappa del Giro. Parlava mezzo veneto e mezzo spagnolo. Gli avevano tolto l’appendicite per ricavarne un tubolare. Felice Gimondi andò ospite di Walter Chiari a Io, te, tu, io prestandosi a uno sketch, dicendo al conduttore che aveva il naso finto, i baffetti neri e l’aria ingenua che i rapporti in montagna non avevano niente a che fare con le ragazze. Walter Chiari aveva ibventato il ciclista che al microfono dice: “Ciao mamma, sono contento di essere arrivato uno”. Merckx e Gimondi erano nella definizione di Giovanni Arpino dei campioni scorbutici che rifiutano parole superflue. Un grande ciclista era italiano o francese, spagnolo o belga, olandese, ogni tanto lussemburghese, casomai svizzero. Stop. Oggi i belgi aspettano di rivincere il Tour dal ’76 e il Giro dal ’78; la Francia da ’85 e ’89. gli olandesi aspettano il Tour da Zoetemelk ’80. Con Peter Sagan la Slovacchia è stato l’ottavo Paese diverso a vincere la maglia iridata in otto anni e il quinto che ci riusciva per la prima volta dopo la Polonia, il Portogallo, la Norvegia, l’Australia. Quando Sagan ha vinto nel 2015 a Richmond, fra i primi venti c’erano corridori di quattro continenti differenti, con due australiani, un giapponese, due statunitensi. Sagan ha fatto sbarcare il ciclismo in un nuovo mondo fatto di design, marketing, star system. Dopo Sagan, il dolore non va più di moda. Ma sì, la Vandea è il posto più giusto per dire basta. 

 

Bicisport sta offrendo ai suoi abbonati una monumentale copertura a quest’ultima corsa di Sagan [ci si abbona qui]. Michela Vair scrive che Sagan ha insegnato che il ciclismo può essere divertente e poi anche che si può essere razionali e critici pure su una cosa che per anni è stata la tua quotidianità e ti è piaciuta: è lui che dopo una vita passata in sella dice che non sarebbe troppo contento se suo figlio volesse fare il corridore un giorno, lo porta in bici ma non lo vorrebbe vedere professionista. Chi ha vent’anni oggi non ha mai conosciuto un ciclismo senza Sagan”. 

È questo il finale che speravi, gli hanno chiesto in una intervista a Ouest-France. Bisogna immaginarsi la faccia che aveva, quando ha risposto che «no, questa non è la fine. È la fine di un capitolo. Avevo sempre previsto che il “vero” finale sarebbe stato in mountain bike. Ecco perché voglio continuare là un altro anno, per vedere come funziona».  

Ancora su Bicisport Davide Bernardini propone considerazioni interessanti quando dice che Sagan è stato più grande del suo ciclismo. Ha dato un’impronta nuova e diversa al ciclismo limitandosi ad essere pressappoco se stesso, incolpevole se gli altri anteponevano la sua dichiarazione ad effetto o la sua impennata allo spunto veloce e alla resistenza con cui aveva battuto i migliori corridori del mondo. Non meritava d’essere trattato come un fenomeno da baraccone da esporre là dove ce n’era bisogno. Adesso lo aspetta una breve parentesi in mountain bike. Speriamo sia fortunata e non eccessivamente frastagliata e umiliante, non lo meriterebbe davvero. Per il resto faccia quello che vuole, del resto lo ha sempre fatto.

Anche L’Équipe propone con Gaétan Scherrer la figura di un grande corridore arrivato consumato all’epilogo e addirittura una sensazione di lavoro incompiuto. Un giudizio che stordisce, se accostato a un curriculum con tre maglie iridate, una Roubaix, un Fiandre, tre Gand-Wevelgem, 121 successi in tutto più 100 piazzamenti tondi tondi al secondo posto, di cui 78 negli anni 2013-2018, per due volte alla Sanremo, fatta su misura per lui eppure mancata. L’Èquipe parla di addio nell’anonimato, una scelta sorprendente che però gli somiglia, spiega il direttore sportivo della TotalEnergies, Benoît Génauzeau, in linea con la scelta di unirsi alla sua squadra due anni fa, «rispettoso come un neoprofessionista», dice.  

Scherrer ricorda che da tempo Sagan sostiene di averne abbastanza del ciclismo professionistico, dei suoi limiti e di alcune gare che lo annoiano. Ha avuto un lungo covid nel 2022, la stanchezza lo ha consumato. La speranza silenziosa è chiudere per sempre nella gara di mountain bike ai Giochi di Parigi. Jean-René Bernaudeau, ex grandissimo gregario di Bernard Hinault, terzo alla Vuelta del 78, dice di temere che «il passo sarà troppo grande per lui, e non parlo solo di sport. Temo che avrà difficoltà a entrare nella vita reale. L’ambiente di Peter è sempre stato ciclistico. Aveva sempre molte persone attorno a sé e questo lo ha disconnesso un po’ dal resto. Ho paura che avrà difficoltà a scendere giù dal suo pianeta. Se dovessi muovergli una critica, è proprio quella di non essersi fatto curato completamente della sua vita. Lo dico perché gli voglio bene». Come tutti. 

[foto: rielaborazione grafica da Bettini Photo]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.