Thibaut Pinot e le fughe da noi stessi dopo il lockdown

Andare via lontano, a cercare un altro mondo

Luigi Tenco

 

Andarsene. Mollare tutto. Azzerare. Ricominciare. Il ciclista francese Thibaut Pinot ha annunciato ieri il suo ritiro a fine stagione, spiegando di aver avvertito il primo segnale di questa intenzione durante il lockdown. Una stagione che ha spinto molte persone a riflettere su sé stesse e a cambiar vita. Ci siamo così preoccupati degli effetti del long covid sui corpi da ignorare che cosa ha combinato nelle menti.

 

In America la chiamano Great Resignation. Il termine l’ha inventato Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas. Racconta l’incontrollato numero di dimissioni presentate a marzo 2021 negli uffici del personale delle aziende USA. Forbes costruì in quei giorni un pezzo che aveva come titolo: Perché i tuoi dipendenti non vogliono tornare e cosa puoi fare.

Probabilmente niente. Niente puoi fare dinanzi a qualcuno che sta cercando un equilibrio, un posto dove sentirsi meglio, dove riprendersi le sue passioni e mettere ordine fra le sue urgenze, un posto dove sentirsi più utile a qualcuno e non a qualcosa, un posto dove sente di non sprecare il suo tempo, dove ci sono questioni più urgenti a cui dedicarsi. Se le aziende in crisi pensano alle proprie, allora i dipendenti hanno cominciato a fare lo stesso. 

In Italia ne ha scritto tempo fa Corinna De Cesare sul Corriere della sera citando uno studio di Microsoft. Il 40% della forza lavoro globale pensava di dimettersi entro l’anno. Eravamo usciti da un anno dal lockdown e forse valeva la pena di riflettere sul fatto che non fossimo usciti affatto. Non con la testa, non con i nostri pensieri. Molte aziende e la pubblica amministrazione, non solo negli Stati Uniti – ha scritto il Corriere della sera – sembrano intenzionate a far finta di niente, ostinate a interpretare il ruolo di uno spaesato John Travolta in un famoso meme.

Ester Viola su Vanity Fair ha scritto che la gente se ne va, non vuole saperne più, non solo dell’ufficio, pure del capo, del vecchio lavoro, di tutto. Lo sfastidio è grande sotto il cielo. Insomma c’è una convergenza collettiva a stracciare contratti e lasciare navi che non stavano affondando – addio lavoro, sicurezze, addio accrediti certi alla fine del mese – perché non si riesce, è quel burnout di cui parlavamo nelle scorse settimane, pare

Oppure è la placida consapevolezza di non voler arrivare a sperimentarlo. 

 

Due anni prima del lockdown, il romanzo di debutto di Michele Neri raccontava la vita di Gabriele, in fuga dalle proprie ambizioni sbagliate. Un uomo che aveva lavorato a lungo per dimenticare il resto, finché il resto non è passato a esigere il conto. 

Non può sorprendere che la Great Resignation sia arrivata nel cuore dello sport, un luogo che di quasi sole ambizioni è fatto. Thibaut Pinot ha avuto il merito di spiegarlo meglio di tutti, dentro la cornice di un’esistenza probabilmente già disposta alla deviazione dal corso principale. L’educazione ricevuta dal nonno per il lavoro nei campi, l’attenzione alla natura, l’idea di dedicarsi a un progetto di cura e di accoglienza dopo la carriera. Ha solo deciso che il dopo era adesso. L’ha capito durante il lockdown. Ci siamo così preoccupati degli effetti del long covid sui corpi da ignorare cosa combina nelle menti. 

| «Era la prima volta che mi sentivo me stesso. È stata una vacanza imposta – ha spiegato ieri nella meravigliosa intervista con Alexandre Roos su L’Équipe – senza stress, senza pressioni. Da quel momento mi sono posto molte domande. Sul fatto che vivessi a 1.000 all’ora, che non mi stavo godendo i momenti.  Il lockdown mi ha confermato che la vita dopo il ciclismo mi avrebbe fatto piacere. Ho avuto un assaggio. Non l’avevo mai sperimentata. La reclusione ha trasformato il cervello di molte persone, e anche il mio. Ho quasi 33 anni, ho altri progetti, altri sogni. Se non mi fossi ammalato al Giro 2017, forse lo avrei vinto. Se adesso avrò la bronchite mentre poto i meli, dovrebbe andare tutto bene lo stesso». 

 

LO ZAINO DI DUMOULIN  Buffon ha detto al Guardian che il primo mese di lockdown è stato bellissimo. Ha parlato di felicità esistenziale. Federica Pellegrini lo visse in maniera più tormentata, ma giunse più o meno alla stessa conclusione: se ce n’è un altro, smetto di nuotare. Benoit Paire è andato in frantumi. Finì rinchiuso in un hotel durante un torneo dello Slam, in isolamento. Quando è uscito, quando è tornato nel suo mondo, ha scoperto che l’isolamento era dell’anima. Andava ai tornei con un solo pensiero: perdere per tornare a casa. 

È un altro ciclista che adesso torna a casa. Come Nibali, come Gilbert, come Valverde, tutti con un’età coerente alle dimissioni dalla vecchia vita. Tom Dumoulin no. Tom Dumoulin ha 32 anni e smette dopo essersi fermato una volta, essere tornato, averci riprovato. Nel gennaio del 2021 disse che sarebbe sceso dalla bicicletta a tempo indeterminato, per prendersi del tempo, per badare a sé stesso. Parlò di uno zaino di cento chili che sentiva sulle spalle. Il ciclismo era lo sport che pagava il prezzo psicologico più caro alla stagione dell’isolamento e della paura per i contagi. Si fa in strada, e in strada non potevamo andarci. Si fa in gruppo, e in gruppo non potevamo più stare. Un mondo andato in disequilibrio, quando ha scoperto che una situazione artificiale come la pedalata sui rulli stava prendendo il sopravvento, stava diventando la realtà, la nuova routine, con le gare virtuali su Zwift. È il momento in cui ti chiedi cosa rimane del mondo che hai amato, cosa rimane di te e della tua passione in mezzo alle schegge, che rami crescono dalle pietrose rovine, e con quali frammenti puoi provare a puntellarle, mentre London Bridge is falling down

 

C’è una parola che il mondo associa alla vigliaccheria e che il ciclismo invece fa meno fatica a pronunciare. La fuga sulle ruote è una virtù. Un conto è darsi alla fuga, un altro è andarci. Senza la fuga in Egitto di Giuseppe e Maria non ci sarebbe stata la cristianità né buona parte della pittura. Sulla fuga dalla realtà, il cinema ha costruito un’industria. Si va in fuga dalle illusioni come una liberazione, si va in fuga nel sogno per rimuovere traumi o riportarli alla luce. Ci stupiamo per una fuga di notizie, assistiamo impotenti alla fuga di voti, ci arrendiamo dinanzi alla fuga di capitali. La fuga di cervelli – diamine – quella sì che è un’emergenza. Non in musica. Ci sono fughe di Bach dietro le quali vale la pena perdersi. È la geometria forse ad aver capito tutto, offrendo la vista dell’infinito al punto di fuga. Lasciateci scappare. Con la chitarra in mano. 

 

  pagine Sì, scappare 

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio” 

di henri laborit, Elogio della fuga [Mondadori]

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