IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
8a tappa: Cazères-sur-Garonne – Loudenvielle
Il tango di Gardel e la bellezza selvaggia delle sconfitte di Pinot
Su les Pyrénées si diventa molto di più e molto di meno. I corridori sono ridotti a facce. Come i pugili alla terzultima ripresa. Come fanti alla prima guerra mondiale. Come cavernicoli alla battaglia per il fuoco. Stephen Roche ai suoi tempi ne aveva una da missionario, Indurain da ispirato. Armstrong era il ritratto della fierezza, Bugno dell’indecisione, LeMond della sfrontatezza, Pantani della sofferenza sempre, anche quando vinceva, anche quando lasciava tutti e se ne andava.
Il mio Pinot ha una faccia grigia come una nuvola cattiva. Si capisce dalle sue labbra secche che non arriverà in cima insieme agli altri. Sono le labbra dei ciclisti che bisogna guardare, non le gambe, il passo, l’andatura, il ritmo. I compagni lo sanno e gli stanno attorno, gli danno una pacca sulla spalla, lo aiutano a deporre armi e armature, in un questo lungo andare per montagne che ha la bellezza selvaggia della sconfitta. Pinot si è contorto sulla bici sentendo di nuovo per intero il dolore della caduta di Nizza e della maledizione che al Tour si porta addosso. Quando Pinot fallisce, noi francesi ce ne addoloriamo. Perché sappiamo che per un altro anno ci toccherà intervistare Hinault. Forse lui non è fatto per il Tour, forse noi francesi non siamo più fatti per il Tour, né vedere Guillaume Martin e Bardet battagliare mi dà sollievo. Sono solo promesse di una futura delusione.
Furono delusioni su queste strade le imprese di Rasmussen e di Vinokourov, chissà se al volante della macchina dell’Astana, guida anche tra i ricordi, in mezzo a luoghi dove nel 2007 vinse con un ginocchio deformato come un occhio di bue, solo più rosso, solo più grosso, una cronometro fatta sua con una ferita che avrebbe impedito a una persona normale di camminare. Il giorno dopo prese mezz’ora. Poi si risollevò e finanche in una zona della Francia dove i miracoli e le resurrezioni sono il pane quotidiano, in una zona di apparizioni miracolose, di roghi religiosi, di mostri fantastici, di caverne senza fondo, di tesori sepolti, la sua forza sovrannaturale parve improbabile. Infatti.
Questo colare a picco di Pinot su queste stesse strade lo rende più vero, più umano, più vicino a noi. Qui nell’Haute-Garonne, dove figlio dell’amore nacque Gardel, il re del tango. Se il fuoco ce lo ha rapito, scrisse Osvaldo Soriano, noi abbiamo provveduto a renderlo immortale. Gardel abita in ogni sogno di grandezza, rimane presente in ogni stretta al cuore. Gardel è un fiume di canzoni che ci avvinghia come un cappio al cuore. Carlos è il nome maschile più diffuso nell’area del Rio de la Plata grazie a lui, l’eroe senza padre, l’emblema dell’introversione, del non detto, della malinconia di cose perse o lontane, delle sfumature dell’indecisione come una scelta. Se è in una perenne incertezza che si riflette il volto di un popolo, Pinot ci sta raccontando questa mia nuova Francia smarrita. Non sa cosa sia ciclismo chi non ha visto i Pirenei. Il Peyresourde in sé non è terribile ma abbassa le creste.