Quel romantico di Pinot e l’ultimo km del Tour de France

  Prima di cominciare a girare lungo l’anello degli Champs-Élysées, il Tour si è concesso una penultima tappa che ha dato ragione ai visionari e ai romantici, ai primi che immaginavano come Tadej Pogacar avrebbe ancora avuto la forza di attaccare Vingegaard, ai secondi che si aspettavano una gran giornata di Thibaut Pinot, sull’ultima salita della sua carriera nella corsa di casa, a due passi da casa. Lo sloveno ha vinto la tappa, il francese quasi. Ma come sempre ha fatto battere i cuori insieme alle mani, avrebbe detto PPP. 

L’Équipe ha dedicato la prima pagina al cavaliere dell’impossibile, deciso a smettere a fine stagione per dedicarsi all’orto, l’amore che gli ha trasmesso suo nonno. Alexander Roos, prima firma di ciclismo del giornale francese, stamattina dice: Quanti di noi piangevano, tremavano, i cuoricini stretti dall’emozione, la gola riarsa, i capelli ritti? Cosa stava succedendo lungo le strade dei Vosgi, davanti agli schermi, nei salotti, nei campeggi, perché un respiro collettivo si impossessasse di noi?

C’era Pinot all’attacco, un ragazzo che ama la pesca, le bocce e le grigliate stava alzando la bandiera delle nostre aspirazioni, era sulla buona strada per realizzare ciò che tutti sognavano sabato mattina, senza osare davvero crederci, scatenando comunione e isteria nella sua scia

Roos definisce Pinot una domanda ambulante, un mistero che non vogliamo nemmeno toccare, perché capire sarebbe inutile, ci dà tanto materiale per rannicchiarci nei nostri pensieri. Ha attaccato sul Petit Ballon tra la folla impazzita, in un momento unico, che il Tour de France forse non aveva mai vissuto

In vetta aveva trenta secondi su Pidcock-Harper-Barguil, 1’20” sul gruppo della maglia gialla. Ai piedi del Platzerwasel non aveva perso nulla. A cinque km dalla fine, quando è scattato Pogacar, tutti hanno capito che non avrebbe vinto. Non c’era un romantico, nel corpo dello sloveno. Roos dice che Pinot è riuscito nell’impresa di mettere la vittoria in secondo piano, in un mondo in cui è tutto ciò che conta è la vittoria. Pinot non ha più niente a che fare con questo ciclismo che tutto calcola e prevede, che calpesta la sua natura e il libero arbitrio. Il legame che ci unisce a lui va oltre il ciclismo. Ci ha fatto amare questo sport, soprattutto ha dato un senso alla nostra passione, perché l’ha preservata, riportandola alla sua semplicità e incarnando la lotta dell’uomo contro sé stesso e i suoi difetti

Giovanni Battistuzzi sul Foglio concorda e scrive: Thibaut Pinot è stato lo specchio dentro il quale potevamo vedere i nostri pregi e i nostri difetti, potevamo intercettare le nostre vite, fatte di piccoli sfighe, grandi soddisfazioni e altrettanto grandi delusioni. Fatta soprattutto di un inseguimento a un’illusione dopo l’altra, quasi sempre finite male, perché altrimenti non si chiamerebbero illusioni. Vale per i francesi, vale per tutti quelli che riescono a fregarsene di un’antipatia tanto chiacchierata quanto noiosa, quella per i francesi

Mi sono chiesto se era tutto vero | Thibaut Pinot

 

| Nella sua newsletter per Bidon Magazine [purtroppo domani è l’ultima], Leonardo Piccione racconta com’è fatta la casa a cui Pionot si dedicherà quando sarà sceso dalla bici, dopo il Giro di Lombardia in autunno.

Una fattoria in cima a un piccolo promontorio, costruita su di un appezzamento ereditato dai trisnonni paterni, ben esposto, circondato da pascoli e un pugno di piccoli stagni. Tutt’intorno, sparpagliati nel verde, una mezza dozzina di asini, sei grosse vosgienne maculate, una decina di pecore con la rispettiva coppia di agnelli nati in primavera, alcuni dei quali – a malincuore e non prima di essersi assicurato che non verranno trasformati in bistecche – di lì a breve sarà costretto a vendere. E poi un numero imprecisato di capre, i primi animali che ha posseduto e la cui psicologia considera per certi versi paragonabile alla sua: sono gracili, non amano la pioggia, a volte fanno cose stupide e sfuggono di continuo.

Poco lontano dalla fattoria, un frutteto. Peri, ciliegi, albicocchi, susini: ne ricava ottime confetture. Infine un orto. I clienti che avranno prenotato una visita didattica o una notte nel da poco inaugurato B&B quasi certamente lo troveranno là: a luglio maturano i pomodori. E allora lui si sfilerà momentaneamente i guanti da lavoro e mostrerà loro la camera numero tre. Su una parete laterale della sala comune, dove dalle 7:00 alle 9:30 del mattino successivo verrà servita la colazione, gli ospiti noteranno appesa una fotografia, non molto grande ma appariscente, centinaia di persone festanti a incitare un ciclista al massimo del suo sforzo, con la maglia semiaperta e i denti digrignati. Quando gli chiederanno lumi, per ignoranza o semplice curiosità, il padrone di casa racconterà di uno dei pomeriggi più incredibili della sua vita precedente, quando era il re di Francia e le folle si aprivano al suo passaggio. Il motivo principale che ci spinge ad attendere i ciclisti in strada è lo stesso che da millenni ci fa riunire intorno a un fuoco: le storie.

| Se ne va così, questo Tour – che ieri mattina El Pais licenziava come indimenticabile, sebbene non ci siano stati spagnoli a giocarselo. 

Alessandra Giardini su Domani racconta oggi com’è fatto l’ultimo km che ci aspetta. 

Passi sotto quel triangolo di stoffa e sai che non c’è più molto tempo per fare qualcosa che rimarrà per sempre. Una tappa è come la vita: nei primi chilometri sei distratto, chiacchieri, ti guardi attorno, pensi che tanto c’è tempo, poi cominci ad accorgerti che tutti di fianco a te stanno aumentando la velocità e di colpo anche tu pedali più forte, se non stai attento va a finire che cadi, ti sembrava di avere tutta la strada del mondo e invece mancano soltanto venti, dieci, cinque chilometri al traguardo, l’ammiraglia si ferma, improvvisamente sei da solo, precipiti verso il traguardo. Vinci, più spesso perdi. Uno solo vince. La maglia gialla ce l’ha uno solo, ma gli altri sono comunque sopravvissuti, scampati alle cadute, alle rotonde, agli spartitraffico, agli animali che attraversano la strada, ai cretini armati di smartphone, alle discese bagnate, alle troppe salite.

I sopravvissuti sono quelli arrivati alla fine – continua Giardini – e finalmente alzano la testa: hanno intravisto le coste selvagge dei Paesi Baschi, il buio dei Pirenei, i francesi a pois, le balle di paglia, i vulcani dell’Auvergne, i vigneti del Beaujolais, le seggioline da campeggio che si piegano dentro i tavolini, la neve sulle Alpi, i camper, tutti quei camper. Ed eccoli finalmente nella luce di Parigi. Dovete capirli i corridori: per preparare il Tour si sono inflitti mesi di solitudine in altura, mangiando poco per essere più leggeri. Durante le tre settimane della corsa hanno dormito negli Ibis di periferia senz’aria condizionata, sognando baguette e pain-au-chocolat. Hanno trascorso i due giorni di riposo in villaggi immobili dove gli uomini fanno sera giocando a pétanque e le donne portano i calzettoni. E di colpo si trovano nello splendore di Parigi, dall’ammiraglia gli allungano calici riempiti di champagne mentre a bordo strada scorrono cinema, teatri, brasserie e McDonald’s.

La fiamma rossa è anche il titolo di un libro [Minimum Fax] che raccoglie le cronache di Gianni Mura dal Tour de France. Si trova qui. Mura ha scritto: La fiamma rossa (la flamme rouge) è una bandierina triangolare che segnala gli ultimi mille metri di corsa. È comparsa per la prima volta nel Tour de France del 1906 e da allora non solo è rimasta sulle strade del Tour, ma si è moltiplicata su quelle del Giro, della Vuelta, delle classiche, insomma fa parte di un alfabeto universale delle due ruote. La fiamma rossa può essere una marcia trionfale o un calvario. Dipende da come ci si arriva. Quell’ ultimo chilometro da percorrere può essere pedalato a tutta forza in salita (per abbreviare l’ agonia, diceva Pantani) oppure con più calma, amministrando lo sforzo, o, ancora, con l’angoscia di non chiudere entro i limiti del tempo massimo. (…) La fiamma rossa è un punto preciso, fermo, e ancora tutto può cambiare, muoversi, ribaltarsi. Un punto preciso ma anche fortemente simbolico. E lì che si fa estremo appello alle gambe e al cuore, che si pesano i sogni e la realtà, le risorse del corpo e quelle dello spirito. «Ha vinto lo spirito», iniziò a dettare dal Tour Alfonso Gatto a uno stenografo dell’ Unità. Che lo interruppe subito: «Ma che dici, compagno? Ha vinto Coppi». Chissà se è vero o è una leggenda che circola tra noi suiveurs”. 

 

DISCUSSIONI

Pogacar, dai, vieni al Giro

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Davide Cassani espone la sua idea sulla sconfitta di Pogacar, se sconfitta si può chiamare un Tour corso in questo modo alle spalle di un Vingegaard spaziale. La tesi è che Pogacar ha preparato le classiche, ha vinto, anzi dominato, Fiandre, Amstel e Freccia Vallone, ma l’inconveniente della Liegi non gli ha dato la possibilità di preparare al meglio il Tour. L’ultima corsa a tappe alla quale ha partecipato è stata la Parigi-Nizza a inizio marzo, oltre quattro mesi fa, e poi è andato al Tour senza nessun’altra corsa a tappe. Alla Liegi si è rotto il polso ed è stato quasi un mese senza aver la possibilità di uscire in bicicletta

Fin qui, più o meno, ci siamo. La soluzione proposta da Cassani è invece singolare. Per battere Vingegaard al Tour de France, Pogacar deve prepararsi correndo il Giro d’Italia. 

Lo scrive sulla Gazzetta, il giornale che il Giro l’organizza. A me, e non solo a me – dice Cassani – Pogacar piace per la capacità di vincere sia le corse a tappe sia le classiche, ma se capita un inconveniente e ti ritrovi un corridore come Vingegaard al Tour, corri il rischio di perdere, come è successo. Io sono assolutamente certo che per un corridore come Pogacar l’unica possibilità di battere Vingegaard è di preparare al meglio il Tour, rinunciando alle classiche. Già nel mese di marzo può, e deve, allenarsi su quelle salite lunghe che decidono una grande corsa a tappe. Però a differenza di quasi di tutti gli altri, penso che una partecipazione al Giro d’Italia potrebbe essere un viatico giusto: Pogacar è uno dei pochi, forse l’unico con Vingegaard, in grado di fare Giro e Tour ad alto livello nella stessa stagione. Altrimenti basta il minimo inconveniente per far saltare tutto il suo programma. Potrebbe essere un’idea già nel 2024

C’è solo un granello di sabbia che inceppa il ragionamento. L’ultimo ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno correva venticinque anni fa, Marco Pantani, e fu solo il settimo nella storia del ciclismo a riuscirci dopo Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain. Come Pantani pagò quel 1998 lo sappiamo. 

Cassani lo sa. È naturale – scrive – che un minimo di rischio c’è, ma non dobbiamo dimenticare che Pogacar è un autentico fenomeno: lo dimostra che, anche con una preparazione non all’altezza, ha dato del filo da torcere al campione danese.

Eccolo, allora il vero problema. Il polso rotto. Non le Classiche o l’assenza del Giro dal programma. Senza andare al Giro, Pogacar il Tour l’ha vinto due volte. 

 

    italianismi 

La maglia a pois vinta da Ciccone

In alto i cuori e fiato alle trombe, Turchetti. Mameli ruggisce dentro e nel deserto del ciclismo italiano celebra Giulio Ciccone con la maglia a pois. Cosimo Cito su Repubblica racconta: Alle sette della sera, quando la tappa è finita da quasi due ore, dalle parti del traguardo c’è un ragazzo vestito come una Pimpa che si aggira in bicicletta. Dalle transenne alcuni tifosi lo chiamano, sono italiani, di Pavia. Lui si avvicina e fa un gesto galante, regala il mazzo di fiori appena ricevuti sul podio alla signora che sorride, scatta un selfie e poi dice: «Bravo Giulio, bravo, e grazie». Ciccone gira la bici e scende felice, le salite erano alle spalle da un po’. Ne ha vinte quattro su sei, né Gall, né Vingegaard l’hanno superato. È il miglior scalatore del Tour, la maglia a pois è sua. Oltre alla maglia, aveva anche pantaloncini e casco. Oggi avrà anche la bici col morbillo, probabilmente.

Certo, fa impressione che quella maglia a pois consenta di definire Ciccone il miglior scalatore del Tour, senza aver mai tenuto le ruote di Pogacar e di Vingegaard su una grande cima, senza essere mai stato in corsa per vincere una tappa di montagna, con 2 ore e 24 minuti di distacco in classifica generale, oltre il trentesimo posto. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera scrive che la tappa perfetta del Tour è quella in cui Giulio Ciccone passa primo in cima a uno scioglilingua di terza categoria (il Col de La Schlucht) esultando come un tarantolato. Spiega allora che l’abruzzese riporta in Italia la maglia a pois di miglior scalatore 31 anni dopo Chiappucci rosicchiando umilmente punti giorno dopo giorno su tutte le montagna in cui i cannibali gli hanno lasciato spazio.

  Negli ultimi tre anni la maglia a pois era andata ai vincitori della maglia gialla, nel 2019 a Bardet, nel 2018 ad Alaphilippe, tutti protagonisti della corsa. C’è forse qualcosa da correggere nel regolamento e nella distribuzione dei punti. Oppure no, oppure non lo diciamo perché ha vinto un italiano. 

 

La prima tappa del Tour femminile

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Gli uomini arrivano agli Champs-Élysèes, le donne partono da Clermont-Ferrand. La seconda edizione del nuovo Tour ha un copione solo: tutte contro Annemiek Van Vleuten, come scrive Mariella Barbieri su Bicisport – fonte di queste righe con la sua guida alla corsa. La campionessa del mondo nel 2022 ha vinto tutt’e tre le corse a tappe e punta a ripetersi prima di lasciare la bicicletta. Vuelta e Giro sono guià da parte, nion le resta che prendersi la Francia. 

Ventidue squadre, otto tappe, 960 km, un dislivello di 14.000 metri, il Tourmalet da scalare come cima più alta. Oggi tracciato pianeggiante con la Cote de Durtol (1,7 km al 7,2 per cento) a una decina di km dal traguardo. Ci sono 19 italiane al via, con Elisa Longo Borghini che fu sesta un anno fa. Silvia Persico punta a un piazzamento in classifica generale. Erica Magnaldi si farà vedere in salita. Ritroviamo Marta Cavalli dopo il secondo posto al Giro 2022 e la caduta in Francia con ritiro. Ritorna in gruppo anche Elisa Balsamo, una volta guarita dalla frattura della clavicola e della mandibola. Molte interpreteranno il Tour come un test in vista dei Mondiali su pista e su strada a Glasgow. 

   quando |  oggi ore 12   in tv su Eurosport

 

 ◇   Corriere della sera: Jacopo, il ciclista 17enne morto in gara al Giro d’Austria” – Venzo, liceale di Vicenza, è caduto fuori strada. Sognava di diventare come il suo idolo Nibali Correva a perdifiato lungo una curva in discesa in una gara in Austria, inseguendo il suo sogno: diventare un campione di ciclismo come il suo mito, Vincenzo Nibali. Poi un ostacolo, il manubrio che va dove vuole, la caduta. È morto così, giovedì sera, Jacopo Venzo, vicentino, 17 anni compiuti meno di un mese fa, atleta juniores della «Campana Imballaggi Geo&Tex». il team sportivo ha avvisato i genitori che erano rimasti con gli altri cinque figli a Cartigliano, nel Bassanese. Francesco e Gessica Venzo si sono messi subito in macchina, ma quando sono arrivati in ospedale hanno trovato ad attenderli tutta la squadra e la più terribile delle notizie: Jacopo era morto.

 

Le ruote con i motori stanno in Ungheria

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  Daniele Sparisci sul Corriere della sera parla di vecchi re e nobili decaduti. Millesimi che fanno la differenza in riferimento ai tre che hanno riportato Sir Lewis Hamilton nella sua dimensione naturale. Davanti a tutti, la mano a trattenere le lacrime, la voce consumata dalle urla, perché «questa pole (la 104ª, ndr ) è come la prima». Canada 2007, 16 anni fa. E poi ci sono i due millesimi che hanno condannato Carlos Sainz fuori dalla top 10, istantanea di una Ferrari forse incorreggibile e di sicuro carica di false illusioni

Secondo il Corriere della sera si tratta di “un’occasione sprecata nel giorno in cui Verstappen si è inceppato, lamentando un cattivo bilanciamento. L’ha sfruttata Lewis, per riportare la F1 all’eccitazione di un anno, sette mesi e 18 giorni fa. All’ultima pole del britannico, a Gedda nel 2021, che lo aveva condotto alla vittoria saudita e allo scontro a pari punti di Abu Dhabi contro Max. Eccoli di nuovo insieme, oggi 444 metri circa separano la linea di partenza dalla prima curva. Il cuore oltre i calcoli in duello stavolta impari, tale è la superiorità della Red Bull sulla Mercedes.

Massimo Calandri su Repubblica prova a immaginare la partenza e scrive che Verstappen è troppo freddo e cinico per cadere nella trappola della sfida: niente Ali contro Frazier, Federer e Djokovic, Ettore e Achille. Non gli conviene. Finge che Hamilton sia un avversario come gli altri: L’olandese impossibile a metà campionato ha già il titolo in tasca, meglio non farsi prendere dalle emozioni. «Partire secondi non è mica la fine del mondo». Forse. Il suo team principal, Christian Horner, è sinceramente preoccupato: «Tra quei due c’è una storia, lo sapete tutti. Non riesco proprio ad immaginare cosa potrà accadere all’inizio: c’è un lungo rettilineo, poi la prima curva e un altro tornante stretto. Fino alla terza curva non riuscirò a respirare. Però se fino ad allora sarà andato tutto bene, potremo assistere a un grande spettacolo»

 

     TITOLI

 ◇   Corriere della sera: Max divora i compagni. Convivenza impossibile accanto al re della F1. Perez l’«ultima vittima». La Ferrari brilla con Leclerc”  ➔  Daniele Sparisci scrive: Una sera di maggio, vigilia delle qualifiche di Montecarlo. Antonio Perez, papà del pilota della Red Bull, davanti a un piatto di spaghetti, nel ristorante «La Saliere», scherza con tutti e si lascia andare: «Vamos a ganar, Sergio sta guidando meglio di sempre». Ungheria, meno di due mesi dopo: il figlio esce dal box per la prima sessione di libere, poggia le ruote sull’erba, si gira e sfascia la macchina piena di novità tecniche da collaudare.  Il 33enne di Guadalajara è l’ultima vittima della convivenza impossibile con l’olandese, un mangiatore di avversari ma anche di compagni. Ha bruciato nell’ordine Ricciardo, Gasly, Albon (che la Red Bull rivorrebbe, perché alla Williams è rinato). È un problema di talento irraggiungibile o di una squadra che non riesce a gestire una spalla in grado di resistere alla ferocia del numero 1?

 ◇   Repubblica: Leclerc spinge, Max mugugna. Ora la Ferrari pensa alla pole con il nuovo format in qualifica Massimo Calandri scrive: Impossibile fare peggio di Silverstone. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Ma Frédéric Vasseur non si accontenta di un piccolo progresso. Scommette che all’Hungaroring «la Ferrari lotterà per il vertice». Non è una speranza, è una promessa. E il team principal sa di doverla onorare, altrimenti — presto — molte cose dovranno cambiare. Un podio: ecco cosa ci vuole.

 ◇   La Gazzetta dello sport: Newey inventa. Per continuare a vincere”  ➔  Mario Salvini ha scritto: Pensando al futuro, novità sorprendenti nell’auto che sta dominando la stagione Le Red Bull sono come l’orizzonte. Tutte le altre squadre remano per raggiungerlo, ma è un’ illusione, ottica e tecnica: quello si allontana sempre di più

 ◇   Corriere dello Sport-stadio: Budget cap, torna la paura” – La FIA pronta a chiedere supplementi di spiegazione a tre scuderie indagate. Ferrari al sicuro, sotto osservazione Aston e Alpine? Dopo le penalità per il 2021 inflitte alla  Red Bull (con effetto zero)  e alla Aston Martin, si va verso le sanzioni per  il Mondiale dello scorso anno. Fulvio Solms ha scritto: È tornato il gatto mammone, ma chi ne ha davvero paura fa l’indifferente e fischietta le voci impazzano, ma non sono poi così pazze. Le squadre hanno consegnato i documenti di spesa 2022 entro il 31 marzo, poi l’ufficio ispettivo finanziario della FIA (salito da quattro a dieci persone di organico) ha dedicato il mese di aprile allo spulciamento delle carte, e maggio alle visite nelle diverse sedi dei team, per approfondimenti e richieste di chiarimento. Adesso siamo in una fase in cui, entro la fine di luglio, chi non ha soddisfatto al cento per cento le richieste dei federali verrà chiamato a giustificarsi in maniera ultimativa. Le squadre che avrebbero già ricevuto dalla FIA un placet di conformità sarebbero sette, mentre tre sarebbero quelle messe sotto osservazione con richieste supplementari. Dall’ambiente della stampa anglosassone trapelano nell’ordine i nomi di Aston Martin, Mercedes e Alpine, mentre secondo colleghi tedeschi questa sorta di podio dei sospettati vedrebbe a rischio Aston Martin, Red Bull e Alpine

 

in tv oggi ore 15 Sky e Tv8

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