Lo Slalom del 2 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#7 giorni al GP di F1 a San Paolo

     

►  LA GRANDE storia del Canada campione si è sgonfiata stanotte. I Los Angeles Dodgers hanno vinto per 5-4 anche stavolta con degli inning supplementari come in Gara-5. Ce ne sono stati 11. Yoshinobu Yamamoto è stato nominato mvp.  

◇  La Juventus di Spalletti ha vinto la prima partita a Cremona e si è portata a -4 dal primo posto del Napoli, fermato sullo 0-0 dal Como, o forse il Napoli ha fermato il Como. L’Atalanta si tormentava per i 7 pareggi in nove partite e ha perso la sua imbattibilità a Udine senza mai tirare in porta. Era meglio la pareggite. Oggi Verona-Inter a pranzo, Milan-Roma a cena. Non si fa che mangiare. 

◇  Negli anticipi della A di basket, la Virtus Bologna ha vinto a Trento. 

◇  Jannik Sinner ha lasciato solo un game a Zverev e si è qualificato per la finale di Paris-Nanterre. Jasmine Paolini e Sara Errani hanno cominciato il Masters di doppio con una vittoria sulla coppia Muhammad/Schuurs – già battuta nei quarti agli US Open. Oggi Paolini debutta nel torneo di singolare con Aryna Sabalenka. 

   

Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro antico

Pier Paolo Pasolini

  

L’omicidio del poeta che correva dietro a un pallone

Poche settimane prima di morire, Pier Paolo Pasolini scrive a Gian Carlo Ferretti. Annuncia di aver quasi finito Salò, di voler iniziare Porno-Teo-Kolossal, e di preparare una nuova rubrica per il Corriere della Sera. L’avrebbe chiamata «Che dire». È un titolo che oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, suona come una domanda rimasta a galleggiare nell’aria.

Proprio sul Corriere della sera ne ha scritto Walter Veltroni, ricordando come la Cassazione abbia stabilito che Pino Pelosi agì da solo. Ma, scrive, il giudice del tribunale minorile, Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo, nella prima sentenza disse che dagli atti emergeva in modo imponente la prova che Pelosi non era solo

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Gli interventi di PPP sul calcio e la sua ultima intervista al Guerino

   Numero 11: Pier Paolo Pasolini

   Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco.

Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il “gioco“: sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale

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La prima scena  di Luciano Spalletti

Luciano Spalletti ha consumato solo l’uno e mezzo percento del suo tempo alla Juventus, tre giorni su un  massimo di 213 – fino al 31 maggio della finale di Champions. Dopo gli rimarrà ancora un mese di contratto vuoto e malinconico, perché giugno è il mese in cui si va ai Mondiali. Cosa sarà giugno per Spalletti è per adesso un terreno di incognite, al massimo di supposizioni. Se la Juventus non ha considerato l’obbligo di rinnovo neppure nel caso di qualificazione alla Champions, significa che vuole tenersi dentro la manica un asso o qualche vecchio pallino.

Ma intanto. In questo uno e mezzo percento del suo tempo Spalletti si è già inventato una delle cose più interessanti di questo campionato piatto e spento. Koopmeiners centrale di sinistra nella linea a tre – un braccetto nel dizionario contemporaneo – è il primo svolazzo di genialità, una scossa elettrica, una ventata sexy in una gita parrocchiale. 

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Il cartongesso del Tottenham

E insomma il derby di Londra di ieri è andato così. Guardare i novanta minuti di Tottenham-Chelsea, scrive Barney Ronay sul Guardian, è stato come fissare una di quelle risse ubriache di centro città che ogni tanto compaiono sui social: niente inizia davvero, niente finisce mai, tutto si agita in una specie di flailing tormentato. Un’energia intrappolata, un movimento costante ma senza direzione. Il Chelsea ha vinto 1-0 ma senza mai tremare, e la partita è rimasta lì: cucita eppure sfilacciata, intensa ma vuota. 

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Il secondo titolo consecutivo dei Dodgers 

I Dodgers partiranno da  Temple Street e arriveranno alla 5th Street. Lunedì è il giorno della celebrazione e della loro parata in cittadina. Dopo la paura verrà il momento della gloria. È il terzo titolo in sei anni dopo averne trascorsi 32 a guardare gli altri. È dai NY Yankees 1998-1999-2000 che una squadra campione non si ripete. Chad Jennings su The Athletic ha scritto che costruire una dinastia sportiva dovrebbe essere difficile. Dovrebbe richiedere più di un talento straordinario, un monte ingaggi smisurato e una strada sgombra verso il titolo. Una dinastia va conquistata — e i Los Angeles Dodgers se la sono conquistata, in una Gara 7 destinata a restare nella memoria.

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Sinner, la prova generale da numero 1

Ci sono due set di distanza fra Jannik Sinner e il ritorno al numero 1 del mondo. Pare che sia una cosa molto eccitante. No, non per Sinner – che da questa febbre collettiva riesce a essere ancora distante. Pare che sia molto eccitante per chi si è messo a seguire il tennis tenendo in mano la carta di costituzione dell’ordine dei commercialisti e dei contabili, aggiornando a ogni match, a ogni game, a ogni quindici la classifica in tempo reale, esultando per le sconfitte di Alcaraz – come si fa nel calcio. 

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Quello che i Boris Becker dicono

C’è una portentosa intervista a Boris Becker sul Corriere della sera. L’hanno realizzata Gaia Piccardi e Mara Gergolet per la serie Eroi di un’altra stagione. Si trova per intero qui e tra le moltissime cose che dice – il carcere, le vittorie, le sconfitte, Sinner – dice queste qui sotto: 

Essenziale  –  «Quando perdi tutto ciò che consideriamo importante — la libertà, il denaro, le persone che ami — l’unica cosa che resta è il tuo carattere. Mi ha fatto sopravvivere a quell’inferno. Ora so che puoi gettarmi nella peggiore situazione, e troverò il modo di venirne fuori».

Scomodo –  «Nulla di buono accade quando stai comodo. Dovevo eliminare quel comfort dalla mia vita, dalla mia mente, per scoprire chi fosse davvero Boris Becker».

Autentico – «Se questo fosse un film di Hollywood, non sarebbe credibile». «Basta maschere: le ho indossate tutte, non ne voglio più. Questo sono io.»

Pioniere – «Sono sempre stato un bubble breaker. È la mia storia, Faccio cose che nessuno ha mai fatto prima. All’inizio mi criticano, poi le fanno anche gli altri»

Rinato –  «Perdere tutto e ricominciare da capo fa parte del mio carattere. Per questo ho una particolare sensibilità verso i rifugiati: sono figlio di una di loro. Herr Becker? Un tipico tedesco dell’Ovest. Però, il suo musicista preferito era Louis Armstrong, un sassofonista nero. E il suo atleta preferito non era Franz Beckenbauer, ma Muhammad Ali. A sei anni, mi svegliava alle due di notte per guardare insieme i suoi match. Non avevo scelta, ero già diverso. Mio padre era architetto, mi ha dato grande libertà. Inutile dire che i miei non hanno mai accettato un soldo da me».

Fatalista –  «Credo molto nel karma. Ciò che dai, ti torna indietro. Se non dai nulla, non ricevi nulla. Se provi a barare, è la vita che finirà per fregarti»

Intuitivo –  «La mia forza nel tennis non era solo la potenza: sapevo entrare nella testa dell’avversario. So leggere l’ambiente. Capisco chi ho davanti in pochi secondi»

Sopravvissuto –  «Due volte ho avuto paura di morire in prigione. Il carcere è un posto duro, pericoloso, che ha regole proprie. Le prigioni sono gestite dai prigionieri, non dalle guardie».

Mentore –  «Ero convinto che Sinner potesse diventare il più forte.
«Il doping è lontanissimo dal suo carattere. Mi fido meno di giocatori che magari hanno avuto una sola, straordinaria stagione sul rosso o sembrano fenomenali per due-tre tornei. Cose così puzzano un po’. Non conosco droghe che rendano freddi sulla palla break, sotto 5-4 nel quinto set». «Allenarlo? Ho detto a Jannik: non so come finirà, non posso prendermi l’impegno. Ma non volevo lasciarlo a piedi, gli ho fatto un paio di nomi: uno era Darren Cahill. Per me, il migliore. Ho un nuovo business. Non voglio stare così tanto on the road e forse il ruolo di coach comincia a starmi stretto».

Indocile  –  «Non ho mai voluto diventare una proprietà privata della Germania. Arrivi a un punto in cui devi per forza dire dei no»

Ultimo –  «La morte è parte della vita, ma come cristiani non parliamo abbastanza della fine».


Come si fa a essere Lamine Yamal e dove sta sbagliando

Lamine Yamal ha 18 anni e corre troppo veloce anche per se stesso. Perché una cosa è avere la fortuna di nascere Lamine Yamal, e un’altra è sapere come essere Lamine Yamal, ha scritto ieri mattina Jorge Valdano su El País, ma una cosa, un’altra, un treno, un albergo, e ce lo siamo perso. Ma Valdano si può leggere anche il giorno dopo, anche un mese dopo, con quella sua postura da magnifico oracolo che gli permette di trasformare ogni ammonimento in una parabola. Lamine, dice, è un ragazzo nato per migliorare il calcio, premiato dalla lotteria genetica con tutte le armi di un fuoriclasse,

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Eliud Kipchoge

Eliud Kipchoge, tribù dei Nandi, il più grande maratoneta di sempre, non era mai venuto a mettersi le scarpe ai piedi sulle strade di New York. Debutta nella corsa più famosa del mondo proprio oggi per poi dire addio alle grandi gare. La prima e anche l’ultima volta di una leggenda scrive Emanuela Audisio su Repubblica. Non smetterà di correre, ma — come ha spiegato lui stesso — «per altri motivi e per altre ragioni». Mercoledì compie quarantun anni, e nell’industria delle last dance – come la chiama Audisio – ha già annunciato Antartide e Arabia Saudita come prossime mete.

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Storia del maratonauta Kipchoge e dei suoi record

Un maratoneta è un samurai senza spada. Questa è di Mauro Covacich. Ma un maratoneta senza maratona chi è? Bikila Abebe era una guardia del corpo dell’imperatore d’Etiopia. Spyridōn Louīs un pastore. Dorando Pietri un garzone di pasticceria. Ma Paul Tergat niente, niente Haile Gebrselassie, niente Eliud Kipchoge. La contemporaneità esige maratoneti che lo siano anche senza una maratona  [26 SETTEMBRE 2022]

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Il grande rito della maratona di New York

Cielo nuvoloso, ma asciutto. Temperatura fra i 10 e i 15 gradi. Non è l’ideale per una maratona in autunno, ma è meglio dei 21 gradi registrati durante la settimana. Si comincia da Staten Island, si gira a nord attraverso Brooklyn e il Queens, e dopo i corridori si dirigono a ovest attraverso il Queensboro Bridge fino a Manhattan, a nord nel Bronx e di nuovo a Manhattan. Il traguardo è a Central Park, vicino al West 60s.  [3 NOVEMBRE 2024]

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