Parleremmo allo stesso modo se non esistesse il calcio?
Tullio De Mauro
Una definizione, per cominciare
Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro
intervista di guido gerosa, Europeo, 31 dicembre 1970
La sua confutazione
➣ Lei ha detto anche che il gioco del football è l’ultima rappresentazione sacra, no?
«In un certo senso, sì. Vede che cos’è la televisione? Diventa immediatamente un’affermazione apodittica. L’ho detto così, un po’ metaforicamente, va presa con prudenza questa mia affermazione. Sa perché l’ho detto? Perché mentre la televisione è un mezzo meccanico di diffusione – io in questo momento sono un’immagine in uno schermo – mentre il pallone è una rappresentazione dove coloro che danno la rappresentazione sono in campo, in carne ed ossa, di fronte ad altri spettatori in carne ed ossa. Quindi un rapporto da singolo a singolo, fisico anche, reale, materiale, com’è nel teatro nei suoi grandi momenti, come adesso purtroppo non riesce a essere più» – intervista di enzo biagi, Rai, 1971
➣ Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
«Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri». – intervista di enzo biagi, la Stampa, 4 gennaio 1973
Il calcio come linguaggio
La teoria dei podemi
“Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato. Infatti le parole del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta doppia articolazione ossia attraverso le infinite combinazioni dei fonemi: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto. I fonemi sono dunque le «unità minime» della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: «Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale podema (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei podemi formano le «parole calcistiche»: e l’insieme delle «parole calcistiche» forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche. I podemi sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le «parole calcistiche» sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei podemi (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella «partita», che è un vero e proprio discorso drammatico». – di pier paolo pasolini, Il Giorno, 3 gennaio 1971
Il calcio in prosa e il calcio in poesia
“Non sono né Roland Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla “lingua del calcio”. Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché, naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente “strumentale” rigidamente e astrattamente regolato dal codice, e il suo momento “espressivo”. Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sottolingue, in possesso ciascuna di un sottocodice. Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”. Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.
Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica. Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli “elzeviri”: essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po’ provinciale… insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c’è un terreno comune: che è la “cultura” di quel Paese: la sua attualità storica.
Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest’ultimo è il caso dell’Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.
Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.
Anche il “dribbling” è di per sé poetico (anche se non “sempre” come l’azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).
Chi sono i migliori “dribblatori” del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.
Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull’esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l’annesso “goal” (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).
Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:
catenaccio –> triangolazioni –> conclusioni
Il “goal”in questo schema, è affidato alla “conclusione”, possibilmente di un “poeta realistico” come Riva, ma deve derivare da una organizzazione dei gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi “geometrici” eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po’ estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).
Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano: il suo schema è il seguente:
discese concentriche –> conclusioni
Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della “prosa collettiva”): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana” – – di pier paolo pasolini, Il Giorno, 3 gennaio 1971
I friulani che lo hanno conosciuto
Fabio Capello | «Ho avuto la fortuna di incontrare Pasolini alle sabbiature, a Grado, perché anch’io andavo a fare le sabbiature: ci incontravamo e parlavamo spesso. Durante le partite di calcio, era un’ala sinistra, molto rapido, molto veloce, e aveva sì, questa abitudine, di provare il doppio passo alla Biavati, perché gli piaceva in maniera estrema. E quindi ogni volta che aveva la palla – come abbiamo visto Cristiano Ronaldo che faceva sempre questa cosa – anche lui la faceva, però cercando di dribblare l’avversario»
Edy Reja | «Ha fatto di tutto, poeta, attore, regista, scrittore. L’abbiam conosciuto poi in un secondo tempo. Allora eravamo giovani, anche un po’ superficiali, non conoscevamo le qualità di questo grande intellettuale. Si parlava prevalentemente di calcio. Mi ricordo che qualche volta era venuto anche Raf Vallone, che giocava allora nel Torino e si sedevano sempre vicini, e parlavano magari tra di loro, perché erano argomenti più consoni alla loro cultura, mentre con noi parlavan solo di calcio. A me chiedeva per esempio, quando marcavo Bulgarelli, perché giocavo da mezzala, allora lì si interessava a sapere le caratteristiche di questo giocatore che lui aveva particolare attenzione sui giocatori più dotati tecnicamente, come Rivera, Mazzola. Io giocando da mediano li affrontavo spesso e gli raccontavo le difficoltà che avevo nel fermarli»
Giovanni Galeone | «Era un giocatore tecnicamente abbastanza bravo, niente di eccezionale, gli piaceva giocare sulla sinistra quasi da mezzala sinistra. Qualcuno diceva forse un’ala, in realtà non lo era perché non aveva grande velocità, però gli piaceva tecnicamente giocare abbastanza bene. Tra quelli che erano gli attori di una volta, tra quelli che partecipavano alle gare, lui sicuramente non era tra i peggiori, anzi, forse era tra i migliori. Meglio sicuramente di Ninetto Davoli e degli altri che erano un po’ così – approssimativi»
testimonianze tratte da L’uomo della domenica di Giorgio Porrà, Sky
Le fotografie di Pasolini
“Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente. È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dell’equilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco.
Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il “gioco“: sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada.
È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia. A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri. Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento.
Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto – passamela! – e via. È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e anarchico, e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quarant’anni mette addosso una qualche malinconia” – di giovanni santucci in Calcio e letteratura: lo sport di Pasolini
“Molte foto ce lo restituiscono con una maglia semplice, attillata, le maniche lunghe, i risvolti una riga controcolorata, pantaloncini corti, calzettoni abbassati alle caviglie. È un’ala destra e questo già vuol dire: mettersi di lato, lavorare di fantasia, cercare il senso per porgerlo ad altri, vanificarsi, infine farsi del male, annientarsi. Non ha fatto in tempo a riflettere sul potenziale autodistruttivo dell’ala destra, dilettante o professionista, da George Best a Gigi Meroni. E sul suo progressivo imborghesimento dopo gli anni Ottanta: con Causio, Sala, Conti sono finiti la poesia, il dribbling, la bestemmia contro la liturgia preconfezionata dall’allenatore. Con il dovuto rispetto, è bene gli sia stata risparmiata la linearità di Candreva. Ma Pasolini conosceva bene anche altri due ambienti fondamentali: il bar e lo stadio. Il primo si è dissolto, ma era il forum di quei tempi, la chat dove oggi si celebrano risse virtuali. Lì si concepivano i neologismi e i soprannomi. Scaltri giornalisti li riportavano come invenzioni proprie, ma erano gli anonimi del sublime accanto alla cassa dei gelati a partorirle” – di gabriele romagnoli, prefazione a Pier Paolo Pasolini, il mio calcio (Garzanti, 2020)
Il pallone tra le sue pagine
“Gli sguardi di ogni pischella erano per lui. Poi, la domenica, a Ostia – no, alla partita di calcio. La Roma avrebbe vinto – a dispetto di Luciano e Gustarè – ed egli col maglione azzurro sarebbe andato a ballare in una sala del Trionfale: e avrebbe ballato con le più belle ragazze”. – di pier paolo pasolini, La passione del fusajaro
“Quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare”
| “Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere. “Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà!” gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. … “E donne”, disse poi, facendo una rovesciata. “Vaffan…”, gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa … Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza. Allora il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti”
di pier paolo pasolini, Ragazzi di vita
Secondo me Pier Paolo andava avanti con la testa rivolta all’indietro. Inseguiva un sé stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone; quando finiva di giocare, tornava l’adulto inquieto e doloroso che era diventato | Dacia Maraini
Pier Paolo era un eccentrico e vanitoso damo delle Lettere. Fosse rimasto nel suo piccolo e pregevole oratorio avrebbe evitato di bestemmiare così risapute fregnacce | Gianni Brera
Il tifo
«Non ha importanza, non è determinante dove si è nati, conta quando e dove si sono avuti i primi approcci col calcio, per diventare un appassionato, un tifoso. Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita» – intervista di giulio crosti, Paese Sera, 4 febbraio 1973
Una lettera a Vittorio Sereni, interista
Roma, 12 novembre 1954
Caro Sereni,
[…] Intanto ti avverto che domenica il mio cuore è a Milano, insieme a quello grassoccio di Volponi: tutti e due a palpitare fino sull’orlo della trombosi. E mi dispiace che la gioia nostra sarà la tua disfatta… | Pier Paolo Pasolini
La sua fede bolognese
“Dunque… io sono tifoso e tutte le domeniche vado all’Olimpico di Roma; sono, naturalmente, tifoso del Bologna, essendo Bologna la mia città natale. Per quanto riguarda il tifo in genere, io penso che esso sia inscindibile dallo sport, e biasimevole soltanto quando assume espressioni come recentemente a Napoli”. – di pier paolo pasolini, Paese Sera, 23 marzo 1956
“L’ultima partita a cui ho assistito, è stata la partita tra il Torino e l’Inter, due o tre domeniche fa. Ci sono andato in una grigia giornata torinese con Mario Soldati. Ha vinto il Torino (per cui, in quell’occasione tenevo, pur con gran sforzo: perché la… classe – sì, lo ripeto, questa orrenda parola, la “classe”- dell’Inter mi affascinava – anche se si è manifestata, e a frammenti, solo nel primo tempo: specie attraverso Corso (“classe” non vuol dire sempre simpatia: essa è come la grazia: crudele). Quella domenica, il Bologna ha perso (ho l’impressione, immeritatamente, con la Roma di Herrera) per due a uno. Che dolore! Che dolore!” – di pier paolo pasolini, Il Caos, a cura di G.C. Ferretti (Editori Riuniti, Roma 1979).
Una poesia
E so come sia terso in questo ottobre / il colle di San Luca sopra il mare / di teste che copre il cerchio dello stadio
“Era un grande tifoso del Bologna. Una volta sola l’ho visto incazzato davvero. È stato quando andammo all’Olimpico a vedere Roma-Bologna e la sua squadra perse 4 a 1. La febbre del calcio, comunque, che forse non era riuscito a consumare al punto giusto quando da piccolo viveva in Friuli, non riusciva proprio a togliersela”. – di franco citti, Vita di un ragazzo di vita (SugarCo, Milano 1992).
La risposta del suo idolo Bulgarelli in Comizi d’amore
Quasi tutti noi siamo andati a fare catechismo e queste cose in chiesa e in parrocchia, quindi ognuno di noi nel proprio sfondo ha questa repressione
Il tifo degli altri
“Il tifo è un’astrazione, una costellazione fissa, un dogma. Io, per conto mio, sopporto con gran pena il tifo di tipo, diciamo, napoletano (s’intende che tutti gli italiani sono un po’ napoletani: bolognesi compresi). Per dirla con Benedetto Croce, il tifo è uno pseudo-concetto. Fonte quindi di errori, aberrazioni e angosce. Avete mai osservato le figure della réclame. Non so, per esempio, un tipo che corre a tutta velocità (così da avere almeno il fiatone!) con le sole gambe, mentre la faccia se ne va per conto suo, illuminata dal sorriso radioso dovuto alla coscienza della bontà di un lucido da scarpe. Il tifoso di tipo, diciamo, napoletano, è un poco così: sa, è illuminato, beato lui, da una specie di grazia. A nulla valgono i ragionamenti, e tanto meno le dimostrazioni e le esperienze di ogni domenica davanti al gioco reale. Egli ha una porzione di cervello (la principale) staccata dal resto, e capace, sotto quell’illuminazione carismatica, di un solo, fisso, immutabile pensiero. Tutto ciò che è fisso e precostituito genera immobilità: genera cioè la maschera, la macchietta. Il che umilia l’uomo. Io ho pena quando vedo i tifosi, appunto, in maschera, con ciucciarielli, eccetera. Nulla è più angoscioso dell’aspirazione panem et circenses: pensate a Lauro – di pier paolo pasolini, l’Unità, 28 ottobre 1957
“Quando ho letto che Pier Paolo Pasolini provava esattamente ciò che io provo (e con me provano milioni di esseri umani) l’ho ringraziato dal profondo del cuore. Perché continuare a blaterare (come molti blaterano) che in fondo si tratta “solo” di una partita di calcio è una bestemmia, un’idiozia e forse anche un crimine intellettuale (fermatemi!). A costoro direi di leggere Il calcio secondo Pasolini, prima di aprire bocca, se ciò servisse a qualcosa. Perché il tifo (o come vogliamo chiamarlo), il trasporto esclusivo, ossessivo per quei colori lì, l’avversione per quelle altre maglie là (non dirò quali), non prevede parole. Il sentimento che nel volgere di un attimo può illuminarti e poi trafiggerti, quindi trafiggerti e poi illuminarti fa parte di un’oscura e insieme radiosa cerimonia interiore che non può essere spiegata. Esiste e basta”. – di antonio padellaro, prefazione a Il calcio secondo Pasolini di Valerio Curcio (Aliberti, 2018)
Il gioco
«I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale! Io, su questo, sono rimasto all’idealismo liceale, quando giocare al pallone era la cosa più bella del mondo” – di pier paolo pasolini, Il Giorno, 14 luglio 1963
“Il corpo di Pier Paolo Pasolini – come solo quelli di Aldo Moro e Benito Mussolini – è ancora presente tra gli italiani, come pure il suo corpus. Tanto che possiamo distinguere tra cultori del suo corpo/carne – quelli che trafficano in figurine e ne fanno un santino – e i cultori del suo corpus/carta: i cercatori d’opera. Oggi Pasolini vive in mezzo a noi, vediamo la sua faccia ossuta passare sui social, non c’è settimana che le pagine di cultura non lo evochino, alternandolo al racconto del Duce; vediamo le sue gambe esibite sui campi di calcio e i suoi piedi fare il doppio passo alla Biavati, con conseguente racconto di partite e connessioni calcistiche vediamo le mani che dipinsero i quadri, nella riscoperta del Pasolini pittore; gli occhi che guardarono nelle macchine da presa e ci diedero il suo cinema; la testa che concepì il corpus; e soprattutto lo vediamo nudo nelle foto che gli scattò Dino Pedriali nel rifugio di Chia, quelle che poi furono definite “testamento del corpo” e che dovevano stare nel romanzo “Petrolio” – di marco ciriello, Mexican Journalist, 27 febbraio 2022
“Il calcio per lui era un gioco estremamente serio, o che decise di prendere estremamente sul serio. Lo capì e soprattutto capì quel che gli stava intorno e dietro. Ma capire spesso è un modo per perdere la fascinazione, per non lasciarsi più andare. Per questo l’ateo a messa un po’ invidia i fedeli e il dotto cronista allo stadio i tifosi. Sono immersi, mentre l’altro è sospeso in aria e osserva, dà a ogni cosa un senso e le toglie il mistero. Il meta-calcio di Pasolini è stato il suo adulto esercizio di stile per legittimare quella felicità per sempre bambina che provava inseguendo un pallone senza chiedersi perché” – di gabriele romagnoli, Robinson, 26 febbraio 2022
La partita della troupe dei Centoventi giorni di Salò contro la troupe di Novecento
“Il risultato parla chiaro sull’andamento dell’incontro, qualche equivoco nasce invece dalle ricostruzioni a posteriori, in particolare dalla memoria di Bertolucci che riferisce di un 19 a 13 e di un Pasolini che abbandona il campo stizzito per non essere stato coinvolto nel gioco dai compagni più bravi di lui. A portare un chiarimento è la testimonianza di Ugo Chessari, una delle vittime in Salò, reduce, quanto a esperienza calcistica, da una militanza nel settore giovanile della Lazio non molto tempo addietro. Il suo ricordo travalica l’occasione singola e si diffonde sul ruolo egemonico del pallone come svago durante le pause di lavorazione del film, forse una sorta di esorcismo contro la martellante crudeltà delle scene che si rappresentavano: “Si arrabbiò: è vero. E lasciò il campo perché era fatto così, era una sua caratteristica diciamo negativa: ci teneva troppo. Lui non ci stava a perdere, era un intenditore di calcio: la prendeva con serietà, mentre Ninetto Davoli, per esempio, s’ammazzava dalle risate. Tra di noi c’erano cinque-sei giocatori buoni, il resto soltanto molta voglia. Fu un’esperienza bellissima quella di Salò, il pallone non mancava mai, a volte si saltava il pranzo per giocare”
da La Gazzetta di Parma, 20 marzo 1975
brano tratto da Quando giocava Pasolini. Calci, corse e parole di un poeta, di valerio piccioni (Limina, 1996)
In campo c’era pure un giovanissimo Ancelotti
«Sì, quel ragazzino sono io. Dove avete trovato la foto? Io non l’avevo mai vista. Posso averla, la tengo come ricordo».
➣ Che cosa ricorda di quella domenica?
«È passato tanto tempo, ma la memoria ce l’ho ancora buona. Ricordo tutto. Io non avevo ancora compiuto sedici anni, giocavo nelle giovanili del Parma. Forse era la prima o la seconda stagione che mi ero trasferito da Reggiolo. Mi avevano aggregato alla squadra Allievi, se non sbaglio. Ruolo: centravanti».
➣ Di sfondamento?
«No, ero molto tecnico. Non velocissimo, però calciavo bene sia di destro sia di sinistro. Lo so che dite “di sfondamento” perché ero cicciottello. E vabbé, che ci posso fare? Anche allora mi piacevano i tortelli e i salumi, proprio come adesso: non è mica un peccato. Comunque in campo mi facevo notare, ve lo assicuro».
➣ Pare se ne sia accorto anche Pier Paolo Pasolini che, di fronte a Bertolucci che gli presentava voi due ragazzi del Parma come attrezzisti appena assunti dalla sua troupe, storse il naso e protestò.
«Diciamo che non la bevve. Si accorse subito che non tutto era regolare, ma aveva talmente tanta voglia di giocare che passò sopra a quella bugia. Loro, la squadra di Pasolini intendo, erano bellissimi nelle divise rossoblù fiammanti: lui portava la fascia di capitano al braccio sinistro».
➣ Sì, ma come avvenne la sua convocazione?
«All’improvviso. Il sabato giocai con la squadra Allievi del Parma e al termine della partita il cavalier Pedraneschi, che era il padre dell’ex presidente Giorgio, venne da me e mi disse che sarebbe passato a prendermi, la mattina dopo, perché c’era una cosa da fare in Cittadella. Chiesi che cosa fosse. Mi spiegò della sfida tra Bertolucci e Pasolini, ma io non sapevo nemmeno chi fossero. Risposi che andava bene. “Alle otto e mezzo davanti al portone del convitto” mi fece. All’epoca alloggiavo al San Benedetto, dai padri salesiani. Si mangiava benissimo…».
➣ Qualche altro ricordo?
«Sì, la maglia. Noi della squadra di Bertolucci avevamo delle maglie stravaganti. Un viola elettrico, luccicavano. C’era la scritta “Novecento” di traverso sulla parte davanti. Dissero che le aveva disegnate apposta la costumista di Bertolucci. Può darsi, so che io ero abituato a colori più sobri. La squadra di Pasolini, invece, era decisamente più elegante, ma nel calcio, allora come oggi, vince chi la butta dentro, mica chi fa dell’estetica…».
➣ Chi c’era sostiene che lei abbia segnato un gol: è vero?
«Sì, ma non volevo dirlo. Sembra che voglia tirarmela e non è nel mio stile. Comunque, sì, feci gol. Come, non lo ricordo. Però ho esultato. Ero un ragazzino, ci poteva stare anche se si trattava di una partita tra amici. Il calcio, per me, era la vita: sognavo di diventare un giocatore, di arrivare in Serie A, in Nazionale, i progetti di un adolescente, insomma, che poi si sono realizzati». – intervista di andrea schianchi, la Gazzetta dello sport, 19 marzo 2021
L’ultima intervista pubblicata postuma
➣ Si dice calciatore e si va subito al successo, al guadagno. La regola del gioco, tuttavia, può essere troppo dura: in fondo, il giovane che diventa un idolo si trova in un contesto innaturale in cui non sempre il dare e l’avere risultano in pareggio a fine carriera. Qualcuno ha detto che un calciatore è come un clown: spogliato dei suoi abiti sgargianti è una persona tristissima.
«Trovo un po’ sentimentale questo problema. Potremmo proporlo come tema di una canzonetta. Del resto non mi pare che questi giovanotti trovino così traumatizzante il successo. Anzi sembrano trovarlo molto naturale e quasi dovuto. Direi che lo tecnicizzano subito. E ciò li rende impenetrabili. L’alato Antognoni è una sfinge. Chi si “scopre” sono di solito o i genitori o gli amici o i padroni dei bar».
➣ Riva e Rivera: due campioni, due personaggi, due uomini profondamente differenti.
«Riva è taciturno e riesce quasi sempre antipatico. E per di più è innamorato di una donna sposata con un altro. Fa simpatia solamente nella sventura. Rivera, invece, viene coccolato, preso ad esempio, è il tipico self-made man italiano. Parla con l’erre francese e non bestemmia. Riva e Rivera, dunque, come le due facce del nostro calcio. Riva è un uomo molto simpatico. Lo capisco dalla rabbia che mi fa: che è la rabbia che fanno gli amici. Parlo della rabbia dovuta alla sua rinuncia, alla sua fuga, alla sua assenza. lo penso che ci si debba spendere fino all’ultimo, e che quindi si debba anche sbagliare. Ma Riva è un “naturale” amico: e perciò dico questo cercando di capire le sue ragioni, soprattutto quelle più inconsapevoli, con cui è inutile discutere se non per passione. Di Rivera non capisco nulla, l’ho sempre considerato un grande giocatore, ma quando ho visto a Mantova la partita Milan-Cagliari mi sono reso conto che, al contrario di Riva, ha fatto benissimo a ritirarsi. Adesso, però, vuol tornare in campo e in Consiglio. Metta in pratica la seconda ipotesi. Penso che ormai possa fare solo il Presidente».
➣ Padre Eligio: ovvero, la Chiesa batte nuove strade. Il suo è un personaggio per molti versi inconcepibile. Di lui si dice che non esiste cosa che non abbia fatto. Adesso ha preso Rivera sotto la sua tonaca protettrice e gli cura le pubbliche relazioni. Ecco, può coesistere il binomio padre Eligio-calcio?
«Padre Eligio (almeno pubblicamente) è un uomo così volgare che mi riesce impossibile parlare di lui».
➣ La Nazionale, Bernardini e Bearzot: le critiche si sono sprecate. Bernardini chiede tempo e pace, i tifosi vogliono risultati e subito. La Finlandia non fa testo, la Polonia – invece – ha dato il via ad una polemica feroce fatta di falso ottimismo, Facchetti (prima di Varsavia) ha detto che una Nazionale decente in questi anni la si è vista contro I’URSS. Per il resto, tutto da rifare.
«Ha ragione Facchetti: la partita contro I’URSS è stata la migliore che la Nazionale italiana abbia giocato in trasferta in questi anni. Meglio anche di Varsavia. Le mancava solo l’ultimo passaggio verticale verso la porta avversaria. O, perlomeno, le mancava chi fosse così autorevole da farselo fare. Savoldi era la prima volta che giocava: i suoi compagni non sapevano che bisogna passargli palloni in profondità a mezza altezza da girare, piegati, di testa; oppure ciabattate sempre in profondità su cui entrare un po’ pazzescamente in scivolata. Ci ha provato ultimamente Pulici, ma ha fatto cilecca. Non gli sono arrivati neanche dei palloni casuali che egli potesse raggiungere, con le spalle alla porta avversaria, da girare alla cieca, secondo il suo particolare, enigmatico opportunismo. Chinaglia in quella Nazionale era perfettamente inutile: una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega. E per di più Chinaglia non fa altro che mettere il malumore agli altri: e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buon umore. Mi viene il sospetto che Bernardini facesse giocare Chinaglia per ragioni non sportive. Speravo molto che Chinaglia se lo prendesse il Cosmos (e magari Cosa Nostra). L’altro punto nero è Graziani, che, come Pulici, è bravissimo a fare dei gollacci a delle squadre di media o bassa classifica, come si dice, del campionato italiano. Ma oltre a tale bravura non va. Tuttavia una frase di Bernardini, riportata, spero fedelmente, da un giornale mi ha illuminato: “Auguro al mio successore di trovare un nuovo Riva”. È infatti proprio un nuovo Riva che manca alla Nazionale: ossia, manca la possibilità di giocare verticalmente, (perché non dico “Riva” ma un “nuovo Riva”). Non è colpa di Bernardini (o di Bearzot?) se questo “nuovo Riva” effettivamente non c’è. Per tutto il resto mi sembra che Bernardini abbia fatto un ottimo lavoro. La partita contro la Finlandia non significa nulla. È stata una trappola, un vicolo cieco. È riuscito a giocar male anche Rocca, che ha fatto fughe da oratorio. Si è comunque salvato (proprio per questa sua naturalezza), ma si è bruciato un altro bravissimo giocatore come Gentile. Riproposto a Varsavia, ha risentito di questa mancata fiducia ed è risultato forse il peggiore degli italiani. È difficilissimo dire perché la partita con la Finlandia non può avere rilevanza. E non mi avventuro in un’analisi retorica. Però è così. I “piedi buoni” restano “piedi buoni” malgrado la Finlandia. E Cordova contro la Polonia (a Roma ovviamente) ha avuto dei piedi deliziosi, sia ben chiaro. In conclusione devo ammettere che ci sono delle buone ragioni per non avere sfiducia in Bernardini. Egli ha dato alla Nazionale una velocità doppia a quella della Nazionale precedente (anche se non raggiunge certo neppure quella della Finlandia … ) e, soprattutto, ci ha fatto tornare vincitori (o quasi) da una trasferta in casa di Lato, Deyna e Gadocha. E con i tempi che corrono, questo pareggio è un exploit mondiale. Questa velocità ha creato, un nuovo, grande giocatore: Capello. Quando, secondo il mito del gioco all’italiana Meazza – Rivera, Capello andava al trotto o al piccolo trotto, era un buon giocatore e basta. Adesso che è costretto a correre, e anche tanto, è diventato appunto un grande. Perché egli sa fare rifiniture in velocità (mentre un tempo le rifiniture erano naturaliter blande). Il segreto del gioco moderno, sul piano individuale, è l’esattezza massima alla massima velocità: correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti. Ciò è successo a Capello: e poteva succedergli solo nel contesto bernardiniano».
➣ Il pallone come sedativo antidolorifico: ovvero, con una partita passa tutto. Succede nell’America Latina, succede anche da noi. In fondo, al povero basta poco e un pallone è l’ideale per sognare.
«Che lo sport (i “circenses”) sia “oppio del popolo”, si sa. Perché ripeterlo, se non c’è alternativa? O d’altra parte tale oppio è anche terapeutico. Non credo ci sia psicanalista che lo sconsiglierebbe. Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio, sono liberatorie: anche se rispetto a una morale politica, o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive».
➣ Dopo la donna-madre, la donna-rumante, la donna-mille usi, la donna gioca pure al pallone. E giura che non è finita. Allora?
«Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po’ scimmiesco. Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzon». – intervista di claudio sabattini, Guerin Sportivo, 5 novembre 1975
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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