Storia del maratonauta Kipchoge e dei suoi record oltre i limiti

I miei piedi. Vogliono sempre andare in giro per il mondo

dal film  “Il postino suona sempre due volte”

Quarantott’ore dopo l’ultima partita del quarantunenne Federer e a ventiquattro di distanza dalla corsa mondiale con il gomito fratturato della quarantenne Annemiek Van Vleuten, all’età di trentasette Eliud Kipchoge – nulla di rotto – ha vinto la maratona di Berlino e ha migliorato il suo primato del mondo, abbassandolo di trenta secondi. Lo ha portato a 2 ore 1 minuto e 09, un’altra tappa di passaggio verso la caduta della barriera delle due ore, alla ricerca dei limiti umani. 

 

L’intuizione era giusta. Se Kipchoge è a Berlino, un motivo ci sarà. Se rinuncia a rincorrere l’obiettivo che si è dato – vincere Boston e New York per completare l’album delle figurine delle grandi maratone – significa che sotto c’è qualcosa. Sotto c’era il record del mondo. 

Sean Ingle, firma olimpica del Guardian, dice che ha agito su una linea sottile, tra sconsideratezza e genialità.

È arrivato con quasi cinque minuti di vantaggio sul ​​secondo, Mark Korir. Portava un pettorale con la scritta Impossible is Nothing, ma anche per le cose possibili esiste un tempo giusto. Ieri non era ancora il giorno per andare sotto le due ore, forse – forse – l’obiettivo che il kenyano aveva in testa. È passato al decimo km con un tempo che gli avrebbe permesso di essere 18esimo nei 10mila metri in finale alle Olimpiadi. A metà percorso il cronometro si è fermato nove secondi sotto l’ora, il passaggio intermedio più veloce della storia, facendo intervenire il timore – dice il Guardian – che per tentare l’impresa delle due ore, Kipchoge saltasse in aria

Ha rallentato. Quando gli restavano 6 km e mezzo da percorrere, aveva ancora più di un minuto di vantaggio sul primato mondiale, alla Porta di Brandeburgo è sceso a trenta secondi, ma è stata comunque una prestazione sorprendente da parte di un atleta sorprendente, considera il giornale inglese. 

 

 ◇  Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ne sottolinea quel suo avanzare felpato di eleganza mai vista in un essere umano, i piedi che sembrano sfiorare il terreno, le braccia ad accompagnare l’azione come se remassero a favore. Allenato in modo superbo, supportato da un cervello sopraffino e dai maniacali consulenti inglesi di Ineos (ciclismo, vela), a Kipchoge manca una sola cosa, un elemento umano di supporto all’altezza delle sue velocità. Eliud è stato il solito: radioso, sereno, in pace con se stesso.

 ◇  Ignacio Romo, per il quotidiano politico spagnolo Abc, si domanda che cosa rende Kipchoge un alieno. Risposta. La sua economia di corsa. Gli scienziati dello sport stimano che risparmi molta energia con il suo passo. Stimano che sia in grado di utilizzare il 92% del suo assorbimento massimo di ossigeno e che la sua velocità in una maratona sia pari a un sorprendente 97% della soglia anaerobica, il punto in cui il lattato inizia ad accumularsi nel sangue. Il nuovo record di Kipchoge è uno di quei segni dell’orizzonte che non sarà mai raggiunto. Dovremo aspettare molti anni prima che qualcuno si avvicini al suo tempo. È una nuova frontiera, come lo erano gli 8 metri e 90 di Beamon o lo sono ancora i 9.58 di Bolt.

Franco Fava sul Corriere dello sport-stadio sottolinea che dal 1981 il record della maratona è stato migliorato di oltre sette minuti. “Emil Zatopek, la “Locomotiva umana” (tre ori ai Giochi di Helsinki 1952) ieri sarebbe arrivato a più di 20 minuti dal keniano. Ed è di più di 14 minuti il divario con Abebe Bikila, quando l’etiope a piedi scalzi trionfò a Roma 1960 firmando anche il primato mondiale

 

 LUI Chi è, che fa, come vive | Ora Kipchoge ha vinto 15 delle 17 maratone corse, lui che è anche uno dei tre uomini ad aver difeso un titolo olimpico, come Abebe Bikila [1960-1964] e Waldemar Cierpinski [1976-1980]. È pure il sesto ad aver fatto il primato mondiale almeno due volte, dopo il britannico Jim Peters, [quattro volte tra 1952 e 1954], Abebe Bikila, Derek Clayton, Khalid Khannouchi e Haile Gebrselassie.

 ◇  Carlos Arribas su El Pais dice che come l’energia, i campioni dello sport non si creano né si distruggono: si trasformano. Federer si è eclissato, Eliud Kipchoge si rinnova, Evenepoel nasce. Tutto negli stessi giorni

 ◇  Tomàs Campos su Marca lo chiama il piccolo gigante keniota da 1 metro e 67 metri, 52 chili, che ha sfidato le leggi della fisica e della logica, passando dalla categoria di leggenda a quello di superuomo. Un superuomo, sottolinea Gerardo Riquelme sullo stesso quotidiano spagnolo, che oggi il mondo applaude senza accorgersi dei suoi sforzi . È in prima linea dal 2004, vive a Eldoret, lontano dalla famiglia, seguendo una disciplina spartana, allenandosi tre volte al giorno, la prima all’alba. Per il resto della giornata è immerso in un riposo con le gambe alzate. E, se glielo chiedete, vi dirà che è il ragazzo più felice del mondo, dentro questa routine.

 ◇  Emanuela Audisio per Repubblica racconta che Kipchoge, il maratonauta, anzi Kingchoge, non è tipo da stressarsi, mai un lamento, la fama lo motiva, e adotta il metodo Bubka, un record alla volta, così si guadagna di più. Sì ha le superscarpe, ma soprattutto una supertesta. Legge Aristotele, Confucio e Paolo Coelho. «Di lui mi piace questa frase: rispetta una legge, quella di non dirti mai bugie». E ha qualcosa che gli altri non hanno, anzi non fanno: in ritiro pulisce il bagno collettivo, anzi la latrina da sé, quando è il suo turno. Sei il recordman? Fa niente, qui tutti aiutano, nel camp non c’è acqua potabile, né frigo, Kipchoge spazza la sua cella e si lava in una bacinella maglia e calzini, poi li stende al sole. Cita un detto africano: «Anche i grandi uomini per radersi la testa hanno bisogno degli altri». Scrive tutto quello che fa in quadernetti (uno per ogni anno). «Prendo nota delle mie sensazioni, così mi ricordo». Dorme in una stanza spartana che ha sulla parete la foto dei suoi figli che corrono, nel pomeriggio beve una tazza di tè e mangia una fetta di pane. È cresciuto, ultimo di quattro figli, nel villaggio di Kapsisiywa, assieme alla madre insegnante, Janet Rotich, che recita il rosario ogni volta che lui gareggia, il padre è morto che lui era un bimbo, lo ha visto solo in fotografia”.

 ◇  Lo scrittore Manuel Jabois su El Pais racconta che Patrick Sang, l’allenatore di Kipchoge, esistono molti corridori con più talento di lui. Secondo Marc Roig, il suo fisioterapista, nessuno ne ha di più. E allora? E allora, dice Jabois, Sang voleva evidenziare altre virtù, oltre al talento, come la sua forza mentale, mentre Roig, un catalano emigrato in Kenya per amore, e che lì ha finito per prendersi cura dei muscoli di diversi atleti, crede che nessuno a parità di talento possa andare più veloce di lui.

Jabois prosegue con un aneddoto, riferito proprio da Roig tempo fa al Mundo Deportivo. Dopo averlo visto in allenamento in Kenya, alcune persone della Nike gli chiesero perché si allenasse in calzamaglia, quando gareggiava in pantaloncini. «Perché è quello che mi mandate con il kit», rispose, e c’era nella risposta – continua Jabois – una franca rassegnazione, con gli stessi echi desolati contenuti nella risposta del padre di Gabriel García Márquez, quando gli chiesero perché in treno viaggiasse sempre in terza classe: «Perché non esiste la quarta». La storia fa parte della mistica dell’atleta africano rifugiato nella lettura (Aristotele) e in una devozione religiosa all’atletica, coltivata nella più totale austerità. Il bisogno di campi, terreni, strade da correre ogni giorno. Riso con fagioli a pranzo, ugali, un impasto di mais molto diffuso in Kenya, con carne o verdure la sera. Una pura e semplice monotonia che per noi sarebbe molto difficile sopportare, ma che per lui sono condizioni simili a quelle che ha sempre avuto in casa

 

 MAPPE La città di Berlino | Undici gradi, cielo nuvoloso nessuna traccia di pioggia, niente vento, condizioni simili a quelle del 2018, quando Kipchoge stesso ridusse di oltre un minuto il record precedente di Dennis Kimetto. È l’ottava volta consecutiva che il limite cade a Berlino, la città olimpica del 36, quando la maratona fu vinta da Sohn Kee-chung, coreano, ma noto con il nome giapponese di Son Kitei, perché il suo Paese era all’epoca sotto il dominio di Hirohito. Durante la premiazione non alzò mai la testa e nelle interviste non fece che ribadire la sua condizione. La Corea lo ha considerato un eroe, ha reclamato la sua medaglia invano, gli ha affidato il ruolo di ultimo tedoforo nel 1988. 

 ◇  Ancora su Marca, sempre Gerardo Riquelme scrive che questa nuova capitale europea dei frenetici Anni ’20, la Mecca della maratona, si è prostrata di nuovo dinanzi alla figura di Eliud Kipchoge, uno di quegli atleti che anticipano lo sviluppo della società. Se l’atletica seguisse una proiezione aritmetica, si potrebbe dire che il tempo dell’ora e 59 minuti si raggiungerà entro la fine del decennio. Più o meno un minuto viene limato a ogni ciclo olimpico, il che dovrebbe significare che entro Los Angeles 2028 l’essere umano attraverserà quel tipo di barriera che è nella mente di tutti gli appassionati. Ciò che alimenta il sogno è che fisiologi, atleti, nutrizionisti e allenatori sono alleati dell’industria, conoscono l’importanza delle pietre miliari. Una volta che Bannister è sceso sotto i quattro minuti sul miglio, quando Jim Hines ha corso i 100 sotto i 10 secondi, l’obiettivo di tutti i laboratori è stata la maratona entro le due ore. Nell’ultimo decennio ci sono stati progressi favolosi. È una gara che non si fermerà e chi dovesse vincerla, sarà immortale

 

 PROSPETTIVE Parigi 2024 | Jason Henderson, per la rivista Athletics Weekly, ricorda l’attesa dei giorni scorsi per questa maratona, le indiscrezioni sull’ottima forma di Kipchoge, un atleta – scrive – che non è noto per l’iperbole, quindi quando è arrivato in Germania e ha anticipato tranquillamente che stava cercando un buon tempo, era un segnale inquietante che stava per accadere qualcosa di speciale. AW definisce il quarto successo di Kipchoge in Germania come una ipnotica esibizione. Lui ha ammesso che il piano originale prevedeva di arrivare a metà tracciato più lentamente, intorno a 60 minuti e 40 secondi. Il suo 59 e 51 di passaggio sarebbe stato primato del mondo della mezza maratona nel 1993. Nemmeno tre anni fa a Vienna, con uno stuolo di pacemaker intorno a lui, era passato così rapido ai 15 km 

Ora, chi scommetterebbe contro di lui a proposito di un terzo titolo olimpico a Parigi nel 2024? Sarebbe un’impresa senza precedenti dice Athletics Weekly

 

 OGGETTI DI SCENA

Le scarpe magiche 

 

Il modello: Nike Alphafly 2. Il colore: arancione. Forse rosa. Forse rosancione. Gli effetti: enormi. Come da tre anni a questa parte, il risultato straordinario di una corsa su strada risente degli effetti delle scarpe che hanno rivoluzionato la scena. Stéphane Kohler su L’Équipe si domanda stamattina se Kipchoge non stia creando grazie a esse un nuovo modo di correre la maratona. 

Con il contributo delle scarpe di ultima generazione – dice – ha imposto un ritmo folle prima di gestire la fatica. La gestione progressiva dello sforzo sembrava finora la chiave della maratona. Con le Nike Alphafly 2, già indossate nel marzo scorso a Tokyo, Kipchoge può seguire ritmi mai visti a questo livello, e soffrire meno nella seconda parte di gara

 ◇  Christelle Daunay, campionessa europea di maratona 2014, ieri commentatrice della gara sul canale tv di L’Équipe, ha detto che «con questi modelli è più facile sostenere carichi pesanti in allenamento, ci sono meno infortuni e si recupera più velocemente. Non bisogna dimenticare che Kipchoge aveva già corso a questi ritmi anche durante il suo record non omologato a Vienna, quindi sapeva cosa stava facendo. Ha meno paura di andarsene in fretta dal gruppo, anche se stavolta forse l’ha fatto troppo in fretta». Jean-Claude Vollmer, allenatore di Morhad Amdouni ha aggiunto: «Queste scarpe assorbono i danni muscolari durante la corsa, anche piccole vibrazioni e Kipchoge ne padroneggia perfettamente l’uso».  

 ◇  Marco Bonarrigo su Corriere della sera dice che Nike ha trasformato Kipchoge nel Michael Jordan del running. Giulia Zonca su La Stampa scrive che questa distanza più lunga dell’atletica, ora che la 50 km di marcia è stata cancellata dal programma olimpico, lui l’ha spremuta in una gara di velocità. Lo ha sempre saputo fare però quando è iniziata a circolare l’ossessione di chiudere la maratona in meno di due ore, lui ha imparato a domarla, a radiografarla. Con le super scarpe ai piedi, certo, le stesse usate per le Olimpiadi di Tokyo, secondo oro consecutivo ai Giochi. Aveva ai piedi il modello Nike approvato e omologato, presto ci saranno evoluzioni testate sempre su di lui eppure nessun altro è riuscito a seguirlo. Kipchoge è diventato un computer e non sa nemmeno dire che cosa lo aspetta adesso, prima gli servono dei dati più che dei sogni

 ◇  Anche Ignacio Romo sull’Abc di Spagna ha scritto delle scarpe. Eliud Kipchoge non è normale. La sua capacità di vincere maratone non è normale. La sua superiorità sui rivali non è normale. La progressione del suo crono non è normale. Il suo atteggiamento verso lo sforzo, il suo allenamento, la sua resistenza non sono normali. Non è normale che un atleta vinca 15 maratone d’élite su 17. Parlare di una maratona è come parlare di Kipchoge. Qual è il ruolo delle nuove scarpe nei suoi successi? Probabilmente le super scarpe Nike con piastre in carbonio, ti permettono di migliorare di due minuti in una maratona. E di sicuro permettono di allenarsi di più, a ritmi più elevati, intensi e frequenti, senza rischio di infortuni. Ma ieri tutti i suoi avversari avevano scarpe di nuova generazione, simili alle sue. E il migliore di tutti ha tagliato il traguardo cinque minuti dietro di lui

 ◇  Nel suo pezzo per El Pais citato poco fa, Manuel Jabois si sofferma anche sull’aspetto letterario della maratona e di come ce ne siano echi nel marketing. Questo fa una maratona – dice Jabois – racconta sempre una storia. Come il giornalismo. Fidippide ce ne volle regalare una, nel 490 a.C., correndo da Maratona ad Atene e gridando Nike, la dea greca della vittoria. Da quella guerra e da quella presunta impresa, di cui esistono varie versioni, sono nati diversi miti, il primo dei quali sulla distanza della maratona. Dalla dea è nato il famoso marchio di abbigliamento sportivo col baffo. Del celebre motto, Just do it, Modesto García racconta la sua curiosa origine in Brandemia. È ispirato alle ultime parole di Gary Gilmore, un assassino condannato a morte nel 1976 per aver ucciso due persone. Quando stavano per giustiziarlo e gli fu chiesto se avesse qualcosa da dire, rispose al suo carnefice: “Just do it”. La frase che Kipchoge, in circostanze meno traumatiche, ripete con successo da vent’anni

 

  camei L’uomo che gli passa le borracce

Quando quattro anni fa Kipchoge batté il record a Berlino, Let’s Run scovò l’uomo dell’organizzazione che era addetto a passargli la bottiglia d’acqua, al passaggio dal  rifornimento. 

L’uomo delle bottiglie è in un triatleta dilettante di 52 anni di nome Claus-Henning Schulke. Nel suo lavoro quotidiano, fa il project manager alla ricostruzione da 60 milioni di euro del Berliner Schloss. È volontario alla maratona di Berlino dal 1998, ora membro senior dell’equipaggio di 30 persone incaricato di portare da bere agli atleti d’élite.

«Il manager della maratona – spiegava il signor Schulke – era in un club di nuoto e cercava dei volontari. Ho alzato la mano, ero entusiasta di farlo. Ogni anno è emozionante. La sfida più grande è consegnare la bottiglia giusta all’atleta giusto. Perché a volte ce ne sono 20 che corrono tutti insieme verso di te e devi scegliere quello giusto, il tuo, e dargli la bottiglia giusta. Mi hanno affidato Kipchoge perché ho più esperienza. Ho avuto un incontro prima della corsa con lui e il suo agente Valentijn Trouw. Abbiamo scherzato un po’ e discusso sulla migliore maneggevolezza del passaggio. Io reggo la bottiglia sul fondo, in modo che lui possa afferrarla tutta con la la mano sul lato. In alcune gare gli atleti la prendono dal tavolo, ma poi si sbagliano. C’è una possibilità molto più alta di afferrarla se la distribuisci a mano. Penso che il record mondiale sia un puzzle di molte persone diverse. Forse è il 90% di Eliud, quasi il 10% l’allenatore, forse l’1% di Claus di Berlino».intervista di jonathan gault, Let’s Run, 17 settembre 2018

[dalle foto che girano, anche ieri sembrava lui]

 

strumenti I passaggi intermedi – 5km: 14:14 | 10km: 28:23 | 15km: 42:33 | Half-way: 59:51 |  25km: 61:08 | 30km: 1:15:40 | 35km: 1:40:10 | 40km: 1:54:53 | Finish: 2:01:09 

 

—  SLALOM  —

 

LA COPIA DI MILLE RIASSUNTI Eliud Kipchoge

Il suo nome in tre anni di Slalom

 

#32  Kipchoge, la scienza e il marketing

Dibattito sul muro delle 2 ore nella maratona e sui limiti dell’uomo

 

La lunga attesa finisce domani. A Vienna il kenyano Eliud Kipchoge proverà a diventare il primo uomo in grado di correre una maratona in meno di due ore. Ci aveva già provato all’alba del 6 maggio 2017 all’autodromo di Monza correndo in 2h 00’25”. «Sarà come la prima volta che l’uomo ha camminato sulla luna».

L’Équipe: La cronaca di un’impresa sportiva annunciata depotenzia l’evento? Un po’, ovviamente, visto che lo priva di quella meraviglia che caratterizza la magia della gloriosa incertezza dello sport. È quel che pensano i puristi del tentativo di abbattere la barriera delle due ore nella maratona. L’evento non è rivolto a loro ma ai figli di una narrazione alla quale lo sport moderno non può più sfuggire completamente.

Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport: Va ricordato che, finisca come finisca, la prestazione non sarà omologabile. Per la presenza di 41 lepri (numero simbolico, aggiungendo il protagonista), incluse sei riserve e alcuni nomi prestigiosi come il fresco argento mondiale dei 5000, l’etiope Selemon Barega, gli statunitensi Matt Centrowitz e Bernard Lagat e i fratelli norvegesi Henrik, Filip e Jakob Ingebrigtsen: si alterneranno a gruppi in formazione a punta, «aerodinamica», con più cambi a testa. A dettare ritmo e percorrenza ideale anche un raggio laser colorato proiettato sul terreno da un’auto elettrica al seguito con cronometro. E poi rifornimenti ad hoc. Alle spalle dell’operazione, oltre a Nike, c’è appunto Ineos, colosso internazionale della chimica, il cui boss, il magnate britannico Jim Ratcliffe, appassionato di running e di sport, vuole dare un’immagine nuova all’ azienda.

Daily Mail: Alcuni scienziati hanno ammonito che per quanto riguarda la corsa – dallo sprint alla maratona – l’era dei record si può considerare alla fine. A meno che la prossima evoluzione atletica non sia artificiale, il doping, che più dello sforzo umano può violare le prossime barriere. Dobbiamo iniziare a temere lo scenario immaginato dal filosofo belga Jean-Noel Missa, secondo cui atleti geneticamente modificati competeranno alle Olimpiadi di Bruxelles 2144? Non è ancora l’ora del panico, ma Xavier Bigard, consulente scientifico dell’agenzia antidoping francese (AFLD) ha detto che esistono diversi motivi per preoccuparsi: – Pillole per aumentare gli effetti degli allenamenti, epo, terapia a base di cellule staminali: può sembrare futuristico ma è già adoperata in alcuni sport per i recuperi dagli infortuni; doping genetico: che sembra incombere nel futuro degli imbroglioni dello sport. I medici stanno sperimentando da anni il modo di iniettare geni sintetici nei pazienti per alterare la mappa del genoma e consentire ai muscoli di vincere il deterioramento.

Una ricerca dell’istituto francese di epidemiologia e ricerca biomedica (IRMES) che risale al 2007 ha considerato i record della storia olimpica dal 1896 calcolando che gli atleti sembrano aver raggiunto il 99% di ciò che sarebbe possibile raggiungere entro i limiti naturali della fisiologia umana.

David Robson, New Scientists. “Usain Bolt ha stupito gli appassionati di atletica quando ha abbassato di 0”11 il suo precedente record del mondo sui 100 metri. Ma quale è il limite ultimo dell’uomo nella velocità? Intrigato dalla domanda, Mark Denny della Stanford University, California, ha deciso di studiare le possibilità umane nei 100 metri. I tempi delle donne si sono stabilizzati nel 1977. Gli uomini ancora migliorano, ma sulla scorta di modelli costruiti su altre gare Denny sostiene che sembra vicina la soglia dell’invalicabilità – che lui individua nel tempo di 9”48 – come dire un solo decimo di secondo meglio di Bolt. Oltre un certo punto, i benefici di una muscolatura più massiccia e di arti più lunghi sarebbero neutralizzati dall’aumento di energia richiesti per muoverli

Yasemin Saplakoglu, Live Science del 7 giugno 2019: Una nuova ricerca rileva che la resistenza nell’uomo ha un limite – ed è abbastanza simile per tutti. La capacità a lungo termine è circa 2.5 volte il metabolismo del corpo a riposo, oppure equivale a 4.000 calorie al giorno in media a persona: così riferiscono le ricerche di Science Advances. Il tasso di metabolismo a riposo è la misura di come il corpo bruci molte calorie per i suoi bisogni fisiologici al fine di mantenere la temperatura corporea e la respirazione. Durante una maratona, per esempio, un corridore può bruciare calorie alla media di 15.6 volte il suo tasso di metabolismo a riposo. 

Ross Tucker, The Times: Dicevano che le nuove scarpe garantiscono un risparmio di energia nella misura del 4% e pensavo: “Ci crederò quando lo vedrò”. Ora, qualche anno dopo, abbiamo almeno quattro laboratori indipendenti che sostengono la stessa cosa – l’esistenza di una riduzione nell’uso di ossigeno tra il 2.7 e il 4.2% indossando quelle scarpe. Soprattutto, nessuno ha mai mancato di dimostrarne i benefici nei vari test. Le scarpe sono così efficaci che un testimonial di Adidas, Herpassa Negasa, ha dipinto le tre strisce su un paio di Vaporfly per poterle usare senza perdere lo sponsor. Il risparmio di ossigeno comporta un miglioramento nella prestazione. Il principio è che ossigeno ed energia sono dei vincoli per i corridori, se puoi consumarne meno puoi andare più veloce. Parte dell’energia è spesa nel vincere la resistenza dell’aria, così per i più veloci, un risparmio energetico del’1% equivale a un beneficio nella prestazione dello 0.6/0.7 percento. Secondo le ricerche fatte in laboratorio, Kipchoge deve aspettarsi un beneficio intorno al 2 percento.

Emanuela Audisio lo intervista per la Repubblica

Le sue scarpe rosa sono Nike, un’azienda che appoggiava il progetto (Nop) di Salazar, squalificato per 4 anni.

«In un campo c’è il grano e ci sono i fiori. Stavolta guardate i fiori. Cercate di liberarvi la testa, di pensare alle cose che gli uomini possono fare, invece di restare prigionieri dei tabù».

Ha vinto tutto. Se le riesce il sub 2 smetterà?

«Vedete questo sorriso? È un no. E se non ci riesco ci riproverò. Perché la vita è così: si ritenta sempre».

 

#34 L’ha fatto. Ha corso in 1 ora, 59 e 40. Ma non vale

Andrea Buongiovanni, la Gazzetta dello sport. Secondo la tabella di Mercier, attendibile metodo di confronto delle specialità dell’atletica, è come avesse corso i 100 in 9″52 e il miglio in 3’35″4, saltato in lungo 9.12, lanciato il giavellotto a 102.10 o totalizzato 9787 punti nel decathlon. Correre la maratona in 1h59’40” equivale a tanto: tempi stratosferici e misure pazzesche. C’è chi la considera una pietra miliare, alla stregua del primo meno 10″ sui 100 di Jim Hines a Sacramento 1968 o del primo 6.00 con l’asta di Sergei Bubka a Parigi 1985. Ma c’è anche chi sostiene che, per le modalità con cui il risultato è stato raggiunto, sia stata una mera operazione commerciale (con Ineos e Nike alle spalle), con un indotto per il protagonista stimato in un milione di euro o persino una pagliacciata, lontana dall’atletica verab”.

Nicolas Herbelot, l’Équipe: Uno spettacolo sportivo sperimentale di un genere nuovo, ai confini dello sport più elementare, la corsa a piedi, e di una tecnologia che punta verso una sorta di corridore aumentato”.

Emanuela Audisio, la Repubblica: Ma anche nelle gare di Formula Uno, dove il motore non è umano, le gomme vengono cambiate quando si consumano, e comunque Eliud i suoi chilometri se li è ingoiati tutti, senza sconti. C’era chi diceva che a correre sotto le 2 ore si moriva. Bè non si muore, anzi si vive benissimo, e si fa vivere meglio anche gli altri. Perché da oggi si sa che un altro Everest è stato scalato, che ognuno ha le sue vette impossibili, che altri mondi possono essere reinventati. Trovate un altro campione così: che si allena in un camp dove a turno anche lui pulisce il bagno (latrina), dove la stanza è una cella, dove tutti si sta insieme, perché come dice lui, è un detto africano: «Anche i grandi uomini per radersi la testa hanno bisogno degli altri». E chissà se anche a lui come a Bannister arriveranno lettere con l’indirizzo: Kipchoge, maratoneta, Kenya.

Giulia Zonca, la Stampa: Via via la scienza, la preparazione, la fase di studio sono diventate centrali nella rincorsa ai traguardi di svolta, ma in questa occasione il mondo si è sintonizzato e lo sponsor ha garantito la visione in streaming aperta a chiunque con il preciso intento di rendere il ricordo globale. Prima in pochi conoscevano la Ineos, ora tutti l’hanno sentita almeno nominare: un’industria petrolchimica che mette la firma sopra un sogno.

Qui si è superata, con un test non agonistico, una barriera psicologica e ricca di marketing. Personalmente, preferisco le gare | Stefano Baldini

Aurelio Picca, il Giornale: La corsa dell’uomo è sfrenata. Da necessaria, «umana», volta alla sopravvivenza, si è fatta quasi disumana. Sembra che, abbattendo ogni limite e record, l’essere umano o l’atleta conquisti un pezzetto di immortalità, sveli e si appropri di qualche grammo di mistero. Il maratoneta keniano Eliud Kipchoge ha corso la maratona di quarantadue chilometri in meno di due ore. Non giubilo. Anzi, sapendo ciò vorrei rifugiarmi nella lentezza leopardiana che assiste al corso imperturbabile della luna e la vita quotidiana del gregge

[12 ottobre 2019]

 

CLIC

Il maratoneta seduto in pandemia

 

 

#204  Un maratoneta è un samurai senza spada. Questa è di Mauro Covacich. Ma un maratoneta senza maratona chi è? Bikila Abebe era una guardia del corpo dell’imperatore d’Etiopia. Spyridōn Louīs un pastore. Dorando Pietri un garzone di pasticceria. Ma Paul Tergat niente, niente Haile Gebrselassie, niente Eliud Kipchoge. La contemporaneità esige maratoneti che lo siano anche senza una maratona. Perciò colpisce due volte quello che se ne sta seduto, in posa, davanti all’obiettivo di una tra le giovani fotografe più apprezzate, Fanny Latour-Lambert, prima reflex tra le mani a 15 anni e tecnica imparata googlando domande su internet. «Quello che preferisco – ha detto – sono le immagini senza tempo. Quelle che potrebbero essere state scattate oggi come negli anni passati». 

Ma il Kipchoge che la guarda dritto, seduto su una sedia di quei bar che si trovano d’estate in villeggiatura, ha un tempo solo, questo, il tempo dell’assenza, del vuoto e della fissità. L’uomo che per primo ha corso una maratona sotto le due ore, sta. Riposa. Non ha i piedi nudi di Bikila e non ha neppure le scarpe magiche che la Nike ha creato perché volasse. Come un anti-eroe pasoliniano all’improvviso fuori ruolo, calza un modello di lusso da 900 e passa euro mentre a Knox Robinson, scrittore e runner americano che per GQ è andato a trovarlo in Kenya, dice che “per correre velocemente a un atleta si chiede soprattutto una cosa: coerenza”. La dedizione per diventare grandi, scrive GQ

Tra una ventina di giorni Kipchoge avrebbe dovuto sfidare Kenenisa Bekele a Londra, una cosa equivalente ad Ali contro Frazier nella boxeazzarda Robinson. Forse perché furono due che a Manila se le diedero. Kipchoge dice: «Voglio che tutti in questo mondo trattino la corsa come uno stile di vita. Voglio che la gente pensi che alle cinque deve correre per 30 minuti. Se ci arrivo, allora sarò un uomo soddisfatto». Solo che adesso deve dirlo da una sedia.

[3 aprile 2020]

 

#575  Che fatica dopo il covid

Un atleta che lavora con lo stesso allenatore, Patrick Sang, da quando aveva 17 anni nel 2002, e da allora sempre da lui, al campo di allenamento della sua agenzia, la Global Sports Communication, a Kaptagat, in Kenya, dalla sera di ogni lunedì al sabato mattina. 

Corse mattutine, tazze di tè al latte fumante, faccende domestiche, un pisolino pomeridiano. Un’altra corsa, altro tè, cena e letto. Le sessioni di pista il martedì, le corse lunghe il giovedì, gli intervalli il sabato prima di trascorrere il fine settimana a casa con la moglie Grace e i tre figli, tutto meticolosamente dettagliato nei registri di allenamento scritti a mano di Kipchoge

Eliud non improvvisa. È una macchina di abitudini ripetute. Una maratona in primavera, una in autunno. Negli ultimi quattro anni solo una volta ha corso una distanza inferiore alla maratona. Sta in esilio e riemerge queste due volte all’anno. Ma nel 2020 il campo di Kaptagat è rimasto chiuso. Il suo programma ne è uscito sfregiato, come da una riga la carrozzeria di un’auto. “E quando è tornato a correre in ottobre – sostiene Let’s Run – Kipchoge non è riuscito a trovare la normalità”. Ha subito la prima sconfitta in una maratona in sette anni. La conseguenza: un 2021 nel quale s’è rifugiato di nuovo nell’amata routine. Ma rinviate all’autunno le maratone di Tokyo, Boston e Londra – saltata Amburgo, di nuovo in lockdown, è spuntata questa gara a Enschede, nei viali dell’aeroporto requisito dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. [16 aprile 2021]

 

#687  Il bis olimpico

Eliud Kipchoge ha fatto la sua mossa intorno al trentunesimo km, molto prima che a Rio, e dentro il gruppo nessuno è riuscito a tenere il suo passo. Ha costruito così il suo vantaggio di un minuto e 17 secondi per chiudere la maratona olimpica in 2 ore 8 minuti e 38 secondi, il terzo atleta di sempre a rivincerla, come Abebe Bikila proprio qui a Tokyo dopo Roma 1960 e come il tedesco dell’est Waldemar Cierpinski tra Montréal 1976 e Mosca 1980. Sotto le bandiere di Paesi Bassi e Belgio, Abdi Nageeye e Bashir Abdi hanno riportato l’Europa sul podio 17 anni dopo l’oro di Stefano Baldini. Due europei insieme fra i primi tre mancavano dal 1984. 

Al 38esimo km Kipchoge era già un kenyano in allenamento, alle sue spalle non si intravedeva bipede alcuno. Il suo margine di vantaggio di 1 minuto e 20 secondi è stato il più ampio realizzato in una maratona olimpica da Frank Shorter nel 1972. Ma come per la gara femminile di venerdì notte, i tempi sono stati molto molto distanti da quelli visti nell’ultimo biennio su strada, il biennio delle scarpe magiche. Non era previsto che anche a Sapporo facesse così caldo. La città sede dei Giochi invernali del 1972 dopo le Olimpiadi 2020+1 si sono rifugiate per le gare di fatica dell’atletica, a Hokkaido, isola settentrionale del Giappone. Ottantadue per cento di umidità, cappelli, occhiali da sole, la ricerca dell’ombra, il ritmo cauto. Una delle città più nevose del mondo, con una media di due metri e trentuno centimetri di neve all’anno. Solo che cadono d’inverno. Il quotidiano Asahi Shimbun ha raccontato che è stato necessario aumentare a quattordici i banchi di approvvigionamento d’acqua sul percorso, nove dei quali provvisti di sacchi di ghiaccio tritato

Così, dentro il monologo di Kipchoge, trenta maratoneti su 106 si sono ritirati dopo le 15 donne su 88. È stato necessario l’intervento di una sedia a rotelle. Nessun uomo ha stabilito il primato personale e tra le donne la sola Sharon Firisua, record nazionale delle Isole Solomon, ma da penultima, in 3 ore, 2 minuti e 10 secondi. 

Scrive Chuck Culpepper sul Washington Post che il più bello di tutti i corridori del mondo è così solitario che non avrebbe potuto vedere nessun altro concorrente se anche avesse avuto uno specchietto retrovisore. Solo, nei suoi brillanti colori kenioti, mentre i marciapiedi si trasformavano in erba e gli edifici sul ciglio della strada diventavano alberi e lampioni. Da solo e alla maniera sua, suggerendo l’idea che correre sia qualcosa di fluido e indolore, non di terribile e faticoso. Per un occhio stanco di pandemie, il solo vederlo può bastare. [8 agosto 2021]

#887  L’ultima maratona prima di ieri

Ci sono due ostacoli principali sulla sua strada. In primo luogo – si domanda Jonathan Gault su Let’s Run – può avere successo sui percorsi collinari e tecnici di Boston e New York dopo aver trascorso la sua carriera a correre su tracciati piatti e veloci? E in secondo luogo, il 37enne (o forse a quel punto perfino più anziano) Kipchoge può allontanare Father Time? È la domanda che incombe sulla sua carriera da anni ormai, ma finora Father Time ha sempre preso una brutta botta. [6 marzo 2022]

 

—  SLALOM  —

 

È stata straordinaria anche la gara femminile, vinta dall’etiope Tigist Assefa in 2 ore 15 minuti e 37 secondi, il terzo miglior tempo nella storia, dietro solo alle prestazioni di Brigid Kosgei e Paula Radcliffe. Dice Sean Ingle sul Guardian: Ciò che ha reso più impressionante la prestazione della 28enne è che aveva corso solo una maratona prima, in 2 ore e 34, sebbene avesse nel curriculum anche una mezza in un rispettabile 67 e 28.

Un altro aspetto: Assefa viene dal mezzofondo. Ha corso gli 800 alle Olimpiadi di Rio nel 2016. Ora è la prima donna nella storia a essere scesa sotto i due minuti nei due giri di pista e sotto le 2 ore e 20 nella maratona.

Let’s Run sottolinea che ha una sola uscita in carriera sui 400 e non ci sono tracce di personali sui 1500, i 5000 o i 10.000. Si è trasferita nella corsa su strada nel 2018, non ci sono risultati registrati per lei nel 2020 o nel 2021. Quest’anno ha iniziato facendo il suo debutto nella maratona di Riyadh e ora questo. Super scioccante e impressionante, scrive Jonathan Gault.

Seconda è arrivata Rosemary Wanjiru: non aveva mai corso una maratona prima di ieri.

Athletics Weekly annuncia che la corsa di Berlino è diventata la più veloce della storia, perché la somma dei tempi dei due vincitori fa 4 ore 16 minuti e 46, contro le 4:18:42 di Tokyo 2022.

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che la maratona si sta trasformando sempre di più in una gara di mezzofondo, follemente veloce.

 

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