Lo Slalom del 19 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

 

# 2 giorni alla Coppa d’Africa: Marocco vs Isole Comore

 

     

►  LA PRIMA semifinale di Supercoppa è stata vinta dal Napoli sul Milan per 2-0 con un bel teatrino finale di piglia-a-me votta-a-te, fermatemi, mantenetemi, fermatemi, per esportare la bellezza del calcio italiano nel mondo. Conte e Allegri alla fine non si sono salutati. Uno ha 56 anni e l’altro 58, ma presto daranno certamente qualche lezione ai giovani su come si sta al mondo. 

◇  Dopo aver battuto il Real con una rotazione di nove giocatori, l’Olimpia Milano stavolta ha perso dal Fenerbahce. Il Corriere della sera scrive che ha accusato la stanchezza. 

◇  Il comparto neve dello sport italiano sta annusando l’aria dei Giochi in arrivo. Sofia Goggia ha fatto il miglior tempo in prova per la discesa di domani, Dominik Paris si è piazzato terzo in Val Gardena nella discesa di Odermatt , lo snowboard ha fatto un podio tutto azzurro nella coppa del mondo di Carezza, Wierer terza e Vittozzi quarta nel biathlon in Francia. 

◇  È morto Michele Dancelli, il ciclista che nel 1970 interruppe un lungo digiuno di successi italiani alla Milano-Sanremo. 

◇  Bel riconoscimento per l’Italia dalla WADA, l’agenzia antidoping mondiale. Solo la Francia con 91 e l’India con 260 precedono per numeri assoluti i nostri 85 casi di positività. Ma sarà certamente un complotto. 

 

   

Ci vuole coraggio a salire sul ring con la certezza di essere sconfitti

Rocky Balboa

 

  

Lo show, i soldi e i soliti sospetti

Anthony Joshua vs Jake Paul: il match che sconvolge la boxe

 

È boxe e non è boxe. È sport e non è sport. È uno spettacolo disturbante e affascinante, assurdo e pericoloso. È affari e cultura pop, soldi e intrattenimento, streaming e identità digitale. C’è chi lo chiama circo, chi lo chiama baraccone, in sostanza una nuova sconcezza a cui si concede la vecchia noble art. È Anthony Joshua, un pugile vero, contro Jake Paul – l’intrattenitore convertito ai guantoni. Completamente folle. Senza precedenti il giudizio che L’Equipe ha dato del match della notte prossima.

Il calcio ha visto passare arbitri corrotti, partite truccate, autogol segnati di proposito. Il basket in America conosce il fenomeno delle sconfitte volontarie per avere scelte migliori al Draft dell’anno successivo. Nel baseball si sono messi a rubare i segni agli avversari, nella NFL hanno manipolato la pressione dei palloni, nel ciclismo ci sono stati campioni del mondo che hanno sfidato dei cavalli nei velodromi. Ci sono stati i Savannah Bananas che portavano gag e spettacolini sui diamanti. Gli Harlem Globetrotters sono giocolieri accolti gioiosamente in tutto il mondo. Julen Darui, portiere della nazionale francese, a un certo punto si mise a parare rigori al circo equestre come un Buffalo Bill. 

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I temi del giorno

 

Le strategie politiche del Marocco passano dal calcio

A due giorni dalla partita d’apertura della Coppa d’Africa, il Marocco sembra aver ritrovato un po’ di tranquillità. La morte di alcune donne durante il parto all’ospedale Hassan-II di Agadir aveva prodotto un’ondata di rabbia sociale contro il calcio: i soldi per gli stadi sì, i soldi per gli ospedali no [se ne parlava qui]. Una rivolta guidata da GenZ 212: «Ne abbiamo abbastanza di investimenti nel calcio e niente per il resto». Persino alcuni giocatori della nazionale avevano sollevato degli interrogativi. I Mondiali saranno qui fra cinque anni, la Coppa d’Africa fra 48 ore e un reportage de L’Equipe da Rabat e Casablanca racconta gli sforzi  del paese per rendere moderne la rete stradale e ferroviaria, a grande velocità negli ultimi quindici anni, con il più alto livello di investimenti al mondo nel periodo, dietro la Corea del Sud

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Le analisi

 

Il Guardian e il bando di Trump: lo spettacolo dei Mondiali è il pubblico

Ci sono due Mondiali. Uno è il prodotto commercializzato, l’altro è quello dentro gli stadi. Solo uno dei due è autentico. Indovinate quale. Così sul Guardian scrive Leander Schaerlaeckens, docente di comunicazione sportiva alla Marist University, in un riflessione su quello che ci aspetta negli USA. La sua analisi è intrecciata a una serie di ricordi personali tratti dai tre precedenti Mondiali vissuti in prima persona e si concentra soprattutto intorno al cosiddetto Pride Match di Seattle, istituito per celebrare il weekend dell’orgoglio LGBTQ+ della città. In un curioso ribaltamento – ricorda – il sorteggio dei Mondiali ha poi assegnato Egitto e Iran a quella partita, due Paesi in cui la comunità gay è perseguitata e dove nel caso dell’Iran l’omosessualità è persino punibile con la morte

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I guai di Maresca al Chelsea

L’epoca dei manager-sovrani è finita. I Bill Shankly, i Brian Clough, gli Alex Ferguson, quel potere assoluto costruito su risultati e trofei non esiste più. Lo scrive Jamie Carragher sul Telegraph in una riflessione su Enzo Maresca e le turbolenze che lo circondano al Chelsea. Comanda la proprietà. Il Chelsea vive un inverno inquieto, buoni risultati, tre trofei, un’identità tecnica chiara, eppure ci sono tensioni interne e un filo di insofferenza tra allenatore e proprietà. 

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Dai campi

 

Gianni Bella    canta Hojlund

E presto il cielo cambia in blu, che dolce uragano sei tu

 

  Paolo Condò sul Corriere della sera celebra la serata di Hojlund di fronte al Milan e la mette allo specchio con quella di Nkunku definito un fantasma. Allegri ha ragione a insistere su di lui, a prescindere che lo faccia perché ci crede o perché non ha altro: Nkunku è stato qualcuno, giocando potrebbe ridiventarlo. Ma in questo momento il confronto con Hojlund è straziante, anche perché il range di prezzo è stato più o meno lo stesso. E col suo gioiello danese — festeggiatissimo a bordo campo da Lukaku, dettaglio importante — il Napoli avanza con merito alla finale. Nell’andamento decisamente tellurico dei campioni d’Italia, che quest’anno rimbalzano di continuo da un top a un flop, ieri era il turno della gara chirurgica e a tratti anche frizzante, perché in una sfida tra Conte e Allegri è evidente che chi va in vantaggio possa poi divertirsi negli spazi, e la gestione dell’asse centrale Rrahmani-Lobotka-Hojlund è stata così solida da stimolare anche le lune degli esterni, Neres su tutti

Marco Ciriello sul Mattino ha scritto che il danese ha segnato con un diagonale che ha ricordato Gigi Riva. Può non riuscire a tirare, ma riuscirà sempre a far salire la squadra, come a fare a spallate per non mollare il pallone. Quando si invola si muove da rugbista, per questo è difficile togliergli il pallone come è difficilissimo impedirgli di girarsi. Per larghi tratti sembrava davvero un Lukaku biondo. Meno costruzione, ma anche più volontà. E una lotta continua, per guadagnare geografia di campo. Un’altra caratteristica che riconosce a Hojlund è quella che non cerca la belluria – la quale deve stare alla bellezza come la napoletaneria sta alla napoletanità. 

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Tendenze

 

   

I colpi al sessismo

Il calcio inglese sta vivendo un passaggio incoraggiante. Non riguarda gol, moduli o mercato, ma la sua lingua, il peso delle parole. Nell’ultima settimana, un ex giocatore è stato condannato in tribunale per commenti sessisti contro due opinioniste tv, Lucy Ward ed Eni Aluko. Un allenatore di League Two è stato accusato dalla federazione di aver rivolto insulti sessisti a un’arbitra. Due episodi che – scrive Hollie Varney sul Guardian – stanno incrinando un vecchio riflesso: quello che liquida tutto come semplice ironia. Uno sfottò. Per anni, il discorso sul cosiddetto “banter” è stato usato per zittire le denunce ed è stato difficile convincere il calcio che sessismo e misoginia esistono davvero. Ma ci sono segnali che questo sport stia finalmente aprendo gli occhi.

Varney è chief operating officer dell’organizzazione Kick It Out. Ricorda che le denunce sono cresciute: 86 dall’inizio della stagione, quasi quattro volte di più rispetto allo stesso punto dell’annata precedente. Non perché l’abuso sia nuovo, ma perché più persone ora scelgono di esporsi. Il dato più duro è un altro: Una ricerca condotta da noi ha rilevato che l’85% delle tifose che hanno sperimentato sessismo in contesti calcistici non lo ha mai denunciato. Sentivano che non sarebbe successo nulla o che non sarebbe stato preso sul serio, il che è comprensibile”. 

La mappa della violenza è ampia: cori sessisti di massa, offese online, dileggio di arbitre e guardalinee, attacchi verbali alle giocatrici e alle lavoratrici dei club. La frattura è culturale,  un messaggio sistematico che ripete alle donne come un campo di calcio non sia il loro posto. Varney lo vede anche nel calcio di base, dove allena una squadra femminile che gioca in un campionato maschile e fronteggia offese regolari dalle tribune. Per Kick It Out, la visibilità delle sanzioni è la leva per spezzare l’abitudine. La speranza è che altri casi seguano e creino un effetto cascata: più denunce, più responsabilità, più consapevolezza. Le donne ne hanno abbastanza e vogliono disperatamente un cambiamento. I motivi sono sotto gli occhi di tutti. Il sessismo è diventato una delle forme di abuso in più rapida crescita nel calcio.

Se avete conoscenze, mandate questo pezzo in Lega calcio e in federazione, dove si sono messi un segnetto rosso sulla faccia qualche settimana fa e poi dinanzi al caso Folorunsho si sono girati dall’altra parte, perché in qualche comma KG-8675 Y non è previsto che fosse punito quel comportamento. Sono passati 10 giorni e a nessuno è venuto in mente di cambiare il comma KG-8675 Y, compreso la consigliera federale Sara Gama che ha spiccato più dei maschi per silenzio. 

 

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Discussioni

 

 

Il misterioso caso dei muscoli di Harry Aikines-Aryeetey

Il gene di Ercole è meno interessante del testosterone nelle donne

Harry Aikines-Aryeetey ha corso nove anni fa i 100 metri in 10.08. È stato bronzo agli Europei del 2014 e dopo d’allora mai più sul podio di una competizione internazionale da solo, ma spesso – molto spesso – con i compagni della staffetta britannica, dai Mondiali fino ancora ai Giochi del Commonwealth di tre anni fa, quando la sua età aveva toccato quota 34. Aikines-Aryeetey è stato definito un atleta nato dal gene di Ercole, perché ha un corpo che produce più muscoli del normale per un sospetto deficit di miostatina. Lui lo riassume in quattro parole: «Una benedizione e una maledizione»

Se Harry Aikines-Aryeetey fosse nata donna, avrebbe probabilmente appiccicate addosso un po’ di istituzioni sportive pronte a tirar fuori da qualche cassetto una serie di studi sulla sua slealtà congenita. Essendo viceversa nato uomo, a nessuno è mai importato di appurare nulla sulla competitività fait – vera o presunta – rispetto agli avversari. La scienza non è stata né importunata né stressata, 

The Athletic racconta che cosa sappiamo di questo misterioso gene di Ercole riassumendo l’iter medico del velocista, dagli esami del sangue al medico che lo interroga, all’ipotesi genetica che spiega i suoi muscoli così abbondanti. Nel 1997 Se-Jin Lee identificò la miostatina in certi topi e poi nelle Belgian Blue, dei bovini segnati dalla stessa anomalia genetica. Per gli studi tra gli umani, il terreno è quasi vergine. Il caso certo resta quello di un bambino tedesco, presentato nel 2004 sul New England Journal of Medicine. Lee chiarisce che a The Athletic che si trattava di un bambino molto muscoloso con una mutazione nel gene della miostatina che ne impediva la produzione. Lui e la madre sono gli unici essere umani identificati. Tutto il resto è ipotesi. Compreso Aikines-Aryeetey. 

Da ragazzino vola: record europei a 14 anni, doppio oro mondiale Under-18 a Under-16, il titolo juniores. Ma nel 2007 tutto si spezza per una doppia frattura da stress alla schiena. Deve restare un anno nel busto rigido. «I miei muscoli erano cresciuti troppo velocemente per il mio scheletro». Con la maturità ossea arrivano altri conti da pagare, con tendini che cedono e lacerazioni muscolari profonde. La più sorprendente  delle circostanze è che pure quando  Aikines-Aryeetey si ferma, anche quando non si allena, la muscolatura non si affloscia. Durante alcuni mesi dedicata alla tv e allo spettacolo — alla partecipazione a programmi come Strictly Come Dancing e Gladiators — senza andare palestra il corpo di Harry rimase uguale, «Non sono cambiato, a parte i polpacci più grossi». 

Tutta quell’energia per un velocista può anche essere una zavorra: «Sono uno sprinter, non un body builder. Questo peso devo muoverlo». Con lui gli allenatori hanno evitato qualsiasi lavoro alla parte superiore del corpo, terrorizzati dall’idea di aggiungere massa. La questione è che potremmo essere nel campo del cosiddetto doping genetico. Gli inibitori della miostatina sono proibiti dal 2008, i farmaci che esistono sono sul mercato per usi medici. Resta la anomala disparità tra la persecuzione del livello di testosterone naturale tra le donne e il disinteresse per il gene di Ercole tra gli uomini. 

 

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Vasseur spiega come si costruisce una F1 con le nuove regole

«Stiamo tutti entrando nell’incognito». Così Frédéric Vasseur racconta il cambio di regolamento per la stagione 2026 che sconvolgerà la F1. Lo ha fatto nell’incontro tradizionale di Natale a Maranello, e per l’occasione L’Equipe si è fatta spiegare come si prevede, come si disegna e come si plasma una monoposto daccapo, come si riparte da zero quando il regolamento cambia drasticamente.

A voler fare i maliziosi, pare che Vasseur fra le righe prenda un poco le distanze dalla macchina che uscirà dall’officina. «Non la definirei né la mia vettura né quella di un ingegnere: è piuttosto l’auto di tutta la squadra. I cambiamenti – ha detto – sono talmente grandi e le competenze così sottili che per avere una vettura vincente serve il meglio in ogni reparto. Quando sono arrivato, il progetto era già avviato. Oggi stiamo già parlando del motore 2031  Non avevo previsto quanto sarebbe stato difficile da vivere, qui a Maranello, in pista e persino per me stesso. La cosa più difficile è conoscere gli pneumatici. Le gomme 2026 abbiamo potuto testarle solo la settimana scorsa ad Abu Dhabi. E comunque con una vettura 2025. Avevamo le dimensioni del Pirelli, ma dovevamo immaginare quali sollecitazioni avrebbe imposto la nuova macchina. Questo condizionerà il passo, il peso, la distribuzione delle masse. Pretenderemo di più dal retrotreno o dall’avantreno? Il punto chiave è anticipare come funzionerà la vettura. E per questo serviva conoscere il livello di aderenza. Se hai una vettura che affronta le curve a tutta perché l’aderenza è massima, il recupero energetico diventa un elemento essenziale. Bisogna lavorare sui freni perché si surriscalderanno. Al contrario, se le gomme non hanno grip, i piloti arriveranno alla curva dopo aver alzato il piede sul rettilineo. Dovremo imparare e capire. L’inizio della stagione sarà cruciale perché stiamo tutti entrando nell’incognito»

Vasseur ha raccontato che il lavoro è stato svolto in costante contatto e negoziazione con la FIA. «È essenziale. Immaginate di aver trovato un’idea geniale per l’ala anteriore. Siete innamorati e pensate che passerà. Costruite l’auto per quell’ala e quell’idea. Poi, a dicembre, arrivano quelli della FIA e vi dicono: «No, è vietata! Vi siete persi l’articolo 56.B comma 3». La vostra macchina finisce nella spazzatura. Lo stesso per il motore. Quando abbiamo un’idea, dobbiamo assicurarci che sia legale».

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Interpreti

     

Michele Dancelli, il sognatore nomade

Michele Dancelli diceva che se avesse avuto la testa di Gimondi nessuno l’avrebbe mai battuto. Ne parlò per i suoi ottant’anni con Gino Cervi, sul Foglio. Era un modo schietto per dire di sé: un attaccante, gli piaceva definirsi corridore alla garibaldina, uno che andava senza calcoli e senza rete, e che proprio per questo è rimasto nella memoria collettiva. Era l’ultimo di sette fratelli, il padre era morto quando lui aveva poco più di un anno, Michele era cresciuto in una casa dove si lavorava e basta. La mamma stava in salumeria quattordici ore al giorno e lui si era messo a fare il manovale appena finite le scuole elementari, lo avevano bocciato due volte, portava secchi di malta. Il ciclismo arrivò come un sogno popolare. La prima bici era stata una Condor azzurra, comprata con 22.000 lire messe da parte. “Quando tornavo da scuola mi fermavo sempre davanti alla bottega del Bianchini, un po’ tabaccaio, un po’ fruttivendolo. Al pomeriggio metteva fuori la lavagnetta con l’ordine d’arrivo delle tappe del Giro. Sognavo Coppi, anche se poi, negli anni, mi sono fatto l’idea che Bartali era più forte…” raccontò sempre a Cervi. 

Iniziò a correre con l’Audaces Nave e diventò professionista con la Molteni. Dodici anni di vittorie – 54 in totale – e un modo di correre “esuberante, generoso a oltranza”, come scrisse Gino Sala su Tuttobici. Undici tappe al Giro, una al Tour, due titoli italiani, una Freccia Vallone nel ’66 e soprattutto la Milano-Sanremo del ’70, con l’arrivo in via Roma per spezzare ua siccità italiana che durava da 17 anni. Molteni si trovò in lacrime sull’ammiraglia, Colnago stava mezzo fuori dall’auto con una bici in spalla, e persino i carabinieri si misero a piangere. «Non mi calcolavano un campione, ma quel giorno ho dimostrato a tutti che lo ero anch’io». Tuttosport titolò: Din-don-dancelli.

L’anno dopo si ruppe il femore alla  Tirreno-Adriatico e fece la scelta folle di togliersi il gesso da solo, per ricominciare prima. «Mi sono rovinato con le mie mani», dirà. Non tornerà più quello di prima. Si era ritirato a Castenedolo, con tre figli, tre nipoti, l’archivio della memoria sempre acceso, per ricordare quando nelle biglie da spiaggia la sua faccia triste era la più richiesta. Il nome di Dancelli era nel primo pezzo di ciclismo scritto da un diciannovenne Gianni Mura [qui]: per lui Dancelli è stato un sognatore nomade. E così sia. 

 

   

Il potere dei soprannomi nel mondo delle freccette

Quando i nuovi giocatori di freccette si registrano alla Professional Darts Players’ Association prima del loro primo torneo, tra i dati richiesti devono inserire il soprannome con cui intendono farsi chiamare per il resto della carriera. È un mondo affascinante e quando c’è un mondo affascinante a cui dedicarsi arriva Jonathan Liew dal Guardian. È lui a fare il punto su questa fenomenale attività e gli pare – a dirla tutta – che parecchi scelgono la prima cosa che gli viene in mente. Altrimenti non riesce a spiegarsi come Ross Smith sia “Smudger”, Luke Woodhouse “Woody”, Josh Rock “Rocky”. Mervyn King è “The King”. Ryan Meikle, che fa il barbiere, si fa giustamente chiamare “The Barber”. 

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L’ultimo scroll

   

Reggio Calabria

49 giorni a Milano

La voce  di Corrado Alvaro

Ciao Sicilia. La fiaccola lascia stamattina Acireale, attraversa Giarre, passa da Taormina e percorre Messina tra le mani di Vincenzo Nibali, prima di sbarcare a Reggio Calabria prima di cena. È il posto dove il fuoco più che altrove è il simbolo del ritorno. Così rifletteva Corrado Alvaro quando pensava alla continuità della vita e delle comunità. In una terra scabra e difficile, presentava il focolare domestico come l’unico luogo di calore e narrazione. Il fumo che esce dai camini è il segno della vita che resiste alla durezza del paesaggio [Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri]. È la luce della memoria che riscalda le genti, l’elemento che unisce l’uomo calabrese alle sue radici arcaiche.

Ma quando il fumo diventa fiamma contiene la rabbia degli oppressi che non trovano giustizia. Rovinato dai torti subiti e dalle ingiustizie dei Mezzatesta, i signori locali, il pastore Argirò vede suo figlio Antonello darsi alla macchia e diventare brigante per vendetta, così appicca il fuoco ai beni dei padroni. È  l’unica voce che rimane a chi è stato privato di tutto. 

 

     

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Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

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