| Il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto
Pier Paolo Pasolini
prima di tutto
I sessant’anni del suo primo pezzo di ciclismo
Il giovane Mura e il ciclismo si incontrarono per caso. Ticchettava sui tasti di una macchina per scrivere in Gazzetta da cinque mesi, lavorava al calcio, il capo era Emilio Violanti, il suo vice Angelo Garavaglia che amava la lirica e i poeti scapigliati. Aveva fatto un paio di incursioni all’allenamento del Milan, una volta per parlare con Germano, la seconda con il portiere Mario Barluzzi. Per il resto andava al pomeriggio in redazione e stava con la testa sulle pagine della serie C, a esser precisi serie C girone A, dove il Novara si era messo presto in testa alla classifica e respingeva la domenica gli assalti della Biellese e della Solbiatese.
Il giovane Mura – di anni 19 e mezzo – preparava un sunto settimanale di quelle vicende, saranno state una ventina di righe, forse trenta, molto dritte e primarie: il Marzotto Valdagno ha vinto, il Monfalcone no, tuttavia l’Ivrea, viceversa il Fanfulla. C’erano in quel girone due squadre che oggi giocano in serie A: Como e Udinese. L’allenatore che non riuscì a salvare il Vittorio Veneto era Enrico Colombari, ex nazionale di Vittorio Pozzo escluso dal giro proprio alla vigilia dei Mondiali del ‘34. Dettagli.
A quel tempo il giovane Mura siglava i suoi pezzi gi.mu. perché di g.m. in Gazzetta c’era già Guido Magni da Torino. Insomma accadde per caso. Era successo che alla Milano-Sanremo una delle firme del ciclismo, Nino Rota, fosse caduto dalla moto. Dovettero operarlo alla testa. Così lasciava scoperto un posto nella squadra che doveva andare al Giro.
Fu Mura stesso a raccontare nel 2017 cosa accadde, ne scrisse per il Venerdì: “Non era una redazione abbondante, massimo una trentina di persone. Oggi mi definirei uno stagista a tempo indeterminato, ma allora il termine non si usava. Però, in una busta rosa, a fine mese trovavo 40 mila lire che mi sembravano tantissime. Ai primi d’aprile Violanti mi disse: «Giovane Mura, ti diamo in prestito al ciclismo». Cioè? «Seguirai tutto il Giro, ma prima sarai iscritto all’albo dei giornalisti». Dopo oltre un anno venni a sapere che c’era stato un consulto tra il direttore Zanetti, i due caporedattori Imbastaro e Mottana, più Violanti il cui commento («Questo Mura non sembra proprio un coglione, proviamo a buttarlo») aveva convinto gli altri.
Così mi buttarono, a rischio loro e anche mio, che dovevo dimostrare di saper nuotare. L’alternativa, assumere uno bravo e sperimentato da un’altra testata, era meno economica, ma non era a questo che pensavo. Pensavo che di ciclismo sapevo poco. Al massimo, avevo giocato a biglie sulla sabbia delle case in costruzione e conoscevo un po’ di nomi. Tifavo per Alessandro Fantini, detto il Tamburino di Fossacesia, coraggioso, velocissimo e timido, ma era morto nel ‘61, cadendo in volata e rompendosi il cranio al Giro di Germania. Ero molto preoccupato. In quel mese che mancava al Giro lasciai perdere l’università, chiudendomi in archivio e leggendo i grandi del passato. Sapevo che non mi avrebbero chiesto commenti o pezzi di colore, per quelli c’erano Bruno Raschi e Luigi Gianoli, Sergio Valentini. Cercavo di imparare la lingua. La prova sul campo il 15 aprile alla Coppa Bernocchi, a Legnano. Volata, vinse Durante su Dancelli e Cribiori. Rino Negri, il vice di Raschi, addetto a interviste e inchieste, mi diede il compito: «Vai da Carlesi, è il grande battuto dello sprint, fagli qualche domanda». Andai da Carlesi col mio bel taccuinone in una mano, la biro nell’altra, e dissi: «Mi scusi, signor Carlesi». M’interruppe, anche se aveva il fiatone: «Vaffanculo, ti sembra il momento per gli autografi? Passa in albergo, aria».
In albergo, come un tornado, passai sulla scia di un imbufalito Ezio Graziani, personaggio fondamentale: l’autista. Un omone dolcissimo (paterno nei miei confronti) ma con l’aspetto da orco. Ero tornato alla macchina a taccuino vuoto. Per Graziani era un affronto a mamma Rosa, la Gazza. Piomba in camera di Carlesi, gli dice cose pesantissime, io dietro sentendomi in ordine sparso un delatore, una merda, un incapace. Carlesi a scusarsi 70 volte 7: «Non lo conoscevo, diglielo anche te». Confermai: nessuno mi conosceva. Carlesi, per quanto innocente, mi concesse una lunga intervista riparatoria”.
E qui – come avrebbe detto Mike – colpo di scena. Nella sua ricostruzione per il Venerdì il Mura anticipa la Coppa Bernocchi di qualche giorno. Si corse in realtà il 19 aprile del ‘65 e non il 15. Ma non è importante. Era la seconda prova del campionato italiano a punti. L’ordine d’arrivo è giusto – Durante su Dancelli e Cribiori – ma l’intervista riparatrice a Legnano Mura non la fa con Calvesi, la fa con Franco Cribiori stesso. Uno scherzo della memoria. Esce a pagina 13 della Gazzetta il 20 aprile del ‘65.
Oggi sono sessant’anni del primo pezzo di ciclismo di Mura.
E quel pezzo faceva così.
“Sul rettifilo d’arrivo l’acciaccapesta di sempre. Due, tre, cinquemila persone, vale a dire diecimila gomiti. S.O.S. E i corridori, povere anime, dopo essersi sciroppati duecentosessantasei chilometri e rotti (a quella media notevole, per giunta) devono ora sottostare al ruvido abbraccio della folla. Per vedere Franco Cribiori è venuta a Legnano mezza Corsico, e non solo per vedere: per complimentarsi, per battergli un’affettuosa manata sulle spalle.
Non è che lui sia molto allettato da questa prospettiva. Il ciuffo biondo si sgomitola faticosamente dal groviglio formato da mezza Corsico, che vuol sapere della spinta di Fezzardi – te l’è vista, ti? – al Gianni Motta, che recrimina sul terzo posto perché – ingrato compito degli idoli – esigeva il primo; ed ecco Cribiori:
– Soddisfatto?
– Sì, abbastanza. La corsa è andata meglio del previsto.
– In che senso?
– Generalmente in questo tipo di corse succede la fuga imprevista, la fuga di un gruppetto di sconosciuti.
– Invece oggi …
– Invece oggi la corsa l’abbiamo comandata noi, l’abbiamo tenuta sempre sotto controllo.
– E per quanto riguarda il suo piazzamento?
– Mi sta bene anche così.
– Ma poteva far meglio?
– È difficile stabilirlo. A un certo punto della volata mi son trovato in buona posizione, ma son rimasto scoperto e ho visto Durante e Dancelli filare via sparati. Non c’era più niente da fare.
– Il cuore in pace, quindi. Non si può parlare di occasione perduta.
– Penso proprio di no.
– Come le è sembrato il percorso?
– Beh, a dir la verità piuttosto facile. L’avrei visto di più come prima prova.
– Già risolta la lotta per il titolo?
– Oggi come oggi non posso fare che un nome: Dancelli. Dancelli, e non ci sarebbe nemmeno bisogno che lo dicessi, è veramente un grande corridore. Sarà un osso duro per tutti.
– Anche per Cribiori …
– Chiaro. Oggi è andata così, e, ripeto, non sono insoddisfatto. Tutto sommato non è un terzo posto da buttar via, anzi.
E su questa battuta svicola via: l’altra meta di Corsico io aspetta in sede. Lo aspetta convinta di salutare il futuro campione d’Italia. Lui s! schermirà, modesto com’è, l’ha ben detto che per Dancelli è quasi fatta. Questo non toglie che le sue brave chances le abbia anche lui, lui che stasera si troverà di fronte ad una nuova bagarre. Così è.