Lo show, i soldi e i soliti sospetti | Anthony Joshua vs Jake Paul: il match che sconvolge la boxe

 

   

Ci vuole coraggio a salire sul ring con la certezza di essere sconfitti

Rocky Balboa

 

  

Lo show, i soldi e i soliti sospetti

Anthony Joshua vs Jake Paul: il match che sconvolge la boxe

 

È boxe e non è boxe. È sport e non è sport. È uno spettacolo disturbante e affascinante, assurdo e pericoloso. È affari e cultura pop, soldi e intrattenimento, streaming e identità digitale. C’è chi lo chiama circo, chi lo chiama baraccone, in sostanza una nuova sconcezza a cui si concede la vecchia noble art. È Anthony Joshua, un pugile vero, contro Jake Paul – l’intrattenitore convertito ai guantoni. “Completamente folle. Senza precedenti” il giudizio che L’Equipe ha dato del match della notte prossima.

Il calcio ha visto passare arbitri corrotti, partite truccate, autogol segnati di proposito. Il basket in America conosce il fenomeno delle sconfitte volontarie per avere scelte migliori al Draft dell’anno successivo. Nel baseball si sono messi a rubare i segni agli avversari, nella NFL hanno manipolato la pressione dei palloni, nel ciclismo ci sono stati campioni del mondo che hanno sfidato dei cavalli nei velodromi. Ci sono stati i Savannah Bananas che portavano gag e spettacolini sui diamanti. Gli Harlem Globetrotters sono giocolieri accolti gioiosamente in tutto il mondo. Julen Darui, portiere della nazionale francese, a un certo punto si mise a parare rigori al circo equestre come un Buffalo Bill. 

Eppure la boxe genera sempre un’indignazione più rapida e più intensa, quando esce dal suo perimetro classico e riconosciuto. Forse perché la boxe non è uno sport astratto. È un corpo che viene colpito da un altro corpo. Il confine etico è fisico e visibile. Quando qualcosa nella boxe appare farsesco o poco autentico, la sensazione è che ci sia molto di più dell’infedeltà a uno sport o allo spirito di un gioco. Nel tennis puoi buttare un match o mettere in piedi una battaglia dei sessi, ma il contesto non porta con sé l’idea di ferire. È del nostro tempo l’ossessione per l’autenticità. Molti sport la aggirano con trucchi e stratagemmi. La NBA ha messo la partita fra vip nel programma dell’All-Star Game. Ma la boxe non può essere neutra. È fatta di mito e quindi di ferite. Ha riempito le sue pagine di arcate sopracciliari rotte a sangue, di mafie, tragedie personali, cadute, redenzioni, morti. Il ring è quel posto dove la distanza tra la grandezza e il ridicolo è drammaticamente breve. Negli altri sport le sconcezze si chiamano scandali, nella boxe sembrano tradimenti.

Ecco perché Joshua vs Paul di stanotte mette i brividi. Di nuovo. Ci sono incontri che illuminano una carriera, e altri che la offuscano, ha scritto Sean Ingle sul Guardian partendo da un ricordo di 85 anni fa, quando Joe Louis difese il titolo dei pesi massimi contro Al McCoy senza riuscire a entusiasmare il pubblico. McCoy, scrive, “rese Louis a tratti ridicolo, un bersaglio elusivo per i pugni paralizzanti del campione”, e la vittoria fu amara: applausi pochi, fischi molti.

“Ci si aspettava che McCoy si accasciasse al primo pugno sferrato da Louis” scrisse il corrispondente del New York Times. “Invece, l’astuto veterano del New England a volte ha fatto sembrare Louis ridicolo. Louis ha vinto, ma solo il suo conto in banca ne è uscito migliorato”. Ingle definisce allora il match della notte “uno spettacolo da baraccone” che non può non danneggiare lo sport e la reputazione di Joshua, perché Paul è un novizio da 13 incontri. Avrebbe dovuto affrontare Gervonta Davis il 14 novembre a Miami, in Florida. Ma il 30 ottobre, il campione dei pesi leggeri WBA è stato accusato di violenza domestica. A Netflix non lo volevano più. Paul ha cercato un altro avversario per il suo incontro di otto round e ha trovato Joshua, ex campione dei massimi WBA-WBO-IBF. Nel suo ultimo match pesava 114 chili. 

Ma quella che sembra una farsa affascina il grande pubblico, interessandolo più di tanti incontri tra campioni. È questa l’offesa che la boxe non dovrebbe sopportare: l’irrilevanza di altri momenti molto più alti. Il fenomeno Paul non ha eguali. Dopo aver iniziato a pubblicare video online nel 2013, è diventato uno degli influencer più popolari degli Stati Uniti. Ha 6 milioni di follower su Facebook, 4,4 milioni su Twitter, 20,9 milioni su YouTube e 28,2 milioni su Instagram. Ha iniziato a praticare la boxe nel 2018, diventando professionista due anni dopo. Ha fondato una sua società di promozione, la Most Valuable Promotions. La maggior parte delle sue vittorie son state ottenute contro esordienti, un influencer, lottatori di MMA, l’ex giocatore NBA Nate Robinson e pure Mike Tyson, poverino, nel novembre scorso davanti a 72.000 spettatori in Texas. Una decisione unanime in otto round da due minuti, un avversario di 58 anni scampato per un pelo alla morte solo pochi mesi prima. Fight è stato visto su Netflix da 60 milioni di famiglie. 

Joshua resta un pugile con un curriculum mondiale, e questo incontro – ha scritto il Guardian – fa sembrare Louis contro McCoy una specie di Rumble in the Jungle. Dario Torromeo sul suo blog Storie di boxe, ha detto che “comunque finisca, sarà un altro colpo basso al pugilato”.

Ingle dice che il pugilato si regge su “un contratto sociale non scritto”, tutti conoscono i rischi ma li accettano perché bilanciati dal valore sociale della disciplina. Questo incontro, invece, “si strappa in mille pezzi, e poi ci si sputa sopra”.

Eppure la borsa è di 70 milioni di sterline a testa. Netflix va a caccia di record di streaming, le federazioni chiudono un occhio sulla disparità di peso, di esperienza e di qualità pur di far girare soldi. Il Guardian ricorda che anche ai tempi di Joe Louis non mancavano circensi del ring e personaggi bizzarri. Uno degli avversari fu Two Ton Tony Galento, che era alto 1 metro e 73 ma e pesava ben oltre i 100 chili. Combatté contro un orso e un canguro per promuovere i suoi incontri, e disse ai giornalisti che avrebbe massacrato quel vagabondo. “Tutto ciò fa sembrare le buffonate di Paul piuttosto blande”. Un altro avversario di Joe Louis, il cileno Arturo Godoy, gli diede un bacio appassionato sulle labbra dopo che il loro primo incontro fu vinto di misura dall’americano, “ma c’era un confine sportivo – sottolinea il Guardian – qui no. Paul non dovrebbe avvicinarsi a un ring con Joshua”.

Non solo. Joshua è dato per favorito dai bookmaker, ma solo leggermente e l’opinione che gira in molti ambienti è che si tratti di un match truccato. «Penso che ci sarà un copione, come per tutti gli incontri di Paul», ha detto persino Deontay Wilder, l’americano ex campione dei pesi massimi WBC. “Che siano stati stipulati accordi con alcuni degli avversari di Paul – dice L’Equipe – non sarebbe impossibile, come accadde durante gli otto match dell’attore americano Mickey Rourke nei primi anni Novanta. Ma è impensabile che un campione come Joshua accetti un simile schema”. Quando ha cominciato a girare la voce, Joshua ha detto come vi permettete, ma quale schema, quale trucco, anzi, lui adesso sul ring e lo ammazza, lo ammazza proprio quello lì. 

Bryan Armen Graham, sempre sul Guardian, inquadra tutto con un’altra luce, e dice che non c’è proprio niente di nuovo. “I puristi della boxe potranno lamentarsi dello stato delle cose, ma non esiste sport più attrezzato per capire cosa stia succedendo. Molto prima che si parlasse di algoritmi o metriche di coinvolgimento, la boxe era la prima economia dell’attenzione, il cui valore era dettato non dal merito o dalla struttura, ma dalla visibilità. Non esistevano leghe strutturate, calendari fissi, guadagni garantiti. Un incontro esisteva solo se abbastanza persone si interessavano, e i pugili che contavano erano quelli capaci di attirare una folla”.

Maledizione, allora. Ci siamo cascati di nuovo. 

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