Lo Slalom del 17 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 1 giorno a Roma vs Inter

 

     

►  IN ASSENZA di Marc c’è Marco. Sul circuito di Phillip Island, di fianco alla specie di pinguini più bassi al mondo. Bezzecchi ha fatto il miglior tempo nelle Pre-qualifiche del GP d’Australia con il nuovo record della pista. Alle sue spalle Raul Fernandez e Di Giannantonio. Quinto Alex Marquez, in Q2 anche Pecco Bagnaia con il nono tempo. Nella notte prossima le qualifiche e domattina alle 6 la Gara Sprint. 

◇  Dopo la decisione del governo indonesiano di non concedere visti di ingresso a giornalisti, atlete e atleti israeliani per i Mondiali di ginnastica artistica, la polizia delle West Midlands ha consigliato al Safety Advisory Group di Birmingham di escludere i tifosi del Maccabi Tel-Aviv dalla partita con l’Aston Villa del mese prossimo in Europa League. Il primo ministro Starmer ha condannato la decisione come sbagliata e potrebbe confermarla o ribaltarla: una specie di Alessandro Borghese. Qui ne scrive il Times [ma non parla di Alessandro Borghese]

◇  Anche in Texas la F1 ha lanciato l’allerta caldo e i piloti dovranno usare il kit refrigerante sotto la tuta. Oggi alle 19.30 le prove libere e alle 23.30 le qualifiche per la Gara Sprint di domani. 

◇  La UEFA ha avviato un procedimento sui bilanci della Juventus per verificare se c’è stato sforamento dei criteri del Fair Play Finanziario nel triennio 2022-25. La sanzione prevede un limite alla rosa per le Coppe, una sorta di blocco sul mercato o una multa che il club immagina di scarsa rilevanza. Il Corriere della sera mette in evidenza le prossime manovre societarie con Comolli a.d. Scrivendo che non c’era mai stato un uomo così solo al comando. In effetti anche La Stampa titola: La Juve di Comolli”

◇  L’Olimpia Milano è andata a vincere a Kaunas [89-78] sul campo dello Zalgiris capolista d’Eurolega, unica squadra rimasta imbattuta alla terza giornata. Dodici su 21 da tre nonostante le assenze di Brown, Nesbo e LeDay, rimontando il -15 in cui era sprofondata dopo 11 minuti. Quindici punti per Ellis e per Ricci. Oggi la Virtus gioca in Francia con l’ASVEL. È partito con la squadra anche Luca Vildoza, arrestato con la pallavolista serba Milica Tasic – la moglie – per aver aggredito un’infermiera di un’ambulanza. Sono stati scarcerati in attesa delle indagini della procura di Bologna. 

  

Il combattimento dura un lampo

Roland Barthes

Il sumo sta arrivando in Europa

Alle sei in punto, il primo e unico dohyō professionale fuori dal Giappone era già pronto. Quattro giorni di lavoro meticoloso. La terra argillosa trasportata da Kettering [dove ha la giusta consistenza] modellata e battuta, trasformata in un palco; la struttura di legno da sei tonnellate sospesa dal soffitto; i fasci di paglia di riso plasmati con bottiglie vuote, disposti in cerchio attorno al ring. Tre sacerdoti allora hanno benedetto l’arena, spruzzandola di sakè e cospargendola di sale, come racconta Andy Bull sul Guardian, in modo che avesse ogni dettaglio al posto giusto, che ogni gesto fosse parte di un rituale millenario.

Fuori, la folla si era radunata sotto le bandiere, un mix di uomini in grisaglia con la nota spese a carico dell’azienda, diplomatici, semplici tifosi appassionati di sumo. Alcuni erano dei signori eleganti e corpulenti che hanno scoperto lo sport su Channel 4 negli anni Novante, altre delle giovani donne vestite dalla testa ai piedi in Comme des Garçons, poi un nugolo di impiegati di mezza età con striscioni raffiguranti i loro rikishi preferiti. 

È la scena descritta dal giornale inglese per raccontare la prima volta in 34 anni che un torneo ufficiale di sumo si tiene fuori dal Giappone. Era successo proprio in questa Hall londinese nel 1991. Hakkaku, presidente della Japan Sumo Association, ha aperto la manifestazione con parole solenni: «Questo non è solo uno sport, ma una cerimonia sacra». 

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La rivoluzione societaria al Real Madrid

A Madrid si respira un vento di cambiamento, un soffio che potrebbe far entrare per la prima volta capitali esterni nei corridoi del Bernabéu. Il Real è da oltre un secolo nelle mani dei suoi socios, ma ora va esplorando una trasformazione radicale della propria struttura proprietaria. Solo tre altri club in Spagna condividono questo modello: Athletic Club, Osasuna e Barcellona, annota Dermot Corrigan su The Athletic, sottolineando quanto sia unico questo equilibrio di potere.

Il miliardo di euro di ricavi registrato nella stagione 2023-24 non basta più, come ormai più nulla basta più senza un tetto ai salari come in NBA. La competizione internazionale, con club finanziati da miliardari e fondi sovrani, ha mostrato i limiti al modello dei soci. Florentino Perez aveva già evocato l’idea di un referendum per sondare il terreno su un cambiamento, ora la strada sembra più concreta: due entità separate — una per il calcio, una per il business — potrebbero aprire il club a investimenti esterni senza compromettere il controllo dei soci. 

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Tutte le decisioni al Castellón vengono prese dai dati

Haralabos Voulgaris ha sempre vissuto ai margini del mondo dello sport. Non al centro delle innovazioni, ma poco dietro. Ha osservato la rivoluzione dei dati della NBA, ha costruito modelli, ha passato ore insonni a studiare il basket cercando un vantaggio da sfruttare. Il suo talento analitico lo ha portato ai Dallas Mavericks, dove è diventato direttore della ricerca quantitativa e dello sviluppo.

Voulgaris sognava di possedere una franchigia NBA e gestirla a modo suo, ma questi miliardari continuavano a superarsi l’un l’altro – si sa come sono fatti – e gli obiettivi cambiavano in continuazione. Così ha voltato la testa al cavallo e si è rivolto al mercato del calcio europeo. Ora, tutto questo sproloquio per dire che si trova al timone del CD Castellón come azionista di maggioranza dal 2022. Dove Voulgaris cerca di applicare la stessa logica matematica e rigorosa che aveva affinato tra campi da basket e modelli predittivi.

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Panucci non si fida ancora di Gasperini

Si aspettava un’impronta così netta del Gasp sul gioco della Roma già a ottobre?

«Mi sembra presto per dire che ha già lasciato un segno. Di certo ha portato grande entusiasmo, una crescita a livello di mentalità e una buona gestione nell’uno contro uno».

Chi ha più da perdere domani?

«È un banco di prova in ottica scudetto per entrambe le squadre. Ma, non lo dico solo per scaramanzia da romanista, bisogna ammettere che i nerazzurri hanno più abitudine a vincere i campionati e il periodo di rodaggio sembra essere alle spalle. Se Chivu riuscirà a ripulire la testa dei giocatori dalle scorie di Monaco, sono in pole per lo scudetto. Discorso diverso è per la Roma che, al di là del primato attuale, se a fine anno arriverà in Champions Gasperini avrà fatto un ottimo lavoro». – intervista di monica colombo, Corriere della sera

  domani 20.45    su Sky Sport e DAZN: Roma vs Inter



 

Che gioco avremo se abbattono le statue di Guardiola

Xabi Alonso non ha mai dimenticato il suo battesimo in Premier League, era un pomeriggio gelido di fine agosto 2004 al Reebok Stadium del Bolton Wanderers. Faceva freddo, ma il vero shock culturale per lui che veniva dalla Spagna fu un altro. «Lanci lunghi, seconde palloni, giocatori molto fisici: Kevin Nolan, Kevin Davies in avanti, Sam Allardyce che masticava una gomma e urlava ordini dalla sua area tecnica. Quando il Bolton prendeva un calcio di punizione, l’esercito della difesa avanzava e lo stadio cominciava a tremare».

Era la Premier League anni 2000: rimpalli, contatti fisici, calci piazzati, rimesse lunghe. Come disse una volta José Mourinho al Chelsea, in Inghilterra i calci d’angolo sono accolti con la stessa frenesia dei gol. Oliver Kay sul The Athletic ricorda l’impressione fatta ai nuovi arrivati: Il calcio inglese era rumoroso, fisico e immediato. Un terzo dei gol della Premier League 2009-10 venne da palle inattive.

Poi un giorno arrivò il Principe Pep azzurro, diede un bacio al campionato addormentato e quello si risvegliò. Guardiola ha completamente stravolto il calcio inglese. Il possesso palla è diventato centrale, con la costruzione dal basso, il pressing alto, i passaggi corti. È cambiato tutto e ovunque: dai top club al calcio giovanile, scrive il Times, sottolineando l’influenza del catalano. 

Tuttavia, come le mode e la nostalgia riportano in auge certi stili del passato, la Premier League di oggi sembra riscoprire gli anni 2000, tra rimesse lunghe e gol da fermo in crescita. Le statistiche sono chiare: nel 2019-20 e 2020-21 solo il 6% delle rimesse nell’ultimo terzo di campo arrivava in area; quest’anno superano il 27%. I gol da calci piazzati [angoli, punizioni e rimesse, esclusi rigori] sono a 0,7 a partita: il massimo dal 2010-11. Il numero di passaggi è sceso a 858: il minimo dal 2010-11. I rinvii lunghi, calati per nove stagioni consecutive, sono risaliti al 51,9%, mentre i gol di testa hanno raggiunto il 19,8%: record dal 2000-01. 

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La paralisi del calcio di fronte alle accuse di violenza sessuale

Lui si chiama Rafa Mir, gioca a calcio nell’Elche, e ci risiamo. È stato incriminato con l’accusa di aggressioni sessuali e il caso – scrive Javi García su SportsIn – “riapre un dibattito cruciale su ciò che un personaggio pubblico rappresenta, al di là di sé stesso”. Mentre il procedimento penale segue il suo corso, ora il nodo non è tanto giudiziario ma di sistema: come deve muoversi una società sportiva quando un proprio tesserato diventa oggetto di un’indagine così grave? SportsIn giunge alla conclusione che serva un protocollo, delle linee guida che consentano di agire senza tradire la presunzione d’innocenza, che proteggano allo stesso tempo il club, la lega e la federazione. 

“Il punto centrale non è l’esito del processo – osserva García – ma se esista o meno un quadro preventivo capace di funzionare in casi simili”. La legge, in teoria, tutela tutti. La pratica impone continui compromessi. Il diritto alla reputazione e alla presunzione d’innocenza convive con la necessità di limitare i danni d’immagine e di gestione. Le misure cautelari imposte dal tribunale — ritiro del passaporto, ordini di allontanamento — incidono sulla disponibilità dell’atleta e costringono i club ad attivare procedure interne, conciliando legalità e calendario.

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Il baseball retrò dei Los Angeles Dodgers

Ci sono serate in cui il baseball sembra tornare indietro di decenni. Quando Yoshinobu Yamamoto è tornato nel dugout dei Los Angeles Dodgers dopo aver concluso otto inning dominanti martedì sera, il suo manager non ha avuto dubbi su cosa fare. Assolutamente nulla. Fino a quel momento, Dave Roberts aveva mandato 107 lanciatori sul monte nei playoff senza mai permettere a nessuno di completare una partita. Stavolta sì. È stato il tipo di performance rétro che sembrava scomparsa nel gioco moderno, scrive il Wall Street Journal.

Succede perché questa stagione è diversa da tutto ciò che Roberts ha vissuto nel suo decennio ai Dodgers. Yamamoto è diventato il primo lanciatore a completare una partita nei playoff in otto anni. Un Dodger non arrivava a nove inning dal 2004, quando José Lima dominava il monte e Yamamoto era ancora un bambino in Giappone. «Quando puoi avere i tuoi lanciatori più talentuosi che fanno il maggior numero di eliminazioni, sei in una buona posizione», ha aggiunto Roberts.

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Come Woltemade sta cambiando il Newcastle

Quando Alexander Isak ha firmato il trasferimento-record da 125 milioni di sterline per il Liverpool, i tifosi del Newcastle temevano un periodo complicato. Perdere il loro centravanti simbolo, autore di 54 gol in 86 partite di Premier League, sembrava un colpo fatale – fino a quando un lampione tedesco di 1,98 metri ha iniziato a conquistarli silenziosamente. Sostituire un centravanti non è semplice. Il Newcastle si trovava a dover ricostruire l’identità offensiva. La risposta si chiama Nick Woltemade, giovane promessa dello Stoccarda, ma mai testato al massimo livello. Harry Paterson per il Guardian osserva oggi: Quello che sembrava un compromesso si sta rivelando la soluzione giusta per il Newcastle

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L’uomo che cambiò il suo nome in Manchester United

Qualsiasi tifoso del Manchester United di una certa età sa cos’è il 26 maggio 1999. È la notte in cui i gol di Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær completarono nei minuti di recupero la rimonta sul Bayern Monaco nella finale di Champions League al Camp Nou di Barcellona. È stata la notte in cui la vita di un tifoso dello United in Bulgaria cambiò per sempre, racconta Nick Ames per il Guardian.

Marin Zdravkov Levidzhov veniva da Svishtov, cittadina sul Danubio di ventiduemila abitanti. Cresciuto nella Bulgaria comunista, adorava il calcio e coltivava un sogno bizzarro: cambiare il proprio nome in Manchester United. Ma come ricorda Ames reclamare il nome di un club dell’Occidente capitalista era una missione impossibile. Se Marin ci avesse provato prima della caduta del regime, probabilmente sarebbe finito in prigione.

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Possiamo credere ai 100 pun ti di Wilt Chamberlain?

Il 2 marzo del 1962, a Hershey, una piccola città della Pennsylvania, i Warriors affrontarono i Knicks in una partita senza alcun vero significato. Nessuna telecamera, nessun fotografo accreditato, nessun reporter venuto da New York. Quella sera, Wilt Chamberlain segnò 100 punti, stabilendo un record che resiste intatto da oltre sessant’anni. La partita, mai filmata, sarebbe potuta scivolare nell’oblio, invece è entrata nella leggenda, alimentando fantasmi e dubbi nelle generazioni successive. Se ne sta occupando L’Équipe chiedendosi se facciamo bene a credere a quell’impresa.

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I 100 punti di Chamberlain e il tiro della nonna

Si chiamano “tiri liberi” e lui quella libertà se la prese sempre tutta. Wilt Chamberlain è l’uomo che ha cambiato il basket, rovesciando le regole e anche il modo di mettere la palla nel canestro. Tutti a tirare con le braccia verso l’alto e lui no. Dalla lunetta lui metteva la palla sotto le ginocchia e la tirava su. Gli americani lo chiamarono “il tiro della nonna”, lo fece diventare il suo marchio di fabbrica. Un marchio che divenne famoso quando, il 2 marzo del 1962 Wilt segnò 100 punti in una partita sola.

 

Il nonno iperattivo del PSG

L’ossessione di Luis Enrique per il corpo

Luis Enrique non si è mai arreso all’idea che il corpo possa essere un limite per qualcosa. Anche adesso, con una clavicola rotta dopo una caduta in bici durante la sosta di settembre, l’allenatore del PSG vive la convalescenza come una parentesi forzata, quasi una punizione. Raramente un allenatore ha venerato il corpo con tanta devozione, scrive L’Équipe in un ritratto che racconta l’asturiano non solo come allenatore, ma come una specie di atleta in missione contro il tempo.

Alla vigilia della partita di stasera con lo Strasburgo, Luis Enrique ieri ha sorriso quando gli è stato chiesto se si allenasse ancora come un professionista: «Non posso allenarmi come uno sportivo perché ho 55 anni, sono più un nonno che un atleta d’élite. Ma resto attivo, amo fare sport, è importante per me come persona». Dietro la battuta, racconta L’Équipe, si nasconde un rigore che sfiora l’ossessione. Dalla maratona al triathlon, dai trail di montagna alle sedute quotidiane, il suo culto del movimento è rimasto intatto anche ora che occupa la panchina più esigente di Francia.

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Mpetshi Perricard indoor è un altro giocatore

Nelle ultime dieci partite giocate sul cemento all’aperto, Giovanni Mpetshi Perricard ha vinto cinque volte. Cinque volte anche sull’erba e sulla terra battuta siamo a sei. Ma quando arrivano i tappetini indoor, il francese si scatena. A Bruxelles ha portato la sua serie a nove e come racconta Javi Garcia per L’Equipe, la sua confidenza sotto un tetto è impressionante: C’è davvero un grande comfort legato alle condizioni: niente vento, niente sole, meno turbolenze d’aria; è più facile essere precisi. Non ci sono quei piccoli imprevisti che a volte ti costringono a prendere più margine con le linee

Due anni dopo le prime vittorie nel circuito maggiore ad Anversa, sempre indoor, Perricard continua a sentirsi a suo agio in queste condizioni: ieri ha beneficiato dell’infortunio di Basilashvili, ma il primo set lo aveva già vinto 7-5 con dieci ace e appena quattro punti persi al servizio. Il suo stile aggressivo insieme al servizio potente [se ne parlava qui tempo fa] trova la sua massima espressione nelle partite indoor. Come sintetizza Paul Annacone, ex coach di Sampras, Henman e Federer: «I giocatori aggressivi, quelli che funzionano con una minore tolleranza all’errore, sono avvantaggiati al coperto, dove nulla varia. Per questo Federer era così spettacolare: poteva colpire la palla ancora prima e giocare ancora più efficacemente». 

Perricard a Bruxelles, ha messo a segno 27 punti consecutivi sul suo servizio tra la fine del match contro Ruusuvuori e l’inizio di quello con Basilashvili, arrivando a questo punto con 49 ace in quattro set. Perricard ha un sogno nel cuore. Pensa che sarebbe meraviglioso il tennis su erba indoor. «L’ho provato solo una volta» dice al giornale francese e si riferisce al match perso contro Fritz a Wimbledon, con il tetto chiuso sul campo n.1. Oggi è avversario di Musetti. 

  ore  16.00    su Sky Sport

 

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La gente vuole sapere cosa ha fatto Sinner

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Mentre Tommaso Vulpio si alzava dalla sua sedia alle Last Call di X Factor, Jannik Sinner ha chiuso la semifinale dell’esibizione di Riad battendo Novak Djokovic in due set. Un’ora di partita per dire che ormai pure con lui non c’è più partita. Dieci ace e solo 8 punti persi al servizio sono un indizio sullo stato dell’avanzamento delle famose novità per diventare più imprevedibile eccetera eccetera. Oggi si fanno un bel respiro e un bel riposo. Stefano Semeraro su La Stampa spiega che la finale è ritardata di un giorno, non a caso il venerdì festivo islamico, perché i tennisti pro non possono giocare tre giorni di fila in esibizione.

Se ne parla domani sera con Carlos Alcaraz, la partita che tutti aspettano ogni volta che comincia un torneo.  Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto: Anche nel deserto nascono i fiori: Six Kings Slam ci regala un Sinner-Alcaraz di mezza stagione, e tanto basta per dargli un senso. È tutto così kitsch, là in Arabia, però è inutile scandalizzarsi. La body-camera che Novak Djokovic accetta di indossare fa venire il mal di mare: quando se ne spoglia rimane una maglia rossa che agli occhi del giocatore in blu sembra una minaccia di guai imminenti.

Massimo Calandri su Repubblica dice che sarà anche un’esibizione, ma Sinner non ha mai fatto così sul serio sottolineando come abbia usato il servizio come un’arma devastante (10 ace, 81% di vincenti sulla prima palla), mentre contro Fritz lo spagnolo ha tirato fuori dal cilindro una incredibile serie di palle corte: 12 su 13 vincenti.

Sotto traccia, per il momento ancora sotto traccia, rimane questa frase che Jannik ha buttato lì in risposta a una domanda di Ubitennis sulla Coppa Davis. Non è così sicuro di andare a giocare le finali a Bologna. Polverone in arrivo. 

Oh, comunque anche quest’anno il cast di X Factor è spaziale. Anche quest’anno guardi i 12 selezionati per i Live e pensi: ma dov’erano nascosti l’anno scorso, quando pareva di aver trovato i migliori dodici possibili?

 

   

Elogio del quarterback, il mestiere più difficile e più amato

Generali, idoli, psicologi, egomaniaci: ecco cosa sono i quarterback, le figure più affascinanti dentro quel mito americano che chiamiamo football. Così scrive Seth Wickersham su The Atlantic definendolo il centro di ogni discussione, la posizione unica e misteriosa che definisce un intero Paese

Il quarterback, scrive Wickersham nel suo lungo intervento, non è solo un ruolo: è un modo d’essere”. È la figura attraverso cui l’America guarda sé stessa. Johnny Unitas era l’ordine, Joe Namath la ribellione, Montana la calma sovrana. Oggi Patrick Mahomes è innovazione pura — con un taglio di capelli che ha raggiunto la stessa ubiquità della Jennifer Aniston degli anni ’90. Eppure, nonostante la venerazione, resta un mistero. Nessuno sa davvero come facciano, nemmeno loro. Mahomes stesso, quando gli chiedono quanto pensi al gesto del lancio, scrolla le spalle: «Non molto».

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