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#3 giorni a Italia vs Israele
► NELLE GARE di qualificazione ai Mondiali, la Francia e la Germania hanno battuto l’Azerbaijan e il Lussemburgo, il Belgio è stato fermato sullo 0-0 dalla Macedonia del nord che così si tiene la testa del girone. Hanno segnato Rabiot, Malinovskij e Gudmundsson. Stasera gioca l’Italia in Estonia, la Under-21 ha battuto 4-0 la Svezia con una doppietta di Pisilli e il record di Camarda, il più giovane di sempre in gol con i suoi 17 anni e 7 mesi.
◇ Jasmine Paolini si è qualificata per le semifinali di Wuhan. Chi legge Slalom penserà che non ci si qualifica per le semifinali di Wuhan due giorni di seguito. Ecco – ehm – ieri si era qualificata per i quarti, ma il lapsus è stato profetico. Oggi gioca con Cori Gauff e intanto il suo 8° posto nella corsa al Masters è più solido.
◇ Anche l’8° posto di Lorenzo Musetti verso le finali di Torino regge. A Shanghai sono usciti ai quarti di finale entrambi i possibili rivali, Holger Rune battuto da Valentin Vacherot e Félix Auger-Aliassime sconfitto da Arthur Rinderknech. I due sono cugini. No, non Rune e Auger-Aliassime, sono cugini Vacherot e Rinderknech.
◇ Il Monaco ha licenziato Adolf Hutter. È la prima panchina che cambia nel campionato francese. Una è saltata in Liga [via Paunovic dall’Oviedo], due in Bundesliga [Seoane al Borussia M’Gladbach e ten Hag al Bayer Leverkusen], due in Premier League [Espirito Santo al Nottingham e Porter al West Ham – dove hanno preso Espirito Santo]. Sorpresa delle sorprese, meraviglia delle meraviglie: in serie A nessuno è stato ancora licenziato.
◇ Monica De Gennaro ha confermato l’addio alla Nazionale di pallavolo, Elia Viviani ha annunciato quello al ciclismo, Kalle Rovanpera ha detto addio al rally. Solo che lui ha 25 anni appena e nel 2022 era diventato il più giovane campione del mondo di sempre. Lucio Rizzica su Sky Sport Insider spiega bene sia la sua condizione sia il mood generazionale. “Kalle non è Loeb e neppure Ogier. Nel senso che Kalle è un ragazzo del nuovo millennio, cresciuto in fretta ma non con l’ossessione di inseguire record e costruire leggende. Kalle, che ha sempre lavorato sodo per far convivere il talento e la felicità, la predestinazione alla leggenda e la ricerca dell’umana serenità, tutto questo stress non lo regge, ma soprattutto non vuole reggerlo perché sa di appartenere a un’epoca diversa. Di essere parte di una generazione un po’ meno maniaca della perfezione assoluta e un po’ più tormentata da un’inquietudine strana, dal legittimo desiderio di avere una vita a volte più normale e anche dal bisogno molto umano di non rimanere stritolato in un format così logorante che per un intero anno sfibra i pensieri di tutti i giorni”.
Autunno, stagione sleale
Gesualdo Bufalino
La spiritualità del Ghisallo
Quando ti affacci a guardare il mondo dal Ghisallo, allora “l’occhio sventaglia su un panorama che sembra fatto di tutti i cieli, di tutti i laghi, di tutti i monti”. Non è stato Valerio Scanu a dirlo ma Mario Fossati, perché il Ghisallo sta al Lombardia come il Poggio sta alla Sanremo. Non tanto perché la corsa si possa decidere lassù: stavolta arriva dopo appena una quarantina di km su 210; quanto per la sua centralità simbolica. Nelle sue cronache su Repubblica, Fossati ha raccontato spesso che Binda non sarebbe tornato dalla Francia in Italia se non avesse letto del Giro di Lombardia, “la sua terra, e di un traguardo di cinquecento lire in cima al Ghisallo, la montagna della sua fanciullezza, che avresti detto escoriata più che percorsa da una rozza strada”.
Una quarantina d’anni fa, quando “Sanremo e Lombardia erano l’alfa e l’omega di un alfabeto prestigioso”, non ancora polimorfo per “imitare il mondo degli sport di moda e girare quel mondo”, quando “io so che noi cittadini del ciclismo ci salvavamo perché ci ritenevamo poveri ed eravamo modesti (come gli alpinisti e i pugili)” – una quarantina d’anni fa accadde che alla vigilia di un Lombardia sul Ghisallo andò a schiantarsi un aereo. “Ieri un sole smunto addolciva il suo tracciato. L’altra notte il cielo buio s’era incurvato sul cono verde del Ghisallo: e la gente del lago aveva veduto la notte nera e piovosa attraversata da una palla di fuoco” scrisse Fossati. La corsa evitò la montagna, la strada era bloccata dalle squadre di soccorso “che sarchiano una fiancata alla ricerca dei resti”. Fossati parlò di “ruvido contrasto fra una corsa variopinta di uomini e vetture colorate e le maschere dei dolenti”.
carnet
Sì, ma chi corre: la gente vuole sapere della corsa
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Su questa montagna di racconti antichi, comincia stamattina l’inseguimento di Tadej Pogacar a uno dei pochi avversari alla sua altezza, l’ombra lontana e immane di Fausto Coppi detto l’Airone. Vinse cinque Lombardia di fila [1946-1949] e allo sloveno così piccino e così gigantesco ne manca solo uno per appaiarlo. Proverà a prenderselo come fa di solito, partendo da lontano, quanto lontano non si sa. Mettiamo di nuovo qui i riferimenti che oggi potrebbero servire: il record di una vittoria in solitudine al Lombardia è di Giovanni Gerbi che si fece 210 km senza compagnia nel 1905. Ma per batterlo Pogacar dovrebbe partire al km zero come un pomodoro della Coldiretti. Impossibile. Scartando allora i pionieri, il primato del ciclismo moderno-contemporaneo appartiene a Tony Rominger detto il Topo, 113 km nel 1989. Gli altri due riferimenti a noi più vicini sono Charly Mottet nel 1988 con 55 km di fuga, Eddy Merckx nel 1971 con 50 km.
Ma insomma: a questo siamo? A dover cercare nei libri gli avversari di Tadej? Se lo domanda Alessandra Giardini su Domani riflettendo su come sia stato possibile passare nell’arco di dodici mesi da un opposto all’altro, “dalla sensazione di vivere nel momento più felice del ciclismo degli ultimi quarant’anni all’idea che le corse siano diventate improvvisamente noiose, o comunque scontate”.
L’anello alle Aces di Los Angeles, i fischi alla commissioner
Quando la commissioner Cathy Engelbert ha preso il microfono per congratularsi con le Las Vegas Aces e incoronarle campionesse WNBA, i tifosi delle Mercury Phoenix hanno soffocato il suo messaggio con certi fischi che Dio lo sa e la Madonna lo vede. È stata nuovamente fischiata anche mentre consegnava ad A’ja Wilson il trofeo di mvp delle finali, uno sweep come dicono in America da quattro a zero, con il resto delle Aces che sembravano ignorarla mentre Engelbert era in piedi accanto a loro durante la cerimonia. I fischi le hanno tenuto compagnia pure mentre usciva dal campo e Wilson veniva intervistata da ESPN.
Il pubblico ha deciso da quale parte stare nella vertenza tra le giocatrici e la Lega [se ne parlava qui alcuni giorni fa]. Il 31 ottobre è il giorno della scadenza per trovare un accordo nella trattative collettiva. Una delle critiche di Collier a Engelbert riguardava la scarsa qualità dell’arbitraggio. Collier si è infortunata in un’azione che la sua allenatrice Cheryl Reeve ritiene viziata da un fallo. È finita con l’espulsione di Reeve, una squalifica e una multa. In Gara-4 delle finali della notte appena trascorsa [97-86], al Mortgage Matchup Center l’arbitraggio è tornato un tema di discussione quando l’allenatore delle Mercury, Nate Tibbetts, ha ricevuto un doppio tecnico ed è stato espulso.
Le critiche dall’Inghilterra per Milan-Como a Perth
Mancano un paio di mesi a un Villarreal-Barcellona da giocare più vicino a Cuba che alla Catalogna e quattro al famoso Milan-Como di Perth. C’è una considerevole disparità di attenzione e di mobilitazione tra la Spagna e l’Italia, ma anche in Inghilterra non smettono di trovare l’iniziativa meritevole di riflessioni.
Se ne occupa di nuovo oggi un editoriale non firmato del Guardian – e dunque riconducibile alla direzione. “I club di calcio – si legge – sono beni di una comunità, posseggono un valore, una storia e un significato che non possono essere catturati in un bilancio. Appartengono alle città e ai paesi che li hanno sostenuti nel corso dei decenni. Per la grande maggioranza dei tifosi, il senso di identità e i rituali legati alla propria squadra valgono tanto quanto l’occasione di un trofeo o di una vittoria gloriosa.
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Le discussioni
La risposta del Guardian al Telegraph sul caso Neville
Al banco dei panini, un gruppo di uomini giurava fedeltà alla bandiera, tenendo in bilico il vassoio in una mano per poter sedersi. Poco più in là, altri intonavano The Star-Spangled Banner per guadagnarsi il diritto di usare sale, pepe e ketchup. Questo accadeva in Comma 22 e questo succede nella nostra epoca, dove “ogni assurdità satirica è diventata plausibile”.
Così sostiene Barney Ronay sul Guardian a proposito del nuovo caso Neville, il secondo Gary a cui la destra d’Inghilterra vuole farla pagare. Quel che è successo, era raccontato qui qualche giorno fa. In sintesi: al Telegraph non è piaciuto che l’ex calciatore abbia postato un video in cui prendeva posizione sull’attentato alla sinagoga di Manchester. È arrivata la replica del Guardian dalla sponda progressista, dalla quale l’editorialista Ronay dice che “il patriottismo è una performance e la rabbia una sceneggiatura. Il paese – scrive – è ostaggio di cattivi attori e rabbie fasulle”, e il calcio come sempre è il suo megafono.
Perché Medvedev cambia le corde durante una partita
Non ci ha messo molto Daniil Medvedev a capire di essere nei guai al Roland-Garros. Mentre cercava di trovare un modo per venire a capo di Cameron Norrie al primo turno, il russo non riusciva a sentirsi a suo agio con i colpi. A quel punto, in pieno stile Medvedev, ha scelto una soluzione drastica: ha chiesto di cambiare completamente le corde, passando da un ibrido di budello naturale e poliestere a un set interamente in poliestere, in pieno match.
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Interpreti
Femke Bol si dà agli 800 metri
Basta con gli ostacoli. Ne ha già scavalcati troppi. Basta pure con il giro di pista nudo e puro. Dopo un oro olimpico, tre ai Mondiali e cinque agli Europei, a Femke Bol è venuta la voglia di fare altro. Passerà agli 800 metri. Come direbbe Cannavacciuolo in cucina: a partire da ora.
In un reel di un minuto e 45 secondi su Instagram, il tempo di un buon 800 maschile, Bol apre un suo vecchio diario in cui rivela che uno dei suoi mantra era: “sentiti a tuo agio e quando non lo sei: supera le tue paure e i tuoi limiti. Sii attiva, aggressiva e prenditi dei rischi”. Perciò è il momento di un nuovo capitolo.
LA VIDA TOMBOLA
200. A proposito di esperimenti, anzi nuove esperienze. Nella prima tappa di Coppa del Mondo di nuoto in vasca corta, Léon Marchand ha assaggiato i 200 dorso e si è piazzato secondo dietro il compagno allenamento Hubert Kos, uno specialista, rimasto però impressionato dalla prestazione del francese. «Non so come ci sia riuscito» ha detto.
Dopo quattro ori e un bronzo ai Mondiali di Singapore, Summer McIntosh avrebbe dovuto gareggiare in cinque specialità all’apertura della Coppa del Mondo di nuoto a Indianapolis. Ma si è ritirata per un malore non specificato. Il tour della Coppa del Mondo prevede tre tappe in vasca corta con un montepremi totale di 1,2 milioni di dollari, più bonus di 10.000 dollari per chi batte un record mondiale o vince la stessa specialità in tutte e tre le gare. Non è chiaro se McIntosh sarà in gara la prossima settimana a Chicago o nella finale del 23-25 ottobre a Toronto.
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Oggi
Israele a Oslo: una città in stato di allerta
A Oslo, il più alto livello di sicurezza dal 1994 non basta a calmare i nervi. Anti-terrorismo, divieti di volo e agenti dappertutto: l’Ullevaal Stadium è più che un campo di calcio, è un avamposto in allerta. È Udine prima di Udine. Perché stasera Israele gioca in Norvegia. Tra striscioni e perquisizioni, la nazionale norvegese è a un passo da un traguardo storico: la qualificazione al Mondiale dopo 27 anni. Battere Israele significherebbe esserci quasi, ma la presenza di questa nazionale ha aggiunto “molteplici strati di complessità e controversia”, come scrive Nick Ames sul Guardian.
Diverse migliaia di persone marceranno pacificamente oggi pomeriggio dal centro di Oslo fino a un palco vicino allo stadio. Organizzata dal Comitato Palestina in Norvegia con lo slogan Cartellino rosso per Israele, la protesta è la parte più vistosa di una serie di manifestazioni parallele. Manifesti di origine incerta sono affissi fuori dalla stazione della metro di Grønland e invitano a fermare la partita. Il Guardian dice che le autorità si preparano da oltre un anno al pomeriggio di oggi.
Israele si dice abituata. Non è molto diverso dal solito, ha detto il capitano Eli Dasa. Ci sono sedici agenti del Mossad nei paraggi. Ma l’atmosfera è più tesa del solito, come s’è capito “durante l’incalzante interrogatorio riservato ai vertici della federazione norvegese da parte dei giornalisti israeliani”. Lise Klaveness, la presidente, ha ripetuto pubblicamente che Israele dovrebbe essere esclusa dal calcio internazionale, sottolineando la necessità di rispettare il diritto internazionale e fermare le bombe prima del gioco.
Klaveness ha deciso di devolvere i proventi della partita a Medici Senza Frontiere impegnati a Gaza, suscitando la reazione indignata della federazione calcio israeliana. Il quadro si è fatto ancora più surreale in conferenza stampa. Ran Ben Shimon, cittì israeliano, ha indossato una kippah e ha letto un passo della Bibbia, Geremia 31:16, in tributo agli ostaggi israeliani trattenuti da Hamas. Ames osserva: “Per la prima volta un allenatore israeliano è intervenuto pubblicamente in questo modo”.
La tensione si riflette in ogni gesto: il numero ridotto di tifosi israeliani, alcune sezioni delle tribune chiuse per prevenire un’invasione di campo, piccoli gruppi di manifestanti fuori dallo stadio — tutto è un promemoria visivo di quanto la partita sia lontana da un contesto solo sportivo.
La rincorsa di Gattuso
Per fortuna i gufi non esistono e il tifo nulla può sugli esiti delle partite. Altrimenti la curva Mameli sarebbe in serio imbarazzo, indecisa se darsi al sostegno della Norvegia per far fuori Israele dal play-off o se invece sperare in un capitombolo nordico per salire sul treno mentre chiude le porte, e iscriversi di nuovo alla corsa per il primo posto.
Non possiamo farci niente e alle cose sulle quali non abbiamo controllo non vale la pena posare i pensieri troppo a lungo. Tutto sarà più chiaro nel momento della palla al centro. Quando l’Italia giocherà a Tallinn, avremo conosciuto l’esito di Oslo e sapremo per che cosa Gattuso sta portando in campo i suoi. Una Nazionale anomala, si direbbe dalle anticipazioni. Una squadra per nove undicesimi uguale a quella che all’andata vinse segnando cinque gol. Una squadra per cinque undicesimi composta da calciatori che giocano all’estero. Una squadra che potrebbe battere la palla al centro senza un milanista né uno juventino fra i titolari, a meno che il cittì non preferisca alla fine Cambiaso a Spinazzola sulla destra.
Il Corriere della sera non si fida e titola: “Niente scherzi”, mentre nel suo editoriale Alessandro Bocci avverte che il tempo è scaduto e “va rispettata la nostra storia”. Repubblica la chiama “ultima chiamata” e in una intervista da Palermo con Massimo Norrito, Pippo Inzaghi dice che Gattuso farà diventare grandi i suoi centravanti.
Questa sua convinzione metafisica ricorda un vecchio episodio avvenuto una trentina d’anni fa nel famoso ventre del San Paolo – così veniva chiamato nelle cronache del tempo lo spazio tra gli spogliatoi e l’uscita – perché definirla una sala stampa sarebbe stato un abuso. Dopo una partita persa – forse potrebbe essere addirittura quella giocata nella domenica delle elezioni politiche 1994 – Silvio Berlusconi passa e viene circondato dai cronisti. Fa i complimenti al Napoli, esamina, analizza, spiega cosa avrebbe fatto lui se fosse stato l’allenatore e non il prossimo presidente del Consiglio, e alla fine la butta lì, dice che troppi cross sono arrivati in area ma gli attaccanti sono piccolini, che cosa ci può fare lui, mica può farli diventare più alti per un giorno. E Germano Bovolenta, l’inviato della Gazzetta al seguito del Milan, cantore di quella squadra e di molto altro, si giocò l’asso dell’inarrivabile ironia: «Cavaliere, è perché non vuole».
E a proposito di miracoli, Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio dice che “ci vorrebbe un altro Baggio”, quel Roby che trentadue anni fa a Tallinn segnò una doppietta con assist.
▥ Quando Aleksander Puštov fece gol alla Slovenia sul finire della primavera del ‘92, il pallone in Estonia si rimise finalmente in cammino, in quel pezzo d’Europa oltre la vecchia ‘Cortina di ferro’, dove la Jugoslavia stava per diventare una grande trincea e dove l’URSS era appena andata in pezzi. Senza ancora il nome stampato dietro la maglia, inlui un calcio dove per una ventina di giorni sarebbe stato ancora possibile ai portieri raccogliere con le mani il retropassaggio di un compagno, quella punizione scaraventata dal numero 10 all’incrocio dei pali della Slovenia restituiva un posto in UEFA e nella FIFA a un Paese tornato indipendente solo dieci mesi prima [su Sky Sport Insider la storia della Nazionale estone e il significato politico che ha avuto il calcio nel paese: si legge qui]
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