Il Lombardia 2025: Pogacar all’inseguimento di Coppi

carnet

Sì, ma chi corre: la gente vuole sapere della corsa

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Su questa montagna di racconti antichi, comincia stamattina l’inseguimento di Tadej Pogacar a uno dei pochi avversari alla sua altezza, l’ombra lontana e immane di Fausto Coppi detto l’Airone. Vinse cinque Lombardia di fila [1946-1949] e allo sloveno così piccino e così gigantesco ne manca solo uno per appaiarlo. Proverà a prenderselo come fa di solito, partendo da lontano, quanto lontano non si sa. Mettiamo di nuovo qui i riferimenti che oggi potrebbero servire: il record di una vittoria in solitudine al Lombardia è di Giovanni Gerbi che si fece 210 km senza compagnia nel 1905. Ma per batterlo Pogacar dovrebbe partire al km zero come un pomodoro della Coldiretti. Impossibile. Scartando allora i pionieri, il primato del ciclismo moderno-contemporaneo appartiene a Tony Rominger detto il Topo, 113 km nel 1989. Gli altri due riferimenti a noi più vicini sono Charly Mottet nel 1988 con 55 km di fuga, Eddy Merckx nel 1971 con 50 km. 

Ma insomma: a questo siamo? A dover cercare nei libri gli avversari di Tadej? Se lo domanda Alessandra Giardini su Domani riflettendo su come sia stato possibile passare nell’arco di dodici mesi da un opposto all’altro, “dalla sensazione di vivere nel momento più felice del ciclismo degli ultimi quarant’anni all’idea che le corse siano diventate improvvisamente noiose, o comunque scontate”. 

Giardini fa notare che gli ascolti televisivi dell’ultimo Tour de France hanno mostrato un calo in quasi tutti i mercati principali del ciclismo [Italia, Paesi Bassi, Belgio e la stessa Francia] con flessioni che vanno dal 5 al 7 per cento rispetto ai cinque anni precedenti. In Spagna il calo ha toccato il 20 per cento. 

Che cosa è successo? Facile: vince sempre lui. “Non solo vince: praticamente adotta sempre lo stesso schema, parte da lontano e rimane da solo, e nessuno riesce a tenere il suo passo”. Sta subentrando pure una certa rassegnazione: nelle ultime tre corse vinte da Pogacar ci sono stati 298 ritirati [se ne parlava qui]. E adesso – scrive Giardini – 

Pogačar e

“per il ciclismo rischia di diventare un problema. Quando la corsa supera i 3.400 metri di dislivello, lo sloveno diventa praticamente imbattibile”. Ha vinto 11 delle 12 corse con questo dislivello negli ultimi due anni. Su 18 gare di un giorno, in diciassette è arrivato da solo. 

Escape Collective dice che “se riuscite a farvi venire voglia di un’ultima grande sfida di un giorno, sarete ricompensati da quella che forse è la gara più panoramica dell’anno, e da una lista di partenza di alto livello”. Con quattro salite di difficoltà moderata prima degli ultimi 50 km, dove il Passo di Ganda è fatto per atterrire e decidere. 

È chiaro che state tutti aspettando di sapere se l’immaginifico Alexandre Roos si è portato a Como per il gran finale di stagione. Certo che sì, e pure lui conviene sul fatto che l’incertezza in questa vigilia riguarda dove attaccherà, non se se qualcuno riuscirà a batterlo. 

Roos si domanda allora se questo Giro di Lombardia va considerato “la fine di una tortura inflitta dal boia arcobaleno o l’emozione di un falò finale. La corsa Monumento longobarda ha questa capacità di mescolare ogni anno i nostri sentimenti, di farci sentire un ultimo palpito ma anche la prossimità di una fine, un’alba e un tramonto nello stesso battito d’ali, il giorno e la notte, un ultimo raggio di sole e poi la luce che cala, morbida, arancione, una furia finale prima del silenzio”.

In una condizione di forma spaventosa da indurre a invocare per lui l’anti-doping, Roos aggiunge che il Lombardia è “incomparabile per molti versi, un gioiello da difendere, da preservare. È la classica dell’autunno, quella degli scalatori, anche dei discesisti, ma è anche la classica più associata a un sentimento, impreciso, a un galleggiamento, quello della malinconia. Questa è la sua essenza” e a questa corsa malinconica il gruppo si presenta con “la prospettiva allegra di un patibolo, un plotone ottimista come una fila di condannati a morte”.

Gli avversari di Tadej

Wout Van Aert è in vacanza da tre settimane, Mathieu Van der Poel ha dichiarato che lascerà la bici in garage per molto tempo, Jonas Vingegaard è ancora disperso da qualche parte tra la Drôme e l’Ardèche. “Il gruppo è cerebralmente morto, esausto – dice la grande firma de L’Equipe, il raccontatore numero uno di ciclismo al mondo – prosciugato dalla preparazione, dalle corse frenetiche e dalla fame di Tadej Pogacar”.

È interessante il passaggio nel quale Roos dice che il Tour de France ha rivelato che “se lo sloveno ha un difetto, non è nelle sue ruvide gambe adolescenziali che continuano a battere l’aria instancabilmente per far girare la grande ruota della storia” ma nella testa, nel suo grado di disciplina interiore, in quella vita di solitudine che comincia a soffrire, “solo in testa alle corse per decine di chilometri infiniti, solo con se stesso, senza supporto, senza conforto perché nessuno capisce cosa sta vivendo”. 

Nessuno ha mai vinto una Corsa Monumento cinque volte di fila. Nessuno è mai salito sul podio in tutte e cinque le corse Monumento nella stessa stagione. Solo un corridore nella storia ha vinto tre Monumento e i Mondiali nella stessa stagione, e quel signore si chiama Eddy Merckx [1971]. 

Avrebbe forse la gamba per restare con lui Isaac Del Toro: sei successi nelle ultime 11 corse a cui ha partecipato. Ma corre con la sua stessa maglia. Figuriamoci se un gregario può togliere al suo capitano l’occasione di battere Fausto Coppi. Sarebbe una storia d’altri tempi. Alla Coppi e Bartali. Ma se c’è un posto dove può succedere, allora quel posto è la corsa delle foglie morte sul Ghisallo. Tra un museo e un santuario. 

ore  10.55    su RaiSport, Rai 2, Eurosport

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.