L’editoriale del Guardian sulle partite trans-oceaniche
Mancano un paio di mesi a un Villarreal-Barcellona da giocare più vicino a Cuba che alla Catalogna e quattro al famoso Milan-Como di Perth. C’è una considerevole disparità di attenzione e di mobilitazione tra la Spagna e l’Italia, ma anche in Inghilterra non smettono di trovare l’iniziativa meritevole di riflessioni.
Se ne occupa di nuovo oggi un editoriale non firmato del Guardian – e dunque riconducibile alla direzione. “I club di calcio – si legge – sono beni di una comunità, posseggono un valore, una storia e un significato che non possono essere catturati in un bilancio. Appartengono alle città e ai paesi che li hanno sostenuti nel corso dei decenni. Per la grande maggioranza dei tifosi, il senso di identità e i rituali legati alla propria squadra valgono tanto quanto l’occasione di un trofeo o di una vittoria gloriosa.
Questa cultura diventa però più difficile da conservare se la prossima partita del tuo club si gioca a 5.000 miglia di distanza. L’indizio su dove il Milan dovrebbe giocare le partite in casa è già nel suo nome. A livello puramente sportivo, giocare dall’altra parte del mondo minerebbe l’equità dei campionati basata sulla distribuzione equa del fattore campo. Sebbene i tifosi fuori dell’Europa possano così vedere i loro eroi in partite significative, i soldi spesi per organizzare queste partite sarebbero molto meglio investiti nel potenziamento dei campionati nazionali, come fa la Major League negli Stati Uniti.
Purtroppo, in un’epoca nella quale l’iper-monetizzazione del calcio d’élite è molto avanzata, una partita di serie A a Perth sembra l’estremità sottile di un’enorme fetta di denaro. Il permesso dell’UEFA segue la transazione extragiudiziale di una causa intentata da un promotore sportivo statunitense, che sosteneva come le restrizioni sul luogo in cui le squadre possono giocare fossero illegali. Per i club europei desiderosi di competere con la potenza finanziaria dei rivali della Premier League inglese, le ricchezze promesse da un accesso più libero ai mercati globali rappresentano un invito molto allettante a vendere la propria anima.
Mentre i padroni del calcio affamati di profitto cercano modi sempre più creativi per guadagnare rapidamente, l’ultima persona a cui pensano è il tifoso tradizionale. Spagna e Italia hanno già venduto le rispettive partite annuali di Supercoppa all’Arabia Saudita per scopi di sportswashing, mentre il costo dei biglietti per il Mondiale 2026 probabilmente schizzerà alle stelle per il dynamic ticket pricing. In Gran Bretagna, il numero di visitatori occasionali che pagano prezzi da ospitality è in aumento nelle partite d’élite, mentre i tifosi più giovani e meno abbienti restano lontani per via dei costi”.
Il Guardian dice che allora “va tracciata una linea. Le partite locali non dovrebbero essere spostate in giro per il mondo alla ricerca dell’offerente più ricco. Sebbene la Premier League avesse in passato vagliato l’idea di un turno fuori dall’Inghilterra, fortunatamente per ora ha smesso di pensarci. I dirigenti dell’UEFA, colti di sorpresa dagli ultimi sviluppi, hanno promesso di aggiornare le regole per «tutelare l’integrità delle competizioni nazionali e il legame stretto tra club, tifosi e comunità locali». La sfida di una partita da giocare in trasferta è parte integrante del calcio. Ma non dovrebbe essere mai necessario prenotare un volo intercontinentale per assistere a una partita di un campionato nazionale”.