Al banco dei panini, un gruppo di uomini giurava fedeltà alla bandiera, tenendo in bilico il vassoio in una mano per poter sedersi. Poco più in là, altri intonavano The Star-Spangled Banner per guadagnarsi il diritto di usare sale, pepe e ketchup. Questo accadeva in Comma 22 e questo succede nella nostra epoca, dove “ogni assurdità satirica è diventata plausibile”.
Così sostiene Barney Ronay sul Guardian a proposito del nuovo caso Neville, il secondo Gary a cui la destra d’Inghilterra vuole farla pagare. Quel che è successo, era raccontato qui qualche giorno fa. In sintesi: al Telegraph non è piaciuto che l’ex calciatore abbia postato un video in cui prendeva posizione sull’attentato alla sinagoga di Manchester. È arrivata la replica del Guardian dalla sponda progressista, dalla quale l’editorialista Ronay dice che “il patriottismo è una performance e la rabbia una sceneggiatura. Il paese – scrive – è ostaggio di cattivi attori e rabbie fasulle”, e il calcio come sempre è il suo megafono.
A Wembley, durante l’amichevole vinta dall’Inghilterra sul Galles, ci sono voluti otto minuti perché il pubblico smettesse di insultare Keir Starmer per passare al bersaglio successivo: “Gary Neville è uno stronzo”. Due giorni prima, Joey Barton — definito “una reliquia del calcio nel dibattito pubblico” — aveva dichiarato ai suoi milioni di follower che “avrebbe preso a pugni una persona disabile in sedia a rotelle” se avesse osato dire che una bandiera non va esposta in un cantiere.
Ecco dove siamo arrivati, dice il Guardian: un eroe nazionale che minaccia di picchiare i disabili per amor di patria e l’ex terzino del Manchester United trasformato in bersaglio per aver tolto una bandiera da un’impalcatura. Neville ha spiegato che la Union Jack veniva usata in modo negativo — e tanto è bastato per scatenare una crociata. In rete si è mosso quello che il Guardian chiama il solito stormo di patrioti digitali.
All’Old Trafford è apparso uno striscione: “Traditore infame”. Quel che ha scritto il Telegraph viene invece giudicato da Ronay “un’erezione d’odio permanente, siamo vicini alla distribuzione con l’edizione del week-end di bamboline con l’aspetto di Gary Neville da bruciare”.
Neville non è un santo. È “un martello del Qatar che lavora per la TV di Stato qatariota”, un uomo pieno di contraddizioni. Ma, scrive Ronay, è anche “un uomo bianco, arrabbiato e di mezza età, che ha passato la vita tra le bandiere e ha deciso, per una volta, di dire qualcosa che pesa”. Basta per dargli credito. Perché è raro che un uomo di sport parli di politica senza paracadute, “senza paura della reazione violenta che ne seguirà”.
Il suo discorso non era perfetto. Ha divagato, ha parlato di uomini bianchi arrabbiati dopo un attentato in una sinagoga. Ma l’intuizione – secondo il Guardiani – era giusta. Il messaggio di fondo — che il patriottismo può essere tossico e che la bandiera è solo un pezzo di stoffa — secondo Ronay era “intenzionalmente o meno, molto orwelliano”.
E infatti il giornalista chiama in causa George Orwell, quello di The Lion and the Unicorn, dove scriveva: “Il cuore dell’uomo comune non sobbalza alla vista della Union Jack”. L’autentico spirito inglese, diceva Orwell, non ha bisogno di sventolare simboli, perché “il patriottismo del popolo non è rumoroso né consapevole”. È ironico, umile, e diffida di chi brandisce un drappo come un’arma.
Neville, nel suo modo confuso ma sincero, ha cercato proprio un patriottismo sussurrato. Ma in ritardo. “La mente collettiva, la politica da alveare, la vita filtrata dagli algoritmi”, scrive Ronay, “hanno schiacciato tutto il resto”. Pensare che l’inglesità possa restare pura, immune da questo rumore, “sembra ormai fuori moda”.
Eppure qualcosa resta. Ronay chiude il suo editoriale tornando a Comma 22. Nella Crociata del Giuramento di Fedeltà, tutto finisce quando il maggiore de Coverley entra nella mensa, guarda gli uomini che cantano e dice solo: – Date da mangiare a tutti. L’assurdo evapora da sé, dissolto da un gesto umano. Così anche qui: qualcuno deve pur dire qualcosa, “continuare a dirlo, anche se in modo confuso o facilmente da deridere”.
Gary Neville non sarà il nostro George Orwell, scrive Ronay, “ma è con tutte le sue contraddizioni un tipo di patriota molto inglese”.