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#1 giorno ai Play-off di Champions League
► MARC MARQUEZ ha vinto in Ungheria la sua 72esima corsa nella classe regina e la 98esima in carriera, ma soprattutto la decima di quest’anno, la settima consecutiva. Sul circuito inedito del Balaton Park sono diventate sette pure le doppiette consecutive Sprint+GP e il Balaton Park è diventato il 22esimo tracciato diverso su cui lo spagnolo ha vinto. Uno in meno di Valentino Rossi e due sotto il record di Doohan.
◇ In serie A è saltato il passaggio di Victor Boniface al Milan. Le visite mediche non hanno convinto. Adesso il Milan si è buttato su Conrad Harder, nome da romanziere e d’avventura, cognome da film d’azione, tutto racchiuso in vent’anni di età.
◇ Fra una trattativa e l’altra ogni tanto si gioca. Certo: è un fastidio ma per ora non se ne può fare a meno. La Juventus ha battuto il Parma con un gol del centravanti appena arrivato [David] e un altro del centravanti che non se ne vuole andare [Vlahovic]. Il Como ha battuto la Lazio con tutta la scintillante bellezza di Nico Paz, la Fiorentina e l’Atalanta hanno pareggiato 1-1 con Cagliari e Pisa. Stasera Inter-Torino.
◇ La Nazionale italiana di pallavolo ha vinto anche la seconda partita del suo girone ai Mondiali, tre a zero contro Cuba in 63 minuti, 12 punti di Paola Egonu, qualificazione aritmetica agli ottavi di finale. Domani la partita con il Belgio decide il primo posto nel girone.
◇ US Open di tennis: avanti Paolini e Darderi, fuori Nardi. Ci sono anche tennisti stranieri in tabellone, incredibile: Djokovic e Fritz hanno passato il turno, Medvedev è stato eliminato dopo un match rocambolesco e ne parliamo sotto. Alcaraz gioca stanotte e Sinner domani.
◇ Jonas Vingegaard ha vinto la seconda tappa del Giro di Piemonte che stiamo chiamando Vuelta di Spagna. Era caduto a una ventina di km dal traguardo a una rotonda, si è rialzato e sul traguardo ha bruciato Giulio Ciccone. Ha preso anche la maglia. No, non quella di Ciccone. Ha preso la maglia roja di leader della corsa.
◇ Sofia Raffaeli ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali di ginnastica ritmica nella specialità del cerchio davanti alla bulgara Stiliana Nikolova e alla tedesca Anastasia Simakova. Poco dopo ha vinto anche il bronzo nell’esercizio con la palla. AI Giochi di Parigi aveva vinto il bronzo nel concorso individuale e pure a questi Mondiali di Rio ha ripetuto lo stesso piazzamento.
La folla doveva essere accontentata
Stephen King
Gli arruffapopolo del tennis
Quiet, please. Ma certe volte non basta. Quiet please proprio per niente, anzi. Quando la gente si scalda, non c’è verso. Non la smette. C’era una volta lo sport dell’assenza di rumore, adesso il tennis ha una lista lunga così di tumulti popolari e di turbolenti confronti tra pubblico e giocatori. Un tempo c’eravamo noi e basta, noi italiani, quelli che Gianni Clerici chiamava gli italopitechi, per dire di una condizione da tifo primordiale scaraventata dentro il perimetro dei gesti bianchi. Poi è arrivata la globalizzazione. Pure della scostumatezza. C’è chi si lamenta di Parigi, c’è chi trova Flushing Meadows il nuovo Colosseo.
“Wimbledon e US Open – ha scritto Stefano Meloccaro su Sky Sport Insider – usano le stesse palle e racchette, ma è l’unica analogia tra mondi che più distanti non potrebbero essere. Una cattedrale che esige modi rispettosi o un luna park cui manca solo il calcinculo per dirsi davvero completo. La prima pretende un silenzio ossequioso, il secondo ti rincretinisce di watt a ogni santissimo cambio campo. Educazione, retaggio e tradizione contro smanicati, rumore, libertà. Non bisogna scegliere. Forse l’equilibrio perfetto è proprio lì, tra il nodo alla cravatta di Federer e il berretto al contrario di Agassi. Tra una fetta di torta Victoria e un trancio di pizza a Brooklyn. Due modi di amare il tennis, due modi di stare al passo coi tempi”.
Con questa folla ha più volte litigato Daniil Medvedev. Nel 2019 gli diedero il ruolo del villain e come tale lo trattarono per due settimane, salvo eccitarsi e stare dalla sua parte durante la finale con Rafa Nadal. Quel russo così antipatico lo aveva portato al quinto set e aveva regalato agli spettatori paganti una partita più lunga, altro spettacolo. Il 2021 sarebbe diventato il suo anno, il meraviglioso settembre da ricordare per il titolo vinto dopo una finale con Novak Djokovic. Pure quella volta il pubblico stava dall’altra parte, il primo Djokovic amato dalla folla, amato nel suo giorno più amaro. Tra due antipatici, la gente di New York aveva scelto di stare dalla parte dell’originale.
Djokovic avrebbe poi litigato con un tifoso australiano a Melbourne nel 2024 durante un match con Popyrin. «Scendi e vieni a dirmi le cose in in faccia» gridò. Medvedev lo aveva fatto al Masters di Torino durante un match con Sinner. A Parigi-Bercy aveva mostrato il dito medio ai francesi che lo avevano beccato. «Mi stavo solo controllando le unghie. Perché mai avrei dovuto farlo a un pubblico così bello come quello di Parigi?» disse in sala stampa.
Nessuno conosce lo stadio di NY meglio di Medvedev, così stanotte lo ha usato per mettere in discussione una partita che aveva quasi perso. Benjamin Bonzi era avanti due set, 5-4 nel terzo e servizio per il match point. Quando ha sbagliato la prima di servizio, nella foga del suo lavoro un fotografo è entrato in campo pensando che non ci fosse altro tennis da aggiungere. Entra, s’accorge d’aver sbagliato, torna indietro, insomma si perde tempo, e tutto quel ritardo fuori da ogni convenzione ha spinto l’arbitro Greg Allensworth a concedere una nuova prima di servizio a Bonzi anziché una seconda. Il fotografo è stato trascinato fuori dal campo, gli è stato cancellato l’accredito, ma al momento pare che non sia a Guantanamo. Non ancora.
Medvedev allora ha fatto il matto. Ha fatto il Nastase, il McEnroe, ha fatto come uno di quei bad boy di cui diciamo di sentire la mancanza in questo tennis ormai così robotico, così stereotipato eccetera eccetera, salvo alzare il dito moraleggiante verso quei nuovi bad boy che ogni tanto escono dall’ombra e si manifestano. I Kyrgios, i Medvedev. Dopo aver detto ad Allensworth che «voleva andarsene» perché lui viene «pagato a partita, non a ore», Daniil ha gridato verso la telecamera che «Reilly Opelka aveva ragione».
Cosa ha detto Reilly Opelka? Opelka a febbraio ha detto che Allensworth non dovrebbe avere un lavoro oppure che avrebbero dovuto metterlo a riposo per delle settimane, così impara. Aveva penalizzato Opelka per aver insultato uno spettatore al torneo di Dallas.
Conoscendo la pancia della folla, Medvedev ha iniziato a fare dei gesti per aizzarla: chi volete me o Barabba? Il povero Bonzi stava con la racchetta in mano in attesa di servire. La prima, la seconda, boh, vai a sapere. La gente gridava «second service, second service», Allensworth ha provato inutilmente a calmarla, a quel punto Bonzi ha chiesto perché Medvedev non avesse ricevuto una sanzione, sia per aver animato la rivolta sia per violazione del tempo fra uno scambio e l’altro.
Medvedev non credeva alle sue orecchie. La folla di NY dalla sua parte. Lui, il russo, il cattivo. Ha cominciato a mandare dei baci ad Allensworth. Insomma: per 6 lunghissimi minuti non s’è giocato [«Loro hanno fatto il loro lavoro. Io non ho fatto niente. Il pubblico ha fatto quello che ha fatto senza che io glielo chiedessi troppo, è stato molto divertente assistere» ha detto alla fine]. E quando la benzina sul fuoco è stata spenta, quando il gioco è ripreso, Medvedev ha rimontato. Ha tolto il servizio a Bonzi, ha portato il terzo set al tie-break e l’ha vinto, ha cominciato a mimare cuoricini verso il pubblico. Ha vinto pure il quarto set per 6-0.
Lo psicodramma del francese pareva definitivamente compiuto quando Medvedev ha fatto il break in apertura di quinto set, in Italia era già mattina e Slalom aveva aperto da un pezzo il negozio. La partita è stata una distrazione assurda. Bonzi ha fatto il contro-break. Medvedev si è ripreso il vantaggio sul 3-2 ed è stato riacciuffato sul 3-3 prima che sotto 4-5 si manifestasse in campo la Nemesi sotto forma di un crampo alle mani. Il russo faceva fatica a servire e ha iniziato scuotere la mano tra un punto e l’altro come Benigni in Johnny Stecchino. Il pubblico si è buttato di nuovo per intero dalla sua parte, dalla parte dell’anti-eroe, il selvaggio. E poiché all’arbitro non sembrava già abbastanza, fra un crampo e l’altro il signor Allensworth ha inflitto una violazione di tempo a Medvedev – ah ecco: adesso sì.
“Dopo quasi quattro ore di spettacolo al limite dell’immaginabile, il francese ha passato il turno” sintetizza The Athletic. Medvedev è alla terza eliminazione dell’anno al primo turno in uno Slam. “Il suo titolo del 2021 e le sue due finali del 2019 e 2023 sembrano lontane nel passato – ha scritto The Athletic – adesso è difficile prevedere dove Medvedev andrà a parare”.
Il sistema USA favorisce i successi delle donne
Se tra gli uomini l’America cerca una pepita da 22 anni [se ne parlava ieri qui], tra le donne la ricerca è finita da un pezzo. In quattro hanno vinto uno Slam dopo l’ultimo titolo di Serena Williams. Ognuna delle ultime quattro finali di singolare ha visto la partecipazione di una statunitense. Due di loro, Cori Gauff a Parigi e Madison Keys a Melbourne, hanno portato a casa la coppa. Ci sono due americane tra le prime quattro, tre fra le prime sei, quattro fra le prime nove. McCartney Kessler è l’ultima che sta scalando la classifica. All’età di 26 anni ha messo piede fra le prime-40 al mondo, dodici mesi fa era fuori dalle prime-100. Come Emma Navarro, Peyton Stearns e Danielle Collins, anche lei ha maturato la sua esperienza nel circuito universitario, uno dei laboratori di sviluppo del tennis nel paese. Sofia Kenin, campionessa a Melbourne nel 2020, ex numero 4, è risalita al #28. Taylor Townsend è numero 1 al mondo in doppio.
“Niente di tutto questo è un caso” spiega Matthew Futterman sul magazine The Athletic, ma il prodotto di “una cultura che da tempo è disposta a finanziare i sogni delle ragazze, il prodotto di un governo che ha reso l’uguaglianza nello sport scolastico una legge mezzo secolo fa, e di un paese che da tempo pone le stelle dello sport femminile al centro della propria immagine”.
Il pezzo di The Athletic racconta così come si è sviluppata nel tempo questa relazione felice. Marc Lucero, allenatore WTA e ATP, ha lavorato nella divisione sviluppo della federazione, e dice di credere nel fatto che le donne negli Stati Uniti siano incoraggiate a praticare sport, a distinguersi, a essere formate per la competizione più spietata. «Quando si osservano altre culture e altri paesi, si nota una differenza nell’enfasi o anche nelle risorse destinate alle ragazze promettenti rispetto ai ragazzi promettenti. Qui sono alla pari, non credo sia lo stesso in tutto il mondo».
Secondo il Project Play dell’Aspen Institute, i ragazzi americani praticano sport in percentuale maggiore. Ma circa il 35% delle ragazze lo pratica regolarmente tra i 6 e i 17 anni, “abbastanza da creare una massa che pochi altri Paesi possono eguagliare” sottolinea The Athletic. Lulu Sun, neozelandese, quarti di finale a Wimbledon lo scorso anno, cresciuta in Svizzera, universitaria in America, dopo una vittoria a Cincinnati ha detto la stessa cosa: «Lo sport fa parte della cultura del paese più che in Europa».
Non significa che gli Stati Uniti siano perfetti in termini di parità in qualsiasi sport. Lo stipendio base di una superstar WNBA come Caitlin Clark è di poco superiore ai 78.000 dollari. Quanto una vittoria al primo turno degli US Open. E nonostante gli US Open abbiano una storia di mezzo secolo di parità di montepremi grazie a Billie Jean King, la maggior parte degli altri eventi di tennis professionistico femminile non paga le donne quanto gli uomini.
Il contesto aiuta. La Florida è da tempo un’attrazione mondiale per chi vuole tentare la scalata alle vette del tennis, in un paese – e qui The Athletic ehm tossicchia – un paese “che fino a poco tempo fa era favorevole all’immigrazione con una legge che conferisce la cittadinanza a chiunque sia nato sul territorio”.
Ecco perché le stelle contemporanee e quelle del recente passato provengano da contesti così diversi. “Sono nere, bianche e multirazziali. Alcune provengono da famiglie benestanti. Altre hanno chiesto borse di studio. Insieme creano un ritratto della cultura tennistica americana. Pegula e Navarro provengono da due delle famiglie più ricche del paese, con padri imprenditori miliardari la cui generosità ha contribuito a sostenere una carriera che può costare almeno 50.000 dollari all’anno per lezioni e viaggi. Quel sostegno è stato molto utile, ma sarebbe stato vano senza una seria determinazione e un duro lavoro. Gauff e Keys facevano parte invece di due generazioni cresciute nell’adorazione di Serena e Venus Williams, entrambe dotate di un talento sublime, ma provenienti da famiglie con mezzi più modesti”.
Anisimova e Kenin hanno seguito le orme di Maria Sharapova, la russa che si presentò ai cancelli dell’IMG Academy in Florida con il padre a caccia di un provino e di una borsa di studio. Era una bambina. Non è più andata via.
Kathy Rinaldi, semifinalista a Wimbledon quarant’anni fa, fa notare che questa generazione ha qualcosa in più, «si allenano insieme, si motivano a vicenda, sono amiche, si sostengono, le più grandi restituiscono qualcosa alle più giovani, sono di grande ispirazione. Danno loro la forza di credere in sé stesse». Tracy Austin, ex bimba prodigio, campionessa di New York a 16 anni, aggiunge che non è stato sempre così, ora finalmente sì, anche se fra di loro sono diverse, c’è chi serve meglio e chi peggio, chi tira meglio di rovescio e chi meglio di dritto, ma sembrano andare tutte d’accordo».
▥ La prima vittoria di Raducanu dopo 4 anni
Per quanto possa sembrare incredibile, Emma Raducanu non vinceva una partita a NY dall’anno in cui partì dalle qualificazioni e tornò a casa con la coppa nella borsa. Era il 2021 e sembrava fosse nata una cannibale. Invece aveva solo mordicchiato la Grande Mela e adesso sta cercando di capire dove ha messo quei denti. Raducanu ha battuto Ena Shibahara e si tratta del primo successo in uno Slam con il nuovo allenatore. “Nuovo allenatore” – per Emma Raducanu – è un concetto mobile e momentaneo. Oggi è Francisco Roig, ma la stampa inglese ha quasi perso il conto di quanti ne abbia cambiati, o meglio: quanti gliene abbia fatti cambiare il papà. Con Roig, racconta il Guardian, nel box di Raducanu ora c’è Jerome Poupel, un chiropratico che la sta aiutando contro il persistente mal di schiena. Poupel sostiene che Raducanu abbia «una personalità simile a quella dei cavalli, perché può essere testarda e impuntarsi». Di buono c’è che «mostra le sue emozioni in modo trasparente». Oh, e comunque ShIbahara era solo la numero 128 del mondo, non ha mai battuto in carriera una delle prime-50. Si vedrà.
▥ La prima vittoria delle Filippine
Alexandra Eala è diventata la prima giocatrice del suo paese a vincere una partita del Grande Slam battendo la testa di serie numero #14, la danese Clara Tauson che fu numero 1 tra le jr. Ha vinto 13-11 il tie-break del terzo set dopo essere riuscita a recuperare da uno svantaggio di 5-1 nel terzo set. ESPN fa notare che “Flushing Meadows è molto vicina a una zona del Queens conosciuta come Little Manila per via della sua numerosa comunità filippina, e in tanti si sono riversati al Grandstand per tifare Eala, una delle stelle nascenti del tour femminile”.
▥ Il tennista uscito da un film di Scorsese
Lui si chiama Ugo Blanchet e non va confuso con il personaggio di quel film ambientato in mezzo agli orologi. Uscito dalle qualificazioni, ha dominato l’ungherese Fabian Marozsan conquistando la sua prima vittoria in carriera in uno Slam e diventando il giocatore francese con il ranking più basso a passare un turno agli US Open dai tempi di Michael Llodra, che era il 192 nel 2014.
▥ Aryna Sabalenka vuole migliorare a rete
La numero 1 del mondo ha cominciato con un 7-5 6-1 alla svizzera Masarova e a guardarla dal box c’era Max Mirnyi, campione in doppio 10 volte in uno Slam, raffinato interprete fuori tempo massimo del tennis più classico, serve and volley, fino all’esasperazione, fino allo stress definitivo della schiena. Era alto 1,93 e probabilmente è ancora alto 1,93, era chiamato la Bestia per il suo “gioco impavido” [definizione della BBC: sta per incosciente] e aiuterà Sabalenka a migliorare il gioco di volo. «Ora potete chiamare il nostro team La Bella e la Bestia». Tuttavia Sabalenka ha dovuto iniziare la difesa del titolo in uno stadio vuoto al 55%, sebbene fosse Anche domenica. “Probabilmente il prezzo dei biglietti ha avuto un ruolo” dice Essentially Sports. I più economici costano 200 dollari.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra il debutto di Grealish con l’Everton – In Francia i gol dell’eterno Giroud e in Spagna quelli di Mbappé – In Italia la prima vittoria della Juventus e il calciomercato
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I temi del giorno
Forse abbiamo sottovalutato Tudor e la Juventus
Tra le squadre italiane che giocano le coppe, quelle a cui dobbiamo per la stagione in corso lo status di internazionali, ce ne sono già tre che non hanno tenuto il passo del Napoli all’esordio. L’Atalanta ha rimontato il Pisa e ha salvato le apparenze, la Fiorentina si è fatta soffiare una vittoria che sarebbe stata abbondante, il Bologna è stato battuto nello stadio dove qualche mese fa ha vinto una Coppa Italia a distanza di mezzo secolo. Il Milan è staccato di tre punti. Tendiamo a dire che siamo solo all’inizio, ma tre punti sono il triplo del margine con cui è stato vinto lo scudetto a maggio. Aspettando l’Inter stasera, stanno di fianco a Conte solo la Roma e la Juventus per il partito delle élites, il Como e la Cremonese in rappresentanza della borghesia e del proletariato.
Sul suo Blooog Fabrizio Bocca ha scritto che “nella Juventus c’è ancora molto da salvare” e che “tocca fare i complimenti” al club che guida l’albo d’oro del movimento: “Il fatto che non si cominci con uno degli infiniti e inconcludenti processi alla Juventus sembra già una conquista”.
Ci sono state cose buone nel debutto di Tudor contro un collega che è più giovane di Rugani. Paolo Condò sul Corriere della sera ne ha individuate due che nascono dalla giocata di Kenan Yildiz per la girata di David.
“La prima – ha scritto – è che il leader tecnico della nuova generazione bianconera sa prendersi le sue responsabilità anche quando lo stadio comincia a friggere; la seconda è che il mercato ha portato fin qui poco, ma quel poco è valido perché David ha segnato un gol da rapace dopo avere sbagliato un paio di scelte, il che testimonia del suo carattere. Il resto è vissuto dei dribbling frenetici ma fumosi di Conceicao come unica fonte di creatività, visto che il centrocampo è assai più robusto che fantasioso”.
Se qualcosa manca alla Juventus è una figura di carisma, sostanza e qualità in mezzo al campo. A meno che Tudor non riesca a ritrovare tutta questa farcitura dentro il corpo di Koopmeiners.
Eppure. Emanuele Gamba su Repubblica stamattina si chiede: “Chi ce l’ha una coppia di attaccanti come i due della Juve, un creativo in ispirazione continua e un centravanti vecchio stampo, un tiro un gol e chissenefrega delle pretese del calcio moderno? Nessuno, tanto più che la Juve ha pure Vlahovic, ugualmente implacabile come non lo era da un bel pezzo, dai tempi lontani in cui sembrava che qui si potesse costruire un futuro su di lui. Alla collezione di perle c’è da aggiungere il ritorno di Bremer, decisivo a modo suo: ha ragione Tudor, questa Juve è senz’altro incompleta (altra domanda, però: chi le ha riserve del calibro di Nico Gonzalez, Koopmeiners, McKennie, Joao Mario?) ma pure largamente sottovalutata”.
Resta il dilemma Vlahovic. “Non riuscisse a piazzarlo – anticipa Condò – e a prendere di conseguenza Kolo Muani, la Juve dovrebbe riqualificare Dusan Vlahovic a tutti gli effetti come una delle proprie star. Con la data di scadenza, ma ce ne sarebbero di traguardi da centrare prima di dirsi addio”.
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DEI MOLTI MODI DI DIRE 0-0
Nella sua rubrica di critica tele-sportiva su Repubblica, stamattina Antonio Dipollina segnala: “Attira molte critiche: ma il neo-lessico calcistico su cui si sbizzarriscono i telecronisti ha punte irresistibili. Su Sportitalia per dire che la gara era ferma sullo 0-0 si è parlato di parità immacolata”.
Il primo announcement
A proposito di neo-lessico. Ieri c’è stato finalmente il primo announcement, che si potrebbe chiamare annuncio ma forse nessuno ci ha pensato. Passa alla storia l’arbitro Manganiello con le seguenti parole: «A seguito di revisione, il numero 11 della Lazio è partito in posizione di fuorigioco. Decisione finale: fuorigioco», Freddo, distaccato, burocratico, notarile.
Matteo De Santis su La Stampa racconta: “Su un altro ramo del lago di Como, nemmeno troppo distante da dove il Don Abbondio manzoniano incrociava i bravi e temporeggiava sulla celebrazione di un certo matrimonio, la Serie A si imbatte finalmente con il temuto, atteso e promesso “announcement”. Al 63′ di Como-Lazio, dopo i falsi allarmi delle quattro sfide del sabato inaugurale del villaggio del campionato, si materializza la prima forma di vita della nuova era del Var: Castellanos scatta su un apparente filo del fuorigioco e trafigge Butez. L’esultanza per il provvisorio pareggio laziale viene strozzata dall’immediata revisione tecnologica dei collaboratori Aureliano e Chiffi e dalla successiva richiesta di apertura del microfono dell’arbitro Gianluca Manganiello di Pinerolo. l’annuncio storico del direttore di gara, accolto come fosse un gol del Como dal pubblico di casa del Sinigaglia e maledetto dai trasfertisti biancocelesti”.
È successo a poche ore di distanza dal primo challenge chiamato da un allenatore in serie C e nello stesso giorno in cui si è manifestata la prima interpretazione creativa del nuovo strumento, il FVS che sta per Football Video Support. Durante Carpi-Juve Next Gen, il difensore di casa Lombardi ha ricevuto una seconda ammonizione per un presunto tocco di mano. Secondo il protocollo, l’allenatore Cassani non avrebbe potuto usare il challenge per contestare il cartellino giallo. Così s’è ricordato della finanza di Tremonti, dei debiti spalmati da Lotito e delle leve finanziarie del Barcellone, ha immaginato che una soluzione doveva esserci, forse l’aveva studiata di notte casomai. Il challenge si può usare per un’espulsione diretta e lui ha chiesto esattamente quella. L’espulsione diretta del proprio calciatore. Una volta al video, l’arbitro ha dovuto prendere atto che non si trattava di un fallo di mano, ma di un tocco di petto, e ha cambiato la decisione. Ha cancellato il giallo. Un cortocircuito che ha subito spinto la commissione arbitri a intervenire. Non sarà più possibile. I creativi restano confinati nella finanza.
Nico Paz
Ha un nome che fa la felicità dei titolisti. È breve, si presta a giochi di parole, starebbe bene addosso a un personaggio da fumetto. Lucky Luke, Billy Bis, Nico Paz. E poi un Paz abbastanza bravo con la matita c’è già stato.
Tony Damascelli sul Giornale lo ha chiamato “Pepita Paz”. Adesso c’è il rischio che il Tottenham aumenti l’offerta per portarselo subito a Londra, ma il Como ha già dimostrato di non lasciarsi impressionare quando l’Inter si era fatta avanti per Fabregas.
Paolo Condò vede in lui “la reincarnazione di Roberto Mancini”, Damascelli lo definisce “un argentino, ventunenne tra due settimane, di stile e classe limpidissime, accompagnate dalla personalità e dalla maturità che lo porterà sicuramente a essere il protagonista del campionato e anche delle ore conclusive del mercato. Paz è pepita nella miniera di Fabregas che ha allestito una squadra di lingua calcistica spagnola, per ultimo è arrivato Morata, ma il veloce gioco della squadra è illuminato dal genio argentino, una figura di cui ha bisogno il nostro campionato immalinconito dalla lentezza di gamba e di fosforo ad esempio ribadita dalla Lazio di Sarri, bloccata non soltanto sul mercato ma su idee e condizione fisica”
Simone Renza dice su Sportellate che “non parlare della classe di Nico Paz sarebbe ai limiti del delittuoso. Un giocatore che fa immaginare nuovi scenari per un numero ultimamente bistrattato con il 10. Il filtrante per il primo gol e la punizione che chiude la partita sono state due gemme incastonate su una prestazione globale fatta anche di sostanza e di fisicità che a questo ragazzo non mancano. Il supporto della squadra non gli manca così come quella del pubblico e i margini che può avere di crescita sono esponenziali. Fabregas può essere un maestro importantissimo in ogni senso vista la caratura che lui ha avuto durante la sua carriera e se le sirene del mercato non lo fanno vacillare la piazza comasca, quest’anno, sarà fondamentale per lui”.
La Fiorentina in cento parole
“Se Fagioli è ancora alle prese con un volenteroso apprendistato in cabina di regia (prova positiva la sua, seppur con una partenza diesel), è evidente come la propensione naturale del giocatore sia di avanzare il suo raggio di azione e agire alle spalle delle prime linee di pressione. Pioli finora ha provato a equilibrare questi due elementi con una grande fluidità posizionale in mezzo, ma a oggi né Sohm né soprattutto Ndour paiono in grado di relazionarsi bene con l’ex juventino. Ndour in particolare, dopo una buona prova – forse troppo semplice – con il Polissya, ha mostrato come la sua fisicità a tratti straripante non basti a compensare quei suoi limiti della gestione dei possessi”. [Federico Castiglioni su Sportellate – per intero qui]
C’è un tipo che cerca la tranquillità e fa il calciatore a Napoli
➣ De Bruyne, com’era da ragazzo?
«Riservato, sono ancora così. Se mi sento a mio agio divento anche divertente. Sto bene con amici e famiglia, nel mio spazio. Ho bisogno di calma intorno a me, stare con la famiglia, vedere i miei due figli che giocano a calcio. Devo ancora ambientarmi bene a Napoli. Nella vita privata cerco serenità per affrontare la frenesia del calcio».
➣ Che famiglia è stata la sua?
«Mamma casalinga, mio padre lavorava in fabbrica, niente di speciale. Ho lasciato casa a 14 anni per trasferirmi dall’altra parte del Belgio e vivere con una famiglia affidataria, solo per giocare a calcio. È stata una decisione dura per loro; ora, da padre, lo capisco. Se tra qualche anno mio figlio mi chiedesse di andare via, non sarebbe semplice. Oggi papà lavora con me, mi aiuta con gli investimenti». – intervista di monica scozzafava, Corriere della sera
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Le analisi
L’estate della disfatta di MIchael Johnson: la metafora del pollo senza piume
L’estate del ‘96. Quella sì. Quella sì che sarà dolce da raccontare un giorno ai nipoti davanti al fuoco. Oro olimpico sulla pista di Atlanta nei 400 metri, oro olimpico con il record del mondo nei 200 [19.32]. Emanuela Audisio su Repubblica scrisse che era stato molto freddo, glaciale, quasi metallico. Le sue parole: “Più che uno scatto leopardiano verso l’infinito è stato un rombo di motore, più che poesia dei nuovi limiti è stata nuova algebra. È stato aprire il cofano della macchina e vederne da vicino la potenza, i pistoni che vanno giù e su, l’olio che scivola via nel posto giusto, senza schizzare. Questa è la sensazione che dà Johnson: non un corpo umano in movimento, in tutta la sua dolorosa imperfezione, ma una pulitissima turbina in azione, di quelle che non sputano mai pezzi, nemmeno al massimo dell’accelerazione”.
Quella sì che era un’estate da raccontare, agli amici tornando dal mare. Non questa. Non questa stagione in cui l’imprenditore Michael Johnson ha dovuto cancellare strada facendo le finali della sua creatura [Grand Slam Track] e quella in cui il telecronista Michael Johnson si trova senza lavoro. La BBC non lo porta ai Mondiali.
Jonathan Liew sul Guardian ha usato la metafora del pollo senza piume, esperimento presentato nel 2002 dagli scienziati dell’Università ebraica di Gerusalemme. L’idea era semplice: se per l’allevamento di pollame le piume sono un fastidio, con costi significativi in termini di manodopera e impianti industriali, perché non provare a far crescere polli geneticamente modificati, spiumati, sai quanti miliardi si risparmiano. Con quel suo ghigno sfottitore Liew ha scritto che si poteva anche provare a convincere i polli a mangiare un ripieno di salvia e cipolla, forse pure a rotolarsi direttamente nel burro al limone a intervalli regolari.
Comunque. Il pollo senza piume non fu un’idea che spiccò il volo. Aveva un aspetto inquietante e soprattutto – dice l’editorialista del Guardian – “la gente non voleva vedere il proprio pranzo della domenica camminare davanti a loro”.
Questa è la parabola che offre “una salutare lezione sui pericoli delle spiumature sconsiderate”. La spiumatura è il Grand Slam Track di Johnson, un evento di atletica pensato senza i lanci e senza i salti, senza la marcia, solo corse. Al suo debutto, il National Stadium di Kingston era deserto e i 5.000 metri maschili si corsero con un tempo di un minuto e mezzo superiore a quello che era servito per vincere l’oro a Parigi. Il peggio è venuto dopo, quando i content creator di Johnson continuavano a postare sui social foto e meraviglie di un evento che nel frattempo aveva già smesso di pagare le stelle ingaggiate con la promessa di ingrassare l’IBAN più di un pollo [con le piume].
Cos’è che non ha funzionato, si domanda Liew. Forse mancava un Noah Lyles, mancava Jakob Ingebrigtsen, mancava Keely Hodgkinson, mancava Karsten Warholm, mancava Femke Bol. Forse c’è stata troppa attenzione – sbagliata – al mercato nordamericano. Forse “il punto di forza del Grand Slam Track era anche il suo più grande difetto. C’è un motivo – spiega Liew – per cui le radio digitali spesso sono progettate per assomigliare alle radio analogiche retrò, per cui gli ebook cercano di ricreare la sensazione di voltare pagina, per cui i Christmas Crackers sono costituiti da un involucro di cartone colorato e non da un singolo bastoncino. A volte la sostanza conta meno della consistenza e della sensazione al tatto. L’esperienza del consumatore deve essere sensoriale, altrimenti non è nulla”.
Certe gare, intende dire Liew, possono sembrare superflue, ma senza di esse l’intero prodotto non è lo stesso. Non lo riconosci. Il fascino dei meeting dell’atletica risiede pure “nella sua atmosfera tentacolare, da festa di paese. Da quei momenti che possono essere tranquillamente ignorati, fino al momento in cui non è più possibile”. Tipo decine e decine di salti con l’asta che sembrano disturbare le corse, ma poi – sbam – arriva Mondo Duplantis e fa un altro record mondiale. In mezzo ai disturbatori delle corse su pista sono fioriti Bob Beamon e Yelena Isinbayeva, Daley Thompson e Jan Zelezny, oppure quella che Liew definisce “la vorticosa bellezza geometrica di un martello lanciato alla perfezione. I lanciatori di giavellotto dell’Asia meridionale, i triplisti dell’America Latina, il selvaggio equipaggiamento delle diverse forme fisiche, la sensazione che questo sia in definitiva un festival dell’umanità. Togli tutto e niente del resto ha senso. Johnson stava cercando di vendere al mondo un pollo senza piume. Dovresti guardare la carne. Ma non puoi fare a meno di notare ciò che manca. Ci sono sempre – sempre – delle piume che non possono essere strappate”.
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Dai campi
Quale futuro immaginare per Alessandra Mao
Sono successe delle cose nella giornata di chiusura dei Mondiali jr di nuoto. Carlos D’Ambrosio ha vinto anche i 100 stile libero dopo l’oro nei 200. Era atteso, ma non scontato. Lia Capizzi su X ha scritto che di lui “stupisce la tenuta mentale: in questi Mondiali Jr aveva la pressione di essere il favorito, c’era inoltre il punto interrogativo sulla stanchezza dovendo nuotare in 7 gare diverse (comprese 4 staffette). D’Ambrosio si fa ‘n baffo delle aspettative e delle fatiche, un Ercolino dello stile libero. Raccoglie un bottino personale di 6 medaglie mondiali jr (2 ori, 1 argento, 3 bronzi). Questa sua consacrazione “giovanile” viaggia di pari passo con quella che ha già ottenuto nel mondo dei grandi: un mese fa il suo debutto nel Mondiale di Singapore dove è stato argento nella 4x100sl (con Ceccon, Frigo, Zazzeri) e sesto in finale nei 200sl. La personalità di un piccolo-grande campione che studia per diventare fuoriclasse”.
Il sito della federazione lo presenta come “figlio di Giuseppe, napoletano, facente funzioni all’università di Verona; e di Maria, cubana. I genitori si sono incontrati a Vicenza dove è nato perché il papà lavorava in Veneto. Figlio unico. È rimasto a Napoli fino ai 13 anni. Tifoso del Napoli. Si allenava a San Sebastiano al Vesuvio per il CN Posillipo. Poi insieme alla famiglia si è trasferito Verona e ha cominciato a nuotare al Centro Federale. Appassionato di serie, sta guardando la Casa di Carta: la sua preferita è Prison Break. D’Ambrosio parla lo spagnolo, che gli ha insegnato la mamma da piccolo. È stato due volte a Cuba, quando aveva appena 3 anni e nel 2019 per conoscere la famiglia”.
Magari un giorno ci tornerà per conto suo. O forse non va più di moda il pellegrinaggio sui luoghi del Che e di Fidel [anche se in effetti c’era pure chi andava a Cuba attratto da prospettive differenti].
La seconda scheggia della serata indimenticabile si chiama Alessandra Mao [nel nuoto italiano siamo circondati da comunisti]. Ha compiuto 14 anni a marzo ed è la ragazzina che secondo Federica Pellegrini meritava una convocazione ai Mondiali assoluti di Singapore, almeno per assaggiare il clima, almeno per una batteria in staffetta. Mao ha vinto a medaglia di bronzo nei 200 stile libero con un tempo che spinge a qualche riflessione. Ha nuotato in 1:57.00, seconda italiana di sempre sulla distanza dietro la sola Federica Pellegrini, veneziana come lei [1:52.98: il record del mondo a Roma 2009].
Non solo Mao ha battuto sedicenni, diciassettenni, diciottenni. “Ha gestito con maturità impressionante la prima parte, per poi emergere negli ultimi 50 metri” spiega Swima Swam. Il punto è che oggi è mezzo secondo sopra la Federica Pellegrini del 2007, cioè quasi sullo stesso tempo che Federica Pellegrini nuotava a 19 anni.
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Interpreti
Il Podcast La musica di Sofia Raffaeli
Un minuto e mezzo. In 90 secondi ti giochi anni di allenamento, sacrifici, sveglie all’alba, serate saltate con le amiche e con gli amici. Sofia Raffaeli si allena da una vita per far entrare tutto in un minuto e mezzo. Ha iniziato con palla, clavette, nastro e cerchio nel salotto di casa, muovendosi al ritmo delle canzoni preferite dai suoi genitori. Adesso la musica la sceglie lei e su quella musica è diventata la prima italiana nella storia della ginnastica ritmica a vincere una medaglia d’oro individuale ai Mondiali.
Il podcast sulla sua storia realizzato con Chora alla vigilia dei Giochi dei Parigi
La fine del digiuno americano
Sei decenni di siccità. Noi diciamo digiuno, mentre nel mondo anglosassone l’assenza di risultati ha a che fare con la sete, con l’acqua, con la fertilità di un terreno arido. Sei decenni di siccità sono finalmente finiti per la ginnastica ritmica USA, una delle rare discipline in cui non avevamo mai raccolto niente, nemmeno una medaglia ai Mondiali. Essentially Sports la definisce “una maledizione” spezzata da Rin Keys, un’adolescente di Porter Ranch, California, argento nell’esercizio con la palla, seconda dietro la tedesca Darja Varfolomeev e davanti a Sofia Raffaeli. Keys è anche la prima ginnasta che sale su un podio mondiale provenendo fuori dall’asse Europa-Asia. “Non ha solo spezzato un’attesa, ha anche creato un precedente”.
Il Márquez più Márquez dI sempre
Perfino lui non ci crede, perfino lui che è il Joker del motociclismo, disposto a tutto pure di mettere la sua ruota davanti. «Non vorrei svegliarmi, non mi sembra normale vincere 14 gare di fila, contando le sprint. Non è normale vincere così, normale è lottare con gli altri» ha detto Marc Marquez. Paolo Lorenzi sul Corriere della sera ha scritto che “avanti di questo passo Marc Marquez potrebbe mettere le mani sul titolo con parecchio anticipo. Gli ottimisti pronosticano addirittura Misano, a casa della Ducati che ovviamente ne sarebbe felice. I numeri d’altronde non mentono”.
El Pais trova che all’età di 32 anni sia “insaziabile come era all’inizio ma maturo ed esperto come mai”. Guille Álvarez ha scritto che “quando i piloti arrivano su un nuovo circuito, tutti sorridono all’opportunità che si presenta davanti a una tela bianca. In genere, i debutti tendono a dare più peso al fattore umano e a ridurre l’impatto di mezzi e tecnologia. Con Marc Márquez in pista e in pieno possesso delle sue potenzialità, il GP d’Ungheria è stato ancora una volta una dimostrazione della potenza dell’otto volte campione del mondo, in perfetta simbiosi con la Desmosedici della Ducati”.
Forbes ha scritto che la Cadillac avrebbe individuato i piloti con cui debuttare in Formula 1: si tratta di Pérez e Bottas.
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