Lo Slalom del 29 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

# 1 giorno alle finali di Nations League di pallavolo

 

   

Ci pensi ogni tanto alle rane?

Baustelle

 

La rana italiana e la generazione dell’abbondanza 

La generazione dell’abbondanza si manifestò in tutta la sua pienezza quattro anni fa, quando il covid fermò il mondo e pure i Giochi di Tokyo. Benedetta Pilato di anni 16 ebbe dodici mesi di tempo in più per la sua mutazione da sprinter pura in velocista da durata, per passare insomma dagli amati cinquanta metri agli olimpici cento. Solo che gli olimpici cento avevano già due interpreti solide, destinate alle Olimpiadi: Martina Carraro e Arianna Castiglioni

Quell’anno in più di preparazione mise Benedetta Pilato nelle condizioni di stupire alla International Swimming League di Budapest in vasca corta e di togliere poi più di un secondo ai suoi tempi in vasca lunga, facendo ai campionati invernali di dicembre 2020 il tempo per Tokyo, lei prima delle altre due raniste d’Italia. A quel punto restava un solo pass. O per Carraro, alla quale Pilato aveva tolto il record italiano, o per Castiglioni. 

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      CHE COSA SI DICE IN GIRO

 

▥  LA VIGILIA   Lia Capizzi, Corriere della sera: Arriva in piscina pallido in volto, le occhiaie da carenza di sonno. A poche ore dalla finale mondiale dei 100 rana Nicolò Martinenghi è uno straccio. Reduce da una notte travagliata, crampi allo stomaco, avanti e indietro dal letto al bagno per vomitare. Colpito da un’intossicazione alimentare simile a quella che da giorni scorsi sta tormentando mezza squadra americana. Inutile girarci intorno, nonostante la necessità di tutelare la privacy, di non creare allarmismo, con le bocche cucite di tutti gli addetti ai lavori.

Tramite i social degli atleti nipponici si scopre che ci sono campioni piegati in due, con conati di vomito a bordovasca. Evidentemente la gastroenterite virale si sta diffondendo ed ha contagiato anche Tete, il nickname di Martinenghi.

▥  IL KARMA  Giulia Zonca, La Stampa: Si scopre poi che l’infrazione captata dalla Var era del russo (qui da neutrale) Prigoda, ma la tecnologia del nuoto restituisce alla parte lesa senza togliere al colpevole, trovato poi dal karma in finale. Squalifica, stavolta vera. La sequenza di eventi si aggroviglia nella pancia di Martinenghi

 

La scacchiera dei Mondiali di nuoto

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Un anno fa, sempre il 28 luglio, Nicolò Martinenghi vinceva l’oro ai Giochi di Parigi. Lo faceva con un tempo decisamente superiore [59.03] a quello che gli ha dato l’argento a Singapore [58.58], alle spalle del cinese Qin [58.23]. A Parigi grosse discussioni sulla scarsa acquaticità della vasca, ma di vero c’è che Martinenghi non andava così veloce da tre anni. Quinto nella stessa gara l’altro azzurro Ludovico Blu Art Viberti. 

Il bronzo di Thomas Ceccon nei 50 farfalla è invece arrivato in una serata di straordinari a Singapore, ventisette minuti dopo il precedente impegno in acqua, una semifinale dei 100 dorso nuotata con il quarto crono complessivo. Nel dorso il vicentino è il numero uno al mondo nelle liste stagionali. Sono stati esclusi dalle semifinali tutti gli americani. Nonostante la fatica a dorso, nello sprint a farfalla Ceccon ha poi battuto il record italiano [22″67] arrivando dietro il francese Maxime Grousset e lo svizzero Noè Ponti.

♖  torri  I record caduti nei 50 farfalla

Non solo il primato italiano di Thomas Ceccon. Sono caduti anche i record di Francia e Svizzera. Maxime Grousset è diventato il quarto di sempre con un oro da 22.48. Thomas Ceccon ha tolto un centesimo al 22.68 di due anni fa.  Diogo Ribeiro del Portogallo ha fatto il personale [22,77]. A Grousset L’Équipe dedica per intera la prima pagina [Un colpo d’oro] con un gioco di parole all’interno con la parola papillon [farfalla]. Da qualche anno, spiega il giornale francese, Grousset utilizza lo yoga come preparazione mentale per canalizzare le emozioni e migliorare le prestazioni. Ai Giochi di Parigi fu uno dei grandi delusi di Francia. 

… E nelle gare di stanotte

Poco fa, tra l’alba e il cornetto, ne sono caduti altri. Il mezzofondista svedese Victor Johansson ha nuotato gli 800 in 7:44.81, due secondi sotto il primato, quinto crono per la finale di domani. Record turco per il 17enne Kuzey Tuncelli, campione europeo jr: lo ha portato a 7:45.13 superando nomi illustri come Wiffen e Märtens.  Krzysztof Chmielewski ha battuto uno storico primato polacco nei 200 farfalla [1:52.89]: resisteva dal 2009 e apparteneva a Paweł Korzeniowski. La sudcoreana Hyunju Jo ha abbassato il tempo nazionale [1:58.10] che reggeva da sei anni migliorando il personale di oltre un secondo. 

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Le medaglie di oggi a pranzo

Finale 200 metri stile libero maschili – Una delle gare più imprevedibili nel panorama internazionale degli ultimi anni. È capitato spesso che i favoriti abbiano nuotato ai grandi eventi al di sotto delle loro possibilità. È una delle poche gare in cui resiste un record del mondo nuotato con il vecchio costumone [1:42.00 di Paul Biedermann nel 2009, Michael Phelps secondo nelle liste con 1:42.96]. Negli ultimi 16 anni nessuna finale mondiale è stata nuotata sotto l’1:44, un tempo alla portata di David Popovici nelle ultime stagioni [2022]. Nelle semifinali di ieri ha chiuso con il quarto tempo. È oro olimpico in carica e primatista mondiale junior [1:43.64] ma Swim Swam fa notare che le sue prestazioni migliori sono tutte arrivate in vasche all’aperto. Luke Hobson è una seria minaccia, miglior crono in semifinale [1:44.80]. Gabriel Jett aveva stupito ai Trials USA [1:44.70] migliorandosi di oltre due secondi, ma è stato solo ottavo nelle semifinali.

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Il dibattito sulle gare da cinquanta metri alle Olimpiadi

Quando vinci, ti piace scrive L’Équipe parlando delle gare sulla distanza dei 50 metri. Diventano distanza olimpica per tutti gli stili da Los Angels, lo stile libero smette di essere l’unico a premiare gli sprinter puri ma l’annuncio del CIO all’inizio di aprile ha fatto rumore, dentro e fuori l’ambiente. C’è chi ha fatto salti di gioia e altri sono stati più circospetti spiega il giornale francese con un giro di pareri. Ne parlava anche Thomas Ceccon l’altro giorno in una intervista con La Stampa. Lui è critico – diciamo così – mentre Camille Lacourt, tre volte campionessa del mondo nei 50 metri dorso, ha detto che beh potevamo pure sbrigarsi prima. «Porterà una trasformazione» aggiunge e pare Lucio Dalla quando dice che tutti stanno già aspettando l’anno che verrà. «I migliori cercheranno di accumulare medaglie e si impegneranno di più sui 50 metri rispetto alla nostra epoca» secondo Béryl Gastaldello. Così tornerà d’attualità un ragionamento letto sul Guardian un anno fa: O ci date tre settimane di Olimpiadi oppure tagliate qualcosa [certe gare di nuoto a Jonathan Liew parevano sacrificabili, figuriamoci adesso]. Per trentenni come Adam Peaty o come Sarah Sjostrom, può essere un’occasione per allungare la carriera.

 Leggi anche  |  O ci date tre settimane di Olimpiadi oppure tagliate qualcosa

 14 AGOSTO 2024


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra la celebrazione del titolo europeo femminile di calcio – In Francia i Mondiali di nuoto – In Spagna e in Italia il calciomercato

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I temi del giorno

 

 Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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MAMMA TUTTO  Le accuse di Asia Cogliandro nell’Italia della bella pallavolo

La Nazionale femminile di pallavolo ha vinto la Nations League battendo il Brasile in finale per 3-0. Sono 29 partite che non perde e il Corriere della sera con Simone Golia riepiloga le grandi strisce record dello sport, dai 76 successi di Conegliano ai 153 del Recco di pallanuoto fra 1965 a 1973, dalle 58 giornate di campionato del Milan di Capello agli anelli di Bill Russell e Michael Jordan in NBA. La capitana Anna Danesi ha parlato con Pierfrancesco Catucci e ha detto: «Lasciamo che aggettivi come “invincibili” ci scivolino addosso. La pressione è quello che ci meritiamo. Voglio costruire una famiglia con Davide, il mio fidanzato, e voglio diventare mamma. Ho sviluppato un forte senso di maternità negli anni anche perché ho la fortuna di avere una famiglia bellissima, che mi ha sempre seguito sin da quando sono uscita di casa a 13 anni. E ora mi piacerebbe averne una mia». 

È strano che parlando di desiderio di maternità non aggiunga allora una parola sulla condizione delle donne ancora dilettanti nello sport italiano, quella condizione che ha portato alle accuse di Asia Cogliandro  al suo club, Perugia. In una intervista a La Stampa l’altro giorno ha detto: «Sono stati lapidari, volevano proprio che mi levassi di mezzo. Ho proposto di aiutarli a gestire i social o di darmi un lavoro d’ufficio per i mesi che mancavano, purtroppo il loro unico intento era sbarazzarsi di me». Perugia ha replicato che «la proposta della società è stata quella di riconoscere all’atleta l’80% degli emolumenti dovuti, con il restante importo integrato dal fondo di gravidanza previsto dall’Inps e dalla Fipav» ma l’offerta sarebbe stata rifiutata da Cogliandro, la quale denuncia pure di essere stata obbligata dalla società «a lasciare l’alloggio messole a disposizione, restituendo le mensilità già pagate», altro passaggio che però il club smentisce. 

In una intervista con Roberta Noè per Sky Sport Insider, il presidente della federazione Manfredi ha detto: «Mi dispiace che questa vicenda sia uscita proprio il giorno della vittoria. Ma come federazione non abbiamo nulla da rimproverarci. Abbiamo stanziato fondi importanti per la maternità, siamo tra i primi movimenti ad averlo fatto, e continuiamo a sostenerlo. Bisognerà chiarire cosa sia successo, ma la Federazione sarà al fianco dell’atleta. Il nostro movimento ha il 75% di tesserati donne: le tutele sono e restano una nostra priorità. Aspetteremo anche la versione della società, poi tireremo le nostre conclusioni. Ma Asia avrà sempre il nostro supporto».

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GIOCARSI IL POSTO CON PAOLA EGONU

«Sono molto curiosa, quando si usa la parola dualismo cosa si intende? Siamo quattordici in squadra e in sei possono giocare, per forza qualcuna non gioca. Ammiro tantissimo quel che riesce a fare Paola, forse è l’opposto più forte del mondo e riesce a realizzare cose incredibili. Lei, come Melissa Vargas, mostra qualcosa che non riuscirei a fare nemmeno se ci provassi 15 volte: non posso fisicamente, e quando lo vedo realizzarsi in allenamento posso solo dire: “wow”. Ma ricordiamoci che siamo in uno sport di squadra, conta questo anche se fai la partita della vita». EKATERINA ANTROPOVA a Repubblica

 

In Formula Uno stanno scomparendo i doppiaggi

DI ROBERTO LIBERALE

  ① PANORAMA  Non vedremo mai più un Senna su una Toleman

La sicurezza in pista è un fattore al quale non si può e non si deve rinunciare. La scelta di non correre più sotto la pioggia lascia però perplessi, non perché si rimpiange la Formula Uno del passato, nella quale si tirava avanto in qualunque condizione (basti ricordare il famosissimo GP del Giappone del 1976 in cui Niki Lauda si fermò al primo giro per le condizioni impossibili), ma perché l’asticella si è talmente alzata che si finisce per aspettare che la pista si asciughi, almeno parzialmente, prima di dare il via. 

Ci sono motivi tecnici comprensibili, correre con la pista completamente bagnata comporta un sollevamento di masse d’acqua di enormi dimensioni. Una monoposto di Formula Uno dotata di pneumatici full wet arriva a sollevare più di 300 litri di acqua al secondo a 300 kmh, creando problemi di visibilità non indifferenti alle macchine che seguono. I direttori di corsa preferiscono condizioni in cui le macchine possano adottare gomme intermedie per mitigare il problema visibilità. Ecco perché alla fine le gare non si corrono più sotto la pioggia battente o addirittura vengono fermate quando si potrebbe provare a continuare con le gomme da massimo bagnato. Fino al paradosso del giro singolo, come accadde proprio a Spa nel 2021, pur di rendere valida una corsa che altrimenti sarebbe stata annullata per la troppa pioggia. 

Il risultato è che il GP del Belgio poteva essere una gara molto spettacolare se almeno si fosse dato il via un po’ prima delle 16:20, con la pista molto umida, ma quasi certamente praticabile. E soprattutto non dietro la Safety Car, che ha finito per appiattire i primi giri. Invece tutta la preparazione e le strategie messe in campo dalle scuderie e dei piloti che avrebbero volentieri approfittato della pioggia per scombinare i piani dei più forti sono saltate. Con buona pace di quei piloti che sulle piste bagnate si trovano a proprio agio e hanno qualche possibilità in più di mostrare il proprio valore, al di là delle possibilità offerte dalla macchina. 

Imprese come quella di Senna che su una Toleman quasi vince il GP di Monaco 1984 resteranno forse irripetibili.

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Le analisi

 

Cosa succederebbe se alla fine vincesse Diarra

Immagina un mondo nel quale non esiste il calciomercato, un mondo nel quale i calciatori sono liberi di arrivare e andarsene da un posto di lavoro all’altro come più o meno sono liberi uomini e donne negli altri campi sulla faccia della terra. È la domanda provocatoria che fa L’Équipe stamattina su un servizio di due pagine. Cosa succederebbe? Intanto sparirebbero un bel po’ di posti di lavoro, tanto per cominciare. I calciatori riprenderebbero il controllo della loro carriera, smetterebbero di essere dei polli senza testa, come dice Romuald Palao, avvocato di Adrien Rabiot – al quale tuttavia la libertà di decidere da sé dove andare, cosa fare e quanto guadagnare non è mancata. La sua tesi è che ci stiamo allontanando dallo sport per finire nel campo dell’economia. 

Ma da diversi mesi, spiega L’Équipe, esiste un vento nuovo che soffia sulla FIFA. Il riferimento è alla tempesta arrivata con Lassana Diarra, l’ex centrocampista del Real Madrid che nel 2014 ha scelto di lasciare il Lokomotiv Mosca prima della scadenza del contratto per unirsi ai belgi dello Charleroi. Diarra si è assunto il rischio ed è stato condannato a pagare 10,5 milioni di euro nel 2015 al vecchio club per l’indennizzo saltato. Ha avviato una battaglia legale e dieci anni dopo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea gli ha dato ragione. I sindacati che lo sostengono, l’UNFP in Francia e la FIFpro a livello europeo, ora temono che Diarra possa essere contattato dalla FIFA di Gianni Infantino per firmare una transazione che metterebbe fine al procedimento. Secondo una fonte sindacale, lo scenario è serio. Così serio che la FIFpro offrirà a Diarra una copertura multimilionaria perché porti avanti la sua battaglia fino in fondo. 

Fino in fondo significa la fine del calciomercato. La FIFA non può permettersi una rivoluzione ma questo è un primo passo dice il giornate francese, mentre Diarra ha già detto a The Bridge, il podcast di Aurelien Tchouameni, che i suoi colleghi non hanno capito, non si sono resi conto di quello che sta facendo e di come potrebbe andare a finire. «Bisogna avere il coraggio di provarci». Per il momento, dice un agente francese, la sentenza Diarra non ha alcun impatto sulla realtà. Finché non si saprà quanto costa liberarsi senza che un club possa dire la sua, nessuno si esporrà. 

Il dibattito è in corso perché un mese fa Adrien Rabiot ha vinto dopo sei anni una causa con il PSG, condannato a pagare 1 milione e 300mila fischi per abuso di potere. Rabiot ha anche ottenuto la riqualificazione del suo rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato. Tuchel lo aveva messo fuori rosa perché il giocatore si rifiutava di rinnovare il contratto. Oggi ne parla con L’Équipe l’agente di Adrien, la signora Véronique, la madre, definitaun UFO nel mondo del calcio francese, una donna che sfida i codici di un ambiente maschile e incarna a modo suo le contraddizioni di un mondo feroce. Da madre a madre, Fayza Lamari Mbappé dice che quando si è trattato di proteggere suo figlio, la signora Rabiot lo ha fatto bene, e questo è un suo merito. Quando la signora Rabiot punge – scrive il giornale francese – spesso lo fa in modo brutale, e sempre contro i potenti. Seguono frasi famose e aneddoti, con il corollario delle repliche indecenti nei suoi confronti. «Se un padre si comporta così non succede niente – ha detto Fayza Lamari – se lo fa una madre sì»

Così, quella madre oggi viene pure intervistata e dice che «a tutti piace farmi sembrare una pazza»

 

CARRELLATA  Però nel frattempo Darra non ha vinto. Così siamo ancora meravigliosamente immersi dentro la lingua del calciomercato. L’Inter rilancia per Lookman, ci mette 45 milioni, o l’Atalanta s’accontenta oppure Marotta fa sapere che porta la valigia con il denaro da un’altra parte. Repubblica riferisce di un nuovo no del Bruges alle offerte del Milan per Jashari, mentre Ndoye da Bologna va verso la Premier League e il Nottingham Forest. A questo punto, dice Repubblica, il Napoli va su Chiesa. Sarà contento il cardinale Sepe, quello è tifoso. 

 

        

Parigi vuole una Classica come l’ultima tappa del Tour

Tre volte il gruppo è passato sui ciottoli di Montmartre prima di prendere la via per gli Champs-Élysées. Lo stesso tracciato disegnato per la prova in linea dell’estate scorsa ai Giochi. Tre volte le bici hanno ballato su quello strappo mettendo in fuorigioco i velocisti puri e facendo da catapulta verso il traguardo per il meraviglioso Wout Van Paperin-aert, stavolta risparmiato dal suo destino da Paolino. Montmartre è stata la cornice sublime di una battaglia eccezionale si è arreso Alexandre Roos su L’Équipe dopo due-tre giorni in cui ha tenuto il broncio al Tour de France e alla sua Maglia Gialla. 

Dai – ha scritto ieri mattina quando Slalom era in altri paletti affaccendato – va bene, dimentichiamo tutto, portiamo con noi l’emozione di quest’ultimo giorno, le immagini di questa folla gioiosa, di questa corsa totale. Il ciclismo ridotto alla sua semplicità, alle sue fondamenta, una partenza, un traguardo, nessun calcolo, nessuna strategia, nessun tentativo di spiegare una cosa del genere con teoremi eruditi quando invece non ne sappiamo nulla, nessun parlare a schiovere

[Aperta parentesi. Oh, dunque. Chiacchiericcio sarebbe stata la traduzione migliore per l’originale adottato da Roos, una parola francese meravigliosa che andrebbe tutelata da qualche istituzione: blablatage. Che però non è solo il chiacchiericcio dei parlanti italiani. Non è solo un rumore di fondo. È un parlare fuori contesto, un parlare di troppo. Nella lingua madre che coi francesi ci siamo scambiati in alcune occasioni volute dalla storia sarebbe appunto: un parlare a schiovere la propensione a ragionare senza un senso, come quando la pioggia cade a schioppi. Chiusa parentesi]

Insomma. Roos si consegna ma si prende la pizzicata e aggiunge che se vogliamo essere ironici, bisogna scrivere che il Tour de France stesso ha dimostrato che non c’è niente di meglio delle corse di un giorno, le classiche. Ma dobbiamo anche ammettere che ci è dispiaciuto che l’ultima tappa sia stata così manomessa, nonostante sia stata un enorme successo

Il riferimento è alla decisione di neutralizzare i tempi sulla salita. Ci viene ancora voglia di lamentarci della decisione, dovuta alle previsioni di pioggia. Se l’idea alla base della modifica del percorso era quella di avere una corsa, allora deve esserci una corsa fino alla fine. Perché l’ultima tappa dovrebbe avere uno status speciale? La stessa decisione sarebbe stata presa per il pavé del Mont Cassel? Cosa sarebbe successo se il distacco tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard fosse stato inferiore ai 30 secondi?. Tutto questo accadeva mentre polemiche analoghe andavano in scena a Francorchamps per il GP di Formula Uno a Spa. 

[Aperta parentesi-2. Vale sempre la pena ricordare che il datore di lavoro di Roos, i signori che gli pagano lo stipendio, sono gli stessi che organizzano il Tour de France, a testimonianza del fatto che gli uomini liberi la libertà se la prendono, non è che aspettano di vedersela concessa]

Montmartre ci ha restituito un Pogacar familiare, il campione del mondo come lo conosciamo nel resto dell’anno, sempre pronto a una zinzinade *  – ha scritto Roos – a mettere un po’ di legna nella stufa, a giocare, senza pensare al domani

[* Zinzinade dovrebbe venire da zinzin, un termine colloquiale che sta per bizzarria, follia. In italiano il De Mauro attesta un zinzinare, parola desueta che sta per bere a piccoli sorsi, ma siamo fuori contesto. Casomai un’assonanza ci porterebbe dalle parti della zanzare, dunque la zinzinade potrebbe essere una puntura. A seguire il De Mauro dovremmo invece azzardare sbornia per zinzindade. In termini altrettanto colloquiali qualcuno in Italia la chiama mattata, ma è molto più brutto di zinzinade: lo lasciamo così]. 

Roos – e vediamo se la finisce – aggiunge che abbiamo capito subito che la Maglia Gialla era interessata alla vittoria, fin dalla prima salita. Avrebbe fatto lo stesso durante il secondo passaggio, con la mano sul manubrio, ma questa volta si sono sotto i piatti, con solo cinque corridori rimasti alla sua ruota: Matteo Trentin, Wout Van Aert, Matteo Jorgenson, Davide Ballerini e Matej Mohoric, un gruppo da classiche”. 

Domenica sera, al ritorno a casa, deve aver messo sottosopra la redazione. Fatto sta che oggi L’Équipe  la butta lì e si domanda se questa corsa che strappa sui ciottoli all’altezza di Montmartre non possa meritare un futuro, se non valga la pena immaginare una nuova classica fatta così. 

O si tratta di un consiglio da appassionati ai piani alti dell’azienda, oppure hanno saputo dai piani dell’azienda che qualcosa si sta muovendo in quella direzione.

Il percorso finale – ha scritto Audrey Quétard – potrebbe dar vita a un’idea un po’ folle: e se anche Parigi offrisse una sua grande corsa di un giorno? Pavimentazione insidiosa, meteo imprevedibile, un’atmosfera gioiosa, piccole asperità qua e là e una monte iconico da scalare più volte. Non vi ricorda niente? Un’illusione perfetta: è la descrizione di una corsa fiamminga

Quel che sappiamo è che ASO intende tornare a passare davanti al Sacré Coeur nelle prossime edizioni, per la felicità dei velocisti che si vedono sfilare dalle tasche il traguardo sugli Champs-Élysées. 

L’Équipe azzarda che una eventuale Classica di Parigi potrebbe essere divisa in due sezioni. La prima, lunga circa 100 chilometri, potrebbe servire da riscaldamento con qualche pendenza per alimentare l’entusiasmo del gruppo. Il segnale di partenza verrebbe dato nei dintorni più collinari della regione. 

La valle di Chevreuse – leggiamo – a sud-ovest di Parigi, è l’opzione più ovvia, con il suo ambiente piacevole, le strade in buone condizioni e le salite brevi e ripide, se vogliamo, a raffica. Come quelle più leggendarie la Côte des 17 Tournants (1,19 km al 6,6%), ospite ricorrente della Parigi-Nizza, la Côte de l’Homme Mort (1,91 km al 4,2%), o la Côte de Châteaufort (910 m al 6,5%). Sono salite regolari, non brucerebbero subito i corpi, ma li immergerebbero nell’energia. Questa prima parte potrebbe variare da un’edizione all’altra e spostarsi geograficamente, verso le Côtes de Meudon o le salite del parco regionale del Vexin. La seconda sezione potrebbe essere strutturata dentro un circuito da ripetere più volte. Consideriamo una quindicina di chilometri, da ripetere dieci volte, per un totale ipotetico di 250 km, una bella distanza per una classica. Oltre al selciato della Butte Montmartre come giudice [1 km al 6,5%] potremmo aggiungere una deviazione attraverso il XIX e il XX arrondissement con rue Ménilmontant [870 m al 5,3%] e scoprire così nuovi tesori del territorio parigino. Tutte le classiche hanno un loro quid. Liegi ha le sue ripide salite, il Fiandre i suoi muri, la Roubaix il pavé infernale. La classica parigina si distinguerebbe per il suo aspetto urbano

Tanti dettagli. O davvero è amore spassionato oppure a Parigi si stanno inventando qualcosa. 

Qui ci sono tante belle foto de L’Équipe per la terza settimana del Tour.

 

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Dai campi

   

Il ritorno al lavoro dell’Inter

Cristian Chivu è uno di quegli allenatori a cui il calendario ha tolto il gusto di essere una novità. Si è presentato al raduno dell’Inter per raccontare come sarà la sua nuova Inter, solo che la sua nuova Inter noi l’abbiamo vista già con la vecchia Inter, sì, insomma, al Mondiale dei club – dove chi non ha vinto si è pure bruciato l’effetto-attesa [Xabi Alonso a Madrid uguale, per esempio]. Forse per celia, forse per non morire, Chivu ieri ha detto una frase che aveva una meravigliosa eco anni Novanta. Ha detto che vuole un’Inter ibrida e più imprevedibile. Una dichiarazione Eau de Ranier, nel senso di Claudio Ranieri, trent’anni fa deciso a costruire di panchina in panchina «una squadra camaleonte». L’ultima attestazione della voce risale al 2008, quando alla Juventus disse di desiderare «un camaleonte solido», una specie di evoluzione Pokemon che invece si evoluò, [no], si evolvette [no], si evolcque [no], si evolse in un esonero. 

Paolo Tomaselli getta il panico in Partenope come qualche giorno fa Condò presentando l’Inter come l’anti-Napoli per quel coso là, come si chiama, e su, quel coso, quel cosso triangolare con tre colori, parlando di una squadra pronta a cambiare pelle, meno leggibile di quella precedente, che però poteva contare su meccanismi capaci di raggiungere quasi la perfezione nelle giornate di grazia.

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La Macchina del tempo 

     

L’invenzione dell’accoglienza del campione in città

Cosa combinarono a Napoli con Omar Sivori

Le cose a quel tempo accadevano dentro la hall di un grande albergo vicino alla Stazione Centrale di Milano, dove ci sono gruppi di poltrone, un angolo di bar, piante sempreverdi che fanno da separé. Fra qualche giorno arriverà la polizia, lasceranno passare soltanto con speciali permessi, toglieranno i tappeti dal pavimento perché sennò li bruceranno con le cicche delle sigarette

Così raccontava la scena Edgarda Ferri sul Corriere della sera. Quel tempo era sessant’anni fa e il calciomercato sui giornali si chiamava compravendita. Era trattato come uno strano fenomeno alle soglie dell’immoralità. Il presidente del CONI avrebbe detto che i proprietari delle squadre di calcio altro non erano che dei «ricchi scemi»

Il più ricco nell’estate del ‘65 era Roberto Fiore, presidente del Napoli neopromosso. Era anche il più giovane e mise sottosopra la serie A andando a prendersi José Altafini dal Milan. Avrebbe aggiunto nel giro di poche ore Omar Sivori dalla Juventus. 

È piccolo vivace asciutto ed esattamente napoletano. Si muove seguito da una coda di una mezza dozzina di giornalisti della sua città, ed è socio azionista della sua squadra. Ieri sera ha offerto dodici bottiglie di champagne nella hall dell’albergo, per festeggiare l’acquisto di Alta- fini. Siede solo un attimo, offre sigarette, lo richiamano via. Dice: «Con Sivori non combiniamo finché lui chiederà 40 milioni di ingaggio. Per combinare con Altafini si poteva fare a meno di arrivare fin qui, tanto più che avevamo telefonato al giocatore quando lui stava ancora in Brasile. Pero è bene fare un salto a Milano: è anche una evasione».

L’esattamente napoletano doveva forse manifestarsi nel fatto che Fiore ama la buona cucina e la buona compagnia e tira sempre tardi, fino quasi all’alba. Dietro a lui sta Corcione, il maggior azionista del Napoli, abbronzato ed abbacchiato. Corcione spiegava al Corriere della sera di aver avuto un guaio, così lo chiamò, un guaio, «per un pasticcio capitato a Verona mi hanno squalificato a vita. Così devo stare tra le quinte, e ci soffro». Lui veniva descritto invece come un personaggio patetico, sui quarant’anni, tranquillo e complessato. Ha fatto una fortuna come capomastro in Venezuela, ed è tornato a Napoli per togliersi lo sfizio di pagare più di tutti. Ad occhio e croce, possiede, adesso, una gamba, un braccio, la testa e un polmone di José Altafini. Ma darebbe metà della vita per riavere la qualifica e l’onore

Con Sivori alla fine l’accordo venne trovato. Ci volle una dose aggiuntiva di pazienza per convincere Agnelli a lasciarlo partire sotto certe cifre. Si racconta di una telefonata di Achille Lauro in persona. I giornali lo avrebbero scritto senza giri di parole nel corso della settimana. 

Walter Molino era in quegli anni l’illustratore della Domenica del Corriere e l’arrivo di Omar Sivori lo ispirò per una tavola rimasta leggendaria – sicuramente dentro casa del papà del papà di Slalom, che per Sivori stravedeva al punto di negare vent’anni dopo la superiorità di Maradona [per la verità negava pure che Diego fosse superiore a Zola, ma non è questo adesso il punto]. 

Fu l’estate in cui venne inventata l’accoglienza dei campioni in città. Cinquemila napoletani erano andati ad aspettare José Altafini all’aeroporto e quando arrivò Omar Sivori, Molino se lo immaginò in fuga sui tetti per fuggire all’abbraccio. In realtà non riuscì a scappare, ci furono tre feriti, tra cui un sottufficiale della Polizia Ferroviaria, un numero imprecisato di contusi, molte piante ornamentali, opere murarie ed infissi della stazione di Mergellina distrutti, o gravemente danneggiati; il traffico bloccato per oltre due ore, lo stato d’assedio presso un albergo del Lungomare: così raccontò la Gazzetta dello sport al termine di scene d’entusiasmo, indescrivibili, e persino convulse e parossistiche. Scene tali da oscurare quelle non mai abbastanza deprecate che avvengono in taluni Paesi per i Beatles.

Chi scrisse ottomila persone, chi scrisse diecimila. Erano arrivate alla stazione di Mergellina già molto tempo prima dell’ora in cui sarebbe dovuto giungere il rapido da Roma. Allarmato, il dirigente del servizio d’ordine – che era stato opportunamente rinforzato – aveva ritenuto necessario far recapitare alla stazione di Villa Literno un fonogramma alla scorta del convoglio – anche essa adeguatamente irrobustita – invitandola ad adottare le misure del caso per fronteggiare la marea di gente che avrebbe accolto l’ex juventino. Ma si è pensato, poi, che questa misura non sarebbe stata sufficiente e si è divisato di far sostare il treno in una stazioncina periferica. Ma poi s’è temuta la reazione della folla, delusa da un così grave smacco. Così tutto fu lasciato com’era. Il treno fu fatto giungere regolarmente e si provvide solo a farlo arrestare appena all’uscita del tunnel che immette nella stazione. Ma anche questa – raccontava la Gazzetta – fu una precauzione inutile. I tifosi, prevedendo la mossa – la stessa alla quale si era fatto ricorso quando la comitiva del Napoli rientrò dalla trasferta di Parma, che consacrò il ritorno della squadra azzurra in Serie A – si erano appostati al punto giusto ed assaltarono il treno con una manovra così impetuosa e coordinata da fare invidia ai più consumati predoni di film western

Che meraviglia. Onestamente, non è meraviglioso il Far West di Napoli per Omar Sivori?

Sivori era stato preparato, dice il giornale milanese, ma si spaventò non poco nel vedersi aggredito a quella maniera: una turba esagitata gli piombò addosso, sommergendolo sotto il suo frenetico abbraccio: un tifoso gli strappò la cravatta a rischio di soffocarlo; un altro, per baciarlo, gli assestò una zuccata sulla fronte, spaccandogliela a sangue; altri tentarono di liberarlo della giacca ed anche di altri indumenti”

Non vogliamo sapere quali.

Segue racconto di Sivori che sale su un furgone della polizia e scortato da due jeep si porta nella villa del Comandante per un doveroso saluto.

I giornali erano pieni in quelle settimane di ritratti velenosetti sul Sivori che aveva lasciato la Juventus, ma aspettative intorno al Napoli erano cresciute. Ne scrisse in questi termini Antonio Ghirelli sul Corriere della sera: L’Inter del Sud o un nuovo Real Madrid? Ci stiamo già scervellando per trovare la definizione giusta, che si adatti all’entità della campagna acquisti del Napoli e all’entusiasmo che essa ha suscitato nella città e nel contado. In Campania, le vendite dei giornali si sono raddoppiate, sono fioccati i referendum, si disputa accanitamente sul numero dei tifosi napoletani accorsi a Mergellina per staccare la locomotiva dal treno che trasportava Omar Sivori nella Magna Grecia: cinque, dieci, ventimila. Ma per chi è napoletano sul serio, costituisce una sapida consolazione immaginarsi le imprecazioni, i sospiri, i ruggiti dei contadini rimasti impigliati nel traffico, quello storico giorno, senza neppure sapere chi fosse il nume in arrivo sul binario numero 2

Non si sono scatenate soltanto passioni sportive per l’avvento di Sivori, di Altafini e dei due apprezzati provinciali Stenti e Nardin. In campo politico – raccontava Ghirelli – per esempio, i monarchici hanno esultato frementi per il ruolo decisivo che in talune circostanze sarebbe spettato al comandante Lauro, di cui si racconta una telefonata con il professor Valletta, il cui ghiotto contesto farebbe la gioia di Eduardo De Filippo e che, comunque, pare sia valsa al Napoli il risparmio di cinquanta o sessanta milioni, Per la stessa ragione, ovviamente, radicali e socialisti sono sul chi vive per la riapparizione dell’ex-sindaco alla ribalta municipale: non si vorrebbe che egli approfittasse dei gol di José e di Omar, come fece un tempo con quelli di Jeppson e di Vinicio, per rivalutare le scosse fortune elettorali del suo partito. Le costose operazioni dei dirigenti partenopei sono oggetto di severa critica, a dire il vero, anche sotto altri punti di vista. L’economista si chiede se basteranno due annate di incassi a ripagare la società dell’enorme sacrificio affrontato per assicurarsi i super-campioni sud-americani e garantire loro i relativi, principeschi premi d’ingaggio (forse il duca di Edimburgo non guadagna altrettanto). Il sociologo fa un ragionamento più ampio e angoscioso: si domanda se sia onesto profondere cifre tali per due o tre giocatori di calcio in una città che è ancora afflitta dalla scoliosi, dal tracoma e da altri spaventosi flagelli. Con 400 milioni quanti ospedali, quante case, quante aule si sarebbero potuti costruire? Ma non siamo, con certe affermazioni, ancora al socialismo di Ada Negri e di Pascoli?

Casomai, eccepiva Ghirelli, la forza e il pericolo del Napoli stanno nell’ambiente in cui i giocatori sono chiamati ad operare, L’indole di noi napoletani e mutevole come il cielo di marzo; siamo facilissimi ai trapassi di umore, ci stanchiamo assai presto dei nostri idoli, siamo costantemente insidiati da un eccesso di ironia, di pessimismo, di scoraggiamento così come siamo capaci di abbandonarci sconsigliatamente agli impeti di entusiasmo, fino a perdere il senso della realtà. Mantenere i nervi saldi, in una simile città, conservare una linea rigida di comportamento, lavorare con fermezza e senza sbandamenti, è maledettamente difficile. Se Fiore e Pesaola ci riuscissero, avrebbero compiuto veramente un’impresa sensazionale, di cui dovremmo essere loro assai grati tutti perché il calcio italiano ha bisogno di un nuovo Real Madrid – ma è meglio dire: di un’Inter del sud – come dell’ossigeno per respirare.

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Oggi

 

Come sta Demi Vollering dopo la caduta di ieri

Re Carlo tornava dalla guerra e la sua terra lo accolse cingendolo d’allor. Era la Poitiers di Fabrizio De André, non quella di Demi Vollering – poverina – la favorita del Tour de France femminile, finita di nuovo dentro l’incubo dell’anno scorso. Quando cadde a 6 km dal traguardo di Amnéville  senza che nessuna delle sue compagne di squadra della SD Worx fosse rimasta indietro ad aiutarla. Ieri sulla strada verso Angers, a tre km dalla conclusione, la furia per la preparazione dello sprint ha mandato a terra l’olandese, ingaggiata dali francesi della FDJ-Suez per andare in vetrina al Tour.  Amber Kraak e Juliette Labous, due compagne, stavolta si sono fermate ad aspettarla. Il regolamento le ha consentito di arrivare al traguardo senza che il suo ritardo sia conteggiato in classifica, dove Marianne Vos è tornata in maglia gialla grazie all’abbuono preso con il secondo posto in volata dietro Lorena Wiebes. 

Ma stamattina Vollering deve fare altri accertamenti per capire se parte o no, se sarà Poitiers o sarà Waterloo. La tappa di oggi è relativamente pianeggiante e seguirà il corso dei fiumi della Loira, passando per i castelli di Montsoreau, Chinon e Richelieu. C’è una sola salita in programma, quella di Marigny [0,9 km al 5,4%] ma non dovrebbe impedire al gruppo un altro sprint affollato, a meno che un’avventuriera non si inventi un colpo di scenaaaa alla Mike Bongiorno in falsopiano.

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