Viandante non c’è via, la via si fa con l’andare
Antonio Machado
► LUCIANO SPALLETTI non è più l’allenatore della Nazionale. È stato esonerato e lo ha annunciato lui stesso nella conferenza stampa di vigilia della partita con la Moldavia. Fa le ultime sostituzioni e poi sostituiscono lui.
◇ Carlos Alcaraz ha vinto il quinto titolo Slam della carriera. Ha battuto Jannik Sinner nella finale più lunga della storia al Roland-Garros. Sara Errani e Jasmine Paolini hanno vinto il torneo di doppio sulla stessa terra dove un anno fa avevano vinto l’oro olimpico.
◇ Marc Marquez ha vinto il GP di Aragon davanti al fratello Alex e adesso guida la classifica del Mondiale con un margine di 32 punti. Bagnaia si è piazzato terzo ed è soddisfatto.
◇ Il Portogallo ha vinto la Nations League ai rigori contro la Spagna. Il tiro decisivo è stato sbagliato da Álvaro Morata, come quattro anni fa nella semifinale europea con l’Italia. In Polonia c’è un macello in nazionale: il c.t. Ha dato la fascia a Zielinski e Lewandowski se n’è andato
◇ Victor Osimhen si è fatto venire i cinque minuti e così è saltato il suo trasferimento all’Al-Hilal. Gli arabi volevano dargli 35 milioni all’anno più un’altra decina promessa fra bonus vari, e volevano darglieli fino al 2029. Il Galatasaray pensa di poterselo tenere
◇ Gli Oklahoma City Thunder hanno ritrovato il loro gioco e hanno battuto gli Indiana Pacers in Gara-2 di finale NBA [123-107]
Leggi tutto nella versione web
#76 giorni alla prima giornata della serie A
Un pippone sull’esonero di Spalletti e sul racconto del calcio in Italia
Ci sono stati allenatori che hanno saputo del loro esonero in conferenza stampa, da una domanda. Altri sono stati licenziati dalla dichiarazione di qualche ultrà in televisione. Mai nella storia della Nazionale italiana e forse del calcio ce n’era stato uno che volesse comunicare di persona il suo licenziamento: anche questo è toccato vedere in una federazione allo sbando, senza guida né idee.
Così come ci sono pochi precedenti di un allenatore che continua a lavorare dopo essere stato sollevato dal suo incarico. Sotto le mentite spoglie del cittì che è stato, stasera un estraneo siede sulla panchina dell’Italia. Marino Bartoletti su Facebook ieri sera ha aggiunto che un’altra cosa non è mai successa, “che un presidente federale resista con tanta tenacia ai propri fallimenti”.
Luciano Spalletti se ne va con un gesto di grande dignità di fronte alla decisione presa dal presidente Gabriele Gravina. Lascia un anno di stipendio ma in cambio – la ricostruzione del Corriere della sera – “pretende di raccontare subito la verità. Niente bugie e niente sotterfugi. Trasparenza per allentare la tensione sulla Nazionale. Gravina, per rispetto e forse a malincuore, accetta. Nei piani federali l’annuncio sarebbe dovuto arrivare dopo la partita di Reggio Emilia. Ma Spalletti è irremovibile. Vuole raccontare, spiegare, assumersi le sue responsabilità. Così a Parma, durante il festival della Lega di serie A, il presidente federale omette la verità”.
Il Fatto Quotidiano considera come “quello che è accaduto nell’ultima settimana è ai confini della realtà”.
LA GENESI: E LUCIANO FU
Bisogna ricordare come fu che Luciano Spalletti arrivò sulla panchina dell’Italia per capire come mai stasera dovrà lasciarla. Roberto Mancini se ne andò nel modo che tutti ricordiamo, in un pomeriggio di mezzo agosto, quando gli uffici sono chiusi per ferie e i presidenti delle federazioni sono sdraiati sulle spiagge migliori dove abbronzarsi. Gabriele Gravina andò nel panico. C’era stato qualche segnale d’insoddisfazione in precedenza, ma esiste una straordinaria capacità in certi capi di non vederli, di ignorarli, di pensare nella loro onnipotenza che sapranno ricondurli a un fastidio passeggero, casomai all’inquietudine inspiegabile di quel mezzo matto che hanno di fronte.
Questo fece Gravina con Mancini, e a metà agosto si trovò in mare aperto senza più il suo salvagente. Quello era stato – un salvagente – il cittì dell’Europeo vinto e del Mondiale mancato: restando al suo posto, scegliendo di non dimettersi dopo la sconfitta con la Macedonia del Nord a Palermo, offriva al presidente la stessa chance senza dover dare spiegazioni.
Infatti non ne diede. Disse: resto. Ci furono un paio di giorni di indignazione su qualche giornale, e dopo amici come prima.
Luciano Spalletti fu il suo secondo salvagente quando ebbe bisogno di trovarne un altro. Aveva vinto da tre mesi uno scudetto storico a Napoli, il primo allenatore a farcela senza Maradona in un posto dove senza Maradona non ne avevano vinti mai. Si era appena ritirato in campagna perché non ne poteva più di De Laurentiis, altro straordinario campione nel ridurre a minuzia e poi pagare le conseguenze dell’insoddisfazione che gli gira attorno.
Gli archivi sono aperti [14 agosto 2023] per ripassare che cosa si diceva in giro in quei giorni. È sempre buffo leggere come, quando e perché mutano le idee e le opinioni, portate di qua o di là come uno sbuffo di borotalco da un soffio di vento. De Laurentiis ebbe il ruolo del villain che si opponeva al sogno, al grande desiderio della nazione. Esigeva il pagamento dei tre milioni della clausola, la Gazzetta disse che andava stracciata perché la Nazionale è un’altra cosa. Era così forte il desiderio di Spalletti da passare sopra il diritto privato. Era la soluzione più in vista, la propaganda migliore per tutti. Ed era la formidabile ciambella di salvataggio per Gravina.
Ora gliene serve un’altra. Di già.
GLI ERRORI DI SPALLETTI E L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA
La posizione di Spalletti non è difendibile per l’Europeo giocato l’estate scorsa, per il risultato e per l’atteggiamento della squadra nella sconfitta con la Svizzera. La partita analoga vissuta a Oslo – il punteggio, la postura – è stata il miglior attaccapanni per una riflessione su una chiusura anticipata del rapporto. Il clima di panico nel quale è stata preparata ha fatto il resto.
Ma è innegabile che intorno a Spalletti si sia alzato assai presto un clima di avversione. Lo davano in bilico prima della partita al Parco dei Principi tutti gli spin in circolazione: la parola più elegante, presentabile e professionale inventata per sostituire le veline. L’Italia di Spalletti andò a vincere a Parigi, saltò il blitz di sfilargli la panchina da sotto, così partì la favola che il cittì aveva accettato l’idea di cambiare, di uscire dal suo integralismo e dal suo brutto carattere. Solo che l’integralismo e il brutto carattere ce li aveva pure quando lo avevano chiamato. Nella disperazione.
La posizione di Spalletti non è difendibile per un paio di aspetti, ma ce ne sono molti altri che si affollano intorno a lui in queste ore che sono assai gratuiti, non stanno in piedi. Invocare la convocazione di Romagnoli significa ignorare che dal 2019 fino a Spalletti aveva avuto zero chiamate: ci sarà un motivo. Invocare la convocazione di Mancini per la Norvegia significa aver scordato che Mancini in Norvegia era andato come leader della difesa della Roma quando la Roma aveva perso con il Bodoe: non è che a Oslo mancava Rudy Krol.
L’esonero di Spalletti fa felici stamattina gli ulema della Tradizione, per semplificare: quelli convinti che a noi ci ha rovinato Guardiola. Si vestono da minoranza perseguitata ma sono dappertutto, specialmente in posizioni di spicco, con voci stentoree e visibilità. Hanno il vizio di presentare una sacrosanta verità [non esistono stili di gioco eticamente superiori agli altri] come un’ossessione. Vedono i guasti della modernità ovunque, chiudono gli occhi quando si manifestano le sue virtù.
Tutto il racconto del calcio è marcato da un’assenza di equilibrio, sbilanciato sul passato, con il contributo della memoria selettiva e con il sostegno del falso ricordo ricostruito: come raccontano gli esperti di psicologia forense alla fine ti convinci che il tuo crimine non era tale.
IL CHEWING GUM
Così sono diventati un insopportabile chiacchiericcio rimasticato come un chewing-gum anche elementi seri di riflessione come i minuti giocati dai giovani in serie A, l’assenza dei giocatori che saltano l’uomo, la presenza di tanti stranieri. Tutto diventa poco serio se nel talk «non ci sono più le ali di una volta che sapevano dribblare e arrivare sul fondo» e se «non ci sono più i difensori di una volta che uno contro uno non si facevano saltare». Come dice l’amico geniale di Slalom: ma queste ali di una volta allora chi saltavano? E questi difensori di una volta allora chi fermavano?
E poi i giovani. Questi giovani che non hanno fame. Questi giovani con la playstation. Questi giovani con i telefonini. Baldini è appena tornato in serie B con il Pescara e dice che questi giovani non amano più la bandiera. Ecco perché l’Italia non va ai Mondiali. Ecco perché non nascono più campioni. Anche in Svezia per il tennis danno la colpa alla playstation. Solo che sono giovani e con la playstation pure quelli della nuova generazione italiana del tennis, dell’atletica, della pallavolo, del nuoto. I giovani delle federazioni dove hanno studiato e si sono aggiornati, in un mondo dove la Norvegia non solo batte l’Italia a calcio, ma vince l’oro olimpico nel beach volley [la Norvegia, il beach volley], o dove un kenyano vince l’oro mondiale nel lancio del giavellotto [un kenyano, il giavellotto] guardando su YouTube come lo tirano gli scandinavi.
Il rifiuto della curiosità verso il presente si traduce nel rigetto di un vocabolario nuovo. I braccetti vanno derisi. Una delle colpe imputate a Spalletti è aver parlato una volta di calcio relazionale. È sempre necessario ridere delle esagerazioni, solo che poi ci accorgiamo di arrivare fuori tempo, di cominciare a giocare il tiki taka quando gli altri hanno smesso.
Difendiamo oggi la purezza del vocabolario di un tempo, quando nel tempo in cui nasceva quel vocabolario era demonizzato [Gianni Brera passò per un eretico fuori luogo quando inventò libero e centrocampista].
Il punto come si vede non è Spalletti. Il punto è il rigetto dell’idea che non ci sia altro calcio possibile fuori da quello che abita la testa dei settantenni al potere. Il racconto del calcio è deludente perché viene tutto esercitato nel perimetro del pessimismo. Quando pure arrivasse di nuovo l’ala che dribbla e il 10 che salta l’uomo, diventerebbero presto insufficienti perché non coprono, non rincorrono l’avversario, non marcano, non difendono. Qualcuno direbbe che nel calcio di oggi non ce li possiamo permettere. È vero. Ma perché scomodare all’improvviso il calcio di oggi quando rimpiangiamo il calcio di ieri?
Auspicare
Auspico una maggiore collaborazione con i club
GABRIELE GRAVINA intervistato da Marco Cattaneo
Prima che Spalletti facesse quel che ha fatto, in mattinata Gabriele Gravina lo aveva definito una gran bella persona, un gran signore, ma soprattutto ci teneva a dirci che no, lui non se va.
Fa bene. Gravina non deve andar via. È stato eletto due mesi fa con il 98,7 percento dei consensi. Stamattina glielo ricordano in tanti, nel mese di aprile quasi nessuno, nello stesso silenzio che oggi avvolge la candidatura di Franco Carraro al CONI.
Gravina ha ricevuto un mandato ampio come nessun altro governante in Italia in nessun ambito e in nessun tempo, dittatori compresi.
Se dunque puoi amministrare il tuo mondo con il 98,7 percento c’è poco da auspicare. Non è il verbo adatto. È chi guarda che auspica. Chi osserva e spera, chi osserva e si augura che accada qualcosa. Chi ha il 98,7 percento ha molti altri verbi a sua disposizione. Fare, agire, decidere, procedere, operare. Passare all’azione. Prendere un’iniziativa. Questo deve fare. Non auspicare.
A Gravina si chiede da oggi quel che da domani non sarà più concesso a Spalletti. Esercitare il suo ruolo. Se sente di dover auspicare, se sente di avere le mani legate con il 98,7 per cento del consenso, allora c’è un problema. C’è un problema nello statuto, nel processo di governance, dicendolo in modo alto c’è un problema nei pesi e contrappesi che definiscono la democrazia, dicendolo in modo basso c’è nelle cambiali firmate per sedere su quella poltrona. Se fosse così, il CONI dovrebbe procedere di corsa a un commissariamento.
Non accadrà. Al CONI hanno i guai loro e in molti auspicano che arrivi il pacificatore Carraro. Un pacificatore, figuriamoci, non commissaria. Perciò Gravina sbaglia a starsene sulla difensiva. Se Gravina si guardasse bene attorno, troverebbe che non c’è proprio nessuno da cui difendersi, nessuno che gli chieda di dimettersi. Le battaglie perse o di testimonianza non abitano più gli editoriali. Del resto se Gravina non lasciò dopo un Mondiale mancato, se non lo fece dopo un Europeo mediocre, anche a chiederlo con più solennità non si otterrebbe nulla.
Dunque Gravina non deve andar via. Anzi. Auspichiamo tutti che resti. Deve solo farci capire cosa sta facendo in quell’ufficio da tre anni per riparare il guasto. Perché da lontano – saremo distratti, saremo disinformati – si direbbe niente.
CHE COSA SI DICE IN GIRO
▥ QUELLA STORIA DEL DITO E DELLA LUNA Arrigo Sacchi, la Gazzetta dello sport: “Giusto sottolineare le sue responsabilità, perché è il comandante della nave. A Oslo ha presentato una squadra senza carattere, senza grinta, molle, apatica, senza idee. Ma resto convinto che in Italia si debba fare un salto culturale per avere una Nazionale di alto livello. Se non siamo andati per due volte consecutive al Mondiale e adesso rischiamo di non andarci per la terza volta, ci saranno ragioni profonde, no?”
▥ MA IN FONDO ERA UN MATTO Fabrizio Roncone, Corriere della sera: “Ben noto, del resto, il suo tormento calcistico visionario: un miscuglio tra puro genio tattico e pignoleria prossima all’ossessione. Walter Sabatini, amandolo, sostiene che «Luciano è un dirimpettaio della follia». Conosce certe sue fissazioni: tipo che il regista deve sempre avere almeno tre soluzioni di gioco (Pizarro, alla Roma, giurava di non averne mai meno di cinque). Gli schemi banali lo deprimono. Se capiti a cena con lui, al dolce è lì che scarabocchia sopra al tovagliolo per spiegarti come si porta il pressing sul portatore di palla avversario. Passione sfrenata, studio continuo. Pretende che i suoi calciatori vivano di aspirazioni sublimi. Gli sembrava fosse possibile anche in azzurro. Errore fatale”.
Alberto Brandi, Sport Mediaset: “Allora il calcio era la punta di diamante del nostro sport, oggi è dietro a tennis, atletica, nuoto, volley, scherma, pallanuoto, vela, sci e qui mi fermo nell’elenco di Federazioni che hanno lavorato meglio con allenatori che hanno insegnato la tecnica e la mentalità prima della tattica ai loro campioni del futuro. Eravamo i più forti del mondo, oggi siamo un caso da studiare. Tapperemo questa falla con un altro allenatore, dopo avere avuto i migliori dai club ricordando l’ultima impresa napoletana di Spalletti. Ma sarà ancora il classico rattoppo a un vestito sempre più strappato e sbrindellato. Un vestito che ormai non riesce più a coprire le nostre vergogne”
▥ GLI SLOGAN E LO SCARICABARILE Francesco Saverio Intorcia, Repubblica: “Uno degli slogan vuoti e senza senso di questi disgraziati anni azzurri recita: la Nazionale dev’essere come un club. Lo è diventata, ma ha preso a modello il Borgorosso: il presidente ha cacciato l’allenatore all’indomani di una sconfitta alla prima giornata per scaricare su di lui tutte le colpe di una gestione fallimentare, alla vigilia di un’altra partita comunque fondamentale”.
▥ IL POTERE DEI SETTANTENNI Fabio Licari, La Gazzetta dello sport: “Ranieri è il salvatore della patria, il taumaturgo, il grande saggio che sistema tutto quello che ha in mano. Reduce da due imprese, perché anche quella con il Cagliari non si può minimizzare. Doveva essere l’ultimo capitolo, ma Ranieri è come quei medici in pensione, troppo bravi per smettere di guarire i malati, quindi si trova sempre qualche formula per farli lavorare ancora. Ranieri viene in azzurro a fare il pacificatore di un ambiente agitato e il riparatore. Qualcuno sorriderà a sentir parlare di nuovo ciclo con un allenatore che il 20 ottobre, poco dopo la sua quarta partita, compirà 74 anni”.
▥ QUALCOSA FUNZIONA Umberto Zapelloni, Il Foglio: “Nonostante gli stadi che restano vecchi e brutti, continuiamo ad aumentare gli spettatori con una percentuale di riempimento degli impianti che è cresciuta dell’11,6 per cento arrivando al 92,4, seconda solo a Premier League (97,9 per cento) e Bundesliga (97 per cento). In tv, tra Sky è Dazn, l’hanno guardata quasi 246,7 milioni, un po’ meno dell’anno prima, ma comunque tanta roba considerando che restiamo sempre un paese di abusivi del segnale. Arriviamo anche in finale nelle coppe europee, poi non vinciamo, certo, ma ci arriviamo con una costanza che da qualche anno mancava. Il pallone nonostante i soliti problemi di impianti e giovani, non è sgonfio. Ad essersi sgonfiata ancora una volta è la Nazionale. Lavoriamo su questo e solo su questo per un po’. Poi penseremo al resto”.
▥ CHE FINE HANNO FATTO I SAGGI Paolo Condò, Corriere della sera: “Ranieri è stato in grado di rimontare nelle ultime stagioni ne fanno il migliore esorcista su piazza. Naturalmente l’esonero di Spalletti interrompe un cortocircuito emotivo ma non cancella mezzo problema tecnico. Ne abbiamo tanti, non sono risolvibili a breve (i dribblatori non li troverà neanche Ranieri) e la lunga arringa autoassolutoria di Gravina dimentica che il plebiscito a suo favore non ha migliorato nulla del rapporto fra la Nazionale e i club: la commissione dei saggi, da Marotta a Sartori, non è mai stata convocata, e senza il loro intervento una moral suasion sull’impiego dei giovani non arriverà. Di più: due ore prima del fischio d’inizio a Oslo, la Lega di A — con tutti i consiglieri federali schierati — celebrava a Parma la messa laica del calendario, manifestazione plastica di quanto poco sia coinvolta nelle sorti azzurre. Un nuovo c.t., in questo quadro, è solo una scusa per tagliar corto il dibattito”.
▥ CHE FINE HANNO FATTO I RAGIONEVOLI Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-stadio: “Posso capire il presidente federale che decide di cambiare guida per ragioni più che comprensibili. Non lo capisco quando comunica la cosa all’interessato prima di una gara. E posso capire la frustrazione e il disagio del tecnico che non si sente rispettato, ma perché quella grottesca messinscena? Per motivare il gruppo c’era bisogno di uno schiaffo così potente? Quando Gravina scelse Spalletti tutta l’Italia condivise la decisione del presidente, in queste ore la testa più reclamata è proprio la sua. Il prossimo ct dovrà lavorare insieme alla federazione soprattutto per restituire dignità all’immagine della Nazionale. E non soltanto con i risultati. Chi eleggerà il prossimo presidente del Coni rifletta anche su quest’ultimo punto. Perché non è che il Coni stia facendo una figura migliore”.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
COPIARE LA PALLAVOLO: UN CLUB ITALIA NEL CALCIO
«Ne parlo spesso con il mio amico Cesare Prandelli: i club dovrebbero mettere a disposizione della federazione i propri giovani più promettenti da raggruppare in una sorta di Nazionale da far giocare nella Lega Pro. In settimana i ragazzi si allenerebbero ciascuno con la squadra di riferimento, la domenica, invece di scaldare le panchine, giocherebbero insieme».
ANTONIO CABRINI intervistato da Monica Colombo, Corriere della sera
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
CI HANNO RUBATO LA IDEA
Quale sarebbe il ct ideale?
«Ancelotti, ma il Brasile l’ha capito prima di noi».
MARCO TARDELLI intervistato da Gianluca Oddenino, La Stampa
Ettore Messina non ha un Gabriele Gravina
Oscar Eleni sul Giornale torna sull’eliminazione in semifinale scudetto dell’Olimpia Milano dopo una stagione segnata dalla mancata partecipazione ai play-off di Eurolega.
“Ettore Messina e l’Armani restano elegantemente sulla scena tenendo un pugno di mosche. Il grande allenatore pensava che fosse più facile cambiare giocatori sbagliati, purtroppo scelti da lui, che se stesso. Gli è andata male. Fuori da tutto, dopo l’Eurolega, dopo aver lasciato la coppa Italia a Trento, eccolo ai piedi della grande nemica Virtus, respinto sulla porta del giardino scudetto che negli ultimi tre anni gli aveva permesso di far dimenticare le delusioni più grandi nell’Europa che intrigava moltissimo società e proprietà. Dispiace processare chi ha perduto, sono giorni tremendi per tutti, da Spalletti al Messina che ha mille trofei da mostrare e tanti record. Giusto che Armani gli dia fiducia, ma per rispetto”.
Le immagini della giornata di ieri
Il pomeriggio di Sinner-Alcaraz
Ora l’impresa sarà dimenticarlo
La pioggia di Londra andava e veniva, forse furono pure tutte quelle interruzioni a rendere drammatica e irripetibile la partita tra Federer e Nadal a Wimbledon. Il più leggendario fra i loro scontri diretti arrivò alla decima volta che si sfidavano tre set-su-cinque, al diciottesimo confronto diretto e alla sesta finale Slam. Era il luglio del 2008 e sui prati di Londra cancellarono l’idea che due anni prima avessimo visto al Foro Italico la loro migliore partita.
C’è questo brivido stamattina nel ripensare alle 5 ore e 29 minuti di tennis vissuti a Parigi con Sinner a Alcaraz in campo, il brivido di temere che sia irripetibile e che sia arrivata subito, alla loro prima finale Slam, alla quarta volta in un match tre set-su-cinque, al dodicesimo confronto diretto.
Anche Lendl e McEnroe si concessero la loro partita più leggendaria alla prima finale Slam [Roland-Garros 1984], era la dodicesima volta che si sfidavano tre-su-cinque e il diciannovesimo confronto diretto in assoluto, così come si trattava della prima finale Slam in carriera per Borg e McEnroe in quel memorabile pomeriggio del 5 luglio a Wimbledon: solo la seconda volta di un tre-su-cinque, l’ottavo confronto diretto.
È stata la finale più lunga nella storia del Roland-Garros, seconda negli Slam soltanto a Djokovic-Nadal del 2012 a Melbourne [5 ore e 53] e costringerebbe Gianni Clerici a scrivere di nuovo l’attacco che dedicò a Borg-McEnroe 45 anni fa: “Sono stato tre ore e cinquantatré minuti senza fare la pipì”.
Ora Carlitos Alcaraz è avanti per 8-4 nei confronti diretti, ma soprattutto e gli ultimi cinque li ha vinte tutti, fra marzo 2024 e ieri: semifinali di Indian Wells, semifinale Parigi, finale Pechino, finale Roma, finale Parigi. Da quando Sinner è irresistibile, Alcaraz con lui lo è di più. È l’unico giocatore ad averlo battuto nelle sue ultime 49 partite.
Aver portato Alcaraz a un tie-break decisivo si è rivelato fatale come ad altri q5 avversari su 17 prima di Sinner. Una finale Slam era stata decisa in questo modo al quinto set solo con Djokovic-Federer a Wimbledon 2019 e con Thiem-Zverev a Parigi 2020. È finita così con la terza sconfitta nella carriera di Jannik dopo un vantaggio di due set a zero: come cinque anni fa contro Khachanov a NY e nel 2022 contro Djokovic a Wimbledon. Quelli erano stati peccati di gioventù, questa la partecipazione a una indimenticabile piece.
Con i suoi pochi anni Carlos Alcaraz è già il quarto giocatore in questo secolo a vincere un titolo Slam per quattro stagioni consecutive. Gli altri tre sono facili: non si devono neppure nominare. Ha giocato le sue prime cinque finali e non ne ha persa nessuna, come prima di lui nell’era Open Margaret Court [arrivata a 8 prima di perderne una], Monica Seles [6], Roger Federer [7], Iga Światek [5]. In 17 tornei giocati solo Bjorn Borg ne aveva vinti di più [6].
Quando Carlos Alcaraz dice che Jannik Sinner lo spinge a giocare oltre i suoi limiti, bisogna considerare anche questo, che prima di ieri non aveva mai vinto una partita al meglio dei cinque set in carriera dopo aver perso i primi due: aveva 8 sconfitte su 8. Alle cinque e mezza del pomeriggio sapeva di dover fare qualcosa mai fatta prima. E contro il numero 1 del mondo. Ha accettato l’idea di dover mettere altre corse e altre scivolate dentro il suo pomeriggio che sarebbe diventato sera, come sulla stessa terra hanno fatto Borg contro Orantes [1974], Lendl contro McEnroe [1984], Agassi contro Medvedev [1999], Gaudio contro Coria [2004], Djokovic contro Tsitsipas [2021].
Ha guardato la spia dell’olio, ce n’era e ha tirato dritto. Chissà se mentre la partita si allungava Sinner ha pensato a com’erano finite tutte le maratone precedenti, chissà se è stato un pensiero che lo ha condizionato ricordare di aver perso sette volte su sette le partite durate oltre le 3 ore e 50. Da ieri sono otto su otto, mentre per Alcaraz fanno 13 vittorie e una sconfitta. Fore significa qualcosa, ma se invece non volesse dir nulla è una coincidenza ben congegnata per fingere di suggerire una verità.
Rafa Nadal ha twitatto in diretta il suo stupore, Jonathan Overend della BBC ha detto che “il tennis ha toccato nuove vette”. Carlos Alcaraz è il terzo tennista nell’era Open a vincere una finale del Grande Slam maschile dopo aver salvato dei match point. Era successo a Gaston Gaudio contro Coria al Roland-Garros del 2004 e a Novak Djokovic contro Federer nel Wimbledon del 2019. Ora tocca a Jannik fare l’impresa, cancellare il ricordo di questo epilogo dalla scheda. Agli altri due non riuscì. Dopo essere stato a un punto dal suo Slam, Coria avrebbe rivinto un solo titolo in carriera [a Umag] e perso altre quattro finali, due delle quali in un Masters 1000, ma non seppe costruirsi più un’altra chance. Federer di fatto chiuse su quei match point la carriera d’élite: dopo non avrebbe mai più giocato una finale, a nessun livello.
▬▬▬▬▬ ▬▬▬▬▬
Ho messo a segno dei colpi che non so come ho fatto a tirare
CARLOS ALCARAZ
L’Europa continua a possedere il tennis. Ottantadue degli ultimi 83 titoli maschili dello Slam sono rimasti sul suo territorio. Questo ha preso la via della Spagna nonostante un dato che l’analista Craig O’Shannessy ha segnalato come fatale su Brain Game Tennis. La media delle prime di servizio dei giocatori arrivati ai quarti di finale del Roland-Garros di quest’anno è stata del 62%.
“Cosa succede se si realizza meno del 60% con le prime di servizio? Guai. Guai seri”. Sono rimasti sotto la soglia in 45 e 29 di loro sono usciti al primo turno, 11 al secondo, 4 al terzo. “Se non sfrutti abbastanza prime di servizio, lo scenario più probabile è che tu debba prenotare una vacanza con Ryanair subito dopo essere arrivato a Parigi. Il sud Italia è sempre una bella destinazione, ma è una buona idea stare alla larga dall’Etna in questo momento” ha scritto O’Shannessy in uno slancio di spiritosaggine.
Alcaraz invece ha vinto il titolo con il 58 percento di prime di servizio, ma se l’è cavata solo perché la percentuale di Sinner è stata addirittura inferiore, troppo bassa per reggere una finale di questo livello. Ne ha messe dentro 103 su 191, il 54 percento. È uno degli elementi che spiegano la sconfitta. Se non metti con frequenza la prima in un tie-break, non ne esci vivo. Eppure Sinner ha finito la partita segnando due punti in più [193-191], più punti alla risposta [77-74], meno errori [57-67] e meno gratuiti [64-73], ma con un numero di vincenti di dritto in grosso deficit: 33 contro 57.
“Una finale da mettere nel pantheon” scrive David Loriot su L’Équipe. Il giornale francese ha dato l’intera prima pagina alla foto dell’abbraccio finale fra i due campioni stremati, prima che Carlitos andasse a fare la foto con i raccattapalle come Cori Gauff il giorno prima: che stia nascendo un rito nuovo?
“Un match monumentale” considerano allora i francesi sul loro giornale sportivo sotto il titolo in prima “5H29 di leggenda” [eppure ieri avevano in campo la Nazionale di Mbappé, loro, gli sciovinisti]. “D’ora in poi, e per sempre – si legge – ricorderemo questo 8 giugno 2025. Una storia folle. Un finale che ha virato verso l’irrazionale, il coraggioso, la genialità, il mito, tutto in una volta, nel bel mezzo di un quarto set già famoso. Fino a quel momento eravamo rimasti un po’ affamati durante i primi due set. Era una questione di potenza, Sinner era superiore, Carlitos mancava di ispirazione”.
Alcaraz ha salvato i tre match point sullo 0-40, 3-5. Ha segnato 13 dei 14 punti successivi “in una sorta di frenesia generale, di grazia divina, mentre tutto stava impazzendo intorno a lui, in tribuna erano tutti in piedi, da Spike Lee a Clovis Cornillac, a Pierre Niney. Hanno continuato a tirarsi mattoni addosso – scrive Loriot – a scivolare come dannati, a fare l’amore con la storia, e la storia non sapeva che direzione prendere. Finché la leggenda ha dovuto scegliere da quale parte stare. Sinner e Alcaraz sono destinati a dominare il tennis mondiale per i prossimi dieci anni. Non c’erano dubbi nemmeno prima di questo duello epico. Ma quest’ultimo atto non è che un’ulteriore certezza. Ci vorranno molto talento e molta fiducia in sé perché Zverev, Fritz, Draper, Musetti, Fils e altri vadano a solleticare questo mostro a due teste. Da ieri sera questa realtà si è imposta con una forza quasi incrollabile”.
Emanuela Audisio su Repubblica adopera l’aggettivo caro ai francesi per certe tappe al Tour. Definisce “dantesca” la finale di ieri, mentre Stefano Semeraro torna dalle rime alla prosa e scrive su La Stampa che è stata “come un romanzo. Un intreccio che ti tiene lì, fino all’ultima pagina”
Leggi anche ▬▬▬▬▬▬▬
Le partite di tennis non sono mai state così lunghe
Le statistiche fornite dalla Atp mostrano allora che la durata media di una partita del Grande Slam maschile è salita dalle 2 ore e 21 del 1999 alle 2 ore e 54 di quest’anno. Un aumento medio di oltre mezz’ora per partita, siamo nell’ordine del 23,4% | Segue qui
8 LUGLIO 2023
Il titolo nel doppio di Errani e Paolini
Sara Errani aveva vinto cinque titoli nel doppio femminile tra il 2012 e il 2014 accanto a Roberta Vinci. Aveva vinto il titolo nel misto con Andrea Vavassori l’altro giorno, e questo con Jasmine Paolini è un nuovo capitolo per una coppia nuova. Sulla stessa terra dove un anno fa era arrivato l’oro olimpico. Paolo Brusorio su La Stampa dice che “il doppio femminile regala un tennis più umano, i colpi da fondo non scavano le buche, oddio ogni tanto quelli tirati da Jas fanno quell’effetto, le volée non sempre sono definitive, si va molto di fioretto e di pallonetto, una rima baciata. E qui la poetessa è Sarita Errani: magistero in doppio, conosce i trucchi del mestiere e con Jas si intende a meraviglia. Errani è al giro d’onore, ora si dara anche al padel, ma in questa giornata agrodolce per il nostro tennis c’è molto della sua esperienza: in campo disegna trame che da tela diventano ragnatele. Lei è il capo voga, «Sara è un po’ comandina, bisogna fare sempre come dice lei se no se la prende». Teniamocele strette queste ragazze”. Il Giornale le chiama “sorelle d’Italia”, Libero le definisce “regine”, la Gazzetta dello sport “ragazze d’oro” mentre il Resto del Carlino ammonisce: “Mai abituarsi”.
Leggi anche | I cappelli che si vedono al Roland-Garros
30 MAGGIO 2023
Americhe
Per battere i Signori delle Rimonte, non rimane che una strada: mandarli presto sotto più che si può. Il piano dei Thunder, se così si può chiamare, in Gara-2 si è concretizzato con quattro giocatori da almeno 18 punti, contro nessuno di Indiana. Ma soprattutto si è incarnato in Shai Gilgeous-Alexander – e in chi se no – il mvp della stagione regolare che ne ha fatti 34. Aggiunti ai 38 punti di Gara-1 fanno un totale di 72 che nella storia della NBA nessun giocatore aveva mai toccato nelle prime due partite della sua carriera in finale. Allen Iverson si era fermato a 71 nel 2001 con la maglia dei Philadelphia 76ers: i 48 di Gara-1 produssero la sola sconfitta dei Lakers in quella serie.
Sports Illustrated le chiama “gesta eroiche di Gilgeous-Alexander” e ci ricorda che in fondo non sono affatto una novità per i Thunder: la media della stagione regolare è stata di 32,7 punti a partita e nei play-off siamo a 30,2 punti, con 6,7 assist e 5,6 rimbalzi. Ha raggiunto i 3.000 punti in un anno, 12esimo giocatore di tutti i tempi a scavallare il traguardo.
Ruote
È con il ripescaggio di una parola desueta che Alexandre Roos apre le danze dalla prima tappa del Giro del Delfinato, pronti-via, Tadej Pogacar in maglia gialla, primo sul traguardo di Montlucon davanti a Vingegaard, Van der Poel, Evenepoel. Uno, due, tre e quattro in fila. I quattro migliori corridori al mondo. Come una Classica. Lo sloveno e il danese ai primi due posti si sono visti in tutto per 23 volte, 17 delle quali al Tour de France. Un lusso.
Roos li chiama zinzins, nel francese colloquiale sta per svitati, suonati, oppure per dire coso, passami quello zinzin che devo pelare le patate. È stato Tadej a vincere, ma è stato Jonas ad accendere la miccia, quando i velocisti pensavano di averla fatta franca e di poter avere una possibilità allo sprint. “Avevano il diavolo in corpo – scrive l’immaginifico inviato de L’Équipe – erano come cuccioli furiosi usciti da una scatola di scarpe dopo settimane di reclusione. Non c’è terreno che non vogliano annettere. Gli organizzatori possono scavare dappertutto per trovare percorsi attraenti, in realtà bastano questi pazzi alla partenza perché la corsa sia scintille, fumo, fuoco”.
Pogacar si è preso l’ottava vittoria in 15 giorni di gara, alla fine si è quasi scusato. Dice di aver seguito le ruote degli altri, non voleva scatenare il Kaos. Ma Vingegaard è in forma e voleva farcelo sapere: “eccolo il colpevole di giornata” con un’azione che potrebbe essere l’annuncio di una mutazione nelle strategie. Ci affidiamo a Roos quando spiega che “il danese ha certamente corso in modo offensivo, senza pensare alle conseguenze, dimenticando i secondi di bonus che avrebbe probabilmente perso in volata contro il suo principale avversario. Ne ha concessi quattro, ma non si è bruciato, e questo leggero cambio di direzione, se confermato, potrebbe essere una benedizione e la promessa di battaglie totalmente folli. Quante volte ha rifiutato un cambio a Pogačar in passato, per paura di essere umiliato dall’avversario, di disobbedire ai dirigenti della sua squadra che gli avevano ordinato di rimanere nella cuccia e nelle celle della loro tabella strategica disegnata su Excel?”.
Oggi si va per 204 km da Prémilhat a Issoire, nell’Alvernia, un posto dove sono abituati a vivere camminando sul sottilissimo filo che separa il rischio dal pericolo: il Couze Pavin, affluente dell’Allier, causa frequenti inondazioni; frequenti sono gli incendi nei boschi vicini; il Comune è in una zona a rischio sismico e a rischio industriale [fonderia, alluminio]. Non si stava neppure meglio quando si stava peggio, perché nel Cinquecento a Issoire sono state combattute fiori di battaglie durante le guerre di religione.
Femke Bol al meeting di Hengelo
Alla 44esima edizione del meeting in Olanda la stella sarà Femke Bol, che dopo l’apertura di stagione a Rabat se la vedrà con un cast capeggiato dalla panamense Gianna Woodruff. L’unico italiano presente sarà Catalin Tecuneanu, negli 800 metri: contro Niels Laros e Samuel Chapple, Mark English, il francese Meziane e l’australiano Craig. On Your Marks segnala che “gli spunti più interessanti potrebbero arrivare dai 100m, con Yohan Blake e Ronnie Baker, dai 110hs, con tre iscritti con PB sotto i 13 secondi (Tinch, Roberts e McLeod) e dall’asta, con tre over 6 metri come Obiena, Nilsen e Lightfoot. Al femminile belle gare sui 200m con Battle, Klaver, Bukowiecka e Lewis, un 800m con 10 atlete da sotto i due minuti e un 100hs con 8 sub 13. Dalle pedane attenzione all’alto con Nicola Olyslager e alla sfida tra Schilder, Ewen, Jackson nel peso”. Il meeting è dedicato a Fanny Blankers-Koen
Guida allo sport in tv di oggi
Il programma del tennis su erba
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.