I cappelli che si vedono al Roland-Garros

 

      Se un sigaro è segno di vittoria, figuriamoci un cappello. Che sta sulla testa come una corona. Se Churchill aveva tremila sigari, la regina Elisabetta risponde con i suoi cinquemila copricapo. È un simbolo culturale, non un accessorio. Segna un’appartenenza, a seconda del modello. Humphrey Bogart in Casablanca portava il Borsalino, che è l’equivalente della pipa. Il cappello dei detective. Ma pure dei gangster, a pensarci bene. Nella versione fedora fa assai avventura: cfr Harrison Ford in Indiana Jones. Il cilindro è magia per definizione. Se ci sai fare, dentro ci fai vivere un coniglio. In generale ci si trova la meraviglia così cara a Willy Wonka. Il cilindro è il cappello dello stupore e con lo stupore si può perdere la parola, come sapeva meglio di tutti Harpo Marx. Groucho no, Groucho andava bene qualche scroll più su. Insieme a quelli con il sigaro. 

Maigret è stato un tipo da bombetta, strano, perché la bombetta è più da principi della risata. Fa per Chaplin e fa per Totò. Un copricapo ci dice chi siamo. C’è chi si toglie il cappello, chi prende cappello e chi sta con il cappello in mano. Quello più famoso di Francia porta tre piume e apparteneva a Cyrano

E poi ci sono i cappelli del Roland-Garros. Un dettaglio essenziale nel look del torneo.

Negli Anni Trenta andavano di feltro, di lana o di coniglio, volpe per i più raffinati, con la sua caratteristica fascia e la corona pizzicata. Strano: un cappello invernale. A Parigi dovevano essere più freschi. I Borsalino avevano due compiti, in apparenza opposti: farsi vedere o scomparire tra la folla. 

L’Équipe Magazine ha messo in fila una galleria di immagini che attraversano le epoche. A Parigi ancora ricordano di quando René Lacoste si presentò senza coccodrilli sul petto, ma in divisa militare, con tanto di képi come tappo sui pensieri. Per vedere la finale dell’amico Cochet. Sua moglie Simone portava un basco, il cappello di panno strappato dagli artisti all’uso militare. Ha il vantaggio che te lo infili in tasca. Cinquant’anni dopo, al Roland-Garros si sarebbe presentata Martina Navratilova con un cappello da cow-boy, forse uno Stetson, con delle rifiniture sul davanti ispirate a certi motivi dei nativi americani. Nel frattempo, col capo coperto, abbiamo iniziato a scendere pure in campo. Per proteggersi dal sole. Lo fa chi raccatta la palla e chi la picchia. Sono arrivati quelli che il berretto se lo mettono al contrario, Andy Roddick per esempio. Ma se c’è un cappello più cappello di tutti, in questo stadio dove si gioca a tennis, allora è il panama. È sua l’egemonia negli ultimi anni. Anche perché agli sponsor piace offrirlo ai propri ospiti nei box. Nei negozi ufficiali del torneo vengono venduti a un prezzo che oscilla tra i 50 e i 100 euro. A seconda della finezza della fibra utilizzata, possono arrivare a costare pure 3.000 euro. Poi te ne metti uno, vai a vedere Nadal e quello seduto dietro ti dice che non vede niente. 

[da Slalom del 28 maggio 2022]

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