L’Europa ha creato nobili tipi di francesi, inglesi e tedeschi, ma ancora non sa quasi niente del suo uomo futuro
Fëdor Dostoevskij, L’adolescente
► SIMONE INZAGHI ha offerto parole concilianti all’Inter proprio alla vigilia della finale di Champions League: “Io sto bene qui, ho sempre detto che all’Inter ho tutto quel che voglio per poter far bene e togliermi grandi soddisfazioni”
◇ Le prove libere di F1 a Barcellona si sono chiuse con un Lando Norris più veloce di tutti nella prima sessione e con Oscar Piastri davanti a tutti nella seconda. Anche in Catalogna si prepara un duello fra McLaren.
◇ Nicolas Prodhomme ha vinto la tappa valdostana del Giro d’Italia con arrivo a Champoluc. Sul Col de Joux ha staccato i compagni di fuga Tiberi e Verona. Secondo Isaac Del Toro che ha guadagnato due secondi di abbuono su Carapaz e ora guida la classifica generale con 43″ di vantaggio. Oggi il Sestrière, domani il papa e Roma
◇ Dopo aver rimontato un set di svantaggio, Lorenzo Musetti ha battuto l’argentino Mariano Navone in tre ore e mezza di partita e si è qualificato per gli ottavi di finale del Roland-Garros.
#1 giorno al GP di Barcellona
L’unico posto dove l’Europa ancora esiste
L’Europa, chi se la ricorda più la vecchia Europa. Quel posto che sognava di diventare una cosa sola dal punto di vista politico e commerciale, ma che secondo certi filologi del Seicento mostrava evidenti somiglianze già nel lessico di molte lingue, era dunque una cosa sola molto più in profondità: parla parole così simili da indurre a credere che non possono essere prestiti reciproci, devono casomai essere la prova dell’esistenza di una radice unica, antica, perduta. L’Europa, chi se la ricorda l’Europa delle prime sigle faticosamente diffuse a scuola. La CEE. Il MEC. Il libero movimento dei beni, dei capitali e dei lavoratori. L’abolizione dei cartelli. Lo sviluppo del commercio estero. Il Trattato di Roma. Tutte colonne di un’utopia che stiamo mettendo in discussione.
Ecco. Tutto questo è nato dopo la Coppa dei Campioni. Pochi anni dopo. Ma dopo. In principio era il Pallone, e si direbbe che l’unione del Pallone regge in modo più solido di tutto quanto il resto. Più l’economia e la politica si rintanano dentro i perimetri del sovranismo, più il calcio pensa sé stesso in termini sovranazionali. Non per la spinta di romantici sognatori. Non ci sono degli Altiero Spinelli dentro gli uffici dell’UEFA. Anche questa è una faccenda di transazioni economiche e di IBAN. Eppure il calcio riesce ancora a trattenere i suoi affari dentro il principio dimenticato e riposto dell’abbattimento dei confini. Quasi certamente per caso o forse per dirci qualcosa, PSG-Inter di stasera è di nuovo una finale fra squadre di due paesi fondatori dell’Unione europea. Ce n’era stata solo una negli ultimi 11 anni [Bayern vs PSG: 2020].
Ce lo siamo detti a inizio maggio. Dopo le quattro semifinaliste di quattro nazioni differenti, la nuova Champions extra-large ci ha dato pure una finale loyalista, una finale da far giocare a due squadre qualificate per la vittoria dello scudetto e non grazie ai piazzamenti, una partita che sarebbe stata possibile vedere anche a metà del Novecento, con i primi vagiti della Coppa.
È la settima finale differente in sette anni, la sesta inedita nello stesso intervallo di tempo. Uno scherzo del caso, un capriccio ribelle contro chi pensa che il futuro del calcio sia la riproposizione settimanale o mensile della stessa partita, per lo stesso bacino d’utenza, per gli stessi clienti che devono comprare le stesse magliette. Non c’è neppure una finalista venuta da Spagna, Inghilterra e Germania: non succedeva da Porto-Monaco del 2004. È solo la seconda volta che il titolo europeo si decide con un duello Italia vs Francia, a 32 anni di distanza da Olympique Marsiglia-Milan. Pure quella volta lo stadio era a Monaco di Baviera e resta tuttora la sola Coppa vinta dai francesi.
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Quattro delle ultime cinque finali sono finite 1-0, nelle ultime dieci ha sempre vinto chi ha segnato il primo gol
La finale della pallanuoto
Anche la pallanuoto è arrivata alla partita che assegna la Champions League. I serbi del Novi Beograd giocheranno la finale per la terza volta in quattro anni. Hanno battuto 15-14 il Barceloneta ai rigori dopo il 10-10 dei tempi regolamentari e il pareggio dei catalani all’ultimo secondo. Glusac ha parato il tiro decisivo a Biel. Il Novi aveva perso ai rigori la finale del 2022 contro il Recco e la semifinale del 2024 contro il Ferencvaros. Proprio gli ungheresi saranno gli avversari domani a Malta. Hanno battuto 14-11 il Marsiglia. Sono i campioni in carica. Una squadra serba non vince la Coppa dal 2013 [era la Stella Rossa.
Incompreso o sopravvalutato: la difficoltà di definire Haliburton
Tyrese Haliburton danza in una terra di mezzo divisa da una sottile linea senza colore, il colore è a piacere, mettetelo voi. Da questa parte della riga c’è il giudizio da sopravvalutato che gli hanno appiccicato addosso i suoi colleghi giocatori della NBA in un sondaggio – anonimo – della lega. Dall’altra parte c’è una definizione non meno ambigua, contestabile e misteriosa: incompreso.
Sono due poli di un contesto assai visibile nelle due partite giocate nelle ultime tre notti. In Gara-4 della finale di conference a est contro New York ha segnato 32 punti con 15 assist e 12 rimbalzi: una tripla-doppia con pochi precedenti e addirittura inedita se aggiungiamo le zero palle perse. La Gara-5 invece ha mostrato un giocatore che “non si è presentato in campo” dice The Athletic dinanzi alla prima chance mancata dagli Indiana Pacers di chiudere i conti.
Un Haliburton che si è dimostrato “sorprendentemente passivo. La parte frustrante della storia non è aver segnato solo otto punti con sei assist. È aver tirato appena sette volte in 32 minuti, sbagliandone cinque“. È stata la seconda volta in questa serie di playoff in cui è rimasto sotto i 10 punti in una partita: tutt’e due le volte Indiana ha perso. La squadra ha un bilancio di 26 vinte e 27 perse quando la sua stella resta sotto i 20 punti, rispetto alle 31 vinte e 4 perse quando ne segna dai 20 in su.
Che cosa stanno leggendo in Europa
Il telefono di Cairo senza scatto alla risposta
Sott’occhio, al primo colpo, ma proprio di sfuggita – la descrizione di un attimo direbbe il signor Tiromancino – sott’occhio al primo colpo, giunti a pagina 49 della Gazzetta di stamattina si viene colti dalla sensazione di un déjà vu.
I déjà vu inquietano. Un déjà vu è quel senso di familiarità con un’esperienza in corso. Cavolo, uno pensa, l’ho già vissuta. Sembra una profezia, una reminiscenza, invece è un’anomalia. Molte delle teorie che spiegano il déjà vu non sono meno inquietanti del déjà vu. È comunque una sensazione di sovrannaturale che interviene nella vita quotidiana.
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La legge del Suzanne-Lenglen
La Francia non ha avuto Gianni Clerici e non esiste una definizione analoga a quella di italopitechi per la folla nazionalista che si accalca attorno al tennis. Ma le cose al Roland-Garros pare che non stiano andando in modo dissimile rispetto al Foro Italico. La tentazione è quella di portarsi un polso alla fronte, piegare la testa all’indietro con esibita stanchezza e mormorare che questi ahimé signora mia sono i tempi che viviamo. L’ha fatto per esempio David Goffin, tennista belga uscito un anno fa al primo turno del Roland-Garros dopo una battaglia di cinque set, tre ore e mezza di partita contro Giovanni Mpetshi Perricard. Andò via dal campo e disse che il tennis stava diventando come il calcio, presto ci saranno fumogeni, teppisti e risse sugli spalti.
Il Daily Mail se n’è ricordato perché quel trattamento a Goffin – con un chewing gum che gli sputarono addosso – non è più un evento isolato, “anzi – si legge – il torneo si è guadagnato il dubbio primato di essere la tappa più turbolenta e forse più spiacevole del tour”.
Se Goffin ha definito il pubblico parigino “totalmente irrispettoso”, Arina Rodionova si è spinta a dirlo “particolarmente selvaggio”. Alize Cornet ha parlato di “una manciata di idioti”. Una manciata. Ma pur sempre idioti.
Mats Wilander dice che il pubblico francese è un po’ più coinvolto quando giocano i francesi di quanto il pubblico inglese sia coinvolto a Wimbledon con gli inglesi, o gli americani con gli americani a Flushing Meadows. Taylor Fritz ha assaggiato tutto questo contro Arthur Rinderknech, Daniil Medvedev ha dovuto zittire la folla senza arrivare ai gesti osceni di precedenti occasioni”
Il presidente della federazione francese Gilles Moretton dice che è la stessa cosa in Australia, la stessa cosa dappertutto, senza accorgersi che non sta offrendo una soluzione, anzi. The Athletic ha ricordato che le partite più recenti in Brasile sono durissime per gli avversari di João Fonseca e che gli australiani hanno trasformato “le partite di Nick Kyrgios in un derby di rollerblade”.
Eppure il Suzanne-Lenglen è la bolgia più bolgia di tutte. Pare sia per la speciale acustica di cui dispone.
The Athletic ha scritto: “Benvenuti al Suzanne-Lenglen del Roland Garros. Se sei un francese è il paradiso. Se sei di un altro paese è l’inferno, un vortice di ansia. Il Simonne-Mathieu è un’arena-gioiello in mezzo a un giardino, è circondata da una serra. Ha eleganza da vendere. Se si esplora il globo è impossibile trovare altri tifosi locali come i francesi al Suzanne-Lenglen”.
Undici l’ha messa così: “Il pubblico del Roland Garros è cambiato, ha abbandonato il suo classico atteggiamento un po’ snob ma pur sempre elegante, molto francese e ancor più parigino, per farsi più presente, più chiassoso, rimanendo comunque nei confini della correttezza. Quello del rumore è un trend che sta accompagnando il circuito del tennis mondiale da diversi mesi. Sarà per il boom dovuto alla nascita della nuova rivalità tra Sinner o Alcaraz, o per gli incontri sempre più combattuti, ma gli spettatori ora si fanno sentire di più. Molto di più”
▥ Le sorprese Al terzo turno cominciato ieri, nel tabellone maschile sono rimaste in corsa solo 15 teste di serie su 32, una in più del minimo storico toccato nel 2004. Quattro sono i giocatori provenienti dalle qualificazioni: Ethan Quinn (USA, 21 anni), Filip Misolic (Austria, 23 anni), Henrique Rocha (Portogallo, 21 anni), il nostro Matteo Gigante (23 anni)
▥ Precocità Con i suoi 18 anni e 277 giorni, il brasiliano Joao Fonseca è il quarto tennista più precoce a essersi spinto al terzo turno dopo Alcaraz, Coric e Roddick
▥ Invitate ma brave Per la seconda volta nell’Era Open, il torneo femminile vedrà al terzo turno un match fra due wild card. Sono Boisson e Jacquemot. Era successo nel 2017 con Sharapova e Kenin
▥ La risalita di Swiatek Iga Swiatek ha vinto la sua 38esima partita sulle 40 giocate a Parigi eguagliando il passo tenuto negli anni ’70 da Chris Evert. Solo cinque giocatrici dell’era Open hanno raggiunto prima di lei i sedicesimi del singolare femminile al Roland-Garros in tutte le prime 7 partecipazioni. Sono Chris Evert, Martina Navratilova, Gabriela Sabatini, Conchita Martinez e Monica Seles. Non è una brutta compagnia. Solo Chris Evert [29 partite, 1974-1981] e Monica Seles [25 partite, 1990-1996] hanno vinto più turni consecutivi di Iga Swiatek a Parigi [24, dal 2022]
Il boom della corsa in Inghilterra
Improvvisamente e del tutto inaspettatamente, gli inglesi hanno ricominciato a correre. Anzi. Le inglesi di più. O meglio ancora: le giovani inglesi. È quello che il Guardian definisce il terzo grande boom della corsa, alimentato quasi interamente dalla Generazione Z e dalle donne. Lo dicono i numeri a disposizione della federazione e degli organizzatori degli ultimi eventi. Hugh Brasher, direttore della maratona di Londra, dice che il primo boom anni ’70 e ’80 riguardava soprattutto uomini bianchi, magri e smilzi, il secondo venne nella scia dei risultati di Paula Radcliffe e del suo record mondiale [2003], ma questa la chiama un’esplosione.
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Lo sport nel cinema di Eastwood e Sorrentino
Quando sullo schermo arriva l’allenatore e fa girare la giacca nell’aria, insultando i suoi giocatori dentro gli spogliatoi dello stadio San Paolo – scena iniziale de L’uomo in più di Paolo Sorrentino – il vecchio Clint Eastwood non è ancora così vecchio, e non ha ancora girato né il suo film sul rugby né quello sulla boxe. Tutto lo sport che gli abbiamo visto portare al cinema fino a quel momento – siamo nel 2001 – è riconducibile alla sua attività da texano con gli occhi di ghiaccio o da giustiziere vendicatore. In definitiva: o cavalca o spara. Per dirla in termini olimpici: o equitazione o tiro a segno, e qualche volta tiro a volo
Guida allo sport in tv di oggi
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