Lo sport nel cinema di Eastwood e Sorrentino

  Quando sullo schermo arriva l’allenatore e fa girare la giacca nell’aria, insultando i suoi giocatori dentro gli spogliatoi dello stadio San Paolo – scena iniziale de L’uomo in più di Paolo Sorrentino – il vecchio Clint Eastwood non è ancora così vecchio, e non ha ancora girato né il suo film sul rugby né quello sulla boxe. Tutto lo sport che gli abbiamo visto portare al cinema fino a quel momento – siamo nel 2001 – è riconducibile alla sua attività da texano con gli occhi di ghiaccio o da giustiziere vendicatore. In definitiva: o cavalca o spara. Per dirla in termini olimpici: o equitazione o tiro a segno, e qualche volta tiro a volo. 

 

  La scena con cui Sorrentino si consegna al cinema arriva invece dal calcio, una delle passioni che lo ha folgorato («Mia moglie, innanzitutto, e poi l’impressionismo tedesco, New York quando vi andai da ragazzo e il calcio», intervista con Alain Elkann, la Stampa, 5 marzo 2017). 
L’allenatore incazzato si sfila l’orologio – segna le 16 e 50, perfetto orario da intervallo di fine campionato anni 80 – e comincia con un “porca puttana infame” il suo feroce discorso ai “froci che non vogliono andare in Coppa UEFA”.
Il personaggio del Molosso che nel soprannome richiama invece il Petisso Pesaola è l’attore Nello Mascia, curiosamente interprete di un allenatore di calcio anche a teatro in L’ultima partita, opera di Giorgio Serafini Prosperi sul laziale Tommaso Maestrelli, in panchina e fuori il più mite di tutti. 

 


 

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  Clint Eastwood e Paolo Sorrentino sono nati nello stesso giorno, il 31 maggio, a distanza di 40 anni e di 10.222 chilometri, in due città sul mare: San Francisco e Napoli. Volendo giocare ancora sulle analogie, a unirli ci sono un piacere in comune per il sigaro, per la musica e per Sergio Leone. Anche Eastwood ha avuto i suoi molossi sullo schermo, ai ruoli di coach era affezionato già prima di sedersi nei panni di Frankie Dunn all’angolo del ring di Million Dollar Baby. Certo erano coach particolari, in Gunny faceva il veterano di Corea e Vietnam che addestrava truppe d’assalto, in La recluta era il tutor in polizia di Charlie Sheen nella sezione furti d’auto. 

 

  Million Dollar Baby arriva tre anni dopo L’Uomo in più. Altri cinque anni e Eastwood aggiunge Invictus. In tutt’e due i film c’è Morgan Freeman. Clint a questo punto del cammino è già pienamente dentro la sua Fase 2, iniziata – più o meno – da Gli Spietati in poi. È dentro cioè un periodo più intimo, o come altro si potrebbe definirlo senza atteggiarsi a critici: dentro un periodo crepuscolare – una volta superata la stagione dei pistoleri col cappello, una volta passato dal cinema della vendetta al cinema della compassione. È la stagione che in buona sostanza spinge a definire anti-eroi gli eroi di Eastwood. 
Eppure esiste a mio modo di vedere uno scarto tra questi anti-eroi e i personaggi di Sorrentino. I film sportivi aiutano a decifrarlo meglio. 
Sicuramente in Invictus, ma anche nella prima parte di Million Dollar Baby, lo sport di Eastwood racconta la costruzione di qualcosa, addirittura di una nazione nel caso del rugby e del Sudafrica, di una carriera e di un sogno per la pugile Maggie-Hilary Swank. 
Clint è un narratore di ascese, Sorrentino descrive le cadute, o meglio: descrive la stasi dopo le cadute, il nuovo equilibrio orizzontale, la muta nostalgia per un tempo antecedente, come nel palleggio del malinconico Maradona di Youth. 

 

Eastwood partecipa e parteggia, Sorrentino osserva e indaga. Tutti e due arrivano con la stessa curiosità allo stesso incrocio, al momento in cui gli uomini e le donne sono costretti a fare una scelta per viverne le conseguenze. Ma Eastwood vuole la scena illuminata, Sorrentino si incuriosisce quando le luci si spengono. Eastwood guarda nei suoi personaggi il coraggio della scelta (in Changeling, in Hereafter, in Mystic River), Sorrentino trova più interessante se di una scelta si può raccontare la paura, “il nostro diritto a essere fragili, la facoltà di essere vulnerabili, di sentirci in difficoltà, di fallire, di non sentirci all’altezza” (a Nicola Mirenzi, Huffington Post, 6 gennaio 2020). 

 


 

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Slalom 8 febbraio 2020

 

  Nell’ottobre del 2016 Sorrentino racconta ad Aldo Cazzullo per Corriere della sera: «A me Maradona ha salvato la vita. Da due anni chiedevo a mio padre di poter seguire il Napoli in trasferta, anziché passare il weekend in montagna, nella casetta di famiglia a Roccaraso; ma mi rispondeva sempre che ero troppo piccolo. Quella volta finalmente mi aveva dato il permesso di partire: Empoli-Napoli. Citofonò il portiere. Pensavo mi avvisasse che era arrivato il mio amico a prendermi. Invece mi avvertì che era successo un incidente. In questi casi non ti dicono tutto subito. Ti preparano, un poco alla volta. Papà e mamma erano morti nel sonno. Per colpa di una stufa. Avvelenati dal monossido di carbonio. Io avevo sedici anni».

 

In una intervista di 50 anni prima, il 19 aprile del 1966, ad Alberto Ceretto su Corriere d’informazione, Clint Eastwood aveva invece raccontato la sua vita salvata dal nuoto: «Durante la guerra ero istruttore di nuoto per le truppe. Un giorno, mentre tornavo in volo, con un piccolo aereo della marina, da Seattle, dove mi ero recato a trovare i miei genitori, l’apparecchio precipitò in mare per un guasto. Il pilota aveva il giubbotto pneumatico, io no. Dovetti coprire a nuoto quattro miglia prima di toccare la riva. Eppure mi stancò meno quella nuotata delle cinque miglia che dovetti poi compiere a piedi prima di trovare qualcuno». 

 

  Eastwood è un regista di trame. Si è formato nell’azione. Arriva al cuore seguendo linee dritte. Sorrentino è un regista di personaggi. Si è formato nella scrittura. Conosce l’arte letteraria di procedere per i sentieri della digressione. 
Se allora è così, Frankie Dunn è il più sorrentiniano dei personaggi di Clint. Cheyenne (This Must Be The Place) è il più eastwoodiano dei personaggi di Paolo.
Eastwood si è dato all’alpinismo in Assassinio sull’Eiger (riecco le scalate). Rocce, neve, ghiaccio, adrenalina, un killer, una vittima. Antonio Pisapia ne L’uomo in più è un uomo di rinunce perché “i timidi decidono di fare i difensori, si nascondono dietro agli attaccanti, tentano di passare inosservati”.
Eastwood crede che “la vita sia in grado di proporre storie molte diverse fra loro e persino più interessanti di quelle che nascono dalla fantasia e dalla creatività di un artista” (a Sara Frisco, il Giornale, 1° maggio). Sorrentino invece può partire dalla foto reale di un uomo o di una donna e intorno costruire una biografia inventata (in Gli aspetti irrilevanti, edizione Mondadori, 2016), per approdare a una vita perfino più interessante, e forse più vera. 
Cos’è più potente la realtà o l’immaginazione?

 

| frase da un film di sorrentino che potrebbe stare in un film di eastwood | 
Io berrò molti drink, ma non molti da diventare molesto e poi, quando voi vi alzerete, io me ne andrò a dormire! 

 

| frase da un film di eastwood che potrebbe stare in un film di sorrentino | 
Chiunque al mondo può perdere un incontro.

 

  La vera Maggie che non si chiama Maggie. Nel marzo del 2005 Emanuela Audisio raccontò su la Repubblica che la Million Dollar Baby del film esisteva per davvero. Si chiamava Katie Dallam e aveva all’epoca 45 anni. Veniva dal Missouri, era salita su un ring, aveva perso molto male il suo primo match. La parte sinistra del cervello era stata danneggiata. Katie da allora era assistita da sua sorella Stephanie, un’infermiera, convinta che il personaggio di Maggie nel libro di racconti di F.X. Toole da cui Eastwood aveva tratto la storia per il film, fosse ispirato ai fatti di casa sua. 
«Mia sorella continua a chiedermi, perché sono sopravvissuta? Ha visto il film e la notte dopo si è svegliata urlando nella notte», disse a Repubblica. 
“Katie Dallam – raccontò Emanuela Audisio – dipingeva acquarelli e in palestra si allenava con gli uomini. Dopo nemmeno due mesi di allenamenti le chiesero se se la sentiva di salire sul ring. Lei aveva bisogno di soldi. Perché no? rispose. Una ragazza dal nome Sumya Anani cercava un’avversaria, Katie si fece avanti. Pesava di più, ma Sumya disse che andava bene lo stesso. Sapeva che Katie non poteva essere pericolosa, aveva ottenuta la licenza di pugile appena il giorno prima. Sul ring Katie ricorda che le braccia della sua avversaria si agitavano come mulini a vento. È l’ultima cosa che ricorda”.

 

  Del tifo di Clint Eastwood si sa poco. Gli viene attribuita una passione per i Golden State Warriors in NBA. Da bambino aveva per idolo Johnny Weissmuller, il nuotatore che al cinema sarebbe diventato Tarzan. Oggi gioca a golf perché “è uno sport che puoi praticare fino alla fine”. In Di nuovo in gioco è stato anche un ex talent scout degli Atlanta Braves di baseball. L’ultimo film, Richard Jewell, è dedicato all’uomo accusato dell’attentato durante i Giochi olimpici del 1996. 

 

  Del tifo di Paolo Sorrentino per il Napoli si sa di più. La dedica dell’Oscar a Maradona. La soddisfazione più recente per il rinnovo del contratto a Mertens («Un giocatore prezioso che mette allegria»). La cover del telefono del cardinale Voiello in The Young Pope, sulla quale conservare l’immagine di Higuaín nonostante il suo passaggio alla Juventus perché – spiegò il regista al festival di Venezia – “la Chiesa si occupa frequentemente di temi come la fede e il tradimento. Mantenere Higuaín con la maglia del Napoli aiuta a ricordare questi due concetti”.

 

  Nel libro Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 2010), il Tony Pisapia del primo film, diventato Tony Pagoda, va a vedere Napoli-Juventus allo stadio San Paolo. Con Titta, Gino, Lello, Rino e Jenny, “assiepati in tribuna d’onore, concentrati su questo inchiodatissimo zero a zero che ci fa galleggiare in un limbo di noia e tensione a tutti e ottantamila spettatori quanti siamo, già da cinquantadue minuti di gioco giocato”. È una tribuna d’onore che “pullula di queste teste di cazzo senza pullover”.
In questo che è il suo romanzo d’esordio, l’anti-eroe calcistico di Sorrentino è Walter Speggiorin, attaccante passato due volte da Napoli, in entrambi i casi in modo abbastanza anonimo, se non per i gol in Coppa delle Coppe (semifinale nel 1977). 
“Io, naturalmente, di calcio ne capisco – scrive Sorrentino con la voce di Pagoda – e quando dico che Speggiorin è una mezza sega dico la sacrosanta verità. Che questo Napoli non accocchierà nulla di buono questo è chiaro pure ai bambini di tre anni. Perché che il calcio è una cosa seria come la matematica qua nessuno lo vuole capire. Lo hanno dato in mano a degli scalmanati che fingono di tenere il cuore in mano. Dovrebbero scervellarsi in equazioni e invece fanno i melodrammatici e questi sono i risultati. Pareggi risicati”.
Qui bisogna aggiungere che esisteva tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 a Napoli, uno scherzo cazzone che mirava a incuriosire un’altra persona intorno a un episodio farlocco, per indurlo a informarsi sul protagonista.
“Chi?” doveva chiedere quello. 
E allora l’altro rispondeva: “Speggiorin”. 

 

  Cinque anni dopo, dicembre 2011, Pagoda-Sorrentino va al campo d’allenamento del Napoli a Castel Volturno per incontrare l’argentino Ezequiel Lavezzi. Il servizio sarà pubblicato su GQ e poi nel libro Tony Pagoda e i suoi amici (Feltrinelli). Lavezzi avrebbe giocato la finale ai Mondiali del 2014 ma era a Napoli già in quegli anni una figura di una potenza straordinaria. Arrivò da semi sconosciuto nell’anno del ritorno in Serie A. Accompagnato da molta ironia sui chili di troppo con cui si presentò in Italia. Finì per diventare – da argentino, poi – il primo calciatore su cui risistemare le antiche speranze e fu il primo piccolo idolo di una nuova generazione che aveva visto il Napoli solo in B e in C. 

 

  | il brano  Quando Tony Pagoda sbarca nel ritiro del Napoli per assistere all’allenamento, gli prende la soggezione. Come davanti a Dio. I giocatori sono angeli trapassati dalla bellezza degli anni migliori. Dentro le regole ferree del professionismo, non si riesce a contenere un sentimento che sprigiona dappertutto. Sbuca da dentro le docce e da sotto i tubi di scappamento delle Bmw nere. Affiora tra le reti metalliche e le parole in codice del gruppo. È il sentimento della libertà applicato a quell’età della vita che si rimpiangerà per sempre, senza interruzioni, con ottuso accanimento e aggressiva invidia. … Per ultimo, appare lui, il Pocho, Lavezzi. Quelli della Primavera lo guardano come si guarda Gesù quando era in forma. Io Lavezzi lo conosco. C’ha la generosità dentro i pori. È conscio del suo ruolo. Sa che è un procuratore di gioia. In una stanza gli ho chiesto: «Ma tu la sai fare la rovesciata?». Lui si è messo di fronte al letto matrimoniale, ha fatto un volo di due metri e mi ha fatto vedere come si fa la rovesciata in serie A. … Uno fa finta che il mondo era meglio prima ma non è vero, eri tu che eri meglio prima. Ci è voluto il mister per ricordarmelo, che continua a urlare in lontananza: «Marca a uomo, marca a uomo». La cioccolata scadente fuori lo stadio, due pezzi mille lire. La trattativa col bagarino. Gli amici della partita, si va con l’850 di Giampaolo Galluzzi al campo. Sempre la stessa disposizione in macchina, altrimenti si perde. Il sale buttato sugli spettatori per scacciare la iella. Tengo le lacrime agli occhi. Anche la nostalgia è una forma di bellezza. Un altro agguato in questo pomeriggio bellissimo.

 

Interviste

 

  Lo sport praticato da Eastwood
 ➣ Facevi sport a scuola?
«Sì. Giocavo un po’ a basket. Un po ‘di football alle medie. Non sono mai stato tanto coinvolto negli sport di squadra, perché ci trasferivamo di continuo. Ho fatto un po’ di nuoto agonistico e una delle scuole che ho frequentato aveva un ottimo programma di ginnastica artistica, quindi mi sono cimentato con quella per un po’. Non ero particolarmente adatto, perché ero troppo alto, ma mi piaceva». 
 ➣  Cosa ne pensi della boxe femminile? O prima cosa ne pensi di boxe? 
«Quand’ero ragazzo, il campione era Joe Louis e io lo ammiravo, mi pareva che facesse cose incredibili. Quando ho iniziato a fare film, ho preso ad allenarmi. Un mio amico, Al Silvani, era un allenatore famoso. È uno sport interessante, mi piace se è fatto bene. Per quanto riguarda le donne, non lo so. Penso che la gente dovrebbero poter fare ciò che vuole. Suppongo di non avere tutti i pregiudizi di Frankie Dunn, ma per un po’ ho pensato che le donne non dovrebbero dedicarsi a cose come il pugilato. Però una volta ho conosciuto una ragazza che faceva boxe. Viveva a Las Vegas, io lavoravo lì e ho detto a Silvani di andare a darle una mano, e lui lo ha fatto. Lei si è allenata per un po’, poi ha lasciato perdere, e immagino che sia stata una scelta saggia. Non lo so. Lucia Rijker, che nel film interpreta Blue Bear».
da fedele a me stesso (Minimum Fax)

 

  Il tradimento riscritto da Sorrentino
 ➣  A proposito di calcio, Silvio Orlando, nei panni del cardinale Voiello, confessa in una scena di The Young Pope: Anch’io in un momento triste della storia del Napoli, ho avuto una leggera simpatia per l’Avellino. 
«Quel discorso è una delle cose di cui vado più orgoglioso non solo nella mia carriera di regista, ma nella mia vita in generale. Voiello, in quanto prete, non sa cos’è il tradimento amoroso e allora lo traduce in termini di passione calcistica. L’Avellino è per lui la donna incontrata alla stazione che ti provoca il classico sbandamento, la crisi di mezz’età. No, io non ho mai avuto simpatia per l’Avellino. La rivalità è sempre stata acerrima. Però negli anni Ottanta, quando il Napoli versava in condizioni disperate, provai curiosità, non altro, per il Campania, che giocava in serie C e sfiorò la serie B».
intervista di antonio d’orrico, Sette, novembre 2016 

 

  Il rugby di Eastwood
«Non sapevo niente di rugby prima di preparare il film, ma non è questo il punto. Qui narriamo la storia di come Nelson Mandela, da poco eletto presidente del Sudafrica, una nazione ancora lacerata dall’apartheid, ebbe la saggezza di unire le forze col capitano degli Springboks, la squadra nazionale di rugby, al fine di riunificare il Paese. Capiva che un evento sportivo e il suo linguaggio universale è più efficace della politica per abbattere le barriere razziali. Mandela, come tutti i neri in Sudafrica, aveva sempre odiato il rugby in quanto sport tradizionalmente bianco e simbolo dell’apartheid. Ma nel 1995, quando il suo paese ospitò i Mondiali, ebbe un’illuminazione, intuendo la potenzialità taumaturgica di una vittoria. Per la prima volta in Sudafrica bianchi e neri festeggiarono insieme. Mandela mi ha raccontato come alla fine della partita avesse provato una delle emozioni più forti della sua vita. Mi disse di aver pianto come un bambino nel vedere non solo gli Springboks vincere, ma un popolo fino allora diviso abbracciarsi»
a la Repubblica, settembre 2009

 

  I Giochi di Atlanta cornice di Richard Jewell
➣ Nel suo film ci sono immagini reali dei Giochi del 1996: le immagini forti di Muhammad Ali che accende la fiaccola. Lo conosceva personalmente? 
«Sì, lo conoscevo molto bene. Ci siamo incontrati per la prima volta dietro le quinte in uno show televisivo (nel 1969). Eravamo entrambi giovani, lui era già campione del mondo. Prima che iniziasse lo spettacolo, venne da me e mi disse: “Ho bisogno di parlarti”. E poi, mi ha trascinato via dal set, abbiamo attraversato corridoi e corridoi prima di scendere negli scantinati dello studio. Cominciavo a chiedermi cosa volesse questo tizio con cui mi incontravo per la prima volta, se non fosse un po’ pazzo. Quando fummo da soli, si girò verso di me e mi chiese: «Guardami come nei film e dimmi: “Avete solo cinque minuti per lasciare la città!”. Caddi dalle risate e risposi: “Ti ringrazio ma non posso pronunciare quella frase senza una pistola!”. 
Così nacque la nostra amicizia. Poi si trasferì a Los Angeles, sono andato spesso a trovarlo. Parlavamo soprattutto di boxe e di magia. Amava i trucchi, erano il suo passatempo preferito. Giocava con le carte o con una moneta da un dollaro che faceva apparire e sparire dietro il tuo orecchio (lo imita e ride). Era molto divertito. Quando si ammalò (nel 1984, per il morbo di Parkinson), gli presentai un amico, professore di medicina, che cercò di aiutarlo. Amavo Muhammad Ali, è stato fantastico. Sono stato felice di includere queste sue immagini della cerimonia di apertura dei Giochi di Atlanta nel mio film».
intervista di jean-philippe leclaire, l’Équipe, 16 febbraio 2020

 

  Il Sorrentino tifoso
➣  Un desiderio per domani?
«Un desiderio vero? Dedicarmi molto al giardinaggio, comincia a piacermi proprio tanto. E poi che il Napoli vinca finalmente lo scudetto. Non m’interessano le coppe, m’interessa lo scudetto.
intervista di malcom pagani, Vanity Fair, 20 maggio 2020

 

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

 

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