
L’unico posto dove l’Europa ancora esiste
L’Europa, chi se la ricorda più la vecchia Europa. Quel posto che sognava di diventare una cosa sola dal punto di vista politico e commerciale, ma che secondo certi filologi del Seicento mostrava evidenti somiglianze già nel lessico di molte lingue, era dunque una cosa sola molto più in profondità: parla parole così simili da indurre a credere che non possono essere prestiti reciproci, devono casomai essere la prova dell’esistenza di una radice unica, antica, perduta.
L’Europa, chi se la ricorda l’Europa delle prime sigle faticosamente diffuse a scuola. La CEE. Il MEC. Il libero movimento dei beni, dei capitali e dei lavoratori. L’abolizione dei cartelli. Lo sviluppo del commercio estero. Il Trattato di Roma. Tutte colonne di un’utopia che stiamo mettendo in discussione.
Ecco. Tutto questo è nato dopo la Coppa dei Campioni. Pochi anni dopo. Ma dopo. In principio era il Pallone, e si direbbe che l’unione del Pallone regge in modo più solido di tutto quanto il resto. Più l’economia e la politica si rintanano dentro i perimetri del sovranismo, più il calcio pensa sé stesso in termini sovranazionali. Non per la spinta di romantici sognatori. Non ci sono degli Altiero Spinelli dentro gli uffici dell’UEFA. Anche questa è una faccenda di transazioni economiche e di IBAN. Eppure il calcio riesce ancora a trattenere i suoi affari dentro il principio dimenticato e riposto dell’abbattimento dei confini. Quasi certamente per caso o forse per dirci qualcosa, PSG-Inter di stasera è di nuovo una finale fra squadre di due paesi fondatori dell’Unione europea. Ce n’era stata solo una negli ultimi 11 anni [Bayern vs PSG: 2020].
Ce lo siamo detti a inizio maggio. Dopo le quattro semifinaliste di quattro nazioni differenti, la nuova Champions extra-large ci ha dato pure una finale loyalista, una finale da far giocare a due squadre qualificate per la vittoria dello scudetto e non grazie ai piazzamenti, una partita che sarebbe stata possibile vedere anche a metà del Novecento, con i primi vagiti della Coppa.
È la settima finale differente in sette anni, la sesta inedita nello stesso intervallo di tempo. Uno scherzo del caso, un capriccio ribelle contro chi pensa che il futuro del calcio sia la riproposizione settimanale o mensile della stessa partita, per lo stesso bacino d’utenza, per gli stessi clienti che devono comprare le stesse magliette. Non c’è neppure una finalista venuta da Spagna, Inghilterra e Germania: non succedeva da Porto-Monaco del 2004. È solo la seconda volta che il titolo europeo si decide con un duello Italia vs Francia, a 32 anni di distanza da Olympique Marsiglia-Milan. Pure quella volta lo stadio era a Monaco di Baviera e resta tuttora la sola Coppa vinta dai francesi.
| temi In termini economici: capitalismo vs dispotismo
Vista dal Paese che esce con le ossa rotte dalla Coppa, questa pare una partita fra capitalismo e dispotismo. A questo modo l’ha battezzata Jonathan Liew sul Guardian in una delle sue analisi a tutto campo.
Il capitalismo è quello di Oaktree Capital [lo chiama Opportunistic Credit], il fondo di investimento losangelino “specializzato nell’acquisizione di quelli che nel settore sono noti come asset in sofferenza, forse persino a rischio bancarotta o insolvenza. Quelli di Oaktree si aggirano, estorcono denaro ai creditori, ristrutturano i debiti, magari ti offrono un prestito ad alto tasso di interesse per fermare l’emorragia. Una volta che ti hanno messo in difficoltà, ti trovano un acquirente, tu vendi e loro prendono una grossa fetta. Quattro anni fa, mentre gettavano un’occhiata alla carcassa emaciata dell’Inter per il Covid, era esattamente la strategia che avevano in mente”. Ecco: diciamo che Liew è la tessera numero 1 del partito che non ama i giri di parole. Non è preoccupato che poi non gli danno un’intervista.
Riassume le vicende di Suning che hanno portato l’Inter nel portfolio dei californiani e spiega come la finale di stasera è certamente uno scontro di stili fra l’attacco implacabile del PSG e l’altrettanto implacabile difesa dell’Inter, tra “una squadra costruita sulla magia della gioventù e l’altra sull’edificio corroso dall’esperienza”, una partita fra “ali che giocano di punta e una squadra che di punta mette i terzini, due attaccanti contro nessuno”; ma forse è uno scontro finanche più accentuato tra filosofie, “due modelli radicalmente diversi nella gestione di una squadra di calcio”.
Il dispotismo abita sulla rive della Senna, dove molte parole si sono spese sull’addio alle stelle, sulla squadra entusiasmante umile e tellement français, molto molto diversa dalle precedenti. “Tuttavia si tratta pur sempre di una squadra assemblata a costi esorbitanti. Désiré Doué – spiega Liew – questa adorabile ala cresciuta in casa, è costato 45 milioni di sterline. Bradley Barcola 40. Poi ci sono stati i 60 sborsati con noncuranza per Kvicha Kvaratskhelia a gennaio, una spesa inimmaginabile per la maggior parte delle squadre di Champions League, figuriamoci per i rivali nazionali del PSG. Questa è la linea da sempre tenuta a Parigi: una immensa ricchezza, più la regalità, moltiplicate per una reputazione impeccabile, uguale una classe senza sforzo. Un altro esempio del soft power parigino/qatariota, la capacità di rimodellare la narrazione, un altro esercizio di branding perfettamente eseguito da uno Stato in cui le donne possono ancora perdere il diritto al sostegno economico se si rifiutano di fare sesso con il marito senza una ragione legittima. E naturalmente il PSG può permettersi tutto questo, può gettar via i giocatori in difficoltà, può sopportare le perdite più consistenti, perché la sua missione è ben più grande di una Champions League o di una classifica di Deloitte, è più grande persino del calcio. Gli investimenti del Qatar sono stati la definitiva partita a scacchi in 4D: un complesso apparato di sportswashing e di favori politici il cui successo può essere misurato solo in parte dalla capacità di Marquinhos di respingere un calcio d’angolo”
[Quanto sono belli i pezzi belli]
La prodigalità del PSG è contrapposta in questa analisi alla “sofferta austerità dell’Inter, un impero non tanto in costruzione quanto rosicchiato. Beni preziosi come Achraf Hakimi e André Onana sono stati venduti per far posto a sostituti più anziani e con un budget limitato. Naturalmente non può esserci una visione a lungo termine con una squadra che invecchia, uno stadio di proprietà del comune e un valore commerciale depresso. Qatar Airways paga al PSG 60 milioni di sterline all’anno per la sponsorizzazione delle maglie; l’anno scorso un’offerta simile all’Inter valeva circa un quarto di quella cifra. Quindi, mentre i tifosi chiedono a gran voce investimenti per la squadra, un nuovo stadio, una riserva di trasferimenti per trattenere Simone Inzaghi, per Oaktree la tentazione è sedersi su questo asset in lenta crescita e aspettare che passi. Niente Champions League, niente scudetto, nessun problema: solo un rendimento annuo sicuro, pura redditività, puro credito opportunistico”.
E dunque benvenuti a questa palla al centro tra “un veicolo per la geopolitica e un veicolo per il profitto. Finché i club non saranno veramente di proprietà dei loro cittadini – dice Liew – questi sono i compromessi che dovremo continuare a sopportare: un dispotismo avvoltoio contro un freddo capitalismo avvoltoio”.
COSA SCRIVONO IN FRANCIA
In Francia sono eccitati in un altro modo. Settant’anni dopo la creazione della Coppa dei Campioni avvenuta dentro le stanze della redazione de L’Équipe, il PSG potrebbe diventare il secondo club del paese a vincerla. Vincent Duluc ha scritto nel suo editoriale che è “tempo che questo eterno tormento se ne vada, questo modo francese di affrontare una finale e sbattere contro un muro, questa cultura della soddisfazione in un’epopea che sarebbe costituita dalla partecipazione al grande giorno e non dalla vittoria, questa sensazione che L’Équipe abbia inventato la Coppa dei Campioni perché altri potessero vincerla”.
È il momento, scrive il giornale francese, ma è necessario che questi pugno di ragazzi sia all’altezza del compito. Parla di un PSG che non trascina tutto il suo Paese dalla propria parte, ma che ha conquistato simpatie con il gioco e con le storie delle sue giovani stelle [la riscrittura della narrazione di cui parlava Liew]. Il PSG stasera dovrà “confrontare la propria inesperienza con la scaltrezza superiore dell’Inter, che costringerà i parigini ad aggiungere alla gestione emotiva dell’evento più importante della loro carriera anche la gestione della frustrazione. La coppia Lautaro Martinez-Marcus Thuram costringerà il PSG a difendersi in modo diverso”.
L’Équipe lo chiama “un duo infernale” e tuttavia Duluc scrive che “se l’Inter avesse fatto tutto per bene, sarebbe campione d’Italia. Il PSG è capace di un’intensità incredibile, sa mettere alla prova l’Inter con il contropressing. Crea tante occasioni, è la sua cifra distintiva”.
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Quattro delle ultime cinque finali sono finite 1-0, nelle ultime dieci ha sempre vinto chi ha segnato il primo gol
Nick Ames, ancora per il Guardian, lo chiama uno scontro di stili e di approcci, anzi “lo scontro di stili e approcci più allettante dell’ultimo decennio, uno scontro fra la spavalderia giovanile e l’audacia del Paris Saint-Germain con la raffinata astuzia di un’Inter esperta, le cui gambe si rifiutano di irrigidirsi”.
È difficile non lasciarsi conquistare dal PSG rimodellato da Luis Enrique, anche se le riserve sulla proprietà qatariota e sul dominio assoluto in Ligue 1 influenzeranno la nostra percezione. Il loro allontanamento dal narcisismo da galacticos moderni, in favore di un cast di giovani coraggiosi che hanno compreso il valore del lavoro, ha avuto l’effetto di creare nuove stelle. L’anticonformismo di Khvicha Kvaratskhelia con il Napoli non si era certo manifestato nell’ombra, ma le sue prestazioni brillano di più su questo palcoscenico infinitamente più vasto. Il diciannovenne Désiré Doué possiede una gioia e una libertà di gioco che i suoi colleghi della Premier League invidiano. Il talento di Bradley Barcola non è da meno. Ousmane Dembélé è un giocatore trasformato. Il PSG ha impiegato più tempo del previsto per raggiungere la vetta; ora è quasi al top e renderlo simpatico non è stato un compito da poco”.
| binocoli Perché alla fine le inglesi non ci sono
La newsletter Football Daily del Guardian, parole che di solito mescolano la tecnica all’ironia, si sofferma sull’assenza di squadre inglesi, scrivendo che il resto del continente è ben felice di essersi lasciato alle spalle la spocchia della Premier League. Che cosa bisognava fare per evitarlo? “Forse sarebbe stato utile non avere per un paio di mesi un Manchester City uguale a quello del periodo 1977-2009, Forse sarebbe successo se Willian Pacho non avesse respinto sulla linea di porta la bella volée di Ian Maatsen o se gli analisti del Liverpool avessero detto a Jürgen Klopp di lasciar perdere Darwin Núñez. E che dire di un mondo nel quale Mikel Arteta lascia liberi gli attaccanti anziché ossessionarli con gli schemi sui calci d’angolo?”. Eppure, scrive Scott Murray, “non è che l’Inter solleciti chissà quali sorrisi. Chiunque parli con affetto dei suoi campioni 1964 e 1965, di Helenio Herrera, del catenaccio, dei liberi e di tutto quanto il resto, si sta sforzando di mentire. Anche a sé stesso”.
| meduse Lo scontro UEFA-FIFA dietro le quinte
Tra le molte cose di cui si occupa il Guardian in queste ultime ore della vigilia c’è anche lo scontro di potere in atto tra l’UEFA e la FIFA dietro le quinte del calcio. Gli inglesi fanno maliziosamente notare che Gianni Infantino è un tifoso dell’Inter e che una finale con l’Inter può essere un ponte per il dialogo con l’Europa. “Dopotutto – si legge – c’è una schiera di tifosi dell’Inter anche ai vertici della UEFA e i massimi organi di governo del calcio hanno bisogno di trovare un terreno comune”.
La temperatura si è in parte raffreddata dopo la sfuriata dei delegati europei all’ultimo congresso della FIFA, quando hanno abbandonato i lavori per protestare contro la priorità data da Infantino agli incontri in Medio Oriente al seguito di Donald Trump. Una dichiarazione pubblica e conciliante della UEFA ha riportato la serenità nella diplomazia fra le parti, “anche se nessuno dà per scontato che la serenità si sia diffusa anche dietro le quinte. C’è poca simpatia tra i rispettivi leader e l’estate che verrà probabilmente non farà che intensificare la lotta di potere per il futuro del calcio”.
L’estate che verrà significa fra due settimane. La Coppa del Mondo per club è la creatura di Infantino e così stasera comincia un duello a distanza su chi potrà offrire lo spettacolo migliore. “Inter e PSG potrebbero affrontarsi di nuovo in finale a luglio – dice il Guardian – non è uno scenario impossibile se si riuscisse a spremere ancora un po’ i loro giocatori stanchi. Ma uno spettacolo memorabile a Monaco sarebbe difficile da replicare e dimostrerebbe come i tradizionali appuntamenti, seppure nella loro versione fortemente aggiornata, hanno ancora un fascino superiore”.
Il braccio di ferro passa pure dallo show di contorno. L’UEFA schiera i Linkin Park, la FIFA deve inventarsi qualcosa a luglio nel New Jersey. Nasser al-Khelaifi sta a cavallo tra l’una e l’altra parte, un piede in una scarpa di qua e l’altro piede nell’altra scarpa di là. È proprio un piccolo gruppo di membri dell’ECA che sta lavorando a tempo pieno ai preparativi per l’evento in America. Quando alla prossima Champions – fa notare il Guardian – 19 delle 36 squadre partecipanti alla prossima fase campionato proverranno da Inghilterra, Germania, Spagna o Italia: “Una Superlega è praticamente arrivata di soppiatto, ma pochi degli stakeholder riuniti in Baviera si sentono spinti a considerarla una mancanza di diversità”.
[Ehm. Ancora co’ ‘sta storia della Superlega di fatto. No, la nuova Champions non lo è finché ci si qualifica attraverso i campionati. Quella era l’anomalia intollerabile della Superlega].