Non è stata una semplice prima uscita pubblica da neo Ct. Julio Velasco è riapparso sulla scena e ha consegnato le tavole della legge. La federazione gli ha chiesto di portare la Nazionale femminile ai Giochi di Parigi dopo la folle estate di veleno sommerso trascorsa tra Europei e torneo pre-olimpico. Lui dice che non sogna altro [«A 18 anni, quando ero uno studente di filosofia in Argentina, sognavo una mansarda a Parigi. Mi sarei accontentato anche di andare a fare il lavapiatti. Ora ci andrò a giocare un’Olimpiade. Perché ci andremo, ne sono sicuro»] ma per arrivarci ha già fatto capire allo spogliatoio che serve una sterzata. Frase chiave numero uno: «Voglio disponibilità incondizionata, senza pensare al riposo e al rimborso spese, perché tutti sono importanti, ma nessuno è imprescindibile». Se vi pare che siano parole con un certo indirizzo, alt, bisogna prima leggere la frase chiave numero due. «Posso venire incontro a esigenze personali, perché i giovani sono giovani e hanno il diritto di vivere la loro vita. I titoli, gli ingaggi e il conto in banca sono un indice ma per far parte di questo gruppo bisognerà andare tutti nella stessa direzione». Riassunto: non siamo tutte uguali, ma tutte hanno gli stessi doveri.
Scrive Carlo Lisi su iVolley Magazine che “l’uomo è sempre quello con idee chiare e principi consolidati. Forse un po’ meno rigido nelle espressioni, ma sempre convinto che il dovere di un tecnico è quello di fare del tutto per cercare di vincere, seguendo le sue idee e decidendo in prima persona cosa si deve fare o non fare in palestra”.
Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera considera: “Julio Velasco è tornato e i quasi 72 anni non sono un limite al desiderio di imparare ancora”. Ha usato una buona dose di fair play con Mazzanti. Si è dimesso da Busto Arsizio perché la federazione non prevede il doppio incarico, ma con il doppio incarico faranno parte del suo staff Massimo Barbolini e Lorenzo Bernardi. “A lui il compito di lavorare sul dopo Parigi – anticipa il Corriere della sera – una sorta di investitura che spalanca la porta a un passaggio del testimone verso Los Angeles 2028”.
Velasco è scettico sulla convivenza in campo di Egonu e Antropova, «tranne che dopo un mese di allenamento non cambi idea», ma pensa a qualche cambio di ruolo, come accadde a suo tempo tra gli uomini della Generazione Fenomeni. «Avere due opposte così è un vantaggio. Non si può pensare di cambiare ruolo a una giocatrice alla vigilia di un’Olimpiade, senza darle la possibilità di affrontare stress test importanti. Le battaglie non si allenano in un albergo a 5 stelle». Forse si potevano usare gli Europei dell’estate scorsa per provare, ma ormai è acqua passata.
Nel giorno della sua investitura Valentina Desalvo citava una vecchia frase di Julio [«Mi piacerebbe andarmene mentre sto correndo a fare qualcosa di nuovo»] e scriveva su Repubblica: “Julio Velasco ha sempre avuto la voglia di mangiarsi la vita con le mani. Il bello di Velasco, al di là delle vittorie, dei giocatori convinti e fatti crescere, delle frasi celebri («gli occhi di tigre», «la gioventù non è un difetto», «il coraggio non è non avere paure, quella è incoscienza, ma conviverci e superarle», «nessuno ci toglierà i balli che abbiamo ballato»), della passione chic per la filosofia, dei romanzi di Vargas Llosa e Cortázar regalati ad atleti e amici, della competenza, è sempre stato questo: darci un destino, perché sì, noi possiamo farcela. È stato il nostro “Yes, we can”, molto prima di Obama. Velasco è sempre stato un utopista pragmatico: chi non lo conosce può credere che sia stata la dialettica — così implacabile così seduttiva — il suo grande segreto, e la sua personalità a farlo guru. Ma in realtà, a dargli credibilità con ragazzi e ragazze di due metri, campioni o talenti, è sempre stato il modo moderno e internazionale di lavorare, di allenare in palestra, rubando il meglio anche dagli altri sport («sono un ladro di idee»), costruendo staff e gruppi di professionisti esperti, quando per tutti c’era sempre l’uomo solo al comando”.
Quel giorno Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera sottolinea l’aforisma di più recente conio: «Si diventa fenomeni quando si ha un grandissimo talento e si lavora come se non lo si avesse». Uno dei suoi allievi, Andrea Giani, ha detto che spera di far festa insieme a Parigi, lui con la Francia maschile e Juilio con l’Italia femminile.
Su Indiscreto in quei giorni si leggeva che “con Velasco la curiosità è al massimo non tanto per i rientri (Egonu, ma forse anche Chirichella, De Gennaro e Caterina Bosetti) con la maglia dell’Italia, abbastanza scontati, quanto per i discorsi sulla cultura degli alibi che fra molte ragazze sembra dominante. Detto questo, non ci sarebbe niente di disonorevole, dopo aver dato il massimo, nel finire dietro a Brasile, Stati Uniti, Serbia e Turchia, ricordando poi le recenti sconfitte con Polonia e Olanda. Insomma, in questo momento l’oro olimpico tanto atteso sembra lontano, ma la domanda la vogliamo fare lo stesso ai competenti e ancora di più agli incompetenti, perché questa sarà la storia della prossima estate: l’Italia di Velasco a Parigi vincerà?”.
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SCUSATE IL RITARDO
La versione di Mazzanti
➣ Come sono nate le esclusioni che tanto hanno fatto discutere?
«Dopo il 3° posto al Mondiale 2022 la Federazione mi ha chiesto di avere coraggio e ripartire in Nations League con un progetto giovane per poi inserire in corso d’opera le più esperte. Non c’è stata nessuna esclusione preventiva (ha fatto molto discutere quella di De Gennaro, ndr). Visti i primi risultati, con la Fipav è maturata l’idea di cambiare il meno possibile: alla vigilia dell’Europeo sono state aggregate solo 4 nuove atlete».
➣ Cos’è successo con Egonu?
«Dopo la semifinale al Mondiale 2022 (ko 3-1 col Brasile, ndr) Paola m’ha detto che non avrebbe più voluto lavorare con me».
➣ Ma nel 2023 cos’è cambiato?
«Prima dell’estate ho avuto un confronto con lei: s’è scusata, siamo ripartiti dal collegiale di Firenze, ma in ritiro ha fatto fatica. Non riusciva a riposare, e ciò a volte non le permetteva di iniziare o finire gli allenamenti».
➣ Da qui la panchina?
«Ci siamo confrontati col professor Vercelli, il nostro psicologo, e abbiamo individuato, d’intesa con la Federazione, due vie: escluderla dall’Europeo o reinserirla con un percorso progressivo. Toglierle il posto da titolare doveva riaccenderle la voglia di tornare a essere leader».
➣ Percorso fallito?
«Si è interrotto a fine Europeo. Perché non provare anche con il Preolimpico in Polonia? Egonu all’Europeo non riusciva più ad accettare questa situazione di iniziale riserva».
Si è sentito tutelato dalla Federazione?
«Con Egonu siamo arrivati a un punto in cui dovevamo scegliere cosa fare e dovevamo essere una cosa sola. Invece abbiamo lasciato la porta aperta alle critiche».
➣ Rifarebbe tutte le scelte?
«In questi anni il mio percorso è spesso stato in bilico. Nel 2018, prima del Mondiale, la Fipav aveva già scelto il mio sostituto, poi arrivò l’argento. L’anno dopo, al Preolimpico di Catania, se non ci fossimo qualificati non avrei avuto una seconda chance a dicembre. E nel 2021, fuori ai quarti ai Giochi, se non avessi vinto l’Europeo avrei chiuso lì. I bivi sono stati tanti, non rimpiango le scelte. Il rammarico è per altro».
➣ A cosa si riferisce?
«L’ho detto anche al Consiglio Federale e al presidente Manfredi: abbiamo dato un cattivo esempio. L’ambiente andava tutelato e non delegittimato. Quando lasci la possibilità che il c.t. passi per incompetente, che le scelte fatte sono maturate per complottismo, incompetenza e rivalità, fai male al movimento».
➣ Perché all’Europeo non ha provato a giocare con Egonu e Antropova in campo insieme?
«Abbiamo provato ad allenare questa situazione, ma il passaporto di Ekaterina è arrivato alla vigilia dell’esordio e quindi concentrarsi sull’opzione senza la certezza di avere a disposizione l’atleta non era responsabile».
intervista di davide romani, la Gazzetta dello sport, 12 novembre
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