Julio ti presento Paola

Quando Julio Velasco allenava le donne, Paola Egonu non era ancora nata. Agli Europei dell’estate 1997, l’Italia si presentò in panchina con il Guru. Aveva vinto due Mondiali con i maschi. Si era rinchiuso in palestra a lavorare di nascosto, in silenzio, in guerra con il suo stesso personaggio. «Ormai ho smesso di combatterlo. Vive d’una vita propria indipendente da me, incontro gente che si congratula per cose che non ho mai detto, altri che mi criticano per cose che non ho mai fatto. È un meccanismo contro il quale non posso nulla. Qualche volta mi viene da dire: non parlate con me, parlate con Lui». 

Fu questa specie di paradossale assedio che lo spinse a uscire da sé stesso per abbracciare una scommessa, perfino più azzardata di quella che aveva accettato nel 1989, quando cambiò la storia della Nazionale maschile. «Non mi dispiace ricominciare – disse – abbandonare il ruolo di chi deve sempre difendere una cittadella. Ora mi sento più acheo che troiano. Rimetto tutto in gioco, ma non come crede la gente. A essere in pericolo è quel che l’opinione pubblica crede che io sia, ma ai miei occhi è solo una piccola parte di me. Ecco perché sono in ballo, ma non più di tanto. Ci sarà qualcuno che mi aspetta al varco, non me ne importa».

Corrado Sannucci su Repubblica scrisse che per quell’Europeo femminile del 97, Velasco era allora riapparso come un fiume carsico. Se ne era rimasto in disparte a studiare. «La mia ignoranza della pallavolo femminile – disse – è stata un handicap. Non so se sono riuscito a preparare le mie giocatrici in maniera profonda e la domanda che mi pongo sempre è se ho capito come trattare con loro. Quando ho preso la nazionale maschile avevo già conosciuto gruppi di giocatori: con le donne certi sistemi psicologici che usavo con gli uomini non funzionano. Se provochi un giocatore quello va in campo e spacca tutto: la donna invece va in depressione. Così come abbiamo impiegato del tempo per capire che non dovevamo copiare i moduli di gioco dei maschi».

Vinse i Giochi del Mediterraneo battendo in finale la Turchia [pensa un po’]. Non si diede altro obiettivo che crescere, vincere, perdere, non importa. Chiamò in nazionale ragazze di A2 e di B1, una Togut diciannovenne che andava ancora a scuola, invitò la federazione ad aumentare il numero delle straniere in campionato – esatto, aumentarle – così le italiane avrebbero dovuto reagire e migliorare, per reggere la concorrenza. Molte delle ragazze in azzurro non avevano mai giocato una finale scudetto, altre erano reduci da esperienze negative. Al Guru Julio venne un’idea, il Club Italia, una squadra di giovani azzurre a cui far fare esperienza in A2. Esiste ancora e ha portato i suoi frutti. 

 

Velasco non fece in tempo a veder riconosciute le conseguenze felici di quell’intuizione. Dopo quasi un anno di lavoro, si scoprì che non aveva ancora un contratto. L’Europeo era andato così così, quinto posto, così emersero i motivi della rottura impalpabili, che risiedono più nelle motivazioni e nella qualità del lavoro che non in una trattativa effettivamente fallita [ancora Sannucci su Repubblica]. Il presidente della federazione Magri disse che «Velasco al femminile è una sfida che non ci rimangiamo e ci auguriamo che possa ancora restare. Ma a questo punto la decisione è sua. Forse lui si aspettava di più, al limite posso dire che anche noi ci aspettavamo di più. Credo che ci vorrebbe più pazienza».

Invece c’era soprattutto tanta inquietudine. La Federazione tentò di trattenerlo, il calcio offriva al guru Julio la chance di tornare un personaggio e di aggiungere un anello nuovo alla catena delle sue esperienze. Cragnotti lo invitò a pranzo, gli offrì un contratto di quattro anni, un miliardo a stagione, ruolo di direttore generale con potere di firma. Dino Zoff, presidente-immagine di quella Lazio, ci rimase di stucco. Guadagnava 700 milioni all’anno e nessuno lo aveva avvertito. Il Mito contro il Guru, raccontava Repubblica nell’estate di venticinque anni fa. Velasco intanto parlava al Clarin. «Mi ricordo che quando Sacchi lasciò la nazionale italiana, disse che andava dove lo portava il cuore. Io dico che vado dove ho voglia. Non rispondo alla patria o all’Italia. A me piace la libertà. Cerco sempre nuove sfide, mi sarebbe piaciuto fare il falegname per la voglia di costruire sempre, mi spinge la capacità di apprendere qualcosa di nuovo tutti i giorni. Serve per mantenersi giovani e non invecchiare. Se mi sbaglio, la gente si sorprende e disumanizza di colpo lo stesso mito che ha creato. Trionfare non vuol dire sempre vincere. C’è gente che ha vinto ma non ha trionfato perché lo ha fatto senza idee proprie. Altre volte si vince grazie alla fortuna o alle circostanze. Qui in Italia hanno cominciato a considerarmi un idolo quando alla tv ho detto che i bravi giocatori non sempre sono dei modelli, e che non bisogna fare delle differenze tra chi vince e chi perde, ma tra chi è un buono o un cattivo modello come persona».  

 

ASCOLTA IL PODCAST SU VELASCO

 

La signora Eunice Egonu, ex infermiera a Benin City, Nigeria, stava ormai per partorire una bambina a Cittadella, quando Julio Velasco fu incaricato dalla Lazio di presentarsi in tv. Durante un derby, in curva Nord, erano spuntati striscioni contro ebrei e neri, in difesa del terrorista fascista Concutelli. «Non ho paura di nessuno – disse Julio – a me hanno puntato una calibro 45 dietro la nuca, non sono uno che rinuncia a esprimere le proprie idee. Nessuno ha il diritto di utilizzare una squadra di calcio per scopi diversi da quelli sportivi. Un luogo di sport, come uno stadio, non può essere usato per dividere la gente».

Venticinque anni dopo, Velasco non ha smesso di inseguire cose nuove. La panchina di Busto Arsizio è la sua prima esperienza nel campionato femminile di serie A. Quella neonata veneta del dicembre 1998 è stata nei giorni scorsi in palestra da lui a salutarlo, ufficialmente passava di là per caso, lei stessa inquieta, al rientro in Italia dopo un anno in Turchia.

Tra una settimana la federazione farà sapere se davvero tocca a Julio ricucire le schiacciate di Paola Egonu a una nazionale che si è immalinconita tra gli Europei e il torneo pre-olimpico. Velasco sta vivendo con fastidio tutta questa certezza che lo circonda prima del tempo. In realtà esiste un’alternativa, secondo Volley News. Zoran Terzic sarebbe un altro candidato. È il cittì del titolo mondiale per la Serbia nel 2018, tre Europei vinti, due medaglie alle Olimpiadi [argento a Rio 2016, bronzo a Tokyo]. È l’attuale cittì della Russia senza averla mai potuta guidare per il bando. È anche alla guida della Dinamo Kazan, dove hanno messo sotto contratto Elena Pietrini. 

 

Di fronte all’ipotesi di un Velasco-bis sulla panchina dell’Italia, Luca Muzzioli su Volleyball ha scritto: 

Tutto all-in, tutti uniti, in un “governo di unità nazionale” della pallavolo. Velasco sarebbe il nostro Andreotti III, leader da maggioranza assoluta con astensione dei critici in un accordo da compromesso storico per Parigi 2024. Chi tra le ragazze avrebbe da ridire “contro” Velasco? Sarebbe isolata, sola e probabilmente nemmeno ascoltata perché Julio è Julio, anche a 71 anni, anche dopo un solo anno alla femminile (perché a maggio avrà solo una stagione di A1 femminile alle spalle) resta per tutti Velasco.

Quello che per me resta incredibile è come Julio Velasco sia così capace di leggere le situazioni. Spaventa, ed è allo stesso tempo affascinante e invidiabile, pensare che abbia interrotto il suo rapporto con la Federazione sulle attività giovanili (una volontà che credo reciproca al termine di un percorso vincente) per tornare ad allenare in un club, per la sua prima volta femminile, (con tanto di clausola di interruzione del rapporto in caso di una eventuale chiamata in azzurra); una squadra ringiovanita e di prospettiva che quindi potrebbe (auguro di no a lui, a Busto e a patron Pirola) chiudere la stagione in tempi ragionevoli (non una semifinale o finale play off per intenderci) per eventualmente essere così pronto dal giorno dopo, a vestire i panni di Ct e preparare la VNL che servirà per consolidare il ranking e permetterci di andare ai Giochi di Parigi

 

Milano a sua volta ha messo tutte insieme Orru, Egonui e Sylla. Bosetti e Chirichella saranno allenate da Lorenzo Bernardi a Novara. Ekaterina Antropova ha per allenatore Barbolini, il vice di Velasco negli anni migliori di Modena. Volleyball lo chiama il puzzle perfetto per Parigi 2024. Ma bisogna prima arrivarci.

 

ASCOLTA IL PODCAST SU EGONU

 

LEGGI ANCORA

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.