Il giorno in cui cambiò la vita di Caster Semenya. La sua invettiva contro World Athletics

 

Dopo tutti questi anni in cui ha dovuto sopportare di vedere messa in pubblico la propria intimità, Caster Semenya è giunta a una conclusione. 

 

«Come mi definirei? Sono un’africana. Sono una donna. Sono una donna diversa».

 

Ha 32 anni, due ori olimpici da qualche parte in un cassetto, tre titoli mondiali, ma non può più correre la sua gara, gli 800 metri, non fa due giri di pista dal giugno del 2019, perché nel suo corpo c’è un livello di testosterone che la federazione internazionale di atletica leggera giudica troppo elevato. 

Semenya ha parlato di tutto questo in una intervista via Zoom con Tshepo Mokoena per il Guardian, usando parole durissime per World Athletics e per il suo presidente Sebastian Coe, denunciando l’umiliazione di aver visto trapelare il contenuto delle sue cartelle cliniche e raccontando di come la terapia per modificare il funzionamento dei suoi ormoni abbia influito sul suo corpo. 

 

Per gran parte dei suoi vent’anni – scrive il Guardian – Caster Semenya si è sentita fisicamente sbagliata. Le sue vittorie venivano rovinate dalle domande sul suo sesso e sul suo genere. Di fronte alla sua velocità, alla sua corporatura muscolosa e alla sua voce roca, in tanti le chiedevano apertamente se fosse un uomo. L’organo di governo del suo sport, all’epoca si chiamava ancora IAAF, le chiese di sottoporsi a dei test di verifica del genere il giorno prima della gara. Un portavoce spiegò alla stampa che le voci e i pettegolezzi stavano iniziando ad accumularsi, erano necessarie delle indagini.

Tutto questo succedeva ai Mondiali di Berlino nell’estate del 2009. Caster dice che quello è il giorno in cui la sua vita è cambiata per sempre. Nei mesi successivi, i risultati dei test trapelarono. Gli esami del sangue mostravano che Semenya aveva livelli di testosterone tre volte più alti della media femminile. I risultati finirono su alcuni giornali australiani, con l’ipotesi che Caster Semenya fosse un ermafrodita, con dei testicoli interni e priva di utero. Dopo 11 mesi di incertezza, la IAAF annunciò nel luglio del 2010 di aver concordato un percorso di trattamenti con Semenya, per consentirle di competere di nuovo a livello d’élite. Il percorso consisteva nell’assunzione di contraccettivi, un ciclo che finora non era mai stato reso pubblico. 

 

Al Guardian adesso Semenya racconta che dovette iniziare a prendere ormoni segretamente già alla fine del 2009, per riportare i suoi livelli naturalmente alti di testosterone a un livello di concentrazione accettato dalla IAAF. Ma le cose non andavano bene.

«Descriverei gli effetti del farmaco in questo modo: dolori al corpo ogni giorno. Bruciore di stomaco. Attacchi di panico. Sudore. Tutto pazzesco». Prima di passare alla pillola, Semenya racconta di aver usato inizialmente un gel. Si sentiva così giù che faceva fatica ad alzarsi racconta il Guardian. Sotto gli effetti del farmaco, si sentiva bloccata nel suo stesso corpo” scrive il giornale inglese. Ma abbassare il livello del testosterone era l’unica soluzione accettata dalla IAAF per riammetterla alle corse. 

«Ho dovuto sacrificare me stessa. C’erano giorni in cui vivevo nell’oscurità. Giorni in cui non volevo svegliarmi. Queste sono le cose che la gente non capisce quando World Athletics dice – Assumi questo farmaco. ‘Fanculo. Quei figli di puttana devono prenderle loro, le medicine, e poi dirci come si sentono». Dà dell’idiota a Sebastian Coe e al direttore del dipartimento di salute e scienza, il dottor Stéphane Bermon. «Dicono che i farmaci sono verificati. Non sanno un cazzo. Ma è la vita. Ho dovuto affrontare sciocchezze e negatività. Quando le persone cercano di buttarti giù, bisogna rialzarsi sempre».  

 

L’intervista di Caster Semenya al Guardian deve avere a che fare con la promozione del suo libro di memorie, The Race to Be Myself. Una corsa cominciata quando quattordici anni fa, l’italiana Elisa Cusma disse dopo una sconfitta, un sesto posto alle sue spalle, che «per me non è una donna». Il segretario generale della IAAF d’allora Pierre Weiss aggiunse: «È una donna ma forse non al 100%”». Dopo anni passati a sottrarsi alle domande, adesso Semenya chiarisce nel suo libro di essere nata con la vagina e di essere cresciuta come una ragazza, qualsiasi cosa significhi. 

Quando raggiunse la pubertà – dice il Guardian – notò che il suo corpo non si riempiva con la consueta dolcezza delle donne della sua famiglia, comprese quattro sorelle. Una volta che inizi a porti delle domande, dice lei, non è detto che finirai per trovare anche le risposte. 

«Non conoscerai mai – sono parole di Semenya – il motivo per cui hai quel naso enorme o la fronte così grande.  Ci sono persone nella nostra società che si chiedono come dovrebbero apparire le donne, perché vogliono che le donne appaiano in un certo modo. Questa è la storia che gira intorno a me»

Così sono cominciate le etichette. Caster intersex, Caster DSD, atleta con disordine nello sviluppo sessuale, Caster che dispone di un vantaggio sleale – come disse Paula Radcliffe. «Io sono africana, sono una donna, sono una donna diversa. Altre etichette mi sembrano un’idea europea per classificare le persone. Questo è intersex, questo è questo, questo è quello. Non sono mie convinzioni. Se ho un disturbo, non me ne frega niente. Il disturbo non mi definisce come donna. I disturbi non mi rendono meno donna, semplicemente diversa». 

Di Semenya s’è detto che certe volte andasse piano per non dare nell’occhio, per non battere il primato del mondo di Jarmila Kratochvílová e veder cresciute le attenzioni. 

Invece era la terapia che la buttava giù, racconta adesso, neppure una donna media convive bene con i contraccettivi. Possono creare coaguli di sangue. Quelle medicine non fanno bene a nessuno. Mai».  

 

Caster è stata bambina nel villaggio di Ga-Masehlong, nelle provincia più settentrionale del Sud Africa, a Limpopo, era velocissima e sognava di fare la calciatrice. Un villaggio che lei descrive come polveroso e tradizionale. Ora hanno l’elettricità e l’acqua corrente, gli adolescenti vanno sui social con gli smartphone. Lei e Wenny, Nico, Olga, Murriel e Ishmael, sorelle e fratelli, avevano legna da ardere e chilometri da percorrere per raccogliere l’acqua. Quando Caster non aveva voglia di fare le faccende domestiche, scappava e nessuna sorella poteva starle dietro. Senza frigorifero, scavavano in profondità nella terra per conservare il cibo, la carne fresca dei polli o delle mucche. Caster si era abituata al fatto che gli adulti la trovassero più simile a un ragazzo. La lasciavano correre con i cugini maschi anziché cucinare e pulire. Nel libro descrive il suo primo bacio con una ragazza. Non ha avuto un coming out perché dice di non ricordare di essersi mai nascosta. A una corsa della categoria giovanile, avrà avuto quindici-sedici anni, un’avversaria più grande la scambiò per un uomo nello spogliatoio. Cosa ci fai qui, le disse. Si chiamava Violet Raseboya e oggi è sua moglie. Hanno due figlie, Oratile e Oarabile, 4 e 2 anni. Allenano giovani atleti in un club da loro fondato, vivono a Pretoria. Semenya si è laureata in gestione dello sport nel 2021, quando si è resa conto che la sua carriera in pista era in pericolo.

La Corte europea dei diritti dell’uomo le ha dato ragione. Ha stabilito che le sono state negate sufficienti garanzie istituzionali e procedurali dalla federazione internazionale di atletica. Ma la sentenza riguarda la violazione dei suoi diritti umani, non il suo diritto a gareggiare. Non ha alcun impatto sulle regole di World Athletics, approvate anche dal Tas di Losanna. 

«Ci sono persone che nascono con dei testicoli interni, altre nascono con livelli alti di testosterone. Non c’è niente di sbagliato in questo». Semenya sa che non le sarà mai più consentito di correre i suoi 800 metri. Ha provato i 5mila. Non si è qualificata per i Giochi. La norme stanno diventando via via più restrittive. Oggi è una donna infuriata con il presidente di World Athletics. Dice che a lei non è dato conoscere il desiderio sessuale di Sebastian Coe, non è dato conoscere i suoi livelli di testosterone. 

 

In risposta al colloquio di Caster Semenya con il Guardian, World Athletics ha dichiarato che il trattamento proposto dal medico curante all’atleta, era stato concordato con gli esperti della IAAF. Il medico curante di Caster era responsabile del monitoraggio clinico e biologico. I controlli venivano effettuati con regolarità. Il medico era anche in contatto con il dottor Bermon e con gli esperti della IAAF per segnalare eventuali problemi o effetti collaterali. Non ci furono sintomi rilevanti, dice World Athletics, a parte i classici sintomi dell’astinenza, vampate di calore, episodi di sudorazione. Il processo avviato dopo il 2009, fa sapere la federazione internazionale, è figlio di un accordo tra l’atleta, il suo avvocato, il team medico e gli esperti medici e legali della IAAF. L’intero processo si è tenuto sotto la supervisione di un ginecologo e di un endocrinologo, «rivisto, esaminato attentamente da entrambe le parti»

 

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1 commento su “Il giorno in cui cambiò la vita di Caster Semenya. La sua invettiva contro World Athletics

  1. Francesco Curcio Rispondi

    Ma se i propri geni sessuali erano x/x allora dovrebbe essere definita donna,il livello di testosterone è un caso che non dovrebbe riguardare la sua appartenenza al genere maschile invece di quello femminile.
    Da ignorante la ved così.
    Cosa è che ti evidenzia come donna?
    La presenza dei geni recessivi x/x o il valore quantitativo del testosterone?

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