La battaglia di Caster Semenya per tenersi il suo corpo e gareggiare

 ▻  Ogni volta che Caster Semenya esce di casa, a Pretoria, alza lo sguardo e i parchi intorno sono pieni di jacaranda. Ha due anelli dove correre, li conosce a memoria. Uno da trenta minuti, l’altro da sessanta, e questa è la sola differenza che le passa per la testa quando allaccia le scarpe e va, quando può fare sport, quando cioè – come dice lei – «si tratta di fare ciò che ami, vincere è solo un bonus»

Ma è quando Caster vince che il suo sport smette di essere solo ciò che ama, quando incrocia i passi delle sconfitte altrui. Lynsey Sharp, per esempio. Britannica, trent’anni, la campionessa d’Europa arrivata sesta nella finale degli 800 metri ai Giochi olimpici di Rio del 2016. «Tutti possono vedere che sono due gare separate, che non c’è niente io possa fare» disse in lacrime quando vide salire sul podio Caster più su di tutte, e con lei Francine Niyonsaba del Burundi, Margaret Wambui del Kenya. Tre ragazze che sono finite sotto una stessa definizione di tre lettere, atlete DSD, disorders/differences of sex development, atlete con disordine o differenza dello sviluppo sessuale, tecnicamente con un livello di testosterone nell’intervallo di 7,7-29,4 nanomoli per litro di sangue. 

È il corpo che hanno. È un corpo che l’atletica internazionale ha considerato oltre le regole per il significativo vantaggio che giudica possa concedere, non in tutte le gare, ma in quelle sulla mezza distanza, tra i 400 metri e il miglio. World Athletics è giunta a questa conclusione considerando che oltre il 99% delle donne ha valori di testosterone compresi tra 0,12 e 1,79 nanomoli per litro e ha chiesto che per competere debbano essere almeno inferiori ai 5 nanomoli per litro. Assumendo farmaci. Quelli che – dice Semenya – «mi facevano sentire costantemente male e incapace di concentrarmi». 

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Un corpo può essere fuorilegge? Su questo dilemma filosofico si è innestata la battaglia legale di Caster Semenya, esclusa dagli ultimi Mondiali di Doha nell’ottobre 2019: ora andrà dinanzi alla Corte europea dei diritti umani nel tentativo finale di ribaltare i divieti e difendere il titolo a Tokyo. «Spero che la corte europea metta fine alle violazioni di lunga data dei diritti umani da parte di World Athletics contro le atlete. Tutto ciò che chiediamo è di poter correre libere, una volta per tutte, come le donne forti e senza paura che siamo e siamo sempre state». 

La ESPN dice che non è chiaro se la Corte riuscirà a sentenziare prima dei Giochi e ricorda che in altri casi sono serviti anni per decidere.

Semenya aveva anche considerato di andare ai Giochi in una gara diversa, dove quel tetto non è previsto. Sui 200 metri, per esempio. Per qualificarsi dovrebbe correrli in 22”80 ma finora non è andata sotto 23”49. 

 

| cronologia  La questione delle mezzofondiste DSD è cominciata nel 2009 quando Caster aveva diciotto anni e vinse i Mondiali per la prima volta a Berlino, migliorandosi di otto secondi rispetto all’anno prima. La federazione internazionale aprì un’indagine per il suo aspetto muscoloso, con dei test di verifica del sesso. Nel 2011 fissò un limite massimo a 10 nanomoli per litro di sangue. Le restrizioni proposte vennero sospese nel 2015 per un ricorso dell’indiana Dutee Chand accolto dalla Corte arbitrale per lo sport (CAS, in italiano TAS): la allora IAAF venne invitata a trovare altre prove del fatto che i risultati erano viziati da quel motivo. 

Nel frattempo Caster era diventata imbattibile negli 800 metri. Dopo l’oro ai Giochi di Rio, contestato da un paio di avversarie, Sharp compresa, disse che «lo sport non è guardare come appaiono le persone». Era forte delle parole pronunciate qualche anno prima da Nelson Mandela: «Lo sport ha lo scopo di unire le persone».

Nel 2018, con nuove evidenze scientifiche e statistiche, la IAAF ha reintrodotto i limiti per le donne con iperandrogenismo nel mezzofondo. In una intervista alla CNN Sebastian Coe ha detto: «Forse tra 30 o 40 anni la società avrà una visione diversa ma in questo momento la mia responsabilità è proteggere l’idea che ci siano due classifiche, una per uomini e una per donne». I ricorsi di Semenya sono già stati respinti due volte. 

Madeleine Pape, australiana, una delle avversarie battute ai Mondiali di Berlino del 2009, la gara da cui ebbe tutto inizio, sta dalla sua parte e con Minky Worden, sul sito di Human Rights Watch parla di privacy infranta. «Considero le donne con un alto livello di testosterone come mie sorelle, sia dentro sia fuori dalla pista – perché abbiano gli stessi miei diritti, sia dentro che fuori dalla pista».

Worden ha scritto di saga umiliante” ricordando che per anni le donne nello sport sono state sottoposte a test sul sesso. Abbiamo documentato casi di molestie, esami genitali non consensuali, domande invasive sull’orientamento sessuale, rovina economica per le atlete e le loro famiglie, persino tentativi di suicidio. Il raggiungimento dell’uguaglianza delle donne nello sport è un processo in corso e i movimenti per l’equità salariale e la responsabilità sugli abusi sessuali stanno guadagnando slancio. Ma escludere alcune donne dalle gare sulla base di stereotipi sessisti e razzisti sminuisce l’obiettivo più grande

 

| vite Chi è Caster Semenya   È stata allenata dalla leggenda della corsa mozambicana Maria Mutola. È imbattuta da 32 gare sugli 800 metri dopo l’oro a Rio. Quarta di cinque figli, da bambina amava giocare a calcio a Ga-Masehlong, piccolo villaggio nella provincia settentrionale del Limpopo dove è nata, e dove la famiglia le assegnava il compito di raccogliere legna da ardere e andare a prendere l’acqua.

Durante l’inattività in atletica, nel 2019 si è allenata con la squadra di Gauteng fondata da Janine van Wyk. È tifosa del Manchester United. Laureata in scienze sportive, ha fondato il Masai Athletics Club con sua moglie Violet Raseboya, anche lei atleta, per allenare giovani della regione. Si sono sposate nel 2017. Il Sudafrica è l’unico paese africano che riconosce legalmente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il suo piatto preferito è la pap. 

 

  | le sue parole  «Non capisco quando si dice che ho un vantaggio perché non sono una donna. Quando faccio pipì, faccio pipì come una donna. Non capisco quando dicono che sono un uomo o che ho una voce profonda».

«Quando sei bambino, vuoi amore. Vuoi supporto. Vuoi essere apprezzato. Vogliamo che i ragazzini del nostro club sorridano ogni giorno quando si svegliano» (a SuperSport). 

 

«Ciò che mi rende felice è avere la mia famiglia intorno a me, nient’altro. Senza la mia famiglia, non posso vivere». 

«Violet e io ci siamo conosciute in un bagno. Lei era scortata dai funzionari antidoping dopo una gara. Pensava che io fossi un ragazzo e ha detto: – Cosa ci fa un uomo qui? Non sono un ragazzo, ho risposto. Credi che mi sia perso? Pensi che possa semplicemente entrare qui? Parli di cose che non sai». (a Sports Illustrated)

 

  «Ora, se qualcuno mi dice: – Ehi, sei un XY, sei un chissà che cosa, chi se ne frega? Non me ne frega niente. Le persone hanno le loro opinioni. Non mi interessa cosa pensano gli altri. Se pensano che sembro un uomo o se pensano che parlo così»

«Senza gare non ho più un allenatore. Ho solo bisogno di un coniglio davanti a me da inseguire. Ho bisogno di rafforzare i miei polpacci, rafforzare le mie caviglie. L’anno scorso la IAAF ha sostenuto in tribunale che ero biologicamente maschio. Sono stata usata come una cavia umana per testare le loro regole. Non ho scelto questa vita. Dio ha scelto per me. Sapeva cosa sarei stata in grado di gestire. Nemmeno quando i miei genitori mi hanno dato alla luce, hanno scelto. Ho imparato le mie responsabilità da ragazza. Che tu abbia 12 anni o meno, devi pulire, fare il bucato, andare nella foresta, devi andare a prendere l’acqua. Io volevo solo stare con gli altri, i miei coetanei, che correvano. Per divertimento. Poi abbiamo iniziato a gareggiare».

«Ognuno deve accettare sé stesso. Non è una cosa che dipende da un paese o da una società. Non correrò mai con la droga. Non prenderò mai un farmaco che mi rallenti. È folle. Non sono un’idiota. Perché dovrei prendere farmaci per compiacere un altro uomo? In questa lotta, non si tratta di vincere la battaglia, si tratta di conquistare i cuori delle persone. Spiegare cosa succede nel mondo dello sport. Ho la responsabilità di cambiare le cose» (a A Susie Rahton per The Gentle Woman)

 

| le opinioni Le dovrebbe essere permesso di competere come donna? Certo che no. E perché dico di no? Non un solo fan di atletica che conosco è in disaccordo con me. È questione di competitività, non una questione di diritti umani. Nessuno sta dicendo che Semenya non sia una donna, un essere umano o un individuo che merita il nostro pieno rispetto. Non c’è posto per questo tipo di cattiverie. Ma le persone devono capire che una competizione atletica deve avere delle regole: altrimenti non ci può essere una gara. Semenya è dotata di un vantaggio genetico straordinario e anomalo. Nessuno dice che Caster Semenya non dovrebbe essere in grado di competere ma solo che l’atletica femminile – in quanto “categoria protetta” – le chiede di avere livelli di testosterone in linea con le altre concorrenti(Malcolm Gladwell,

The New Yorker, 12 agosto 2016)

 

  “Perché le restrizioni sono rivolte solo a una piccola serie di gare? Se il testosterone aiuta le donne a essere forti e potenti, perché la regola non viene applicata ai 100 metri o al tiro a segno? Non ci sono abbastanza evidenze scientifiche né abbastanza background(Kelly Sotherton, eptatleta olimpica e membro della Gender Leadership Taskforce della IAAF).

 

  “La presenza del cromosoma Y è il più grande vantaggio genetico che una persona possa avere. Ciò non significa che tutti gli uomini hanno prestazioni migliori di tutte le donne, ma significa che per la competizione sportiva d’élite, quel cromosoma Y, e in particolare il gene SRY su di esso, che dirige la formazione dei testicoli e la produzione di testosterone, è un criterio chiave con cui separare le persone in due  categorie. Quindi, tornando alla premessa che lo sport femminile è una categoria protetta, e che questa protezione deve esistere a causa degli effetti insormontabili e potenti del testosterone, la mia opinione è che sia giusto e corretto fissare un limite massimo per il testosterone (Ross Tucker, The Science of Sport, 16 luglio 2016).

 

  “Pensavo che le regole che regolano il testosterone nello sport avessero un senso. Adesso non ne sono così sicuro. Mi sento ancora combattuto, ma più propenso all’argomento secondo cui la regola del testosterone non dovrebbe esistere. La ricerca di World Athletics mostra anche un vantaggio per le donne con livelli elevati di testosterone nel lancio del martello e nel salto con l’asta. Questi eventi non sono stati regolamentati, almeno non ancora. Perché? World Athletics potrebbe aver deciso così perché atlete con DSD non sono significativamente presenti nel medagliere. Dividere gli atleti in gruppi maschili e femminili richiede l’imposizione di un binario chiaro su una realtà disordinata. Nel corso del tempo, sono diventato più attratto dall’argomento secondo cui alle atlete come Semenya, che sono state cresciute come donne e che hanno vissuto come donne e che si identificano come donne, dovrebbe essere consentito di competere come donne. Non possiamo conoscere l’identità di genere alla nascita, quindi in pratica, alle persone ne viene assegnata una femminile quando nascono senza pene. Ma i genitali esterni non sono un buon modo per dividere gli atleti maschi e femmine. La nostra società – e, di conseguenza, i nostri sport – non è stata creata per accogliere individui non conformi al genere. Qualunque decisione sarà presa, qualcuno ne verrà toccato.

(David Epstein, Slate, 18 settembre 2020)

 

  “Ma che colpa hanno Caster Semenya e quelle come lei? Lo sport da sempre integra, trova un posto e dà un ruolo a chi in questo mondo non lo trova, perché considerato sbagliato: troppo alto, basso, magro, grasso. Lo sport non può più fare sconti. Non perché sia cattivo, ma perché deve garantire le stesse modalità di partecipazione. Lei non bara, lei non si è dopata per assumere un’altra identità sessuale e per andare più forte, lei è solo geneticamente intersex. E nel doppio giro di pista dove bisogna essere capace di sopportare estremi stati di fatica anaerobica e lattacida, questo le darebbe un vantaggio. Caster ci è nata così e se vedete sua nonna, alta più di un corazziere, vi rendete conto che la golden girl appartiene ad una famiglia fuori misura. Se la vicenda sportiva si chiude con il suo addio alle gare quella etica invece resta: dove devono gareggiare tutte le ragazze diverse che si sentono normali? (Emanuela Audisio, la Repubblica, 3 maggio 2019)

 

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